La libertà di opinione per Simone Weil



Tra il 1942 e il 1943, in piena guerra mondiale, la filosofa Simone Weil scrisse delle pagine sulla libertà di opinione, i suoi limiti, rischi e importanza, che si adattano bene all’epoca dei social network.


In copertina, Giuseppe Capogrossi, Superficie 297 (1958-1968) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Questo articolo è un estratto di Il radicamento”. Si ringrazia Le Lettere per la gentile concessione.


di Simone Weil

traduzione e cura di Maura Del Serra

La libertà di opinione e la libertà di associazione vengono generalmente menzionate insieme. Questo è un errore. Salvo il caso di gruppi naturali, l’associazione non è un bisogno, ma un espediente della vita pratica. 

Al contrario, la libertà di espressione totale, illimitata, per ogni sorta di opinioni, senza alcuna restrizione né riserva, è un bisogno assoluto dell’intelligenza. Di conseguenza è un bisogno dell’anima, perché quando l’intelligenza è a disagio, l’anima intera è malata. La natura e i limiti della soddisfazione corrispondente a questo bisogno sono iscritti nella struttura stessa delle diverse facoltà dell’anima, perché una stessa cosa può essere limitata e illimitata, così come si può prolungare indefinitamente la lunghezza di un rettangolo senza che esso cessi di essere limitato in larghezza. 

Nell’essere umano, l’intelligenza può esercitarsi in tre modi. Può lavorare su problemi tecnici, cioè cercare dei mezzi per uno scopo prefissato. Può fornire delucidazione quando si compie una decisione della volontà nella scelta di un orientamento. Può infine agire da sola, separata dalle altre facoltà, con una speculazione puramente teorica, dalla quale è stata provvisoriamente eliminata ogni preoccupazione attiva. 

In un’anima sana, si esercita di volta in volta in tre modi, con gradi diversi di libertà. Nella prima funzione è una serva. Nella seconda funzione è distruttiva e dev’essere ridotta al silenzio non appena comincia a fornire argomenti alla parte dell’anima che, in chiunque non sia nello stato di perfezione, si mette sempre dalla parte del male. Ma quando agisce da sola e separata, deve disporre di una libertà suprema. Altrimenti all’essere umano manca qualcosa di essenziale. Lo stesso avviene in una società sana. Perciò sarebbe auspicabile costruire, nel settore della stampa, una riserva di libertà assoluta, ma in modo da stabilire che le opere pubblicate non impegnino in alcuna misura gli autori e non contengano nessun consiglio per i lettori. Potrebbe trovarsi esibito con tutta la sua energia ogni argomento a favore delle cattive cause. È positivo e salutare che vengano esibite. Chiunque vi potrebbe elogiare ciò che più disapprova. Sarebbe di pubblica notorietà che tali opere non avrebbero come oggetto definire la posizione dei loro autori nei confronti dei problemi della vita, ma contribuire, con ricerche preliminari, all’elaborazione completa e corretta dei dati relativi a ogni problema. La legge impedirebbe che la loro pubblicazione implicasse rischi di alcun genere per gli autori. 

Al contrario, le pubblicazioni destinate a influire su ciò che si definisce opinione, cioè in realtà sulla condotta della vita, costituiscono degli atti, e devono essere sottoposte alle restrizioni proprie di tutti gli atti. Ovvero, non devono apportare nessun pregiudizio illegittimo ad alcun essere umano, e soprattutto non devono mai contenere nessuna negazione, esplicita o implicita, degli obblighi eterni verso gli esseri umani, una volta che gli obblighi siano stati solennemente riconosciuti dalla legge. 

La distinzione tra i due ambiti, quello che è fuori dall’azione e quello che ne fa parte, è impossibile da formulare sulla carta in linguaggio giuridico. Ma questo non toglie che sia perfettamente chiara. In realtà la separazione tra i due ambiti è facile da stabilire, purché la volontà di giungervi sia abbastanza forte. 

È chiaro, ad esempio, che tutta la stampa quotidiana e settimanale fa parte della seconda categoria. Lo stesso vale per le riviste, perché tutte costituiscono centri di irradiazione di un certo modo di pensare; solo quelle disposte a rinunciare a questa funzione potrebbero aspirare alla libertà totale. 

La stessa cosa vale per la letteratura. Sarebbe una soluzione del dibattito che si è sviluppato di recente a proposito della morale e della letteratura, e che è stato travisato dal fatto che tutte le persone di talento, per solidarietà professionale si trovano da una parte, e solo gli imbecilli e i vili dall’altra. 

Ma la posizione degli imbecilli e dei vili era ugualmente, in larga misura, conforme alla ragione. Gli scrittori hanno un modo inammissibile di tenere il piede in due staffe. Mai come nella nostra epoca hanno tanto aspirato al ruolo di direttori di coscienza, e non l’hanno esercitato. Infatti, nel corso degli anni precedenti alla guerra, nessuno gliel’ha conteso, tranne gli scienziati. Il posto che un tempo occupavano i preti nella vita morale del Paese era in mano a fisici e a romanzieri, cosa che basta a misurare il valore del nostro progresso. Ma se qualcuno chiedesse agli scrittori di rendere conto della loro influenza, si rifugerebbero indignati dietro il sacro privilegio dell’arte per l’arte. 

Ad esempio, senza alcun dubbio Gide ha sempre saputo che libri come I nutrimenti terrestri o I sotterranei del Vaticano3 hanno influito sulla condotta pratica di vita di centinaia di giovani, e ne è stato fiero. Quindi non c’è alcun motivo di porre certi libri dietro la barriera inattaccabile dell’arte per l’arte, e di imprigionare un ragazzo che butta giù qualcuno da un treno in corsa. Altrettanto a ragione si potrebbero rivendicare i privilegi dell’arte per l’arte in favore del delitto. In altri tempi i surrealisti non erano lontani dal farlo. Tutto ciò che tanti imbecilli hanno ripetuto a sazietà sulla responsabilità degli scrittori nella nostra sconfitta, purtroppo è certamente vero. 

Se uno scrittore, grazie alla libertà totale accordata all’intelligenza pura, pubblica libri contrari ai principi della morale riconosciuti dalla legge, e se più tardi diventa un notorio centro di influenza, è facile chiedergli se è pronto a rendere pubblico il fatto che quegli scritti non rispecchiano la sua posizione. In caso contrario, è facile punirlo. Se mente, è facile disonorarlo. Inoltre, deve essere accettato che dal momento in cui uno scrittore entra a far parte di chi ha un’influenza determinante sull’opinione pubblica, non può pretendere una libertà illimitata. Anche qui è impossibile dare una definizione giuridica, ma in realtà non è difficile discernere i fatti. Non c’è nessuna ragione di limitare la sovranità della legge all’ambito delle cose esprimibili in formule giuridiche, poiché tale sovranità si esercita anche mediante giudizi di equità. 

Inoltre, il bisogno stesso di libertà, così essenziale all’intelligenza, esige una protezione contro la suggestione, la propaganda, l’influenza ossessiva. Queste sono forme di costrizione, una costrizione particolare, che non accompagna la paura o il dolore fisico, ma che è nondimeno una violenza. La tecnica moderna le fornisce strumenti estremamente efficaci. Questo tipo di costrizione è per sua natura collettivo, e le anime umane ne sono le vittime. 

Lo Stato, beninteso, diventa criminale se a sua volta ne fa uso, salvo nel caso di una necessità palese di salute pubblica. Deve anzi impedirne l’uso. La pubblicità, ad esempio, dev’essere rigorosamente limitata dalla legge; la quantità deve essere rigorosamente ridotta; deve esserle strettamente imposto di non occuparsi mai di temi appartenenti all’ambito del pensiero. 

Allo stesso modo può esserci una repressione contro la stampa, le trasmissioni radiofoniche e ogni cosa del genere, non solo perché violano i principi della morale pubblicamente riconosciuta, ma per la bassezza di tono e di pensiero, il cattivo gusto, la volgarità, per un’atmosfera morale assolutamente corruttrice. Una simile repressione può esercitarsi senza violare minimamente la libertà di opinione. Ad esempio, un giornale può essere soppresso senza che i membri della redazione perdano il diritto di pubblicare dove preferiscono, o anche, nei casi meno gravi, di restare uniti per continuare lo stesso giornale con un altro nome. Solo che sarà stato pubblicamente infamato e rischierà di esserlo ancora. La libertà di opinione è dovuta unicamente, e con riserva, al giornalista, non al giornale, perché solo il giornalista ha la capacità di formare un’opinione. 

In generale, tutti i problemi relativi alla libertà di espressione si chiariscono se si stabilisce che quella libertà è un bisogno dell’intelligenza, e che l’intelligenza risiede unicamente nell’essere umano considerato individualmente. Non esiste un esercizio collettivo dell’intelligenza. Quindi nessun gruppo può pretendere legittimamente la libertà di espressione, perché nessun gruppo ne ha il minimo bisogno. 

Anzi, la protezione della libertà di pensiero esige che a un gruppo sia proibito dalla legge esprimere un’opinione. Perché quando un gruppo prende ad avere delle opinioni, tende inevitabilmente a imporle ai suoi membri. Prima o poi gli individui si trovano impediti, più o meno gravemente, su un numero di problemi più o meno considerevole, nell’esprimere opinioni opposte a quelle del gruppo, a meno che non ne escano. Ma la rottura con un gruppo di cui si è membri comporta sempre delle sofferenze, o almeno una sofferenza sentimentale. E quanto il rischio, la possibilità di sofferenza sono elementi sani e necessari dell’azione, altrettanto sono malsani nell’esercizio dell’intelligenza. Una paura, anche leggera, fa sempre sì che ci si pieghi o ci si irrigidisca, a seconda del grado di coraggio; e tanto basta a falsare quello strumento di precisione estremamente delicato e fragile che costituisce l’intelligenza. Anche l’amicizia, sotto questo aspetto, è un grande pericolo. L’intelligenza è vinta dal momento in cui l’espressione dei pensieri viene preceduta, in modo esplicito o implicito, dalla paroletta “noi”. E quando la luce dell’intelligenza si oscura, l’amore per il bene si smarrisce piuttosto rapidamente. 

L’immediata soluzione pratica è l’abolizione dei partiti politici. La lotta fra i partiti, così come esisteva nella Terza Repubblica, è intollerabile; il partito unico, che d’altronde ne è lo sbocco inevitabile, è il grado estremo del male; non rimane altra possibilità che una vita pubblica senza partiti. Oggi un’idea simile suona come qualcosa di nuovo e di audace. Tanto meglio, visto che del nuovo c’è bisogno. Ma in pratica è semplicemente la tradizione del 1789. 

Agli occhi delle persone del 1789 non c’erano neppure altre possibilità; c’era una vita pubblica tale che la nostra, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, sarebbe sembrata loro un incubo spaventoso; non avrebbero mai creduto possibile che un rappresentante del popolo potesse abdicare alla sua dignità al punto da diventare il membro disciplinato di un partito. 

D’altronde Rousseau aveva mostrato con chiarezza che la lotta tra i partiti uccide automaticamente la Repubblica. Ne aveva predetto gli effetti. In questo momento sarebbe bene incoraggiare la lettura del Contratto sociale4. Infatti, attualmente, ovunque c’erano partiti politici la democrazia è morta. Tutti sanno che i partiti inglesi hanno delle tradizioni, una mentalità, delle funzioni non confrontabili con niente di analogo. Tutti sanno anche che i raggruppamenti contrapposti degli Stati Uniti non sono partiti politici. Una democrazia la cui vita pubblica è costituita dalla lotta fra i partiti politici è incapace di impedire la formazione di un partito il cui scopo dichiarato sia quello di distruggerla. Se promulga leggi eccezionali, si auto-asfissia. Se non ne promulga, ha la stessa sicurezza di un uccello davanti a un serpente. 

Occorrerebbe distinguere due specie di raggruppamenti; quelli d’interessi, la cui organizzazione e disciplina dovrebbero essere, in una certa misura, consentite; e quelli di idee, a cui dovrebbero essere rigorosamente vietate. Nella situazione attuale, è giusto permettere alla gente di raggrupparsi per difendere i propri interessi, cioè i salari e simili, e lasciar agire questi raggruppamenti entro limiti strettissimi e sotto la perpetua sorveglianza dei pubblici poteri. Ma non bisogna lasciare che abbiano anche a che fare con le idee. I raggruppamenti in cui si discutono pensieri devono essere non tanto gruppi, quanto ambienti più o meno fluidi. Quando vi si profila un’azione, non c’è motivo che sia eseguita se non da coloro che l’approvano. 

Nel movimento operaio, ad esempio, una distinzione simile metterebbe fine a una confusione inestricabile. Nel periodo precedente alla guerra, tre orientamenti sollecitavano e inducevano perennemente al conflitto tutti gli operai. Prima la lotta salariale; poi i residui, sempre più deboli ma pur sempre vivi, del vecchio spirito sindacalista di un tempo, idealista e più o meno libertario; e infine i partiti politici. 

Spesso, nel corso di uno sciopero, gli operai che soffrivano e lottavano sarebbero stati del tutto incapaci di rendersi conto se si trattava di lotta salariale o di un’ondata del vecchio spirito sindacale, o di un’operazione politica guidata da un partito; e tanto meno dall’esterno nessuno riusciva a rendersene conto. 

Una tale situazione è impossibile. Quando è scoppiata la guerra, i sindacati in Francia erano morti o quasi, malgrado o a causa dei milioni di aderenti. Hanno ripreso una vita embrionale, dopo un lungo letargo, in occasione della resistenza contro l’invasore. Ciò non prova che siano vitali. È chiarissimo che erano stati uccisi o quasi da due veleni, ciascuno dei quali era mortale. 

Giuseppe Capogrossi, Superficie 297 (1958-1968) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

I sindacati non possono vivere se gli operai vi sono ossessionati dal guadagno quanto in officina durante il lavoro alle macchine. Prima di tutto perché ne deriva quel genere di morte morale che l’ossessione del denaro provoca sempre. Poi perché, nelle attuali condizioni sociali, essendo il sindacato un fattore perennemente attivo nella vita economica del Paese, finisce inevitabilmente per trasformarsi in un’organizzazione professionale unica, obbligatoria, irreggimentata nella vita ufficiale. A questo punto è passata allo stato di cadavere. 

D’altra parte è altrettanto chiaro che il sindacato non può vivere a fianco dei partiti politici. È un’impossibilità che appartiene all’ordine delle leggi meccaniche. D’altronde, per una ragione analoga, il partito socialista non può vivere a fianco del partito comunista, perché quest’ultimo possiede la qualità di partito, se così si può dire, a un grado molto più elevato. 

D’altronde l’ossessione dei salari rafforza l’influsso comunista, perché le questioni economiche, per quanto tocchino così vivamente quasi tutti gli uomini, sviluppano in loro al tempo stesso una noia così mortale che la prospettiva apocalittica della rivoluzione, secondo la versione comunista, è indispensabile per compensarla. Se i borghesi non hanno lo stesso bisogno di apocalisse, è perché le cifre elevate hanno una poesia, un prestigio che temperano un po’ la noia legata al denaro, mentre quando il denaro si conta in spiccioli, la noia è allo stato puro. D’altronde la simpatia dei borghesi grandi e piccoli per il fascismo rende evidente che, malgrado tutto, anche loro si annoiano. 

In Francia il governo di Vichy ha creato per gli operai delle organizzazioni professionali uniche e obbligatorie. Dispiace che sia stato dato loro, secondo la moda moderna, il nome di corporazioni, che in realtà designa qualcosa di assai diverso e bellissimo. Ma è positivo che queste organizzazioni morte esistano per assumersi la parte morta dell’organizzazione sindacale. Sarebbe pericoloso sopprimerle. È molto meglio incaricarle dell’azione quotidiana per i salari e le rivendicazioni cosiddette immediate. Quanto ai partiti politici, se fossero tutti rigorosamente proibiti in un clima generale di libertà, è sperabile che la loro esistenza clandestina sarebbe almeno difficile. 

In questo caso i sindacati operai, se ancora resta loro una scintilla di vita autentica, potrebbero ridiventare a poco a poco l’espressione del pensiero operaio, l’organo dell’onore operaio. Secondo la tradizione del movimento operaio francese, che si è sempre sentito responsabile di tutto l’universo, si interesserebbero a tutto ciò che riguarda la giustizia – ivi comprese, al bisogno, le questioni salariali, ma di tanto in tanto e per salvare degli esseri umani dalla miseria. 

Beninteso, dovrebbero poter esercitare un’influenza sulle organizzazioni professionali secondo modalità definite per legge. Forse ci sarebbero solo vantaggi nel vietare alle organizzazioni professionali di proclamare uno sciopero, e nel permetterlo ai sindacati, con alcune riserve, facendo corrispondere dei rischi a quelle responsabilità, vietando qualsiasi costrizione e proteggendo la continuità della vita economica. 

Quanto alla serrata, non c’è motivo per non vietarla assolutamente. 

L’autorizzazione ai gruppi intellettuali potrebbe essere sottoposta a due condizioni. La prima, che non vi esista la scomunica. Il reclutamento si farebbe liberamente, per via di affinità, senza tuttavia che nessuno possa essere invitato ad aderire a un insieme di affermazioni cristallizzate in formule scritte; ma un membro, una volta ammesso, potrebbe essere escluso solo per colpe contro l’onore o per il reato di introduzione di elementi sobillatori; reato che d’altronde implicherebbe un’organizzazione illegale e di conseguenza esporrebbe a una pena più grave. 

Questa sarebbe davvero una misura di salute pubblica, visto che l’esperienza ha dimostrato che gli Stati totalitari sono fondati da partiti totalitari, e che i partiti totalitari si forgiano a colpi di espulsioni per reati di opinione. 

L’altra condizione potrebbe essere che ci sia una reale circolazione di idee, e una prova tangibile di questa circolazione sotto forma di opuscoli, riviste o bollettini dattiloscritti in cui siano studiati problemi di ordine generale. Una uniformità troppo grande di opinioni renderebbe sospetto un gruppo. 

Per il resto, tutti i raggruppamenti di idee sarebbero autorizzati ad agire come meglio credono, a condizione di non violare la legge e di non costringere i loro membri ad alcuna disciplina. 

Quanto alle associazioni di interessi, la loro sorveglianza dovrebbe implicare prima di tutto una distinzione; cioè che la parola “interesse” a volte esprime un bisogno e talaltra qualcosa di affatto diverso. Se si tratta di un operaio povero, l’interesse significa il cibo, l’alloggio, il riscaldamento. Per un padrone vuol dire un’altra cosa. Quando la parola è intesa nel primo senso, l’azione dei pubblici poteri dovrebbe consistere principalmente nello stimolare, sostenere, proteggere la difesa degli interessi. Nel caso contrario, l’attività dei gruppi di interessi dev’essere continuamente controllata, limitata e repressa dai pubblici poteri ogni volta che sia necessario. Va da sé che i limiti più stretti e le pene più dolorose convengono a coloro che per natura sono più potenti. Ciò che è stato chiamato libertà di associazione è stato finora la libertà delle associazioni. Ma le associazioni non devono essere libere; sono degli strumenti, devono essere asservite. La libertà si addice solo all’essere umano. 

Quanto alla libertà di pensiero, in genere è vero quel che si dice, che senza di lei non c’è pensiero. Ma è ancor più vero dire che, quando il pensiero non esiste, non è neppure libero. Nel corso degli ultimi anni c’è stata molta libertà di pensiero, ma non c’era pensiero. 

È press’a poco la situazione del bambino che, non avendo carne, chiede sale per salarla. 


Maura Del Serra è una poetessa, drammaturga e traduttrice italiana, oltre che critica letteraria, già comparatista all’Università di Firenze. 

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