La macchina del tempo delle montanare

«Quando Irene va a prendere Tiziana alla stazione di Santa Maria Novella non vede l’amica da tre anni. In chat ha insistito perché non arrivasse da sola all’appartamento in Oltrarno dove abita col marito, fuori dai piedi per una trasferta di lavoro, e adesso è contenta di averla convinta: se non dovesse riconoscerla in mezzo alla confusione della folla sarà più facile dissimulare il disorientamento…»


IN COPERTINA: Miguel Viladrich, Les Hermètiques, 1909

di Ilaria Giannini

Quando Irene va a prendere Tiziana alla stazione di Santa Maria Novella non vede l’amica da tre anni. In chat ha insistito perché non arrivasse da sola all’appartamento in Oltrarno dove abita col marito, fuori dai piedi per una trasferta di lavoro, e adesso è contenta di averla convinta: se non dovesse riconoscerla in mezzo alla confusione della folla sarà più facile dissimulare il disorientamento.
«Tizzi! Disgraziata avevo paura avessi cambiato idea!»
Si abbracciano d’impulso, per poi restare un attimo spaesate: Tiziana è dimagrita, Irene ingrassata e superata la soglia dei trenta entrambe somigliano alle loro madri più di quanto avrebbero mai immaginato.
«Guarda là, i chili che hai perso li ho ripresi tutti io!» Ridono come solo chi ha condiviso l’anta delle medicine e il salvadanaio d’emergenza può fare e Irene smette di essere preoccupata per come andrà la giornata.
Attraversano le strade affollate e si affacciano su Ponte Vespucci: tira vento e i gabbiani, sazi di rifiuti, gridano i loro richiami nell’alveo del fiume. La casa di Irene in borgo San Frediano è una fresca sorpresa: Tiziana si libera dello zaino con gratitudine.
«Mi piace Firenze, ti sei proprio sistemata bene Lotti.»
«Oddio, non sono più abituata a sentirmi chiamare così.»
«Ti dà noia?»
«No, ma suona strano.»
Era stato un altro a coniare il soprannome, quando Irene studiava Scienze Politiche a Pisa e lavorava al bar del Golf Club di Tirrenia, negli anni dell’università che ora somigliano a una galassia agli antipodi dell’universo, a una vita vissuta da qualcun altro.
Si dividono una birra pranzando e Tiziana aggiorna il suo profilo Instagram da centomila followers con una foto del lungarno, editata con quattro diverse App che Irene non ha mai sentito nominare.
«Così questo è il tuo lavoro?»
«Lavoro è una parola grossa ma finché dura almeno mi porta a giro. Non sai cosa mi stanno consigliando di fare per monetizzare il mio pubblico, giuro che si dice così, dovrei vendere delle consulenze oppure portare la gente in viaggio con me facendomi pagare un botto, magari alla fine lo faccio, già mi sono convertita ai video e faccio pena.»
«Ma sei un talento naturale! Quello dove dai il biberon alla scimmietta è piaciuto persino a Nicola.»
«Quanto mi prendete per il culo voi due?»
Ridono ma Irene omette di riferire cosa pensa davvero Nicola della sua amica influencer, la “parassita della società”.
«Il blog mi è esploso tra le mani, ancora non ho capito come ha fatto ad avere successo che arriva la bomba: la Rizzoli mi ha chiesto un libro. Un libro cazzo, a me! E chi me lo scrive? Non ho il coraggio di dire no ma non ho ancora firmato, pensano che me la sto tirando per avere più soldi.»
Irene pensa che se arriverà mai in libreria a suo marito verrà una sincope e non riesce a trattenere un ghigno.
«Lo so è ridicolo.»
«Tutto è ridicolo, la vita è comica, tu dici che non sai come hai fatto ad avere successo ma il punto è proprio questo! Il tuo successo non ha senso, come tutto il resto! È solo casualità, è entropia, non lo vedi che non c’è la ricetta giusta per far andare bene le cose? Qualcuno ottiene quello che si merita? Qualcuno è felice? Siamo asini attaccati al nostro carretto, continuiamo a tirare e tirare senza motivo… non sai quante volte vorrei mollare tutto come hai fatto tu, a volte sogno proprio di sparire, di svanire nell’aria, come se non fossi mai esistita… chiudo gli occhi e puf, non ci sono più.»
Tiziana solleva lo sguardo dall’iPhone ma Irene è china sull’acquaio, ad armeggiare con la caffettiera. Le sembra di aver appena ricevuto un colpo sulla nuca a tradimento: qui c’è qualcosa che non va, sembrano gli stessi discorsi di tredici anni fa, quando lui era morto e Irene non era uscita di casa per sei mesi. Disturbo depressivo maggiore aveva detto lo psichiatra pisano e così avevano avuto un nome da dare al mostro che abitava con loro.
«Che succede Lotti?»
Dai fornelli si alza un grugnito che somiglia a un singhiozzo. «Lascia stare il caffè e vieni qua. Si tratta di lavoro oppure è Nicola? Devo aspettarlo fino a lunedì per menarlo?»
«Non posso dirtelo, non lo sa nessuno, neppure mamma.»
«Devi dirmelo per forza allora, non sai che l’energia negativa ti blocca i chakra? Sto scherzando scema ma i segreti fanno male davvero, riesci a dormire? Hai attacchi di pianto, ti senti affogare?»
«Non ho niente, sono solo un po’ giù in questo periodo, passerà.»
Irene era sempre stata quella sensata: a diciannove anni si manteneva da sola senza saltare un esame eppure era la più fragile e quando Vittorio aveva avuto l’incidente tutta la sua facciata di organizzazione e maturità era andata in pezzi. Allora Tiziana l’aveva tirata fuori dal pozzo ma stavolta non ha abbastanza tempo per aiutarla, per sondare il suo dolore e capire se deve convincerla a tornare in terapia. Ci vuole un’azione radicale, una cesura netta.
«Ce l’ho io la cura per te Lotti. Due anni fa in Svizzera sono finita in un festival che fanno tra i monti, mi ci ha trascinato un ragazzo, sembrava di stare nel paradiso di Heidi ma erano tutti sotto acido. Parlo di Lsd, cartoni, li ho provati e non fare quella faccia, è stato incredibile, come se mi avessero passato una cenciata sul cervello e l’avessero ripulito da tutta la merda.»
«Te sei matta!»
« Lo so, pensi che faccia male e boh, forse alla lunga mi ucciderà, ma non più delle sigarette.»
«E che effetto fa? Ti sballa?»
«Vai di fuori ma non nel solito modo, io perdo molto più il controllo quando mi ubriaco, con il cartone resti cosciente è il mondo intorno che cambia, si espande, è come avere un super potere, vedi e senti cose che di solito non percepisci.»
«Sembra proprio roba tua, strano che tu non l’abbia preso prima. Avevo letto un articolo su Internazionale su una sperimentazione negli Stati Uniti, lo usano con i malati terminali e con i depressi, avevo pensato che fosse una cazzata ma forse no.»
Tiziana avvicina lo zaino, tira fuori una moleskine tutta consumata e la agita davanti al naso di Irene.
«È la tua occasione sister, me ne sono rimasti due e li volevo portare in Indonesia ma sono pronta a finirli qui, insieme a te. Sono preoccupata Lotti, ti vedo male, hai messo su un sacco di peso, hai la faccia grigia, devi fare qualcosa prima di ammalarti davvero, ti ricordi come eri ridotta?»
Irene scoppia a ridere. «E la tua soluzione è darmi l’Lsd? Sei impazzita in India?»
«È per Nicola che ti fai problemi? Prima lo avresti provato solo per curiosità, ti sei imborghesita, stai diventando come lui.»
«Non essere sciocca, siamo tutti borghesi ormai» replica Irene ma non è questo il punto, non le interessa discutere i loro diversi stili di vita e tantomeno fingere, ha voglia di togliersi la maschera di imperturbabilità con cui ha affrontato gli ultimi mesi e forse gran parte della sua esistenza adulta: quel travestimento che invece di proteggerla la rende ancora più friabile, come se le avessero scorticato la pelle e lasciata esposta a ogni sguardo troppo penetrante, a ogni intemperia quotidiana.
«Io non sono come lui. Lo amo, ma non sono come lui.»
Tiziana apre l’agendina, toglie dalla tasca laterale due pezzi di carta grandi quanto un’unghia, con un mandala violaceo disegnato sopra. Irene allunga la mano.
«In onore dei vecchi tempi.»
«Perché ne vengano di migliori. Devo ingoiarlo?»
«Tienilo un po’ sotto la lingua e poi buttalo giù.»
Prima di riuscire a inghiottirlo la carta le si appicca sul palato, proprio come le era sempre successo con l’ostia: l’idea di aver fatto di nuovo la comunione dopo vent’anni le sembra così assurda da temere di essere già partita. «Ma è istantaneo?»
«No, ci vorrà un po’ prima di sentirlo.» Tiziana si guarda bene dal rivelarle che ci vogliono otto ore per smaltirlo e non c’è modo di liberarsene prima, neppure cercando il sonno: qualunque cosa accada l’incantesimo durerà fino alle 22.
«Usciamo Lotti, non ti voglio qui dentro, devi liberare i pensieri. Portami nel tuo posto del cuore.»
«Potremmo andare al giardino delle rose, ma ce la facciamo ad arrivarci?»
«Molto lentamente arriviamo dove vuoi.»
Escono nel bagliore accecante della strada, tenendosi a braccetto: la felicità di essere di nuovo complici in una malefatta sale alla testa più velocemente dell’acido lisergico.
In seguito Irene non riuscirà a capacitarsi di come siano riuscite a fare cinque chilometri sotto il sole e ascendere al punto più alto della città, senza perdere neppure una volta l’orientamento. Ma adesso nessuna si angustia per la logistica, il primo effetto è proprio la lievità mentale: in via dei Serragli Irene si sente già più leggera di cinque chili, la melodia di un’arpa le risuona nell’orecchio destro e si gira, convinta di beccare un musicista di strada particolarmente dotato, ma non trova nessuno.
«Ho avuto un’allucinazione! Ho sentito un’arpa, te lo giuro!»
Tiziana scoppia a ridere. «È normale Lotti. Non ti preoccupare.»
«Non mi preoccupo, è stato bellissimo.»
Entrano in piazza Santo Spirito e si fermano davanti alla fontana, incantate dal cerchio infinito del getto che scende e risale, dal luccichio di ogni singola goccia d’acqua, dal ronzio di una miriade di piccoli insetti: moscerini e zanzare, assurti alla dignità di esseri viventi singoli, ognuno incastrato nella propria orbita.
«Cristo Tizzi ma li vedi anche tu? Ma questa roba c’è sempre?»
Ci mettono un’ora ad attraversare lo spiazzo e le viuzze fino a Pizza Pitti, il tempo ha deragliato dai suoi binari e lo spazio ne ha approfittato per espandersi: si muovono dentro a una grande lente di ingrandimento, che ha il dono dell’ubiquità e può puntare la sua luce simultaneamente su una cartaccia calciata da un bambino, sul bottone d’avorio di una bancarella, su una maglietta decorata a caratteri gotici.
Chi riuscirebbe a prestare ascolto alla propria sofferenza in mezzo a una infinità di mondi, che si aprono e chiudono nello spazio di un battito di ciglia? Irene si sdraia sopra la distesa di calcestruzzo che sembra terra battuta, sovrastata dalla maestosa reggia degli antichi signori della città: i fiorentini la chiamano la spiaggia in senso dispregiativo, perché i turisti la utilizzano per venire a prendere il sole, ma a Irene pare di trovarsi davvero su un litorale di sabbia dorata, protetto dalla scogliera del muro a gradoni, con un immenso veliero a forma di palazzo pronto a salpare verso l’azzurro marino del cielo.
Quando arrivano a San Niccolò sono sudate, disidratate: si fermano in un bar per comprare due litri di acqua, approfittare del bagno per una pisciata liberatoria. Lo specchio rimanda a Irene una faccia spianata e marmorea, gli occhi neri ingigantiti e arrossati ai bordi, la fronte levigata, un profilo che nel complesso dimostra una decade meno.
«Siamo ringiovanite Tizzi.» Si scattano qualche selfie al bancone, abbracciate, con la bocca a culo di gallina e grandi scoppi di risa: il barista si avvicina, prova a ottenere almeno un numero di telefono. Irene pensa che l’acido ha davvero ricacciato gli anni sui loro passi, hanno azionato la loro personale macchina del tempo e adesso si ritroveranno sedute in Piazza delle Vettovaglie, con un Martini rosso davanti che non hanno mai avuto intenzione di pagare, un pezzo di hashish in tasca e tutto un semestre ancora da sprecare.
Ma fuori dal locale i vicoli fiorentini non sono spariti: salgono da Porta San Miniato arrancando e la porticina che conduce al Giardino delle Rose appare loro minuscola, uno stretto canale uterino pronte ad espellerle in un altrove ignoto.
Tiziana si libera delle scarpe e Irene la imita, godendo dei fili d’erba che si infiltrano tra le dita dei piedi, assaporando la sensazione tattile della terra grassa.
Il giardino sta fiorendo davanti a lei: fissa una rosa color carne venata da una colonna di afidi finché non vede il cuore della corolla sbocciare, i petali dischiudersi a svelare il segreto del pistillo. La bellezza del creato potrebbe coprirla come un’ombra, annichilirla in un angolo, oppure alzarla a vette mai raggiunte, farla volteggiare nel vento insieme al polline. Può essere sfacciatamente felice per il semplice fenomeno della propria esistenza, oppure eternamente miserabile per un motivo qualunque: la caducità di quelli che ama, i lutti, le delusioni, la generica mancanza di senso nella giostra del cosmo. Spetta solo a lei ed è davvero una scelta: mentre si sdraia all’ombra di un olivo e studia le nuvole mutare nella stratosfera, a una velocità assolutamente non plausibile, Irene sente che la palla della sua vita le è tornata di nuovo tra le mani e deve solo aggrapparcisi forte. Deve decidere di lasciare andare il dolore della perdita e ogni filo si riannoderà: potrà smettere di chiedersi come sarebbe stato arrivare fino in fondo, stringerlo tra le sue braccia, scoprire a chi dei due somigliava di più il suo viso, che aveva avuto appena tre mesi per immaginare.
Irene chiude gli occhi e quando Tiziana le sfiora la fronte la luce è già cambiata.
«Come stai Lotti?»
«Mi sei mancata un sacco. Avevo davvero bisogno di te, non mi riesce aprirmi con gli altri, chiedere aiuto.»
«Lo so e mi dispiace, tanto. È questa vita che faccio, mi tiene lontana da tutti, ti ricordi quando Emilia diceva che avevo la sindrome di Peter Pan? Quella stronza aveva ragione.»
«Emilia cazzo… ora fa la donna in carriera a Milano, ce l’ho su Facebook, borse di Prada e aperitivi, siamo diventate dei cliché, tu sei l’hippie del nuovo millennio e io la precaria a vita che si fa campare dal marito ricco.»
«Ricco una sega, quello sfigato sarebbe ancora a farsi le pippe se non ti avesse conosciuto.»
Ridono di pancia, rotolandosi sull’erba. Irene si era innamorata di Nicola proprio perché, nonostante le proprietà immobiliari e il lessico da imprenditore, a un livello profondo sembrava incapace di cavarsela da solo e amava la sua vulnerabilità, ma non era riuscito a starle vicino nel loro lutto e lei non l’aveva perdonato: avrebbero dovuto dividere le stesse lacrime e invece si erano ritrovati su due sponde che non comunicavano. Irene adesso lo vede con chiarezza: uno dei due dovrà guadare il fosso delle incomprensioni e delle parole non dette per tornare dall’altro.
«Sorry, tu sei Tiziana di Viaggiare in Libertà?»
Una ragazza dall’accento americano si è accovacciata vicino a loro e le fissa come se avesse visto la Madonna, anche se è lei a sembrare una santa preraffaellita, con i capelli rosso mattone che scendono fin sotto il seno. Irene indietreggia, accecata dal fulgore della chioma, Tiziana inforca gli occhiali da sole e spalanca la bocca nella sua brevettata imitazione di sorriso da rifilare agli sconosciuti.
«Oh my god! Io sono tua big fan, io amo il tuo lavoro, prima ho visto su Instagram la tua foto di Firenze, ma che fortuna vederti.»
«Sei troppo carina, come ti chiami?»
«Rosamund! Nice to meet you.»
Irene affonda la faccia nella giacca per non esplodere: neanche Dante Gabriel Rossetti avrebbe osato ribattezzare Rosamund la sua modella preferita.
«Senti cocca, sei davvero gentile ma io e la mia amica abbiamo un appuntamento, business meeting, you known, tieni la spilletta e ci vediamo in giro.»
Con una mossa da prestigiatore le piazza in mano un fermaglio triangolare con inciso sopra il nome del blog, scatta in piedi e afferra Irene per un braccio.
«Andiamo Lotti, come dice Gandalf: fuggite sciocchi!»
«Gandalf non era strafatto!»
Ridono fino alle lacrime, allacciate per la vita come due compagni di liscio particolarmente imbranati, muovendosi più in circolare che in avanti.
«Questa è la parodia di una fuga, sembriamo Benny Hill!»
Si girano e Rosamund è ancora lì, ridicolmente vicina, con un’espressione perplessa in faccia. «Bye honey!» grida Tiziana, mentre inciampano sulla ghiaia bianca del vialetto, si rialzano a vicenda e arrancano sempre più scomposte verso l’uscita del parco, gli arti disallineati, le gambe che mulinano per ritrovare l’equilibrio: due grandi bambole di pezza animate da un sortilegio che funziona solo a metà.
Si arrampicano sempre più in alto, la città distesa sotto di loro come una fanciulla addormentata nel letto del suo fiume: ascendono al colle dove quasi due millenni fa un santo era giunto reggendo tra le mani la propria testa decapitata. Ai piedi della Basilica di San Miniato Irene si sente come se qualcuno le avesse chiesto di ripetere il miracolo della cefaloforia e percorrere l’ultima scalinata abbracciata al proprio cranio.
Affrontano i gradoni uno alla volta, sorreggendosi a turno per non cadere nello stesso modo in cui tredici anni prima si erano impedite di collassare di fronte all’obitorio di medicina legale del Santa Chiara, dopo aver riconosciuto il corpo spezzato di Vittorio.
La facciata della chiesa è un grande volto in marmo bianco e verde, dove due occhi a forma di ruota girano incessantemente ai lati del Cristo benedicente e le fauci si spalancano in cinque arcate dalle proporzioni perfette, pronte a divorarle.
«Gesù in trono» sussurra Tiziana.
«È spaventosa vero? Eppure non ho paura, mi sento al sicuro, siamo come pellegrini alla fine di un viaggio pericoloso.»
«Ben detto, io invece devo pisciare.»
«Viva la spiritualità! Ti vesti come una buddista e poi non capisci che questa cazzo di chiesa ha una faccia! Abbiamo fatto un pellegrinaggio e ora possiamo chiedere una grazia. Una grazia soltanto! Ce la devono.»
«Ok ma datti una calmata.»
Irene si divincola dalla stretta dell’amica, si volta verso la discesa e vede tutti i cipressi del Cimitero delle porte sante ardere come fiaccole al vento: gigantesche fiammelle puntate verso il cielo, una strada di fuoco che tende le sue dita di brace verso l’intera città.
«Sono calmissima anche se qui c’è un incendio, tanto è solo nel mio cervello giusto?»
«Giusto.»
«Cazzo è bellissimo.»
Irene non era andata a Matera al funerale di Vittorio, allora era sembrato troppo lontano e complicato da affrontare, e la sua ultima perdita è una di quelle che non si seppelliscono in un camposanto: forse le torce stanno bruciando in onore delle lapidi su cui non ha potuto piangere.
Entrano nella penombra della chiesa, fitta di ombre: percepiscono le pupille dilatarsi dietro le palpebre, i contorni delle colonne e delle panche farsi più nitidi mentre avanzano. Alla fine della navata destra si dividono, Tiziana scende verso la cripta, Irene imbocca le scale che conducono all’abside, come se il suo corpo adesso potesse procedere solo verso l’alto. Si fa largo tra i visitatori, il contatto con le camicie e gli odori degli altri la sgomenta; si aggrappa alla balaustra del coro e alzando gli occhi scopre che qualcuno ha sostituito il cielo con un mostruoso mosaico d’oro, con questo Cristo tridimensionale che la fissa e poi le fa cenno con la mano, volta i suoi occhi roventi verso di lei: non provi a nascondersi, lui sa cosa ha fatto, non è stata in grado di proteggere il suo bimbo perché non lo voleva. Quindi è colpa sua: l’ha ucciso lei.
«Non è vero» sibila Irene e il ragazzo orientale accanto a lei indietreggia, controlla che lo zaino sia ancora al suo posto. «Io lo volevo! Era mio! Era mio figlio!» urla e le finestre del semicerchio iniziano a muoversi: le lastre traslucide di alabastro rosso che le rivestono vanno su e giù, il grande utero dell’abside si espande e contrae, proprio come doveva aver fatto il suo la notte in cui aveva perso il bambino, il primogenito che lei e Nicola avevano concepito per errore ma che si era scavato velocemente una tana in fondo al suo cuore.
La chiesa ha preso vita e Irene fugge, guardandosi le spalle per paura che tutti i santi e i martiri stiano scendendo dai loro scranni dipinti per inseguirla, farle scontare la sua colpa di madre mancata.
Tiziana l’aspetta sul sagrato, circonflessa di luce. «Ho trovato il cesso Lotti!»
I cipressi non bruciano più e Irene ride e piange, tra le braccia della sua amica.
«Io per poco sprofondo all’inferno e lei cerca il cesso!»
Scendono giù dal colle, fermandosi al chiosco in piazza Demidoff a riposare: Irene sente il tè freddo rivitalizzare la bocca disseccata dall’acido.
«Possiamo andare a sdraiarci a casa Lotti, andrà tutto bene, basta che non dai di matto come a San Miniato.»
«Non sai cosa mi è successo.»
«Perché non me lo spieghi?»
Irene chiude gli occhi e stringendo le mani di Tiziana le racconta di come a novembre aveva scoperto di essere incinta, dei dubbi e della decisione di tenere il bimbo a cui era seguita una felicità feroce, spaventosa: ebbra di speranza era salita su quell’onda che prometteva di spazzare via il passato, tutti gli errori e le scelte sbagliate, ma invece si era infranta, troppo prima del previsto, lasciandola sola e insanguinata in un angolo del bagno di casa.
«Nicola non ha capito che stavo male, diceva riproviamoci subito, come se non fosse successo niente.»
«Mi verrà l’orticaria ma un po’ devo difenderlo, intanto è un uomo, fisicamente non può neanche immaginare quello che hai passato, poi non ha mai brillato per sensibilità, avrà pensato che rimuginarci ti avrebbe fatto solo peggio. Ha sbagliato certo, il dolore va vissuto e non represso, ma tu hai sofferto abbastanza Lotti, ora devi andare avanti.»
«Dici avere un altro bambino?»
«Se vuoi sì, oppure fai un viaggio, vieni in Indonesia con me ti spaccio per la mia fotografa! Iscriviti a un corso, prenditi una sbronza, insomma reagisci, prima di stare di nuovo male come l’altra volta.»
«Questo pomeriggio vale almeno cento sbronze!»
«Sono felice di essere qui con te, sono un’amica di merda.»
«È colpa mia, se te l’avessi detto saresti venuta al volo.»
«Ci puoi scommettere e ti prometto che quando avrete il piccolo mostro cercherò di farmi vedere spesso, avrà molto bisogno di zia Tizzi.»
«Dovrai comportarti bene però, sennò Nicola chiede un’ordinanza restrittiva.»
Si avviano verso casa costeggiando l’Arno, ancora allacciate per le braccia, sempre avanzando dentro una bolla che si muove con loro e allarga i confini di tutto quello che le circonda, disperde alcune forme e ne chiarifica altre. Irene sente di nuovo gli ingranaggi della macchina del tempo lavorare all’impazzata per riportarle indietro, a quando passeggiavano su Lungarno Pacinotti davanti alla facoltà in cerca di una qualunque avventura che le salvasse dal corso di diritto pubblico, ai giorni in cui i suoi capelli erano una selva oscura che le copriva mezza schiena e Tiziana si contornava gli occhi chiari con così tanto kajal da sembrare una concubina scappata da un harem turco. Ora sono tornate due provinciali che camminano in una strada elegante, scese ognuna dalla sua montagna per scoprire la loro prima città: una pistoiese e una garfagnina unite da una resistenza alcolica da cavallo, un mensile ridicolo e uno spiccato interesse a fare sesso con chiunque non conosca il loro intero albero genealogico.
Comprano una Moretti grande al Torrino Santa Rosa e imboccano la discesa per la Pescaia: qui l’Arno fa un piccolo balzo a causa dello sbarramento artificiale, creato per controllarne le piene, e nei numerosi momenti di secca la parte finale della cascatella rimane asciutta, scoprendo una lunga spianata di cemento armato dove spacciatori, coppiette e ragazzini si ritrovano a guardare la città dal basso.
Si sdraiano sul gradone, testa contro testa: il sole è sceso e l’aria si va tingendo di rosa, stanno aspettando il tramonto insieme proprio come quando Tizzi raggiungeva Lotti a Tirrenia all’uscita dal lavoro e andavano a bere in spiaggia, prima di prendere l’ultimo autobus per Pisa.
Irene assapora la stessa complicità di allora, la convinzione di essere al posto giusto, senza fare niente di speciale: è a questa sensazione di fiducia che si aggrappa quando di colpo il fiume si trasforma in mare, prende fiato e si ritira fino a Ponte alla Carraia, svelando un fondale brulicante di vita verde petrolio. La risacca si arrotola in un’onda smisurata, che proietta la sua ombra su di loro, resta in equilibrio per un istante, si prepara a rovesciarsi con violenza sulla Pescaia.
Prima di chiudere gli occhi, frastornata dallo scroscio assordante dell’acqua e convinta contro ogni logica di finire sommersa, a Irene sembra di scorgere Vittorio che cavalca la lingua gigante. Il suo primo amore è gonfio e disarticolato come l’ultima volta che l’aveva visto, dopo quel volo di cinque metri dalla spallette dell’Arno che gli era costato la vita: il braccio destro quasi del tutto staccato dalla spalla, la faccia grigia, il collo che ciondola. Il suo cadavere galleggia sulla cresta dello tsunami e lei riesce solo a pensare che Vittorio ha sbagliato direzione. Era morto sulla riva dello stesso fiume ma a Pisa, come aveva fatto a risalirne il corso?
Poi il flutto si abbatte su di loro e per qualche istante diventa tutto nero, ma è solo perché ha serrato così forte le palpebre da spremere fuori qualche lacrima. Tiziana la abbraccia e il mondo torna in carreggiata: Irene si stringe all’amica, le sorride e osserva le piccole rughe che le sono cresciute ai lati della bocca, là dove anche lei ha i primi solchi dell’età.
«Tizzi ti rendi conto di cosa abbiamo fatto oggi?»
«Ci siamo sballate insieme come non facevamo da anni?»
«Esatto! Abbiamo preso la nostra macchina del tempo.»
«E ha funzionato?»
«Per un po’ sì, ma il tempo è come l’acqua del fiume, può andare solo in una direzione: avanti. Proprio come noi.»
«E questo che significa?»
«Che forse in qualche modo andrà tutto bene.»
Restano abbracciate finché la luce scompare oltre la linea dell’orizzonte, sulla sponda giusta dell’Arno: quella dove tanti anni prima Irene aveva deciso che sarebbe stata finalmente felice.


Ilaria Giannini (Pietrasanta, 1982) ha pubblicato due romanzi – “I provinciali” (Gaffi) e “Facciamo finta che sia per sempre (Intermezzi) – e insieme a Federico di Vita ha firmato “I treni non esplodono” (Piano B), il primo libro sulla strage ferroviaria di Viareggio. Ha pubblicato racconti per diverse riviste ed editori: Abbiamo le prove, The Towner, Cadillac, The Trip, Piano B, Caratteri Mobili, Giulio Perrone, Las Vegas, Ets.

0 comments on “La macchina del tempo delle montanare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *