La magnifica ossessione dei viaggi nel tempo



Si può viaggiare nel passato? Secondo alcuni fisici anche se ci riuscissimo non potremmo modificarne gli eventi. Che il passato sia irripetibile, tra le altre cose, ce lo spiega la seconda legge della termodinamica, ma nonostante questo l’idea del viaggio nel tempo ci presenta un conto salato: paradossi, ricerche scientifiche, idee e mille problemi da risolvere.


In copertina: un’opera di ELIO MARCHEGIANI “BAROCCO E ORO” all’asta dal 14 dicembre da pananti casa d’aste

di Roberto Paura

Sembra che per alcune persone sia più difficile accettare il fatto che la comunità scientifica in modo pressoché unanime riconosca un diretto collegamento tra attività antropica e cambiamenti climatici, che l’idea che Greta Thunberg sia una viaggiatrice temporale. La sedicenne svedese è infatti stata avvistata in una fotografia del 1898, che ritrae una ragazzina impegnata nell’estrazione mineraria nel Klondike. Le treccine, il viso corrucciato, è senz’altro lei: Greta viaggia nel tempo. Chissà perché è finita in quel periodo; forse lo sapremo un giorno, quando Greta scomparirà improvvisamente dal nostro tempo per ritrovarsi alla fine dell’Ottocento. O forse sta svolgendo una delicata missione per salvare l’umanità dalla catastrofe climatica e, prima del suo ruolo di portavoce dei Fridays for Future, ne ha avuti altri in passato.  Ma Greta Thunberg è solo l’ultimo soggetto di una costante ossessione per i viaggiatori temporali. Persone che sembrano parlare al cellulare sono state intraviste in spezzoni di film, per esempio ne Il circo di Charlie Chaplin (1928), o in una ripresa del 1938 che mostra alcune donne uscire da una fabbrica, o nel film Fort Apache (1948) dove Henry Fonda e Shirley Temple sembrano maneggiare uno smartphone. Scherzi dell’immaginazione, simili a quelli che ci portano a vedere volti santi nelle scanalature del legno e manufatti alieni tra le sabbie di Marte, come affermano sicuri gli scettici? Oppure prove del fatto che i viaggiatori nel tempo esistono davvero (e peraltro vanno in giro a parlare con i loro telefoni portatili con molta nonchalance)?  

Segnali dal passato

Il 28 giugno 2009 il fisico Stephen Hawking svolse un esperimento per dimostrare l’esistenza di viaggiatori del tempo: organizzò, nel suo studio a Cambridge, un party con tanto di festoni e palloncini riservato solo ai viaggiatori temporali, diramando l’invito solo il giorno dopo. Com’egli si aspettava, la festa risultò deserta: nessuno aveva raccolto il suo invito ed era riuscito a tornare indietro nel tempo per prendervi parte. Nel 2013 i fisici Robert J. Nemiroff e Teresa Wilson della Michigan Technological University pubblicarono i risultati di una ricerca da loro svolta per cercare indizi di viaggiatori temporali su Internet. L’idea era semplice, forse troppo: verificare, attraverso Google Trends e altri strumenti simili, se sui motori di ricerca fossero state svolte ricerche di termini prima che un dato termine venisse utilizzato. Un esempio perfetto nel 2013 riguardava la cometa ISON, scoperta il 21 settembre 2012, la prima a essere battezzata con quel nome. Se si fosse scoperto l’esistenza di ricerche in Rete correlate alla cometa ISON precedenti alla sua scoperta, si sarebbero potute considerare indizi di viaggiatori temporali all’opera nel passato. I ricercatori hanno quindi scandagliato il web e i principali social network tra il 2006 e il 2013 con due parole-chiave: #cometaISON e #papaFrancesco (eletto nel 2013). Non hanno trovato nessuna correlazione prima degli eventi che li hanno portati alla ribalta, e quindi hanno concluso che non esistono viaggiatori del tempo, o perlomeno che non fanno uso di Internet.

Un viaggiatore del tempo difficilmente avrà intenzione di farsi scoprire. Anzi, per evitare di alterare in modo imprevisto la realtà, la sua principale preoccupazione dovrebbe essere proprio quella di non lasciarsi scoprire, a meno che non voglia farsi trovare da qualcuno. Nel romanzo La fine dell’eternità di Isaac Asimov (1955), caposaldo di tutta la letteratura sui viaggi nel tempo (ben più del classico di H.G. Wells, al quale comunque va comunque riconosciuto di avere coniato il concetto di time traveller), il cadetto Brinsley Sheridan Cooper si ritrova naufrago nel 1932, quattro secoli nel passato rispetto alla sua meta. Per farsi trovare dagli Eterni, che hanno disperatamente bisogno di lui per chiudere un circolo temporale essenziale per la realtà (vedremo tra poco di cosa stiamo parlando), riesce a far pubblicare sulla rivista Time un’inserzione pubblicitaria che mostra un fungo atomico, tredici anni prima dell’esplosione della prima bomba nucleare (per la verità, nella linea temporale del romanzo il primo test atomico avviene solo nel 45° secolo, ed è questa ritardata scoperta ad aver fatto deragliare la realtà dai binari che conosciamo). Andrew Harlan, che sa dove cercare perché ha mostrato lui a Cooper la sua collezione delle annate di Time del XX secolo, trova l’annuncio di Cooper e ottiene così le coordinate spazio-temporali per recuperare il naufrago. L’idea era venuta allo stesso Asimov imbattendosi in un’analoga inserzione su una rivista; il suo lato scettico gli aveva permesso poi di rendersi conto che l’immagine anacronistica non era quella di un fungo atomico ma di un geyser dello Yosemite National Park. Ma il lato fantascientista gli permise di farsi guidare dalla sua iniziale sorpresa per elaborare la trama del romanzo. 

Nella serie tedesca Dark, magistrale messa in scena dei paradossi dei viaggi nel tempo, i protagonisti trovano tracce dei loro cari scomparsi nel passato grazie ai segni che hanno disseminato. Ulrich Nielsen, finito nel 1953, compare su un foglio di giornale perché è stato arrestato dalla polizia, e viene così rintracciato dalla sua collega nel 2019. Il figlio Mikkel Nielsen, finito nel 1986, viene immortalato nell’annuario scolastico di quell’anno, dopo che, accettato il suo fato, viene adottato e cerca di rifarsi una vita; la madre, preside della stessa scuola trentatré anni più tardi, lo ritrova nella foto conservata negli archivi. La domanda che questi episodi ci suggeriscono è: l’articolo sul giornale, la foto nell’annuario, l’inserzione pubblicitaria, erano sempre lì, anche prima che le persone coinvolte finissero nel passato, o sono comparse solo dopo? In Ritorno al futuro (1985), Marty McFly vede svanire la foto che ritrae la sua famiglia quando, tornato nel passato, irrompe negli eventi al punto da mettere a repentaglio il futuro matrimonio tra i suoi genitori. Ma se così fosse stato, Marty sarebbe semplicemente scomparso, senza aver modo di rimettere a posto il continuum temporale. Ci imbattiamo così nel classico paradosso del nonno: se torno nel tempo per uccidere mio nonno, e ci riesco, allora non nascerò nel futuro, di conseguenza non potrò tornare nel passato per uccidere mio nonno.   

Il paradosso della predestinazione

Dark ci introduce gradualmente ai grandi problemi della filosofia e della fisica del tempo. Ciò che mette in scena, nel corso delle prime due stagioni, è il consueto dramma della predestinazione, già immaginato dai tragediografi greci anche senza utilizzare l’escamotage dei viaggi nel tempo. Nell’Edipo Re di Sofocle, l’Oracolo di Delfi rivela al giovane Edipo che un giorno ucciderà il proprio padre e sposerà la propria madre. Diventato re di Tebe, Edipo chiede all’Oracolo come mettere fine a una grande pestilenza, e gli viene rivelato che la città soffre per la presenza dell’assassino del precedente sovrano, Laio, che l’indovino Tiresia rivela essere lo stesso Edipo. Allora egli ricostruisce il suo passato, quando, sconvolto dalla profezia, per sottrarsi a quel terribile fato era fuggito da Delfi e, sulla strada per Tebe, a un crocicchio, aveva incontrato un uomo con cui aveva avuto un alterco e l’ava ucciso. Scopre che quell’uomo era Laio, di cui era figlio (benché avesse creduto fino ad allora che suo padre fosse il re di Corinto), e di cui ha sposato la moglie, Giocasta, sua madre. Il tentativo di Edipo di sottrarsi alla terribile profezia ne ha permesso invece l’avveramento.

I fisici sono convinti che, anche nel caso improbabile in cui si trovasse un modo per viaggiare nel passato, il paradosso della predestinazione ci salverebbe: non potremmo cambiare il passato, perché gli eventi passati sono già accaduti e quindi non possono essere modificati. La pensa così Igor Novikov, il fisico russo che ha coniato il “principio di autoconsistenza” (che nella serie Dark viene chiamato “paradosso del bootstrap”). Il principio nasce con il preciso obiettivo di evitare paradossi temporali, come quello esemplificato dal fisico teorico Kip Thorne con il paradosso della biglia. Una biglia entra in un varco spazio-temporale ed esce da un altro varco attiguo qualche minuto prima che la versione più giovane della biglia entri nel primo varco, colpendola e deviando la sua traiettoria, cosicché la biglia non entrerà più nel varco; ma così facendo, come potrebbe la biglia uscire dal secondo varco e colpire la sua versione più giovane? Per Novikov, la soluzione non può che essere una: la biglia fuoriuscita nel passato colpisce l’altra biglia solo di striscio, deviandola in modo da farla comunque entrare nel varco e farla fuoriuscire dall’altra bocca con la giusta angolatura per colpire la sua versione più giovane. Ne nasce un loop, un circolo chiuso, una “curva chiusa di tipo tempo” nel linguaggio scientifico. Tutti i tentativi di Jonas di modificare la linea degli eventi in Dark si scontrano con il principio di autoconsistenza: cambiare il passato sembra impossibile, perché nel momento in cui egli torna nel passato per modificarlo in realtà si trasforma nell’involontario artefice di quegli eventi che voleva impedire (così anche accade con l’altra viaggiatrice del tempo, Claudia, che nel tentativo di impedire la morte del padre Egon ne diventa l’artefice). 

Il principio di autoconsistenza è stato definito da Stephen Hawking in un articolo del 1992 “congettura di protezione cronologica”: la natura fisica del tempo impedisce viaggi nel passato che possano modificare il continuum. Se Hawking e Novikov fossero nel giusto, non importa se un giorno riusciremo davvero a realizzare una macchina del tempo: potremmo al massimo guardare gli eventi del passato accadere nuovamente e ineluttabilmente, ma non riusciremo a modificarli. Il tempo è dotato di una sua forza inerziale, come spiegano gli Eterni ne La fine dell’eternità. Qui la realtà può essere modificata, e gli Eterni si occupano appunto di questo, tornando nel passato e imprimendo un Minimo Mutamento Necessario per modificare il futuro. Andrew Harlan impiega “pochi minuti a guastare una frizione nel 223° secolo”, ottenendo come primo risultato “che un certo giovanotto non riuscisse ad assistere ad una conferenza che gli interessava in modo particolare. In seguito a questo fatto il giovane non studiò più meccanica solare, e, ulteriore conseguenza, un semplice congegno fu inventato con dieci anni di ritardo. Ma erano dieci anni cruciali, e una guerra che avrebbe dovuto verificarsi nel 224° fu invece cancellata dalla Realtà”. Ma gli effetti, anziché allargarsi come le onde concentriche sulla superficie di uno stagno man mano che si allontanano dal punto di origine, si riducono nel tempo, cosicché i secoli più distanti dal punto di modifica restano sostanzialmente inalterati.   

Come costruire un wormhole

Che il passato sia irripetibile, ce lo spiega la seconda legge della termodinamica. Nel mondo macroscopico, ogni oggetto tende a dissipare energia, aumentando il disordine complessivo del sistema in cui agisce; in assenza di energia esterna che possa invertire la situazione – e non c’è un’energia esterna al sistema-universo – il disordine cosmico è destinato inesorabilmente ad aumentare, i piatti rotti non si riparano mai da soli e ciò che è accaduto un istante fa non può essere cambiato. Imbrogliare la seconda legge della termodinamica è un nostro intimo, profondo desiderio, perché significherebbe non solo poter tornare indietro e riparare l’errore commesso, ma anche non invecchiare né morire ed evitare, al contempo, il destino ultimo del cosmo, la sua morte termica. Il viaggio nel tempo ci affascina perché è l’unico modo che siamo in grado di immaginare per provare a imbrogliare la legge ferra dell’entropia.

Se la fisica ci offre diversi modi per viaggiare nel futuro, tra cui in particolare la possibilità di viaggiare su un’astronave a velocità prossime a quelle della luce, così da desincronizzare in modo radicale il tempo fisiologico percepito sull’astronave da quello, assai più lento in confronto, che trascorre sulla Terra, l’unica soluzione nota in fisica per viaggiare indietro nel tempo consiste nella possibilità di usare un wormhole, che – come ben sanno gli appassionati di fantascienza – altro non è che un cunicolo spazio-temporale, che consente di collegare più o meno istantaneamente due aree dello spazio-tempo aggirando il limite posto dalla velocità della luce. La bocca di uscita del wormhole può collegarsi con aree indifferentemente avanti o indietro nel tempo rispetto all’area spazio-temporale della bocca di ingresso (nello specifico, aree appartenenti tanto al passato quanto al futuro del cono di luce centrato sull’osservatore). 

I wormhole possono essere fatti rientrare tra le possibilità concesse dalla relatività generale di Albert Einstein (è senz’altro possibile, in linea teorica, distorcere lo spazio-tempo al punto da generare un simile cunicolo, come Einstein aveva per primo scoperto con il collega Nathan Rosen), ma per poter esistere devono essere minuscoli e instabili, come scoprì successivamente John Wheeler, che coniò per primo il termine wormhole, ossia “buco di verme”: condizioni che li rendono del tutto inidonei per realizzare viaggi nel tempo. Il fisico Kip Thorne, allievo di Wheeler, ha studiato più approfonditamente la questione, a partire da quando, nel 1985, gli fu chiesto dal collega astronomo e divulgatore Carl Sagan un consiglio per la stesura del suo romanzo Contact, da cui Robert Zemeckis avrebbe tratto nel 1997 l’omonimo film. Sagan aveva bisogno di mandare la protagonista, Eleanor Arroway, su un pianeta della stella Vega, e aveva pensato di sfruttare un buco nero. Ma Thorne sapeva che da un buco nero non c’è via di uscita (cambierà idea anni dopo, lavorando come consulente per il film Interstellar). Propose di ricorrere a un wormhole, ipotizzando di mantenerlo attraversabile utilizzando materia esotica, vale a dire materia con una densità di energia negativa, in grado di generare un effetto gravitazionale repulsivo sulla materia ordinaria (similmente a quanto sembrerebbe fare l’energia oscura). Solo così, infatti, si ottiene che un oggetto che entri nel wormhole non venga schiacciato dalla gravità ma possa uscire dall’altra bocca. In Dark, il wormhole viene aperto e mantenuto tale dalla materia radioattiva stoccata nella centrale nucleare di Winden, dove nel corso di un incidente nel 1985 era stato ottenuto per caso un bosone di Higgs. Il materiale che produce il wormhole nel 2019 è proprio quel tipo di materia esotica proposto da Thorne, dal momento che, secondo alcune teorie, il campo di Higgs, oltre a dare massa alla materia, coinciderebbe con il campo inflatone, quel campo cioè che nei primi istanti dell’universo produsse un’accelerazione inflativa con un meccanismo repulsivo identico a quello dell’energia oscura. Analogamente, una fluttuazione quantistica del campo, magari prodotta durante l’incidente nucleare a Winden, potrebbe far decadere il campo a un livello di energia inferiore (uno stato di minima energia), con il conseguente rilascio di un’enorme quantità di energia e, nel caso in cui Thorne avesse ragione, la possibilità di rendere stabili le bocche di un wormhole (quello, per la precisione, che si trova nelle grotte sotto la centrale, le cui bocche spuntano rispettivamente nel 1953, 1986, 2019 e 2052). 

In Interstellar (2014), Kip Thorne, consulente del film, ha immaginato di utilizzare la distorsione spazio-temporale prodotta da un buco nero per ottenere un wormhole “naturale”: una delle due bocche, A, orbita intorno a un buco nero, e quindi da quelle parti il tempo scorre molto più lentamente rispetto all’area esterna all’altra bocca, B. Se io parto dalle vicinanze di B e, viaggiando nel mondo esterno (quindi senza prendere il wormhole), raggiungo A, qui il tempo sarà rallentato rispetto a un orologio posto nelle vicinanze dl B, poniamo di un’ora (sono quindi un’ora indietro rispetto a B). Imbocco quindi il wormhole in A ed esco istantaneamente in B: sono tornato nel mio passato di un’ora e posso vedere il mio me più giovane avviarsi nel suo viaggio per raggiungere A. Ovviamente, se Hawking e Novikov hanno ragione, non potrò comunque fermare il mio io più giovane e fargli cambiare strada, anzi probabilmente sarà proprio la mia apparizione a convincerlo ad andare da B ad A e imboccare il wormhole.  

CLAUDIO PARMIGGIANI SENZA TITOLO, 1964 all’asta dal 14 dicembre

 

I paradossali paradossi del paradosso del bootstrap

La congettura di protezione cronologica o paradosso di autoconsistenza non è altro che un nuovo nome che diamo al destino, al fato, o in generale all’idea che le cose non possano andare diversamente (anche l’entropia, dopo tutto, è la versione fisica del destino, dell’inesorabilità del fluire degli eventi). In Vita dopo vita di Kate Atkinson (2013), la protagonista cerca a più riprese senza successo di tornare nel passato per uccidere Adolf Hitler. Nel romanzo di fantascienza I.N.R.I. di Michael Moorcock (1969), il viaggiatore del tempo, giunto all’epoca della predicazione di Gesù, finisce per sostituirsi a lui (un debole di mente) e muore crocifisso, diventando protagonista delle vicende storiche che voleva limitarsi a osservare (una tragica versione del principio della meccanica quantistica e dell’antropologia secondo cui l’osservatore è sempre destinato a modificare il sistema osservato). Nel film The Time Machine (2002) il protagonista Alexander inventa la macchina del tempo al solo scopo di impedire la morte della fidanzata, salvo poi imbattersi a sua volta nel vicolo cieco dei viaggi nel passato scoprendo che qualsiasi cosa faccia non serve a impedire l’omicidio di Emma: se infatti riuscisse a salvare Emma, non avrebbe lo stimolo per costruire la macchina del tempo, per cui non potrebbe mai tornare indietro nel tempo per impedire l’omicidio.

Esiste anche un paradosso dell’informazione che proviene dal principio di autoconsistenza. Ne La fine dell’eternità, il cadetto Cooper torna nel 24° secolo per insegnare al futuro inventore del campo temporale, Mallansohn, i principi matematici fondamentali della teoria. Quelle idee sono sconosciute nel 24°, ma non sono state nemmeno inventate nel futuro da cui Cooper proviene (il 584° secolo). La domanda allora è: chi e quando ha elaborato la teoria del campo temporale? Il paradosso assomiglia a quello dell’uovo e della gallina, che ritroviamo analogo in Dark, dal momento che una copia del libro sui viaggi nel tempo scritto dall’orologiaio H.G. Tannhaus da anziano viene portato dalla crononauta Claudia alla versione più giovane di Tannhaus, cosicché possa usarlo per scrivere e pubblicare quello stesso libro. Il libro, quindi, non sarebbe stato scritto da nessuno, cosa che apparentemente viola il principio di causalità (un effetto è sempre determinato da una causa anteriore).  In un articolo del 1992 scritto con Andrei Lossev, Novikov ha definito questi oggetti Jinnee balls, le palle del genio: “palle” perché l’esperimento mentale è compiuto, come abbiamo già visto in precedenza, con delle palle da biliardo o delle biglie che entrano ed escono da un varco temporale, esattamente come i personaggi di Dark. Qui abbiamo un oggetto (il libro sui viaggi nel tempo, così come la stessa macchina del tempo usata dai protagonisti della serie e realizzata dallo stesso Tannhaus) che non sembra avere un’origine. La violazione della seconda legge della termodinamica si verifica nella misura in cui l’oggetto – in tal caso, il libro – invecchia nel corso del tempo, cioè disperde calore, per cui non può tornare indietro nel tempo “ringiovanito”; imprigionato nel ciclo temporale, l’oggetto dovrebbe gradualmente invecchiare e distruggersi, cosa che non avviene, per cui le Jinnee balls non dovrebbero esistere secondo la fisica, a meno che non si trovi un modo per renderle sempre identiche nei loro passaggi attraverso il varco temporale (come se non “invecchiassero” mai), per esempio interagendo con altri oggetti all’interno del sistema al fine di assorbirne l’energia (ciò sembra verificarsi per la macchina del tempo di Dark, ma non per il libro).  Perché non possiamo violare il principio di autoconsistenza? Perché si tratterebbe di violare il principio di conservazione dell’energia. Non possiamo far coesistere due copie di una cosa o di una persona se esse non costituiscono un circolo chiuso, perché altrimenti una delle due sarebbe emersa dal nulla, ma questo è impossibile, perché la quantità di energia totale in un sistema chiuso non cambia nel tempo. Sperando di non spoilerare nulla, l’esempio di Dark è perfetto: il piccolo Mikkel Nielsen, tornato indietro nel tempo dal 2019 al 1986 e cresciuto in quella linea temporale, diventa Michael Kahnwald, il padre di Jonas. Se Jonas o il padre di Mikkel, Ulrich, riuscissero nel loro tentativo di riportare Mikkel nel 2019, come potrebbe coesistere anche Michael Kahnwald? Da dove sarebbe venuto fuori? Certo, a un certo punto accade che esistono due versioni della stessa persona nello stesso piano temporale (dal momento della nascita di Mikkel Nielsen, la sua versione più grande è già viva), ma il nesso causale tra le due resiste. Se si spezzasse – impedendo a Mikkel di andare nel passato o restarci – Michael Kahnwald non potrebbe esistere nel 2019. Il paradosso è naturalmente dato dal fatto che ci troviamo di fronte a due versioni di una stessa persona, paradosso che ritorna a più riprese in Dark: Jonas incontra due versioni più vecchie di lui così come l’altra crononauta, Claudia. Nel racconto di Robert Heinlein By his boostraps del 1941 (tradotto in Italia col titolo Un bel futuro), il protagonista Bob Wilson finisce per discutere contemporaneamente con altre tre versioni più vecchie di lui! Il paradosso di boostrap citato in Dark trae il suo nome dal titolo del racconto di Heinlein: un circolo chiuso sembra reggersi da solo, come un uomo che si tiene in piedi reggendosi ai tiranti dei suoi stivali (by his bootstraps, espressione idiomatica americana, che ha dato il nome anche a una teoria delle particelle in auge negli anni Settanta ma poi abbandonata, tranne che dai lettori del Tao della fisica di Fritjof Capra).   

Il tempo, il destino e Dio

Già solo il fatto che, quando pensiamo ai viaggi nel tempo, pensiamo di sfruttarli per tornare indietro anziché andare avanti, ci dice molto sul tempo in cui viviamo. H.G. Wells, che era un futurista, anzi uno dei fondatori della moderna futurologia, quando immaginò la prima macchina del tempo non ebbe alcun dubbio: lui, che scriveva alle soglie del XX secolo, voleva scoprire il futuro remoto, non guardarsi alle spalle. A noi invece, uomini del XXI secolo, il futuro fa paura e il passato è qualcosa che vorremmo invariabilmente cambiare, se solo potessimo farlo. Ci balocchiamo con l’idea di fermare Hitler prima che compia lo sterminio di massa che quasi distrusse l’Europa, ma in realtà, se ne avessimo la possibilità, aggiusteremmo innanzitutto quel che riguarda noi stessi. Se ci fermiamo un attimo a pensarci, ognuno di noi ha vissuto episodi che hanno cambiato in modo più o meno radicale la propria vita; spesso si tratta di eventi che non sono dipesi dalla nostra volontà e che hanno fatto deragliare il percorso che avevamo progettato in modo violento. Una malattia, la perdita improvvisa di un proprio caro, essere stati lasciati dalla persona che amavamo, aver perso il lavoro. Riflettendoci abbastanza a lungo, arriveremo a convincerci che sia esistito un momento preciso nel tempo in cui avremmo potuto impedire quegli eventi.  Jonas, il giovane protagonista di Dark, si convince che tutto il drammatico susseguirsi di tragedie che sconvolgono la cittadina di Winden possa essere fatto risalire al suicidio del padre: impedendolo, tutto potrebbe finalmente tornare a posto e la sua vita trasformata in un incubo tornerebbe a scorrere lungo i binari giusti, con la sua famiglia e la sua fidanzata. Negli anni e nei decenni a venire è guidato da quest’unica, granitica, cieca convinzione, che si scontra inesorabilmente con il principio di autoconsistenza. Anziché impedire quelle tragedie, tornando nel passato ne diventa il diretto responsabile. Jonas vorrebbe che la sua vita tornasse al giorno immediatamente precedente alla morte del padre, in cui la sua esistenza da adolescente innamorato – lo vediamo in un episodio della seconda stagione – scorre beata e felice; ma, benché la canzone che fa da sottofondo a una scena di quell’episodio sia Heaven is a place on Earth, in realtà il paradiso non appartiene a questa terra e quella di Jonas è solo un’illusione. Vivendo nel tempo, dobbiamo accettarne le regole, in particolare l’idea che il passato sia passato e non si possa cambiare, perché altrimenti il prezzo da pagare sarebbe altissimo. Il padre di Jonas lo sa: se obbedisse al figlio tornato dal futuro per impedirgli di suicidarsi, suo figlio scomparirebbe dalla realtà; la felicità di qualcuno, in questo mondo, richiede l’infelicità di qualcun altro, cosicché la vita di qualcuno in questa linea di tempo richiede la scomparsa di qualcun altro, come abbiamo già avuto modo di vedere. Ma allora gli eventi sono immutabili, esiste la predestinazione? Il discorso sul viaggio nel tempo, al di là delle discussioni sulla sua fattibilità e i sui suoi paradossi, inesorabilmente ci porta a questo punto, lo stesso che occupa le menti dell’essere umano da migliaia di anni. La scienza sembra puntare in questa direzione, imprigionandoci in un universo dove tutti gli eventi a venire sono determinati e immutabili quanto quelli del passato, solo nascosti alla nostra vista dalla direzione della seconda legge della termodinamica, che fa sì che ci ricordiamo solo degli eventi passati e non di quelli futuri. Il dilemma su cui la filosofia si confronta, in un simile scenario, è quello del libero arbitrio: se tutto è predeterminato, non siamo davvero liberi? Se anche tornando nel passato siamo destinati a compiere in eterno gli stessi errori, non c’è nulla che ci consenta di modificare il fato? Prima della filosofia moderna, il problema è stato affrontato dalla teologia, a disagio con l’idea di un Dio onnisciente ed eterno che, in quanto fuori del tempo, lo contemplerebbe “in blocco”, un continuum in cui passato, presente e futuro coesistono contemporaneamente. Ma se così fosse, perché pregare Dio perché cambi qualcosa? Persino i protestanti, del resto, che credono fermamente nella predestinazione, non riescono a esimersi dalla preghiera di richiesta. In un mondo predeterminato Dio ha già deciso tutto e a noi non resta altro da fare che rassegnarci a vedere compiuto il nostro destino, quale che sia. La teoria del “teismo aperto” (open theism) offre una soluzione: Dio non è fuori del tempo, ma agisce in esso e, analogamente a noi, non conosce il futuro. Come raccontato nella Bibbia, ascolta le preghiere degli ebrei in Egitto e decide di liberare il suo popolo, ricordando la promessa fatta ad Abramo; oppure, assistendo al sacrificio di Noè dopo il Diluvio, si pente di quanto fatto e promette di non colpire più l’umanità con simili cataclismi.

Come spiega Richard Rice, uno dei teorici del teismo aperto: «In alcuni aspetti il futuro è conoscibile, in altri no. Dio conosce molto di ciò che accadrà. Egli conosce quel che accadrà come risultato diretto di fattori già esistenti. Egli conosce infallibilmente il contenuto delle sue azioni future, nella misura in cui non sono dipendenti dalle scelte umane. Dal momento che Dio conosce tutte le possibilità, Egli conosce tutto ciò che può accadere e la risposta che può dare a ogni eventualità. Conosce, infine, anche il risultato finale verso cui guida il corso della storia. Quel che Dio non conosce, invece, è il contenuto delle azioni future libere, e questo perché le decisioni non sono lì da conoscere prima che accadano».   

La scappatoia del multiverso

Ma come conciliare tutto questo con un Dio onnisciente? Non a caso, la maggior parte dei teologi respinge l’interpretazione del teismo aperto, che invece piace più ai filosofi. I fisici, dal canto loro, una scappatoia l’hanno trovata da tempo. È quella esplorata, tra gli altri, dal fisico di Oxford, David Deutsch, convinto sostenitore della teoria del multiverso quantistico, elaborata per la prima volta negli anni Cinquanta da Hugh Everett III e nota come “interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica”. Questa interpretazione del comportamento paradossale della realtà alla scala microscopica suggerisce che ogni possibile stato che un sistema quantistico può assumere esista contemporaneamente; poiché questi stati sono antitetici l’uno con l’altro, il fatto che nel nostro mondo ne vediamo solo uno per volta implica che gli altri esistono contemporaneamente in altre ramificazioni della realtà. Applicato tutto questo su scala più ampia (ma qui siamo già nel territorio della fantascienza, perché i sistemi macroscopici, come per esempio gli esseri umani, seguono apparentemente regole diverse da quelle quantistiche), ogni possibile nostra scelta dà vita a ramificazioni, altri universi in cui esistono versioni diverse di noi. 

In questo multiverso borgesiano i viaggi nel tempo diventano possibili, perché non esiste più un singolo continuum e quindi vengono eliminati tutti i conseguenti paradossi. Il film The Butterfly Effect (2014) si basa su questo tipo di interpretazione dei viaggi nel tempo: il protagonista, Evan, cambia più volte il suo passato, finendo per vivere cinque vite diverse. Quando si torna nel passato per cambiare un evento, la teoria sostiene che si crea una nuova linea di universo. In questo caso, la persona che è tornata indietro nel tempo scompare dal presente della linea di universo d’origine, senza farvi più ritorno, e vive, a partire dall’evento modificato nel passato, una linea d’universo alternativa. Il paradosso del nonno è risolto: il crononauta torna nel passato, uccide suo nonno e continua a vivere nel tempo in cui ha compiuto l’omicidio, senza scomparire a sua volta dalla realtà, vittima del paradosso per cui, uccidendo suo nonno, avrebbe impedito anche la sua nascita. Se il crononauta avesse modo di tornare nel futuro, finirebbe in un futuro ovviamente diverso da quello di partenza, perché è il futuro di un’altra linea di universo. Nel celebre racconto di Ray Bradbury Un rumore di tuono (1964), un viaggiatore del tempo tornato all’epoca dei dinosauri per un safari organizzato contravviene alle restrittive regole che impongono ai crononauti di non interferire in nessun modo con il tempo in cui si trovano e, inavvertitamente, schiaccia una farfalla. Tornato nel futuro, scopre di vivere in un modo con piccole, ma sostanziali differenze: l’effetto farfalla, propagandosi nelle epoche a partire da un microscopico cambiamento, ha trasformato la realtà a milioni di anni di distanza.

Né Deutsch né i suoi colleghi Allen Everett e Thomas Roman, autori del libro Come viaggeremo nel tempo (2012), hanno finora trovato un modo credibile per avere wormhole che consentano di tornare nel passato all’interno di un universo everettiano. Ma nulla ci proibisce di immaginare che questa possa essere un’elegante scappatoia alla prigione della predestinazione. Non possiamo cambiare il passato in questo universo, ma forse potremmo in un altro contiguo. Forse anche la terza e ultima stagione di Dark intende esplorare questa possibilità. Dopo aver fallito tutto i tentativi di modificare il continuum con i suoi viaggi nel passato, Jonas, nell’ultimo episodio della seconda stagione, viene raggiunto da una nuova crononauta, che alla sua domanda: “Da quale tempo vieni?” risponde “La domanda non è da quale tempo, ma da quale mondo”. A suggerire, ancora una volta, che la speranza di cambiare il passato per vivere felici – l’essenza della nostra ossessione per i viaggi nel tempo – non appartiene a questo mondo.  


Roberto Paura (1986) è giornalista e saggista specializzato in comunicazione della scienza. Collabora o ha collaborato con Delos, EsquireFanpageIl TascabileMotherboardNOTQuery. È direttore della rivista Futuri e vicedirettore di Quaderni d’altri tempi. È dottore di ricerca in comunicazione della fisica all’Università di Perugia. Ha pubblicato finora cinque libri.

1 comment on “La magnifica ossessione dei viaggi nel tempo

  1. Vincenza Sacco

    Ottimo articolo, trovo interessante soprattutto i contenuti scientifici, espressi in termini comprensibili anche da chi non ha dimestichezza con la scienza. Grazie

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