La membrana



Tra tutte le metafore della sofferenza emotiva, le più inquietanti sono quelle che non promettono una ferita visibile. Niente sangue, niente punti di sutura. Il peggio è una patina che appanna tutto e ti allontana dai profili del mondo. Ma la disperazione non sempre coincide con il desiderio di morire: ecco perché, come sosteneva qualcuno, «È una gioia essere nascosti e un disastro non essere trovati».


IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA

di Angelo Antonio Dilengite

 

A volte, preoccupato, mi hai chiesto di dirti come mi sento. Mi sono sempre mancate le parole giuste. Le trovo solo adesso.   

Carlo legge la lettera. Mormora tra sé ogni parola. La gola risucchia anche quel filo di voce in un cupo gorgoglio. È sveglio da poco. Ha dormito l’intero pomeriggio. Il ticchettio del grande orologio da parete lo riscuote dal torpore. Guarda le lancette. Non si era accorto del passare del tempo. Deve muoversi in fretta. Fuori, il traffico del rientro dagli uffici comincia a intasare i viali e suo fratello non è ancora tornato. Ripiega la lettera ed esce di casa. 

In strada è calata una nebbia leggera. La mano tocca la tasca del cappotto, si accorge di aver dimenticato gli occhiali, ma continua a camminare a passo svelto nella luce del tardo pomeriggio. Le persone, intabarrate di nero, affollano ancora i marciapiedi, gli si parano davanti come pietre in un torrente. Sa dove andare. In lontananza, le insegne e i lampioni emanano una luce opaca e bulbosa, come meduse galleggianti sulla superficie urbana. Avanza, scansando i passanti, lungo la strada che conduce al corso principale. Teme di incontrare qualcuno che lo conosca, di doversi fermare o spiegare. Si stringe nelle spalle, affonda il mento nel cappotto, serra i pugni nelle tasche. Impacciato, fatica a mantenere il passo. Scende dal marciapiede, rischiando di essere travolto da una bicicletta. Qualcuno gli lancia un’occhiataccia, un altro lo maledice, ma non gli importa, continua a camminare. Raggiunge la grande piazza, stringe gli occhi per vederci attraverso, come farebbe un animale prima di attraversare una radura. Dall’altra parte, una macchia scura si allunga più nitida delle altre: una figura longilinea, con loden nero e un ombrello giallo. È lui? Si chiede. Istintivamente alza un braccio, come tirato su da un filo. I polmoni aspirano l’aria densa di nebbia. Una bolla fredda gli si gonfia nel petto e risale lungo la gola chiusa. Carlo riporta la mano alzata alla bocca come se stesse sul punto di vomitare un rospo. Le parole della lettera gli risalgono in un borbottio. È come una membrana grigiastra. Mi è cresciuta addosso lentamente, senza che te ne accorgessi. Avvolge carezze, abbracci, amplessi. Ci vedo attraverso, talmente è sottile, ma sbiadisce i colori, ovatta appena l’udito e stanca la voce. Ci sono dentro anche quando non ci penso. Per venirne fuori è come se dovessi sempre nascere. 

Stringe gli occhi, cerca la macchia giallo-nera, ma non riesce più a vederla. Si era sbagliato? Non riusciva a riconoscere il suo gemello? I passanti gli vengono incontro, i loro volti si fanno più nitidi, si rischiarano con angoscia. Carlo abbassa lo sguardo e pensa a suo fratello, al suo temperamento mansueto, alla sua vita ordinata. Architetto, come il padre, di cui aveva ereditato lo studio e il prestigio. Carlo, invece, dopo gli studi era andato all’estero, attratto dalla vita anonima delle grandi città europee, nella convinzione di non voler più tornare indietro. E invece a casa ci era tornato, invecchiato e malinconico. Voleva recuperare l’intimità perduta. In famiglia, quasi nulla era cambiato. I suoi genitori si volevano ancora bene. Esercitavano il loro affetto con rigore quotidiano, come un’antica liturgia di cui nessuno conosceva più il senso. A suo fratello piacevano ancora i ragazzi. Carlo l’aveva sempre saputo e non l’aveva mai detto a nessuno. Dopo la morte dei suoi, si aspettava una liberazione. Ma suo fratello era ormai diventato un uomo austero, chiuso in uno stile di vita monastico. Allora, anche Carlo aveva iniziato a ingrigirsi, quasi a voler diventare identico a lui in ogni altro aspetto.

Ora, attraversa la piazza e imbocca il portico che conduce al parco, verso il fiume. Volta lo sguardo alla ricerca di un’ombra familiare e si scontra con un uomo robusto che tiene al guinzaglio un grosso cane nero. Cade all’indietro e per un secondo resta seduto sul basolato. A poca distanza dal suo viso, la testa quadrata del molosso gli rivolge un ringhio che vibra di bava attraverso gli anelli del collare. Una delle teste di Cerbero, pensa. Guarda dove vai! L’uomo gli grida contro. Si alza senza scusarsi e prosegue. Poco più avanti, un uomo e una donna si tengono per mano. Lo guardano con un’espressione di commiserazione, identica nei volti di entrambi. Carlo stringe le spalle nel cappotto, passa attraverso la coppia, scosso da un lieve sussulto. Poi le parole lo inseguono. E non è facile riconoscerla dall’esterno. È una patina scivolosa che rende inafferrabile ogni appiglio. Gli altri ne hanno soltanto un vago presentimento o la riconoscono come semplice nostalgia, un’ombra, una larva personale. Tu non devi fartene una colpa, anche in questo non siamo identici. Chi crede nella sincronia dei gemelli prova invidia per ciò che avviene all’unisono. Quante volte ci hanno chiesto: vi piacciono le stesse cose? Avete le stesse idee, gli stessi sentimenti? Tu non devi crederci, questo non ti riguarda. Io ho smesso di crederci da quando non sono più un bambino. E non c’è più nulla da fare, qualcosa è andato perduto.

Per fare prima, Carlo avrebbe voluto attraversare i muri, abbracciare l’infelice sorte dei fantasmi, diventare impalpabile. Attorno, le luci iniziano a spegnersi. I negozi chiudono, lasciando scrosciare al suolo le serrande. Un’ombra in fondo al portico si allunga assieme alle sue palpebre. Gli sembra di riconoscerne l’andatura, con quel modo di portare avanti la spalla destra e di ritrarre i palmi all’indietro. Tenta di mettere a fuoco l’immagine ma è come voler riconoscere un pesce dalla superficie. Allora un ricordo gli affiora alla mente. Quand’erano piccoli andavano in villeggiatura in un grande stabilimento balneare. C’erano la pineta, le cabine, la scogliera, tante piccole tane per giocare a nascondino con gli altri bambini. Carlo non rispettava le regole stabilite per i confini. Senza farsi vedere da nessuno, oltrepassava il pontile sopra il rivo, ne risaliva il letto e si acquattava tra la vegetazione. Spesso suo fratello non riusciva a uscire dal turno di conta, quando c’era lui a cercare si salvavano tutti. Allora si arrabbiava e andava via. Quel gioco finiva e se ne iniziava un altro. Un giorno, dopo l’ennesimo salvatutti, era sparito. Avvertiti gli adulti, un gruppo di persone si mise a cercarlo. Nel frattempo Carlo attendeva l’esito delle ricerche seduto in pineta. Sua madre gli aveva comprato un gelato, per distrarlo. Mentre mordeva lo stecco di limone, un pensiero gli corrucciava il viso nello sforzo di immaginarsi la vita senza un fratello. Ma proprio non ci riusciva. Trovarono suo fratello lungo il rivo in secca, seduto tra i cespugli di ginepro. Al bagnino che lo trovò disse che cercava Carlo nel suo nascondiglio. Nei ricordi d’infanzia, sei sempre con me e quasi non distinguo dove finisco io e inizi tu. Era come essere immersi negli stessi pensieri. Non ricordo bene le prime tracce della membrana, germinata forse dall’incertezza, dall’egoismo, dalle delusioni… un’ombra privata in cui ritirarmi, come se io fossi sempre stato solo, un inganno, una mutazione della vita adulta.

Percorre il portico, attraversa la strada e raggiunge i cancelli del parco. Affaticato, rallenta il passo. Sente l’aria serale farsi più fredda sul viso. Una foschia inerte, gas e vapore, gli scivola addosso. Un odore di muffa metallica si mescola a quello mucido vegetale dell’erba falciata. Nel parco, gli alberi, ingoiando volute di nebbia, si espandono nell’ombra come se trattenessero il fiato sotto un cielo cianotico. Un vecchio è seduto su una panchina, immobile come l’escrescenza nodosa di un albero. Una donna spinge a grandi passi un passeggino che raschia e rimbalza sul selciato, come se fosse vuoto. La vegetazione attutisce il sottofondo meccanico del traffico e lo scroscio del fiume. Carlo segue il rumore della corrente al di là del muraglione, vede la sagoma scura del ponte monumentale. Discende sulla banchina del lungofiume. Qualcuno ciondola annaspando nella foschia, altri sono appoggiati alle ringhiere, altri seduti alle panchine. Sembrano tutti uguali, una comunità di fantasmi ammaliati dall’acqua. Carlo li osserva mentre passa. Sfilano sfocati, impassibili come membri di una setta, testimoni di un rito crudele. Contemplano il fiume, in attesa che la corrente levighi o trascini via i loro pensieri. Carlo cammina in direzione opposta alla corrente, finge indifferenza mentre nella sua testa si forma un flusso di parole. Ho provato a resistere, a farmi coraggio. La membrana è elastica. Se provo a tendere una mano, una forza contraria si oppone. Allora resto a letto, mi ritraggo in me stesso, fuggo da ogni cosa. Ed è tanto se ancora mi lascio avvicinare senza provare vergogna, come quando provi ad accarezzarmi il viso, vedendomi così triste.

Carlo sale le rampe che conducono dalla banchina al ponte. Si ferma un attimo per riprendere fiato. Osserva la strada, i marciapiedi, le statue dei santi, proterve in spire di bronzo, dominare il passaggio dai grandi piedistalli incorniciati. Non c’è quasi nessuno a quest’ora. Soltanto un uomo sembra indugiare più avanti, affacciato alla balaustra. Carlo fa un passo verso la strada per vederlo meglio, ma le mensole sporgenti dei piedistalli gli impediscono parzialmente la vista. L’uomo è proteso in avanti, con le spalle raccolte nel loden e il collo allungato. Un ombrello giallo è posato accanto ai suoi piedi. L’uomo guarda in basso, con i gomiti puntati sulla balaustra e le punte dei piedi leggermente sollevate. Carlo, appoggiato al basamento di un lampione, non riesce a muoversi. Vorrebbe gridare ma di nuovo boccheggia, ammutolisce in un boccone di nebbia. La schiena dell’uomo si inarca, la sua ombra si flette e si moltiplica sul marciapiede, tagliata dalla luce incrociata delle lanterne. Allora Carlo si precipita alla balaustra, guarda in basso con occhi spalancati.

Nel vuoto, la sagoma nera delle arcate si fonde con la coltre scura dell’acqua. Nessun tonfo interrompe lo scroscio della corrente. Carlo sente soltanto un ticchettio metallico: la punta di un ombrello che scandisce dei passi che si allontanano lungo il ponte. Un brivido gli percorre il corpo. Il terrore si distende lungo la superficie del suo corpo, si allenta momentaneamente per poi riannodarsi al centro del petto. Carlo trangugia un groviglio di frasi. Quando leggerai questo, sarò già lontano. Forse uno strano malumore ti ha accompagnato per tutto il giorno. Avrai presentito il dolore, avrai provato a cercarmi nel momento in cui ho iniziato a scrivere queste righe. 

Carlo sale sulla balaustra. Si eleva incerto sul largo corrimano in pietra, come farebbe un bambino alla scoperta della posizione eretta. In piedi, un mulinello d’aria lo esorta ad aprire le braccia. Allinea la testa al corpo e prende a oscillare lievemente, spostando il peso dai talloni alle punte. Inizia a contare i battiti del proprio cuore, come se fosse il ticchettio di un orologio. Chiude gli occhi per trovare il coraggio. Tre rintocchi, poi cinque. Non ha molto tempo. Basta così. Esita. Ormai ho deciso. Il ticchettio si avvicina, l’intervallo si accorcia. Il tempo si contrae, si riduce a un unico impulso. Un passo in avanti. Perdonami. Uno strattone. Per sempre tuo, Carlo. Due mani lo afferrano per il cappotto, lo tirano indietro con violenza. Carlo cade all’indietro sul marciapiede e si raggomitola contro il basamento del parapetto, scosso da onde nervose. Allora suo fratello gli posa le mani sul volto come farebbe un bambino che cerca di prendere una bolla. Carlo sente il calore e lo guarda. Nemmeno un’ombra separa i due volti.


Angelo Antonio Dilengite (1987) ha studiato Filosofia a Napoli, vive a Milano e lavora nella scuola. Ha iniziato a scrivere da poco. Il suo racconto, Reperti Umani, è stato scelto tra i finalisti del Premio Calvino per la narrativa breve.


Agosto Narrativo è un progetto editoriale de L’Indiscreto curato da Giulia Bocchio, realizzato quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino.


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