La memoria del prossimo disastro

In Giappone i luoghi delle catastrofi non servono soltanto a ricordare ciò che è successo. Terremoti, tsunami, bombe atomiche e incidenti nucleari diventano parte di una memoria che prova a preparare chi verrà dopo. Un reportage.


In copertina e lungo il testo foto dell’autore

di Diego De Angelis

 

Quest’estate ero a Sendai, la principale città del Tōhoku, regione che si trova a nord rispetto alle tappe ormai canoniche del turismo in Giappone, Tokyo e Kyoto su tutte. Quando sono sceso ad Arai, capolinea orientale della metropolitana, mi sono ritrovato ad aspettare un autobus sotto il sole poco clemente delle estati giapponesi — e ormai, sempre più spesso, anche delle nostre.

Dopo qualche minuto ho preferito rientrare nella stazione per tenermi al fresco, approfittando per visitare il 3.11 Memorial Exchange Center, un piccolo spazio dedicato alla memoria del terremoto e dello tsunami che l’11 marzo 2011 devastarono la costa del Tōhoku, uccidendo quasi ventimila persone.

Il centro di Arai è piuttosto frugale, quasi dimesso. L’addetta sembrava incuriosita dalla mia presenza e soprattutto dal pellegrinaggio che mi ero prefissato: raggiungere i resti della scuola elementare di Arahama, una delle rovine conservate dello tsunami. Prima di lasciarmi andare mi ha mostrato alcune decorazioni del Tanabata, la festa delle stelle che a Sendai si celebra ogni anno tra il 6 e l’8 agosto e che riempie la città di grandi ornamenti di carta e bambù. Le sette decorazioni tradizionali hanno ciascuna un significato beneaugurante: salute, longevità, prosperità, buon raccolto, protezione dalle calamità.

Poi mi ha spiegato la grande mappa del centro, sulla quale erano segnate tutte le zone in cui, quel giorno del 2011, il mare aveva sommerso la terra e tutto ciò che vi si trovava. Poco distante c’era anche un piccolo Godzilla di paglia, costruito come augurio di fertilità. Mi è sembrata una coincidenza quasi troppo perfetta: uno dei personaggi più riconoscibili della cultura giapponese, nato dall’immaginario della distruzione atomica e diventato nel tempo sinonimo stesso di devastazione, si trovava lì trasformato in un omaggio alla vita.

Nel frattempo era arrivata l’ora del bus. Sono ripartito verso Arahama attraversando per qualche chilometro una vasta pianura verde e quasi disabitata che, forse proprio per la sua orizzontalità, mi ricordava quella di casa, la pianura padana emiliano-romagnola.

Quando ho visto la scuola elementare prendere forma davanti a me, mentre l’autobus rallentava, ne sono stato attirato in modo quasi irrazionale. Sulla facciata campeggiava una grande scritta: «Grazie, scuola elementare di Arahama». Poco distante, un grosso cartello indicava una collina artificiale destinata all’evacuazione in caso di tsunami. Nonostante l’ampio parcheggio, oltre a me c’erano soltanto un paio di auto di altri visitatori.

Da fuori, la scuola non aveva nemmeno così tanto l’aspetto di una rovina, con l’edificio che era ancora perfettamente riconoscibile, con i suoi quattro piani, le lunghe file di finestre, i balconi, l’orologio sulla facciata. Era rimasto al proprio posto mentre il quartiere che un tempo lo circondava era stato cancellato. Basta avvicinarsi per far apparire i segni della catastrofe, fatti di finestre spezzate, infissi deformati, pareti segnate dall’acqua. Su un lato dell’edificio, un cartello indicava l’altezza raggiunta dallo tsunami l’11 marzo 2011, quando l’acqua arrivò fino al secondo piano.

Il pavimento all’interno conservava frammenti e rivestimenti sollevati, mentre sulle pareti erano rimaste le grandi lavagne verdi, i calendari scolastici e quegli oggetti attraverso cui una stanza continua immediatamente a dichiarare ciò che era stata. Arahama esiste in più tempi contemporaneamente. È la scuola precedente al marzo 2011, la rovina attraversata dallo tsunami e il memoriale destinato soprattutto a chi quella giornata non l’ha vissuta. Il Comune di Sendai ha conservato l’edificio perché ciò che è successo possa essere trasmesso alle generazioni successive e utilizzato per ridurre le conseguenze di un altro tsunami. Al quarto piano ho trovato un’aula immacolata, sulla cui porta era scritto: Ashita e no sona e (明日への備え), «Prepararsi al domani». Ero dentro un edificio che ricorda una tragedia del passato, ma alla fine del percorso siamo invitati a pensare a qualcosa che ancora non è successo. In Giappone esiste da quasi un secolo una tradizione di musei dedicati alle catastrofi nei quali commemorazione dei morti e preparazione al rischio tendono a convivere. 

Nel Tōhoku la  memoria è disseminata lungo la costa tra piccoli centri espositivi, parchi, monumenti, edifici conservati e le shinsai ikō, ovvero rovine del disastro trasformate in patrimonio. Arahama è uno di questi luoghi, ma anche la piccola sala che avevo visitato poche ore prima nella stazione di Arai appartiene allo stesso corpo del trauma. Ripensandoci, è difficile stabilire dove cominciasse davvero il memoriale: nella stazione? nella scuola? nella statua dedicata alle vittime? nel cartello che indicava la quota raggiunta dall’acqua? oppure nella collina artificiale costruita poco più in là per permettere a qualcuno di salvarsi dal prossimo tsunami? La memoria del 3.11 si confonde con il territorio che dovrebbe prepararsi alla sua eventuale ripetizione.

Nel giugno del 2011, appena tre mesi dopo la catastrofe, il Reconstruction Design Council incaricato di progettare la ricostruzione indicava come primo principio la necessità di ricordare le vite perdute, conservare nel tempo la documentazione del disastro, sottoporlo all’analisi scientifica e ricavarne lezioni da trasmettere alle generazioni future e al resto del mondo. La ricostruzione da una memoria capace di produrre conoscenza, filosofia che ha precedenti molto più antichi. Durante le mie ricerche ho scoperto di A Living God, il racconto pubblicato da Lafcadio Hearn nel 1896 e ispirato, con diverse libertà narrative, alla storia di un uomo di nome Hamaguchi Goryō. Nel 1854, durante lo tsunami che colpì il villaggio di Hiro, Hamaguchi contribuì a mettere in salvo gli abitanti; secondo la versione resa celebre da Hearn, diede fuoco ai propri covoni di riso per attirare la popolazione verso un’altura. Negli anni successivi contribuì poi alla costruzione di un grande argine. Quell’argine esiste ancora e, secondo le ricostruzioni riportate nel museo dedicato alla vicenda, contribuì a proteggere il paese da un altro tsunami nel 1946. Nel frattempo la storia era diventata un racconto usato nelle scuole per educare i bambini al rischio tsunami. Anche la scuola di Arahama deve la propria trasformazione in memoriale al fatto che, l’11 marzo, chi vi si trovava riuscì a trovare rifugio ai piani superiori e sul tetto.

Salendo fin lassù è possibile tentare di ricostruire, in maniera infinitesimale e necessariamente astratta, la condizione di chi quel giorno si trovò circondato dall’acqua. Da lì oggi si vedono il verde, l’asfalto che da una parte conduce verso la spiaggia e dall’altra torna in direzione di Sendai, qualche piccola attività industriale, le opere costruite dopo il 2011. Bisogna fare uno sforzo per sostituire mentalmente quel paesaggio con il mare.

Quando ho imboccato la strada verso la costa ho pensato a quanto tutto questo fosse allo stesso tempo simile e diverso da un altro luogo che avevo visitato: il memoriale di Hiroshima.

Sul cenotafio del Peace Memorial Park è incisa una frase traducibile come: «Che tutte le anime qui riposino in pace, perché non ripeteremo l’errore». La formula è interessante anche per la sua ambiguità, perché in giapponese non specifica chi sia il soggetto dell’errore. Nel discorso ufficiale della città la promessa viene universalizzata: chi si trova davanti al monumento assume l’impegno affinché guerra e uso delle armi nucleari non avvengano nuovamente. La memoria degli hibakusha potrebbe allora essere condensata in un «agisci affinché non succeda di nuovo», mentre quella di Arahama sembra dire «preparati, perché potrebbe succedere di nuovo». La bomba appartiene alla politica e, almeno teoricamente, può essere eliminata; terremoti e tsunami appartengono invece alla geologia dell’arcipelago e possono essere soltanto studiati, previsti per quanto possibile, affrontati meglio.

A Tokyo il Reconstruction Memorial Museum nacque nel 1931 per ricordare la distruzione prodotta dal Grande terremoto del Kantō del 1923. Dopo la guerra, quando la capitale era stata nuovamente devastata dagli incendi provocati dai bombardamenti americani, il museo venne ampliato per includere anche le vittime e la ricostruzione postbellica. Nello stesso spazio memoriale finirono così per convivere due distruzioni della medesima città, una innescata da un fenomeno naturale e l’altra dalla guerra. Possiamo considerarlo un caso particolare proprio per questa sovrapposizione tra ricostruzione post-terremoto e ricostruzione postbellica.

La sera in cui ero stato a Hiroshima ero finito in un piccolo bar arredato secondo un’estetica cyberpunk. Tra gli oggetti appesi alle pareti c’era anche un poster di Akira, il film animato di Katsuhiro Ōtomo. In quel momento non ci avevo dato troppo peso, ma il ricordo mi è tornato davanti ad Arahama. In Akira, Neo-Tokyo esiste perché Tokyo è già stata distrutta, e l’intero film procede verso la possibilità che venga distrutta ancora. In Neon Genesis Evangelion, Tokyo-3 è addirittura una città progettata sapendo che il prossimo attacco arriverà. Godzilla ritorna periodicamente a devastare un Giappone che ogni volta ricostruisce ciò che il mostro ha abbattuto. Una parte consistente dell’immaginario giapponese del dopoguerra ha imparato a pensare l’apocalisse meno come la conclusione definitiva della storia che come una possibilità continuamente riaperta nel futuro.

Il Giappone del dopoguerra ha intrattenuto con l’atomo una relazione sfumata. Nel 1955 l’Atomic Energy Basic Law stabilì il quadro per lo sviluppo dell’energia nucleare a fini civili: la stessa tecnologia che Hiroshima aveva trasformato nel simbolo della fine del mondo veniva separata dalla bomba e reinserita dentro una promessa di progresso scientifico. Pensiamo ad Atom, il bambino-robot di Osamu Tezuka alimentato dall’energia nucleare, che non cancella il fantasma atomico, ma prova a immaginarne una diversa possibilità. Un rovesciamento che, a distanza di decenni, mi fa tornare alla mente anche quel piccolo Godzilla di paglia visto al memoriale di Arai, una delle grandi figure della distruzione postbellica trasformata in un augurio di fertilità.

Fukushima avrebbe reso molto più difficile continuare a separare questi due atomi. Pochi giorni dopo il disastro del marzo 2011, Kenzaburō Ōe pubblicò sul New Yorker un breve testo dal titolo fin troppo eloquente, History Repeats. Ōe, che con Note su Hiroshima aveva costruito una parte fondamentale della propria riflessione attraverso l’incontro con gli hibakusha, tracciava una linea che attraversava Hiroshima e Nagasaki, le vittime del test nucleare di Bikini del 1954 e infine Fukushima. Questa volta il pericolo atomico non arrivava da un esercito straniero: si trovava dentro le infrastrutture che il Giappone aveva costruito per alimentare il proprio sviluppo.

Nel caso di Fukushima entrano inevitabilmente in scena questioni di responsabilità, contaminazione, evacuazione forzata e narrazioni tuttora contese; per capire come raccontare quel trauma bisogna guardare ai precedenti di Hiroshima e Nagasaki. 

Serve un appunto sul terremoto del 1995 di Kobe. Il Disaster Reduction and Human Renovation Institution, aperto nel 2002, combina il racconto di ciò che accadde durante il terremoto con spiegazioni scientifiche, testimonianze dirette e indicazioni pratiche per la riduzione del rischio.

Al suo interno hanno un ruolo significativo anche i narratori del disastro, che trasmettono ai visitatori ciò che hanno vissuto e ciò che ritengono necessario imparare da quell’esperienza. Si chiamano i kataribe, un termine che anticamente era legato ai racconti del folklore e che oggi ha mutato in parte il suo significato.

Dopo il 3.11 questa pratica si è moltiplicata in tutto il Tōhoku, parallelamente alla proliferazione dei musei e delle rovine conservate e alle pratiche postbelliche di trasmissione delle esperienze di guerra e di promozione della pace si è aggiunto il modello dei kataribe. Dove cambiano il terremoto, la bomba, lo tsunami, resta il medesimo problema: come fare in modo che un’esperienza vissuta da alcuni diventi una conoscenza capace di modificare il comportamento di altri.

Uscito dalla scuola di Arahama, ho ripreso la strada verso il mare. L’ho raggiunto dopo un breve pit stop in una locanda piuttosto hipsterosa di cui purtroppo non ricordo il nome.

Più ci si avvicina alla costa, più il paesaggio continua a ricordare quello che è successo. Poco prima della spiaggia si incontrano un piccolo tempio buddhista e un santuario shintoista costruiti in memoria delle persone che qui persero la vita. Davanti ai monumenti erano state lasciate offerte minuscole, quasi domestiche: bottiglie d’acqua, Coca-Cola, sakè. Oggetti ordinari che sembrano continuare un rapporto con qualcuno che non c’è più, come se anche ai morti fosse ancora possibile offrire qualcosa da bere.

A separare il mare dalla pianura c’è una lunga scalinata che bisogna salire quasi alla cieca, con l’orizzonte nascosto fino agli ultimi gradini. Solo arrivato in cima l’oceano mi si è aperto davanti, enorme e luminoso. Era difficile far coincidere quella distesa quasi conciliante con ciò che avevo appena visto nella scuola. Mi ricordava il mare dei film di Takeshi Kitano, quello spazio improvvisamente silenzioso in cui i personaggi sembrano sottrarsi per qualche minuto a tutto il resto, violenza in primis.

Sulla spiaggia c’era soltanto un piccolo gruppo di ragazzi e ragazze anglosassoni. Più a destra, un uomo giapponese prendeva tranquillamente il sole ascoltando musica da uno stereo portatile. Finalmente avevo trovato un giapponese intenzionato ad abbronzarsi, forse persino a scottarsi. E per incontrarlo ero dovuto arrivare proprio lì, su una spiaggia dove quindici anni prima il mare si era preso quasi tutto.

Alle mie spalle restavano la scuola, i monumenti, le indicazioni per l’evacuazione, le colline costruite in previsione della prossima onda. Davanti a me il mare non conservava invece alcun segno visibile di ciò che aveva fatto. Arrivava sulla battigia e si ritirava con la stessa indifferenza di sempre.

Forse è anche per questo che Arahama deve continuare a esistere. Perché il paesaggio, prima o poi, torna a sembrare innocente.


Diego De Angelis fa il programmatore informatico e da anni scrive sul web. E’ nella redazione di Singola e ha collaborato con Vice, Esquire e UltimoUomo, occupandosi di cultura e arti. ha pubblicato “nostalgia e rivoluzione” nel 2026.

1 comment on “La memoria del prossimo disastro”

  1. Bellissimo articolo, descrizione perfetta,sembra esserci !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *