La mente bicamerale e l’origine della coscienza



Un’anticipazione da Le voci perdute degli dèi, un’antologia di saggi di Julian Jaynes, in cui lo psicologo americano delinea la sua originale tesi sull’origine della coscienza, ovvero che la coscienza sia una forma recente, faticosamente conquistata, che si distacca dal fondo arcaico della “mente bicamerale”.


In copertina, Suprise, di Melissa Miller (1991). nel testo altre opere dell’artista

Questo testo è tratto da Le voci perdute degli dèi. Sulle origini della coscienza, di Julian Jaynes. Ringraziamo Tlon per la gentile concessione.


di Julian Jaynes

Chi sono io? Si tratta di una domanda estremamente importante che sorge in diversi momenti della nostra esistenza, in particolare durante l’adolescenza. Chi e che cosa sono io? Ho uno scopo nella vita? Che significato ha la mia vita? Che cos’è il mio vero sé? E perché solleviamo questo problema? Perché il sé è un oggetto così sfuggente che quando proviamo a toccarlo sembra svanire?

Stiamo parlando di un problema che ci siamo posti tutti. Vorrei ricordare Peer Gynt, il più grande poema drammatico di Henrik Ibsen. In una delle sue grandiose scene, Peer Gynt, dopo aver vissuto avventure straordinarie di vario genere, giunge a chiedersi: «Qual è il mio vero sé?». Tira fuori una cipolla e dice: «Adesso ti sbuccio, mio caro Peer!». Sbuccia allora il primo strato, rimuove poi il secondo… avvicinandosi al sé autentico; toglie un altro strato, poi ancora un altro, finché… non rimane nulla. È tutto uno sbucciare, ma non c’è alcun nucleo o nocciolo del sé. Ed è proprio questo vero sé ciò che molti noi vogliono trovare realmente.

Oggi vi condurrò in un viaggio alla scoperta degli sviluppi della psicostoria, della storia della mente e riguarderà ciò che noi pensiamo del sé.

Vorrei anzitutto distinguere il sé dal sé corporeo. A tal riguardo, John Locke ideò un esperimento mentale molto interessante: «Immagina di tagliarti un dito; il tuo sé è forse diminuito? Certo che no». Pertanto, qualsiasi idea abbiate di voi stessi non coincide con il vostro sé corporeo. Si tratta di una distinzione molto importante da tenere a mente.

Vorrei inoltre ricordare uno degli esperimenti più affascinanti condotti ancora oggi: l’esperimento fu inizialmente sviluppato da Gordon Gallup e consisteva nell’osservare la reazione degli scimpanzé di fronte a degli specchi. Gli scimpanzé adorano gli specchi e si divertono moltissimo a giocarci: si osservano e imparano ogni genere di cose, utilizzano le immagini riflesse per osservare parti del proprio corpo che altrimenti non avrebbero potuto osservare, o per guardare l’ambiente circostante. Gallup allevò quindi degli scimpanzé dando loro la possibilità di prendere confidenza con gli specchi; successivamente, dopo averli anestetizzati, fece una macchia rossa sulla loro fronte, aspettando di vedere la loro reazione. Una volta risvegliati, gli scimpanzé si guardarono allo specchio e cancellarono immediatamente la macchia dal loro volto. Questo esperimento è considerato da alcuni come la prova definitiva dell’autocoscienza. Io non penso che sia così: si tratta soltanto di consapevolezza corporea.

Ciò che scrutiamo allo specchio non è il sé che Peer Gynt cercava di trovare sbucciando la cipolla, non è il vero sé a cui rivolgiamo la nostra ricerca esistenziale. Quando vi osservate allo specchio, siete consapevoli che ciò che vedete non è il vostro vero sé, ma il vostro sé corporeo. Questa è la prima distinzione che andrò a fare.

L’umanità bicamerale disponeva ovviamente di un sé corporeo. Ma intorno al 1300 a.C., giungiamo a una distinzione molto più decisiva, testimoniata dalle iscrizioni che si possono trovare nei templi assiri e che implicano il senso del tempo.

L’ingresso del tempo nella mente umana rappresenta un fattore decisivo. Si possono distinguere due tipi di tempo. Uno è la durata: si tratta del tempo della fisica, delle stelle, dell’origine dell’universo, della crescita e del decadimento, ecc. Non possiamo esserne consapevoli; per avere a che fare con questa temporalità dobbiamo spazializzarla, dobbiamo metaforizzarla, trovarne un analogo.

L’altro tipo di tempo è creato dall’umanità. Lo chiamerò tempo mentale. Uno dei grandi errori della psicologia recente consiste proprio nella sua incapacità di distinguere fra durata e tempo mentale. Sono due temporalità molto diverse. Impariamo le abitudini nel tempo come durata, ma facciamo introspezione nel tempo mentale. E possiamo individuare quasi esattamente quando questo tempo mentale inizia a fare il suo ingresso nella storia umana. Lo scorgiamo per la prima volta nelle iscrizioni assire che ho menzionato. In quelle risalenti fino a prima del 1300 a.C., un re si sarebbe espresso in questo modo: «Il mio dio è Marduk, e sto costruendo questo tempio in suo onore». Poi a partire dal 1300 a.C. fa la sua comparsa il senso del tempo. Un uomo a questo punto avrebbe potuto dire: «Il mio dio è Marduk, all’inizio della mia vita ho costruito un tempio in suo onore, ora ho costruito questo tempio, prometto che tra dieci anni ne costruirò un altro», e così via. In modo simile alla composizione a strati di una cipolla, otteniamo gli inizi di quello che chiamo il “sé autobiografico”.

L’inizio della storia

Il sé autobiografico è un qualcosa di inedito e complesso, poiché l’intero senso del tempo, quando se ne cercano le prove, è inevitabilmente connesso al senso del tempo storico. Si tende a ritenere che sia sempre esistito il concetto di storia, ma non è così. Il concetto di storia emerge soltanto intorno a quel periodo, ma in modi differenti in luoghi diversi.

Rintraccio la nascita di questo concetto in particolare in Grecia, perché poco dopo la Guerra di Troia, intorno al 1230 a.C., e le invasioni doriche, dopo il cosiddetto Medioevo ellenico, i Greci iniziarono a espandersi in tutto il Mediterraneo. La colonizzazione della Spagna e dell’Inghilterra fornì un senso dello spazio che prima non c’era. E quel senso dello spazio si formò attraverso la metafora del senso del tempo: si costituirono quasi di pari passo. Le mie prove provengono da tre luoghi che mostrano come l’umanità per la prima volta abbia avuto la sensazione che ci fosse alle proprie spalle una storia che affondava le sue origini in un passato ignoto.

Questi tre luoghi sono l’Egitto, fra il popolo ebraico e in Grecia, fra i filosofi ionici. Erodoto racconta che in Egitto intorno al 600 a.C c’era un faraone di nome Psammetico, che voleva scoprire quale fosse il paese più antico del mondo. Cosa fareste se voleste scoprire qual è il paese più antico del mondo? L’aspetto meraviglioso di questa storia è il tipo di ragionamento che fece Psammetico, perché disse: «Scoprirò la lingua originale, e questa indicherà il paese più antico del mondo».

Il faraone ideò quindi un famoso esperimento in cui prese due neonati e li fece allevare da due pastori a cui era stata tagliata la lingua, in modo che i due bambini non udissero alcun discorso umano. Secondo il racconto di Erodoto (non sono sicuro che sia credibile in ogni dettaglio), i due pastori sarebbero dovuti andare da Psammetico non appena i bambini avessero proferito la loro prima parola, perché quella sarebbe stata la parola del più antico paese nel mondo. Quando i bambini ebbero circa due anni e mezzo si inginocchiarono e gridarono bekos. Psammetico rimase deluso perché bekos non era una parola egiziana. Inviò ovunque i suoi ambasciatori per scoprire a quale paese appartenesse quell’espressione e trovarono che in Frigia, nella parte settentrionale della Grecia, bekos significava “pane”. Psammetico onorò quindi la Frigia come il paese più antico del mondo, cosa che ovviamente non era: l’Egitto era molto più antico (e ciò dimostra che non ci si può mai fidare degli esperimenti). Ma il ragionamento riguardo alla storia e al tempo implicito in questo racconto resta molto interessante. 

Qualcosa di simile accadde nello stesso periodo, nel 641 a.C., tra il popolo ebraico. Il re Giosia raccolse diverse parti che compongono l’Antico Testamento ebraico per mostrare qualcosa dalla Genesi fino a una promessa, un patto per il futuro, segno di uno spiccato senso del tempo storico che prima non c’era.

Un terzo episodio possiamo rinvenirlo nella teoria di Anassimandro, uno dei primi filosofi ionici. Si tratta di una teoria molto interessante perché è la prima teoria scientifica mai scritta nella storia dell’umanità. Talete, che venne prima di lui, usò il sistema di tradizione orale e non scrisse nulla.

La teoria di Anassimandro descrisse il tempo storico: il mondo iniziò come una specie di disco rotante nello spazio. Successivamente si svilupparono gli oceani e sul loro fondo, per generazione spontanea, nacquero dei piccoli pesci, che si incrociarono fra di loro e mutarono trasformandosi in altri pesci e poi in altri animali, che in seguito affiorarono in superficie; quando più tardi giunsero sulla terraferma, questi animali si incrociarono fra loro e mutarono ancora, finché gli animali terrestri nati in questo modo divennero gli esseri umani.

Ritengo straordinario che soltanto il potere del pensiero umano risalente a quel periodo abbia potuto inventare una teoria dell’evoluzione, una teoria che ha dovuto attendere fino a Darwin e Wallace nel 1859 per ripresentarsi ed essere infine accettata. Ma eccola proprio all’inizio del pensiero intellettuale. E sebbene fosse ovviamente priva del meccanismo della selezione naturale, l’idea dell’evoluzione è comunque presente e mostra questo formidabile e inedito tempo mentale come l’analogo del tempo come durata, rispetto al quale l’umanità inizia a comprendere se stessa.

L’umanità inizia a disporre per la prima volta del concetto di durata di vita (lifetime) e diviene capace di vedere la propria morte davanti a sé. Ciò rende possibile una tipologia di persona molto diversa da Achille. L’eroe dell’Iliade non pensò mai alla sua infanzia né alla sua morte: egli visse in una specie di frammezzo fra queste cose. Noi vediamo intorno a lui il passato e il futuro; lui no. Egli ascoltò e obbedì soltanto alla voce del suo dio. Ora gli esseri umani vedono le loro vite come estese nel tempo e proprio per questa ragione molte cose accadono al modo in cui noi pensiamo a noi stessi. La parola “immaginazione” compare nel titolo del mio discorso. La coscienza e l’immaginazione sono strettamente collegate fra loro e intendo ora provare a spiegare in che modo l’immaginazione opera nella nostra vita emotiva.

Due tipologie di emozioni

Ritengo che ci siano delle emozioni di base, evolute geneticamente nella nostra natura, che non hanno nulla a che fare con la coscienza. Le possiedono sia gli animali che l’umanità bicamerale. Ma da quando gli esseri umani ebbero l’immaginazione o la coscienza in grado di pensare e ricordare queste emozioni, esse iniziarono trasformarsi.

Una delle emozioni più importanti che abbiamo è la vergogna. È soprattutto nell’infanzia che osserviamo il potere di questa emozione. È difficile, ma ripensate a quando eravate piccoli e a quanto fosse orribile vergognarsi di fronte ai vostri coetanei. Era la cosa peggiore che potesse accadere.

Quando diventiamo adulti impariamo così attentamente ad adattarci alla vita civile che raramente proviamo vergogna. Gli animali si vergognano. Se rivolgiamo un rimprovero a un animale, possiamo provocare diverse reazioni. Un cane ad esempio metterà la coda fra le gambe e si allontanerà. Si tratta di un comportamento molto comune, che si è evoluto geneticamente nel comportamento animale.

Anche l’umanità bicamerale provava vergogna. Quest’emozione tende a dissolversi come le altre: una volta avviata, la biochimica si esaurisce e l’emozione giunge al termine. Ma quando abbiamo un’umanità cosciente capace di guardare avanti nel futuro e indietro nel passato, di immaginare la vergogna, di tornare indietro e ricordare una circostanza vergognosa, allora abbiamo di fronte una nuova emozione chiamata “colpa”.

La colpa fa il suo ingresso nella storia umana intorno al 600 a.C. È possibile osservarla chiaramente in Grecia, dove emerge come un problema inedito. La società greca in quel periodo cerca di affrontare la colpa perché, a differenza della vergogna, la colpa non scompare. Non disponiamo infatti di un modo per affrontare la nostra immaginazione della vergogna, che è esattamente ciò in cui consiste la colpa.

Possiamo osservare come in questo periodo la colpa sia indicata come impurità e anche come contagio, da cui scaturisce la necessità dei rituali di purificazione. Il concetto di purificazione può sembrare assurdo se non lo si considera in relazione a questo contesto per cui l’impurità fu la metafora più adatta per indicare la colpa.

Ovviamente coloro che conoscono il dramma greco sanno esattamente ciò di cui sto parlando. L’origine della nostra espressione “capro espiatorio” era un’idea comune in Grecia come anche fra il popolo ebraico dove letteralmente un capro veniva caricato dal sacerdote di tutti i peccati della comunità e veniva poi mandato nel deserto a morire, portando via così metaforicamente queste colpe.

Anche l’idea di perdono sorge in questo periodo, in particolare con la religione cristiana. Inoltre nel Testamento ebraico ritroviamo il concetto di “benedizione”. Se si guarda indietro nell’Antico Testamento la benedizione è un’idea molto potente: i figli combattono fra loro per ottenere la benedizione del padre. È difficile per noi capire cosa significhi. Ma la benedizione in seguito diverrà perdono, una modalità fondamentale per affrontare la colpa.

Per sostenere questa tesi si dovrebbe ovviamente ripercorrere la storia e cercare delle prove. Il punto fino a cui sono risalito è la storia di Edipo. Come dicevo, nel periodo della mente bicamerale non esiste colpa ma vergogna. Se si osserva la storia di Edipo come viene citata in due versi nell’Iliade e nell’Odissea, sembra una storia molto diversa da quella che conosciamo. Edipo è un uomo che uccise suo padre, sposò sua madre, da cui ebbe due figli, e divenne re; probabilmente si vergognò delle sue azioni ma ciò non gli impedì di vivere una vita felice con la sua strana famiglia fino a tarda età, quando morì con gli onori militari che spettano al sovrano. La storia di Edipo non viene trattata come se fosse un vicenda scandalosa.

Si osservi invece cosa accade solo tre secoli più tardi con la tragedia Edipo re di Sofocle. La medesima storia è descritta come un evento orribile, così grave che Edipo deve simbolicamente sfilare la spilla dal seno della moglie-madre e accecarsi perché indegno di guardare il mondo. Nell’opera finale della trilogia Edipo a Colono, il re deve strisciare lontano dalla natura: Edipo è così mostruoso che il sole non deve scrutarlo, perché rischia di inquinare il mondo intero.

Si tratta di un cambiamento decisivo nel corso di pochi secoli. Questo è solo l’inizio del tipo di ricerca che sto facendo sui mutamenti nella vita emotiva che avvengono con l’immaginazione o con la coscienza.

Se consideriamo un’emozione di base come la paura, si può mostrare che con la coscienza essa si trasformi in ansia. Negli animali si manifesta in presenza di uno stimolo. Ma quando l’elemento pauroso viene meno, l’animale smette di provare paura se non sulla base di ciò che ha appreso. Diversamente, noi possiamo tornare dentro noi stessi su una paura che risale per esempio alla nostra infanzia, sentirci ansiosi per essa e sperimentare un’ansia libera e fluttuante, non collegata con nulla in particolare.

È un sentimento che non sperimentò né Achille, né Ettore, né chiunque altro dell’epoca bicamerale. Qualcuno questo pomeriggio ha posto una domanda a proposito dell’amore e dell’odio. Ritengo che l’odio sia strettamente collegato alla coscienza, perché si tratta dell’emozione della rabbia unita con l’immaginazione. Una volta superata, la rabbia diventa odio. Achille provava ira e rabbia, ma non provava odio: non odiava Ettore, non odiava nessuno. L’odio è autenticamente intrecciato alla coscienza e penso sia l’emozione della rabbia che si diffonde nel tempo mentale. L’immaginazione lavora su di essa e la trasforma in un diverso tipo di emozione, che definirei sentimento.

È simile all’amore, sebbene vi siano delle differenze. È difficile parlarne. Gli animali possiedono un impulso molto potente ad accoppiarsi, perché sono forniti di risposte di affiliazione (o imprinting). Ma non appena gli esseri umani sono in grado di immaginare la persona amata e viaggiare avanti e indietro nell’immaginazione, tutto ciò si trasforma nel nostro complicato tipo di amore.

Il discorso riguardo al sesso è simile e altrettanto interessante. Se si osserva la psicologia comparativa del comportamento sessuale negli animali, è chiaro che non si tratta di un tipo di comportamento spontaneo che accade in un qualsiasi momento, ma è necessario che sia indotto etologicamente da determinati stimoli per avviarsi. È necessario quindi avere la giusta situazione affinché gli animali si accoppino. È un problema che ogni zoo conosce bene: non appena si ospitano nuovi animali, si ha la necessità di farli accoppiare per avere una progenie. Ma è un problema enorme, perché si ignorano dal punto di vista etologico quali siano esattamente questi piccoli segnali che innescano gli stimoli che avviano l’accoppiamento: potrebbero essere per esempio la temperatura o le condizioni della luce.

Ritengo che nell’epoca bicamerale l’accoppiamento fosse in questo senso molto simile a quello animale. Esso era sollecitato soltanto da determinati stimoli e non da altri. Quindi in un certo senso non fu un problema. Soltanto quando gli umani diventano coscienti, possiedono l’immaginazione e divengono capaci di fantasticare sul sesso, allora esso diventa ciò che noi chiamiamo “sesso”. Il sesso è un problema nel senso che non si adatta mai perfettamente alla nostra società cosciente. Nella storia andiamo avanti e indietro, da epoche di libertà sessuale a epoche di restrizioni, come per esempio durante l’età vittoriana. Questa oscillazione è dovuta al fatto che il sesso per noi è qualcosa di estremamente più importante di quanto non lo fosse per l’umanità bicamerale, proprio perché noi possiamo fantasticare su di esso.

Analogamente a quanto detto a proposito della storia di Edipo e dell’idea di colpa, dovremmo essere in grado riattraversare la storia e trovare qualche prova che confermi questa tesi. La prova che ho trovato è di nuovo in Grecia, ma dovrei studiare il fenomeno anche in culture diverse. Se parlate con gli storici dell’arte e chiedete loro di confrontare, per esempio, la pittura vascolare greca dell’età cosciente con la pittura vascolare o con altri tipi di pittura dell’epoca che chiamo bicamerale per esempio nell’arte minoica a Creta o nei famosi dipinti murali di Tira vi diranno che è evidente una differenza sostanziale fra i due periodi. L’arte antica è più casta, non vi è traccia di sesso; la situazione cambia decisamente nei dipinti vascolari greci. Spesso pensiamo alla Grecia di Platone e di Aristotele senza renderci conto che il sesso era per loro qualcosa di inedito. Ad esempio, raffiguravano sui loro vasi satiri dal pene in erezione e cose di questo genere. Un altro esempio sono le erme. Molte persone non ne hanno sentito parlare. Le erme erano delle pietre di confine delle città alte circa quattro piedi. Prendono questo nome perché molto spesso erano sormontate da una testa scolpita di Hermes (ma a volte anche di altri personaggi). Il corpo consisteva soltanto in una colonna e presentava un pene in erezione. Non credo che noi moderni troveremmo molto congeniale l’Atene di questa prima età cosciente.

Erano sparse in tutta la città di Atene. Potete immaginare le risa dei bambini se fossero diffusi al giorno d’oggi. Ciò è sufficiente per far comprendere che quelle persone, anche al tempo di Platone e Aristotele, erano molto diverse da noi. E se leggete Platone scoprirete che uno dei più grandi crimini di Alcibiade, il generale greco presente in molti dialoghi platonici, fu commesso durante una notte terribile e spaventosa in cui da ubriaco mutilò le erme (ovviamente potete immaginare quali parti delle statue). È difficile per noi comprendere, perché ciò evidenzia ancora una volta che queste persone non sono ancora come noi, sebbene siano coscienti. Perché per loro queste emozioni erano qualcosa di inedito. Non intendo dire che la vita greca fosse sessualmente libera ovunque perché non credo che fosse così. Se leggete l’opera classica sull’omosessualità greca di Kenneth Dover, per esempio, si può comprendere come la situazione allora era molto diversa se confrontata con quella attuale.

Non credo che riusciremo davvero a comprendere cosa stesse succedendo. Abbiamo una prova, è presente nei dipinti vascolari in epoca greca, ma c’è qualcosa che ancora non comprendiamo totalmente. Ma questa prova indica chiaramente un mutamento rispetto all’epoca bicamerale. Abbiamo di fronte una diversa tipologia di natura umana, ed è rispetto a questo che possiamo osservare l’origine del sé.

Tipi di sé

In precedenza ho parlato del sé corporeo, mostrando che non è questo ciò che la maggior parte di noi intende quando si riferisce al sé. Vi è poi il sé autobiografico che compare intorno al 1300 a.C. e che si estende per tutto il periodo greco di cui ho appena parlato, in cui le persone sanno di avere una durata di vita, sanno che moriranno e considerano le loro vite in modo articolato: «Questa è la mia infanzia, questo è il mio presente, forse da ora mi comporterò in modo più ambizioso», e così via. L’ambizione e tutto questo genere di cose entrano in gioco in questo momento, e questo sé autobiografico è un tipo inedito di sé.

Giungiamo poi all’epoca di Platone, in cui troviamo un tipo diverso di sé, che chiamo sé idealizzato, in quanto è un sé che si misura rispetto a degli ideali. Questo è il diagramma di ciò che chiamo “coscienza”: di un analogo io e del campo di coscienza.

Il sé idealizzato si verifica quando si crea fuori dal terreno della coscienza un sé e lo si confronta con un ideale. In Platone ne registriamo molti esempi. Riguardo a Platone e Aristotele è veramente sorprendente notare che probabilmente essi furono così grandi proprio perché la coscienza era qualcosa di nuovo, ed è per questo che tutto appariva ai loro occhi in modo così vivido. Ho riflettuto spesso su come potremmo provare a fare noi stessi questa esperienza, per espandere la nostra coscienza e quindi parlarne. Si potrebbe rispondere che Platone e Aristotele nacquero semplicemente in quel modo, ma non penso sia così. Penso che questa profusione di pensiero sia emersa, in particolare nella grandezza di Socrate, Platone e Aristotele, proprio perché tutto era inedito, nuovo e cristallino.

Al tempo di Platone compare dunque il sé idealizzato: l’umanità non si limita all’introspezione ma si confrontava rispetto a una specie di ideale. Tutto ciò poi si trasmette agli scritti cristiani, in cui Gesù afferma diverse cose curiose a proposito del sé; per esempio: «Chi perderà se stesso troverà se stesso». Sembra quasi che stia dicendo che sia una cattiva idea espandere il proprio sé all’intero campo di coscienza. Si dovrebbe avere un sé più aperto alla relazione, in modo da lasciare spazio agli altri nel proprio campo di coscienza. Se qualcuno di voi, per esempio, è genitore sa perfettamente che il suo campo di coscienza è occupato dai figli.

Come nota a margine, sono piuttosto critico nei confronti di chi parla di autorealizzazione. Penso che sia un’espressione po’ infelice perché molte persone coinvolte in potenziali movimenti umani pensano di autorealizzarsi, per usare un termine di Abraham Maslow, mentre non faranno nulla del genere. Non c’è una ragione particolare per realizzare se stessi piuttosto che gli altri. I genitori, per esempio, realizzano altri individui ed è una cosa meravigliosa. Volevo sottolinearlo prima di proseguire.

Origini del sé

Da dove proviene veramente il sé? Ciò che accade mentre attraversiamo la storia e ritengo che ci siano molte cose ancora da pensare al riguardo è che costruiamo una rete di attributi e di proprietà positive e negative. È praticamente una parte del nostro linguaggio. Alcuni di voi conosceranno lo psicanalista neofreudiano Jacques Lacan il quale afferma che «l’inconscio è linguaggio». Certamente il linguaggio è una componente estremamente importante perché la nostra struttura linguistica ci fornisce diversi tipi di attributi che possiamo poi assegnare a noi stessi. Nel costruirci un sé selezioniamo un insieme di attributi e li colleghiamo in una specie di struttura che sembra corretta in un particolare momento o in un particolare stato d’animo. Ovviamente questa struttura è mutevole, cambia continuamente, ma cerchiamo di aggrapparci a essa, cerchiamo di renderla permanente, ed è per questo motivo che ci sembra un po’ effimera.

Il sé si costituisce a partire da questi attributi in due modi. Il primo luogo attraverso delle inferenze a partire dagli altri. Per esempio, se un qualcuno ti dice «sei un brava persona», allora tenderai ad assumere e incorporare in te stesso un attributo positivo. Allo stesso modo, se un insegnante ti dice che sei una persona stupida, questo attributo negativo diverrà parte di te stesso. Vorrei citare, come ulteriore esempio, un esperimento con un gruppo di bambini, a cui venne ordinato di poter giocare con tutti i giocattoli presenti, tranne che con uno. Metà dei bambini iniziarono a giocare con il gioco proibito, l’altra metà no. In seguito venne assegnato un altro compito, che i bambini non avrebbero potuto adempiere senza barare. Quelli che erano stati obbedienti e non avevano giocato con il giocattolo proibito continuarono a non barare. Si stavano rendendo coerenti, si erano già costruiti in se stessi persino in quel piccolo esperimento: «Non sono una persona che bara e disobbedisce». Mentre i bambini che avevano disobbedito all’inizio non si fecero alcun problema. È possibile quindi osservare una coerenza con se stessi anche nei bambini.

Ma questa coerenza è anche uno dei pericoli del sé, in particolare con gli scolari e in relazione a un’idea deleteria di quoziente intellettivo. Qualche tempo fa, una mia amica stava camminando per le strade di New York con uno dei romanzieri più famosi d’America. A un certo punto, lo scrittore, indicando un piano di un edificio, le disse: «Lì tutto è cominciato». Lei gli chiese allora cosa intendesse ed egli rispose che quando aveva diciassette o diciotto anni sua madre lo portò lì, alla Psychological Corporation, dove fu sottoposto a un test di intelligenza. Risultò un qi molto alto e gli dissero: «Puoi fare qualsiasi cosa tu voglia». Da quel momento non si è più fermato. Non credo che John Updike vorrebbe che vi dicessi il suo nome [ride], ma ha avuto uno straordinario successo in diversi generi di scrittura; apprezzo moltissimo il suo lavoro.

Per citare un esempio diverso, ho un parente che in gioventù frequentava un’università del Midwest. Sottoposero anche lui a un test di intelligenza, l’orribile test Otis, un test a tempo. Risultò un qi di circa 100, un risultato soltanto nella media, non abbastanza per il college e l’università. Così gli dissero: «Hai faticato molto finora per ottenere dei risultati sufficienti; dovrai impegnarti molto di più durante i tuoi ultimi due anni da junior e da senior. Ti suggeriamo di abbandonare gli studi ora e imparare un mestiere». «Ecco il tuo qi, sei molto al di sotto della media di questa università». Era disperato. Il voto che prese all’esame subito dopo quell’esperienza fu insufficiente.

Compresi che c’era qualcosa non andava. All’epoca ero uno studente laureato a Yale e lo pregai di raggiungermi lì, cosa che fece. Riuscii a ottenere per lui il miglior test di intelligenza disponibile in quel periodo all’università, il test Wechsler Bellevue, e risultò un qi di 132. Tornò poi all’università e da allora ottenne tutti voti eccellenti. Quindi ciò che crediamo di noi stessi può rovesciarsi e determinare alcuni dei nostri comportamenti. Alcuni di voi conosceranno il lavoro molto interessante di Robert Rosenthal ad Harvard sul cosiddetto “effetto Pigmalione”. Non credo che abbiano fatto questo esperimento specifico, ma in un esperimento interessante sulla scia del loro lavoro fu proposto un test di intelligenza a una classe di studenti; gli sperimentatori non visionarono nemmeno i punteggi. Scelsero a caso metà dei bambini attribuendo loro dei punteggi sotto la norma e all’altra metà dei punteggi sopra norma, dando poi i risultati all’insegnante. I voti alle verifiche successive furono tutti corrispondenti ai risultati del test di intelligenza.

È drammatico che l’insegnante possa trasmettere a uno studente un giudizio negativo sulle sue capacità intellettuali e che lo studente assuma questo giudizio, lo incorpori e si comporti poi di conseguenza, non andando bene a scuola. Non capiamo bene come accada, ma accade, ed è una cosa tragica.

Dobbiamo stare attenti quando costruiamo noi stessi sulla base di ciò che recepiamo dagli altri. Se sentiamo qualcuno dire qualcosa su di noi con indifferenza, potremmo iniziare a preoccuparci e a volte ci vuole molto tempo perché ciò si risolva. Quindi il primo modo in cui ci costruiamo un sé è a partire da ciò che recepiamo dagli altri.

Il secondo è ciò conosciamo di noi stessi a partire dalle inferenze dal nostro stesso comportamento. Ad esempio, se stai cenando e prendi un secondo panino, potresti dire: «Non sapevo di essere così affamato!». Si produce così un’inferenza a partire da un’autosservazione. Accadono moltissimi fenomeni banali come questo.

Ricordo di aver avuto un’esperienza molto interessante all’Università del New Hampshire. Dovevo tenere una conferenza e un altro relatore stava parlando prima di me. Era un professore di Harvard e osservai come tremava sul palco. Notai come teneva le sue carte e che tremavano. Allora pensai: «Non è ridicolo? Un professore ordinario di Harvard che ha tutta questa paura di parlare in pubblico?». Mi dissi, gongolando: «Sono contento di non avere questo timore, a questo punto della mia carriera».

Mi alzai per tenere il mio discorso. Salii sul palco e cominciai a tremare; non sapevo bene cosa stesse succedendo. Mi spaventai e anche quando iniziai a parlare, continuai a pensare: «Ma che succede? Perché ho così paura?». In realtà, il palco era sopra una cantina con un generatore che faceva tremare la struttura sovrastante. Era impossibile rendersene conto dall’esterno, ma sul palco si iniziava a tremare. Quindi si possono trarre delle deduzioni a partire da un tremore e attraversare nella propria coscienza tutta una narratizzazione completamente falsa.

Esistono altre modalità più importanti con cui definiamo noi stessi e produciamo delle inferenze a partire dal nostro comportamento. È qui che entra in gioco la nostra intelligenza, non quella di cui parlavo prima, ma la nostra meticolosità nell’osservarci, nel comprendere noi stessi, nell’attenzione a come ci relazioniamo ai nostri ideali. È così che possiamo effettivamente compiere delle deduzioni a partire dal nostro comportamento.

Questa mattina stavo parlando con qualcuno della scrittura e di come non si possa prevedere se si scriverà bene o meno in un determinato giorno: devi solo buttarti e scrivere. Quando scrivi bene finisci per continuare a scrivere bene, perché ti sei convinto di essere un bravo scrittore. Se solo potessimo trovare un modo per controllarci in modo da poter creare questi schemi e diventare così più ispirati.

Vorrei aggiungere solo brevemente qualcosa sulla realtà del sé. Se il sé è così effimero significa che non è reale? Il sé è assolutamente reale perché è ciò che ci permette di agire. Esiste una nuova teoria in fase di sviluppo chiamata teoria dell’autoefficacia. Secondo questa teoria ciò che crediamo di noi stessi, la nostra autostima, è molto importante per l’intero concetto del sé, perché è ciò che ci permette di scegliere certi tipi di percorsi o di comportamenti piuttosto che altri. Ecco perché dobbiamo stare molto attenti a queste due fonti che costruiscono il sé, ovvero se ci costruiamo a partire dal giudizio accidentale di altre persone, o se ci costruiamo a partire da autentiche inferenze a partire dal nostro comportamento mentre cerchiamo di autocomprenderci.

Gli altri tipi di sé su cui desidero soffermarmi brevemente emergono un po’ più tardi, così come le eccezioni. Nella strada che giunge sino al Medioevo troviamo per esempio l’eccezione delle lettere di Cicerone. A meno che non esaminiate queste lettere molto attentamente, non si rileva alcuna differenza tra questi testi e la scrittura contemporanea. Tuttavia, se pensiamo al De senectute di Cicerone, non credo che qualcuno avrebbe potuto scriverlo oggi: leggendolo avvertiamo qualcosa di leggermente estraneo.

Successivamente incontriamo Agostino (354-430), un personaggio straordinario. Se leggete le sue Confessioni vi accorgerete che si tratta di un gran passo in avanti: nessuno aveva mai scritto delle confessioni come queste prima di allora. Ma le sue Confessioni sono molto diverse da ciò che potremmo immaginare: non si tratta di un sé che realmente rivela se stesso. Ritengo che non egli possedesse un sé di questo tipo. Per esempio, Agostino confessa di aver commesso fornicazione, menzogna, sodomia e poesia in quest’ordine. È molto distante da quello che ci aspetteremmo. Agostino fu un personaggio meraviglioso, sebbene non del tutto in sintonia con noi moderni.

Ma dopo Agostino, per settecento anni non vi fu più autobiografia. Tutto cessò e divenne molto diverso rispetto a prima. Non assistiamo a uno sviluppo del sé finché non giungiamo alle meraviglie del xii secolo, un’epoca costellata da fenomeni affascinanti che accadono all’improvviso. I cambiamenti nel xii secolo muovono verso una maggiore individualizzazione ma avvengono in modo non uniforme: esistono ancora degli esempi della carenza di un concetto chiaro di sé individuale.

Ad esempio, Herrad von Landsberg (1130-1195), badessa dell’abbazia di Hohenburg, nell’ultima parte del suo trattato religioso inserì la propria immagine insieme a quelle di tutte le sue suore. Possiamo osservare che le immagini delle suore, inclusa quella della badessa, sono molto simili fra loro. I nomi sotto le immagini sono diversi ma le immagini sono quasi identiche.

Se si osservano le sculture nella grande cattedrale di Chartres, molti dei personaggi raffigurati mancano di individualità, in modo simile al discorso fatto su Herrad von Landsberg. Diversamente, le persone raffigurate nella cattedrale di Reims iniziano ad apparire diverse fra loro e individualizzate.

Nel xii secolo ci sono anche personaggi come san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), che scrisse sui sette gradini della confessione. Il primo gradino della confessione è «conosci te stesso», un detto greco che ritroviamo in Solone, ed è segno di uno sviluppo della coscienza così come di uno sviluppo del sé.

Questo concetto di confessione è molto diverso da quello che abbiamo oggi nella Chiesa cattolica. Nel iv Concilio Lateranense, tenutosi a Roma nel 1215, decisero di assicurarsi che ogni cattolico andasse a confessarsi e così lo imposero per legge. Ma la confessione era obbligatoria soltanto una volta all’anno. Tutto ciò suona molto distante a coloro che sono cresciuti con un’educazione cattolica, in particolare sulla costa orientale dove il cattolicesimo irlandese fu influenzato dal giansenismo, secondo cui i fedeli dovrebbero confessarsi ogni settimana.

Ma l’idea di confessione emerge nella sua interezza solo intorno al xii secolo. E affiora anche l’idea di individualità o del sé comparativo, in cui le persone iniziano a chiamarsi per esempio “Pietro l’Eremita”, o prendono il nome sulla base di particolari caratteristiche fisiche. Si tratta certamente di un tratto innovativo se lo consideriamo sullo sfondo del Medioevo. Registriamo questo sviluppo ancor più chiaramente quando, poco prima del Rinascimento ad esempio, mettiamo a confronto le Regole di san Francesco (1223) e le Regole di san Benedetto (530 circa). Le Regole di san Francesco sono calde e interiori: enfatizzano l’amore e tutti quegli elementi che fanno la loro ricomparsa in quel determinato periodo storico. Le Regole di san Benedetto invece sono il classico modellamento del comportamento dall’esterno attraverso delle regole. È strano pensare che anche le persone che vissero nel xv e nel xvi secolo erano diverse da noi moderni e avevano quindi un sé diverso dal nostro. Ma ritengo che possa essere mostrato chiaramente.

Attraverso la letteratura vediamo infatti che l’idea del sé crea una traccia che continua a cambiare man mano che avanza.

Possiamo averne una prova nel xvii secolo, mettendo a confronto Descartes e Locke. Mentre Descartes sembra appartenere ancora al lato più antico, Locke accoglie una nuova esperienza della soggettività e parla del sé in un modo molto diverso. All’epoca si usava la parola “anima”, ma essa in particolare a partire da Locke e Hume giunse a significare ciò che noi potremmo chiamare il sé.

Se seguiamo la letteratura fino all’epoca romantica, osserviamo una forte presenza del sé. Percy Bysshe Shelley (1792-1822), ad esempio, dice che il «sé è Mammona della letteratura» e con ciò intende che che dobbiamo sbarazzarci del sé per ottenere una pura ispirazione. È uscito recentemente un libro intitolato The Invention in the Self (“L’invenzione del sé”) con cui non concordo. Ma l’argomento è divenuto popolare in questo momento tra diversi studiosi che discutono dei cambiamenti avvenuti storicamente sia nella coscienza che nell’idea di individualità.

Abbiamo delineato quindi un’idea piuttosto complicata del sé. Esso è costituito da una selezione di un insieme di attributi in cui siamo immersi. Il modo in cui giudichiamo gli altri corrisponde al modo in cui giudichiamo noi stessi. Gli attributi con cui costruite voi stessi sono ciò con cui costruite la vostra comprensione degli altri. E ciò che fate agli altri inevitabilmente lo fate a voi stessi. Il mio essere e quello degli altri non si possono separare. In questo senso, “non giudicare, per non essere giudicato” è una frase molto saggia, perché come giudichiamo gli altri, così giudicheremo noi stessi.

La neurologia del sé

In quale parte del cervello potrebbero essere collocate le nostre idee del sé? Di recente ho iniziato a pensare che vi sia la possibilità che l’analogo “io” si trovi nell’emisfero sinistro e che il campo di coscienza sia collocato un po’ più nell’emisfero destro nell’emisfero spaziale. Il nostro dialogo con il sé oscilla avanti e indietro mentre ricreiamo costantemente le nostre idee di noi stessi che trasformiamo attraverso il procedimento dell’autoefficacia. Non lo sappiamo.

Ma ci sono alcune prove molto interessanti che mi limiterò a citare per quello che valgono. Per diversi decenni i neurochirurghi rimuovevano l’intero emisfero destro (almeno fino a dieci anni fa, quando si smise di eseguire la procedura sugli adulti). La ragione dell’emisferectomia era che se una persona contrae una malattia o un tumore nell’emisfero destro e viene rimossa soltanto una parte dell’emisfero, il paziente sta spesso molto peggio che se l’intero emisfero fosse stato rimosso completamente. Vi sono perciò alcune persone, probabilmente quasi un centinaio negli Stati Uniti, con il solo emisfero sinistro. Sono un gruppo di persone interessanti e piuttosto strane: all’inizio sembrano relativamente normali. Ma se chiedessimo loro, ad esempio, «come ti senti?», risponderebbero «con le mie mani». Non sarebbero in grado di comprendere la metafora, e dunque il concetto.

Il loro linguaggio potremmo definirlo “autocentrato”: si limitano a dire soltanto ciò che stanno facendo in quel determinato momento. Sembrano aver perso ogni interesse per gli altri e che siano diventati molto concreti. Ho quindi semplicemente proposto questa idea dell’interazione fra gli emisferi come una possibilità per questa idea complicata del sé che appare tanto sfuggente.


Julian Jaynes (1920-1997) è stato uno psicologo statunitense, studente presso le Università di Harvard, McGill e Yale. Dopo gli studi, trascorse diversi anni in Inghilterra come attore e drammaturgo, fino a quando tornò negli Stati Uniti come docente di psicologia presso l’Università di Princeton dal 1966 al 1990. I suoi primi lavori incentrati sullo studio del comportamento animale lo condussero presto allo studio della coscienza umana, al quale consacrò la sua opera rivoluzionaria del 1976 intitolata Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (Adelphi).

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