La Montagna Trema. Purgatorio XX

Quello che segue è uno (dei cento) commenti alla Divina Commedia de L’indiscreto. Si tratta del nostro progetto di “Commento Collettivo alla Commedia” curato dal nostro editor Edoardo Rialti. Quello di oggi è firmato da Daniele Pasquini.


IN COPERTINA un’opera di simon marmion.

di Daniele Pasquini


Con il contributo di  


Dante e Virgilio proseguono il cammino lungo la quinta cornice. Avanzano piano, è necessaria prudenza: il sentiero è stretto e costeggia il precipizio, un passo falso e i viandanti incontrerebbero il vuoto. Tengono le spalle attaccate alla pietra, la schiena aderisce alla parete rocciosa.

Come se non bastasse, in mezzo al percorso giacciono le anime di uomini e donne in penitenza. Dante e Virgilio devono evitare di calpestare quei corpi senza ombra. 

L’identità di quei peccatori è l’ennesima sorpresa del viaggio del poeta. La folla che ingorga la mulattiera è rea di due peccati opposti: avari e prodighi mormorano insieme, nel tentativo comune di espiare i propri trascorsi – antitetici ma condivisi – con la ricchezza. C’è chi accumula, brama e battaglia per denaro, e chi i quattrini li sperpera senza badarci troppo, scialacquando fortune che potrebbero essere condivise. 

Per Dante, figlio di un usuraio, dev’essere un nervo scoperto. Ma nel cammino non pensa a suo padre, né ai banchieri fiorentini: cammina e maledice l’antica lupa, simbolo di bramosia, bestia la cui fame non conosce fine.

Lungo il sentiero, nel brusio sommesso delle anime, spicca l’invocazione di un uomo. Sta pregando l’umiltà di Maria e la generosità di San Nicola. Loda anche il console romano Fabrizio Luscino, che preferì la povertà frugale alla ricchezza disonesta. A chi appartiene la voce? A espiare è un monarca, che ripete in litania le gesta dei virtuosi. Prende così parola Ugo Capeto, che si presenta ai viaggiatori come radice de la mala pianta: come una barba sotterranea che affonda nel terreno e ne succhia il nutrimento, un piccolo arbusto che crescendo infesta il suolo, si espande, divora la superficie. 

Capeto era il figlio di un macellaio parigino, uomo di bassa casata, divenuto sovrano per una casualità genealogica. La morte di uno zio lo fece ascendere al trono, rendendolo capostipite di una nuova dinastia francese, la stirpe dei Capetingi: Capeto maledice in blocco la propria discendenza, la bramosia di figli e nipoti, gli avari di ogni tempo, l’arroganza che accresce ad ogni conquista. Sfogata l’indignazione, il re riaccende la sua preghiera. Virgilio e Dante si congedano, hanno ancora tanta strada davanti. 

Il racconto di Capeto fa riflettere il poeta. Pensa ai regnanti francesi, a Carlo di Valois entrato a Firenze con l’inganno… ma i suoi pensieri sono subito scossi, letteralmente. La terra trema. Un terremoto sconvolge all’improvviso la solidità del Monte.

Quand’io senti’, come cosa che cada / tremar lo monte; onde mi prese un gelo / qual prender suol colui ch’a morte vada.

Siamo di fronte a un’imprevista rottura delle regole che governano l’ordine dell’aldilà. Qualcosa non torna, il sisma è un’apparente eccezione alla struttura del luogo: a Dante era stato spiegato che sulla Montagna non potevano verificarsi eventi ambientali, nessun fenomeno atmosferico può turbare lo stato delle cose. Il Purgatorio dovrebbe essere esente da perturbazioni, dai basamenti fino alla cima risponde solo all’immutabilità divina. Eppure la terra trema, e Dante ha paura. Perché Dante i terremoti li conosce bene, nella sua vita ne ha fatto esperienza. Era un giovane adolescente (per quanto si possa esser stati adolescenti nel Tredicesimo Secolo) quando il 30 aprile del 1279 Firenze fu raggiunta dalle scosse. L’appennino tosco-emiliano tremò, crollarono case, morirono persone. Dante ne aveva parlato nella Vita Nuova, dove quel terremoto lo aveva rivissuto in sogno: lo sconvolgimento della città, traversata da donne scompigliate e vocianti, annunciava allora la morte di Beatrice. Al sisma faceva eco il canto dell’Osanna, l’inno trionfale del Cristo. 

Nel Purgatorio succede una cosa simile: la montagna si muove. E anche se nessuna donna fugge in preda al panico, si leva di nuovo un coro esultante. Le anime intonano il Gloria, il cantico degli angeli che annuncia la venuta del Salvatore.

Il coro risuona, i piedi del poeta vacillano. Dante ha paura perché ora non comprende. La scienza del tempo, mutuata da Aristotele, insegnava che i terremoti erano originati da vapori sotterranei. Impossibilitati a risalire, sprigionavano un vento che scuoteva il suolo. Ma quali venti scuotono il Purgatorio, se la montagna non conosce intemperie? 

Le calamità naturali terrorizzano l’uomo, piccolo e impotente, schiacciato dalla furia dei cieli. I fulmini, così come gli uragani e le alluvioni, possono uccidere. La morte cala dall’alto, improvvisa. 

Il sisma invece viene dal basso, uccide solo indirettamente. Non si muore per la scossa. Il terremoto dà un impulso che risveglia i vulcani, scatena le onde, fa franare i monti, innesca valanghe, sradica i tronchi. Oppure squarcia le case, apre in due le strade, intrappola la vita sotto le macerie, sommergendo gli uomini sotto i propri artefatti. È il ventre profondo che ribolle, ma non sono mai le viscere a uccidere: è quel che sta sopra, che crolla e ricopre. 

Dante guarda la vetta della montagna e si ripara la testa. Virgilio lo invita a seguirlo.

Il Gloria si spegne, la terra si è placata. Il poeta è ancora timido e pensoso. Servirà Stazio, nel canto successivo, per quietare il pellegrino: la montagna non sta per franare, il luogo in cui sogna risponde ad altre leggi. 

La terra in Purgatorio trema perché un’anima ha compiuto la purificazione. 

Un essere umano è salvo: lo spirito si innalza perché ha risolto l’attesa, può finalmente ascendere. Anche Dante va oltre.

 

 


Il canto, integrale

Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra ‘l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ‘l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto ‘l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m’eran sì piaciute,
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola,
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola».

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ‘ suoi.

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.

L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece
quanto ‘l dì dura; ma com’el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalion allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosuè qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira;
lodiam i calci ch’ebbe Eliodoro;
e in infamia tutto ‘l monte gira

Polinestòr ch’ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: “Crasso,
dilci, che ‘l sai: di che sapore è l’oro?”.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che ‘l dì ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona».

Noi eravam partiti già da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse ‘l nido
a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che ‘l maestro inverso me si feo,
dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido».

Gloria in excelsis’ tutti ‘Deo
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ‘l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere;
né per la fretta dimandare er’oso,
né per me lì potea cosa vedere:

così m’andava timido e pensoso.

A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Daniele Pasquini (1988) è nato in provincia di Firenze. Giornalista pubblicista, si occupa di comunicazione e di ufficio stampa in ambito culturale. Dal 2019 fa parte dell’ufficio media di Aboca e di Aboca Edizioni.
Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste, blog e antologie (tra cui Vite sottopelle, Tuga Edizioni 2019, Il fiume in un racconto, Edizioni Clichy 2016, Prendi la DeLorean e scappa, Las Vegas 2015). Ha esordito nel 2009 con il romanzo Io volevo Ringo Starr (Intermezzi Editore). Con Intermezzi ha pubblicato anche il racconto lungo Le rockstar non muoiono mai (2013) e la raccolta di racconti Ripescati dalla piena (2015). Scrive sul magazine Lungarno.

Ti è piaciuto questo articolo? Da oggi puoi aiutare L’Indiscreto a crescere e continuare a pubblicare approfondimenti, saggi e articoli di qualità: invia una donazione, anche simbolica, alla nostra redazione. Clicca qua sotto (con Paypal, carta di credito / debito)

0 comments on “La Montagna Trema. Purgatorio XX

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *