La natura come intelligenza sintetica

La molteplicità, l’eterogeneità e la frammentarietà sembrerebbero alla base di tutti i processi naturali, anche qualora tale abbondanza dia origine a strutture dotate di solidità e stabilità architettoniche.


In copertina e nel testo: la presenza dello spirito, di René MAgritte

Questo saggio è estratto da Divenire invertebrato, a cura di Massimo Filippi e Enrico Monacelli. Ringraziamo Ombrecorte per la gentile concessione.


di Claudio Kulesko

Nascita non c’è per nessuna di tutte quante le mortali cose, ma solo mescolanza e scambio degli elementi mescolati.

– Empedocle, Sulla natura.

«Si apra ciò che comunemente viene denominato un corpo e lo si dispieghi lungo tutta la sua superficie». Si noterà immediatamente che è composto da materiali eterogenei (ossa, cartilagine, muscoli, nervi, pelle, sangue, muco), disposti secondo rapporti di giunzione o disgiunzione, avvolti gli uni su gli altri o ripiegati su se stessi, sovrapposti o intrecciati in un inestricabile patchwork. La complessa conformazione topologica del corpo produce cavità, percorsi e traiettorie in grado di connettere tra loro regioni più o meno distanti. Questa morfologia barocca, di per sé già labirintica, apparirebbe ancor più ricca di complicazioni qualora la si osservasse dal punto di vista della sua incessante attività di elaborazione e trasformazione. Le vibrazioni che incontrano un organismo umano, ad esempio, vengono convertite in impulsi elettrici che, giunti all’encefalo, si “fanno carne”, plasmando attivamente l’architettura cerebrale. Oltre ai processi riguardanti gli stimoli sensoriali, occorre poi prendere in considerazione quelli inerenti la produzione e la riproduzione di un corpo vivente in quanto tale: gli organismi si sviluppano, mutano e degenerano attraverso la codifica e la decodifica di segnali biochimici. È l’insieme di tutti questi processi a dar luogo a un’emergenza di tipo qualitativo, grazie alla quale una miriade di attività ed entità differenti possono essere attribuite a un singolo organismo ‒ ossia a una determinata configurazione biologica, in grado di replicare nel tempo la propria struttura. Sono tutte queste attività a consentire agli organismi di esprimersi e di costituirsi intersoggettivamente, attraverso l’emissione di segni e segnali di diverso genere o tramite interazioni ambientali di tipo manipolativo. Più che essere una soglia, un corpo consiste di una moltitudine di soglie, che si affacciano su un triplice marasma di stimoli percettivi, flussi inorganici e catene molecolari. Una complessità micro-ecostistemica in perpetua individuazione.

Prendendo in prestito un termine dall’informatica, si potrebbe dire che l’organismo sia un “nodo”, all’interno del quale traffici di ogni tipo si incontrano, si confrontano e si mescolano. La vita e la materia di un corpo organico sono, al tempo stesso, eterogenee ed eterogenetiche, fondate sulla composizione di differenze ed esse stesse produttrici di differenza. E sebbene l’organismo sembri conservare delle affinità con l’unità primordiale della cellula (il suo costituente più elementare), tale rapporto di somiglianza si rivela ben presto falso, in virtù della falsità dei suoi stessi presupposti: l’“unità” cellulare è anch’essa il risultato di milioni di anni di adattamenti, di composizioni e ricomposizioni di materiali differenti, mai costitutivamente “semplici” (come mostra, ad esempio, il lavoro di Lynn Margulis). Le proprietà emergenti che ci consentono di identificare un organismo possono essere individuate unicamente tramite un taglio trasversale, effettuato lungo strati e strati di storia, sia essa naturale o culturale, e attraverso varie dimensioni di realtà ‒ dal microcosmo al macrocosmo, dalla sensazione alla percezione, dall’elettrone al “meme” ‒ senza alcuna possibilità di assegnare preminenza ontologica a una di queste dimensioni. La molteplicità, l’eterogeneità e la frammentarietà sembrerebbero essere alla base di tutti i processi naturali, anche qualora tale abbondanza dia origine a strutture dotate di solidità e stabilità architettoniche.

Schegge mortali

Benché particolari proprietà emergenti, quali la coscienza o anche, più banalmente, la facoltà digestiva di un organismo eterotrofico o quella di omeostasi termica, chimica e comportamentale, evidenzino una certa unità sostanziale e processuale degli organismi, la massiccia presenza di scarti e residui in grado di inficiarla non può essere ignorata. Negli umani, ad esempio, la selettività dell’attenzione comporta sempre l’esclusione di numerosi elementi dal quadro della percezione di un ambiente (come nel caso del celebre esperimento del “gorilla invisibile”). Per estendere questo concetto su un piano strettamente somatico, si consideri una semplice febbre, nel corso della quale, a causa di un evento infettivo, l’equilibrio termico di un organismo omeotermo viene gravemente alterato. In questi casi, il corpo rinuncia all’impossibile costituzione di una totalità, tentando piuttosto di produrre una sintesi parziale di una serie di percezioni o temperature locali. In modo piuttosto simile, il concetto psicanalitico di trauma mostra come determinati eventi possano rimanere “irrisolti”, ossia non immediatamente sintetizzabili all’interno dell’orizzonte cognitivo della mente.

Ancora una volta, per parlare di un corpo, siamo costretti a balzare da una dimensione all’altra ‒ una pratica che ci consente di individuare parallelismi tra diverse dimensioni del reale. Al di là della comparatistica, si estende la lussureggiante giungla del formalismo, una prospettiva teorica che tenta di mostrare come, a partire da uno sparuto numero di vincoli, il molteplice riesca spontaneamente a dar vita a composizioni pluristratificate, dotate di innumerevoli sfaccettature e legate tra loro da rapporti di somiglianza dinamica e funzionale. È proprio questa complementarità di sintesi e parzialità (in quanto poli di una medesima attività di “formazione”) a far sì che i frammenti siano capaci di produrre delle architetture e a consentire che queste siano in grado di replicare, entro certi limiti, il proprio ordine compositivo. Ciò non significa, tuttavia, che composizioni più o meno stabili, quali appunto gli organismi, intrattengano con il molteplice rapporti meramente pacifici. L’irriducibilità di alcuni frammenti fa sì che questi possano improvvisamente trasformarsi in “schegge impazzite”, capaci di perforare la struttura, causandone la frammentazione e forzandone, qualora ciò sia possibile, la ricomposizione. In tali occasioni, le interazioni tra ambiente e organismo veicolano all’interno di quest’ultimo pattern provenienti dall’esterno ‒ e l’essenza stessa del trauma consiste in questa problematica compresenza di ordini strutturali e componenti aliene all’interno della medesima configurazione.

Lo sforzo in virtù del quale gli organismi ritrovano la propria unità compositiva e la loro stabilità strutturale, il conatus, è stato classificato dal fisico austriaco Schrödinger come una manifestazione particolare di una più generale tendenza all’equilibrio: la “neghentropia”, una capacità pre-individuale (per certi versi cosmica), di resistere alla dissipazione e alla de-composizione. È proprio in forza di tale perseveranza, che consente alle cose non solo di esistere ma anche di “insistere” all’esistenza, che il trauma può essere eventualmente metabolizzato all’interno delle strutture, producendo per di più nuove configurazioni e nuove modalità organizzative. Sebbene, all’apparenza, Schröedinger si sia limitato a rispondere a modo suo alla domanda “che cos’è la vita?”, basta spingersi poco più in là con l’immaginazione per rendersi conto di come si sia in realtà interrogato su una questione ancor più fondamentale, ossia sulle cause primitive dell’esperienza. Tutte le cose, tutti gli oggetti del mondo e non solo gli organismi viventi, non svaniscono di colpo in un turbinio di particelle e radiazioni, ma sussistono in condizione di semi-permanenza, costituendo tra loro reti di relazioni, conoscendosi e decifrandosi a vicenda, combinandosi o annientandosi le une con le altre.

Tutte le cose, tuttavia, sono costantemente minacciate e letteralmente smembrate da una tendenza opposta a quella neghentropica, un’inclinazione alla dispersione, al mutamento e alla frammentazione: l’entropia. L’entropia di un corpo costituisce la prima traccia in assoluto di un inconscio non individuale e impersonale, il primo sintomo della presenza di un mondo esterno alla coscienza, un mondo non riconducibile alla pseudo-unità neghentropica delle strutture. Il trauma non riguarda l’intimità della psiche individuale ma l’enigma presocratico della vita e della morte, del caos e dell’ordine, dell’attrazione e della repulsione.

Materia-Memoria

Si potrebbe dire che più che all’interno di un confine, di una cute, di un rivestimento o di una membrana, l’organismo sia sempre situato sulle proprie soglie, su quelle “interzone” di scambio che ne permettono la costituzione, lo sviluppo e l’evoluzione. Più che restare in attesa dell’evento sublime che lo annienterà o transustanzierà, un corpo è solito procedere per tentativi o, meglio, per occasioni ‒ introducendo timidamente delle novità o venendo violentemente invaso da esse, ribadendo energicamente la propria costituzione o affievolendosi nella penuria di chance.

A metà strada tra il conscio e l’inconscio, tra la dissoluzione entropica e la stabilità neghentropica, vi è la dinamica: l’intreccio e la sovrapposizione tra la storia profonda di un organismo (la sua filogenesi), la biografia di un corpo (la sua ontogenesi), le pressioni e gli stimoli ambientali e gli scherzi del caso. È questa comunicazione ininterrotta tra elementi spazio-temporalmente distanti a far sì che i flussi e i traffici si imprimano sull’organismo, “contraendosi” e “fissandosi” automaticamente, dando luogo a processi ricorsivi, ad abitudini e ad automatismi. Circuitazioni biologiche che consentono anche l’acquisizione di nuovi stati omeostatici, ossia di nuove configurazioni, che potranno essere poi replicate e riprodotte. Di fatto, sarebbe più corretto asserire che a fissarsi nei corpi e negli organismi non siano i processi in sé e per sé, ma queste stesse relazioni: stimolo e risposta, causa ed effetto, sensazione e percezione. Come nel caso di quegli animali che continuano a condurre una vita notturna, sebbene il predatore che costrinse i loro antenati a rifuggire la luce del giorno si sia estinto da migliaia di anni. La relazione, non la forma, è la condizione di esistenza della stabilità neghentropica, di questa ripetizione che domina gli organismi (ed è proprio questa la grande scoperta di Cartesio e dell’empirismo britannico). In questo senso, l’autopoiesi, la supposta facoltà del vivente di riprodurre se stesso in quanto totalità, non sarebbe altro che un’utile approssimazione: l’illusione, tipicamente umana, dell’esistenza di una forte integrità formale tra elementi eterogenei.

Giunti al nodo di produzione di un corpo, tuttavia, non è in alcun modo possibile attribuire priorità alle forme o ai frammenti. Improvvisamente, la domanda se sia giunto prima il corpo o le sue componenti non ha più alcun senso, giacché ci troviamo innanzi a una rete di relazioni che danno performativamente e compositivamente luogo a proprietà inedite. Eppure, è pur sempre vero che tra un corpo e il suo fuori vi è un’evidente sproporzione. Nelle sue interpretazioni più radicali il fuori è l’Illimitato, uno spazio attraversato da flussi energetici potenzialmente distruttivi; un ciclone materico, nel quale la temporanea concordanza tra un corpo e il suo ambiente può interrompersi da un momento all’altro.

Questa intrusione di un Fuori alieno nel corpo diviene palese nel caso di una certa micro-anomalia piuttosto frequente, il cosiddetto “tic” ‒ quel movimento, rapido e involontario, che si effettua, appunto, al di fuori della sfera della coscienza e, forse, a suo discapito. L’irruzione di questi movimenti involontari nella routine del corpo dimostra la permeabilità e la malleabilità dell’organismo agli stimoli esterni, la fragilità della composizione formale dei frammenti: organi, fibre e molecole appaiono dotati di una straordinaria autonomia ‒ un’autonomia contagiosa, che propaga le ridondanze del nuovo stimolo lungo tutto il corpo. La bocca si piega in una smorfia, senza che tale scatto aberrante possa essere interrotto in virtù di un decreto volontario della coscienza. Il tribunale delle facoltà si prostra al cospetto del più piccolo degli imputati.

Come ha intuito Ligotti ne La cospirazione contro la razza umana, la clamorosa sconfitta dell’unità organica culmina con la più terrificante delle rivelazioni: l’orrore di scoprirsi automi, l’illusorietà della padronanza e del controllo sul proprio corpo (il “corpo-proprio” alla base dell’intenzionalità fenomenologica). Attraverso l’intrusione di movimenti e pensieri involontari, il mondo, abitualmente prodotto a partire dal corpo e costituito da tutto ciò che il corpo può dire “suo”, rovescia questo rapporto, decentrando violentemente l’esperienza umana. D’altra parte, sono proprio questi fenomeni “eruttivi” a consentirci di trarre una nuova, importante conclusione. Se tanto gli atti volontari quanto quelli involontari sono il prodotto di una serie di ricorsività che collegano un corpo al suo ambiente, allora al di fuori degli organismi vi deve essere uno sconfinato oceano di abitudini e ridondanze, una vera e propria stratificazione di automatismi, nel bel mezzo dei quali ciascun corpo sarebbe totalmente immerso ‒ e dei quali esso stesso farebbe parte.

Il corpo subirebbe o, meglio, patirebbe una ripetizione automatica ancor più fondamentale di quella dei propri processi organismici, quella dei processi naturali: la serie di ripetizioni sulle quali poggerebbe l’impianto stesso dell’autocoscienza soggettiva, nonché la complessa architettura del mondo. La natura come grande “macchina” di composizione automatica. Un salto che ha tutto l’aspetto di una spericolata abduzione, ma che trova la propria giustificazione in una semplice necessità teoretica. Per quanto flebile, infatti, ogni generica stabilità (finanche il fatto che le cose non si dissolvano nel nulla) deve logicamente dipendere da una stabilità ancor più basilare ‒ ossia, come intuì Kant, da una seppur vaga solidità, quantomeno locale, dei nessi causali. Per dimostrare la validità empirica di tale affermazione, non sarà sufficiente dimostrare (come fece Schopenhauer) che un corpo fa ciò che vuole ma non può non volere ciò che vuole ‒ non basterà riaffermare il suo “essere-automa” ‒ giacché, al di là di questa elementare connessione soggettiva di cause ed effetti, vi è la storia di come tale volontà si sia costituita e affermata: la storia della natura come filo teso tra stabilità e trasformazione. Poggiamo, cioè, sulle nostre abitudini irriflesse che, a loro volta, poggiano sulle abitudini contratte dalla natura nel corso di miliardi di anni. Ne è un esempio il ritmo circadiano, che risalirebbe alla prime protocellule ‒ costrette a replicarsi al buio a causa della loro estrema fotosensibilità. Questi habit filogenetici, che permangono a distanza di milioni di anni, costituiscono dei veri e propri “resti fossili”, tracce che ci consentono di comprendere come la natura non sia che un’immensa memoria, fissatasi gradualmente sulla materia ‒ una sedimentazione di frammenti e relazioni tra frammenti.

La ripetizione fa memoria, producendo sia le strutture sia le modalità attraverso le quali si dispiega la loro vita. Perché ciò avvenga è l’interrogativo che apre e inaugura la filosofia. Perché c’è qualcosa? perché vi sono delle “cose” anziché il nulla? Le catene proteiche che diedero origine al DNA, la gastrulazione embrionale, la formazione dei cristalli e delle argille, la stratificazione geologica del pianeta, la replicazione molecolare, i meccanismi omeostatici degli organismi, degli ecosistemi, delle biosfere e delle atmosfere planetarie: sono solo alcuni dei processi ricorsivi che, attraversando ogni dimensione e scala, danno forma alla materia e, di conseguenza, al mondo. Questa facoltà impersonale di sintetizzare e organizzare il molteplice, in grado di dare origine a quelle che comunemente denominiamo “regolarità” o “leggi di natura”, ci proietta in direzione di una pseudo-unità più antica e più vasta di quella dell’organismo: una memoria protocollare e un’intelligenza proto-soggettiva, prodotte da una lunga serie di tentativi ed errori. Vi è qualcosa, anziché il nulla, proprio perché la natura e la materia si incontrano e confluiscono in questa spontaneità intelligente, che lega creazione e distruzione in un unico abbraccio.

Il caso e la necessità

Sarebbe un grave errore credere che la natura coincida perfettamente con la pura ripetizione automatica di pattern. In essa trovano spazio la novità e la fluidità ma anche l’intensificazione ‒ un raffinamento o una complicazione delle strutture preesistenti, che impiega la ripetizione abitudinaria come “rampa di lancio” per lo sviluppo di forme dotate di maggiori potenzialità.

Quando la concordanza tra un organismo e il suo ambiente si interrompe o si fa più flebile, a venir meno è la conoscenza acquisita, l’archivio di saperi, competenze e abitudini irriflesse sulle quali un corpo fa affidamento. Le rivoluzioni scientifiche, le trasformazioni culturali, l’evoluzione delle specie e persino la formazione degli strati geologici, mostrano come all’interno della ripetizione si faccia strada la differenza, come da Ananke (la necessità) sgorghi Tike (la casualità). Pur poggiando sulla filogenesi e su un più ampio spettro di regolarità ambientali, l’ontogenesi e lo sviluppo dinamico dei singoli organismi riservano sempre sorprese, deviazioni dai percorsi già battuti e solo all’apparenza consolidati. Oltrepassando la soglia tra sapere e non-sapere si esce dalla cornice della legge e ci si inoltra verso l’ignoto. Grazie all’errore, alla non sintetizzabilità di certi elementi e alla conseguente produzione di scarti e residui, i processi naturali transitano da un’oscillazione automatica all’altra, secondo ordini gerarchici di emergenza ma anche lungo linee di fuga da quegli attrattori formali che non fanno che replicare lo stato di cose presente.

È la stessa natura-materia a contrarre e sintetizzare tanto le ripetizioni di elementi, quanto le novità che si prospettano all’orizzonte degli eventi. Essa corrisponderebbe proprio a questa pura attività e a questa primordiale facoltà di contrazione, presentandosi come la contrazione originaria in sé. La natura opererebbe proprio come un bricoleur, rielaborando materiali già disponibili al fine di produrre nuove forme (un’immagine resa celebre da Jacob). Si tratta del concetto di “teleonomia”, coniato da Monod ne Il caso e la necessità ‒ un’indagine sull’evoluzione delle specie come intreccio tra invarianze e mutazioni casuali. Nelle prime pagine di questo saggio di filosofia naturale, Monod tenta di distinguere tra oggetti artificiali e oggetti naturali a partire dalle loro evidenti somiglianze strutturali e funzionali. A tal fine, immagina un macchinario alieno in grado di analizzare e comparare serie di oggetti nel tentativo di distinguerne la sorgente. Si considerino, ad esempio,

alcuni cavalli su un campo da corsa e alcune automobili su una strada. L’analisi porterebbe alla conclusione che tali oggetti sono strettamente paragonabili, in quanto entrambi concepiti per essere in grado di effettuare spostamenti rapidi, anche su superfici diverse, il che giustifica le loro differenze di struttura. Se poi, per fare un altro esempio, proponessimo alla macchina di confrontare le strutture e le prestazioni dell’occhio di un vertebrato con quelle di un apparecchio fotografico, il programma non potrebbe che riconoscerne le profonde analogie […]. Se ci si limita all’esame della struttura […] e all’analisi delle sue prestazioni è possibile individuare il progetto ma non l’autore. Per identificare l’autore è necessario un programma che studi non soltanto l’oggetto in sé ma anche la sua origine, la sua storia e, innanzitutto, le sue modalità di costruzione.

Per uscire da questo vicolo cieco è necessario ammettere la validità di due premesse maggiori: che gli organismi siano macchine in grado di costruirsi da sé (dunque prive di autore) e che queste stesse macchine siano in grado di riprodurre e trasmettere sia la propria struttura sia la propria facoltà autopoietica. La storia degli organismi biologici e la loro evoluzione dimostrano come la vita sulla Terra sia riuscita a proliferare, trasformandosi e differenziandosi nel corso di milioni di anni e conducendo a un drastico aumento della complessità. Le due premesse, assunte in qualità di assiomi del vivente, ci consentono di giungere per via diretta al dato empirico, ossia all’attuale configurazione della biosfera. Per Monod, le macchine organiche sarebbero guidate da un principio in grado di plasmarne e alterarne la forma, adattandone casualmente le funzioni: la teleonomia, appunto, una cieca libertà assoluta in grado di modificare gratuitamente le invarianze deterministiche del codice genetico ‒ lasciando gli organismi in balia dell’ambiente, soli dinnanzi alle dure prove dell’adattamento selettivo:

È la gratuità stessa di questi sistemi che, aprendo all’evoluzione molecolare un campo di esplorazioni e di esperimenti praticamente infinito, le ha permesso di costruire l’immensa rete di interconnessioni cibernetiche che fanno di un organismo una unità funzionale autonoma, le cui prestazioni sembrano trascendere alle leggi della chimica, se non addirittura sfuggire a esse [violando le leggi dell’entropia termodinamica]. Grazie alla nozione di gratuità, vediamo, in secondo luogo, come e perché tali interazioni regolatrici molecolari, che sfuggono a ogni vincolo chimico, hanno potuto essere scelte in modo selettivo unicamente per la loro partecipazioni alla coerenza del sistema.

La nozione di teleonomia introduce una nuova idea di contingenza, basata non solo sulla pura casualità o sull’aleatorietà ma su una ben più radicale infondatezza ontologica dell’invarianza. Non vi sarebbe alcun principio di ragion sufficiente in grado di giustificare la stabilità delle strutture ‒ persino di quelle comunemente ritenute fondamentali, come quella atomica. Questa non-necessità o pseudo-necessità dei processi naturali deve essere integrata nel quadro delle scienze e della filosofia, giacché è da essa che dipende la validità dello stesso concetto di natura. Sebbene le cose del mondo siano capaci di persistere all’orizzonte degli eventi, tale potenza è pur sempre segnata dalle ferite della fragilità e della metastabilità ‒ caratteristiche dovute alla pura sperimentalità della loro struttura ontologica. L’induzione, che consente all’esperienza di constatare la relativa stabilità dei fenomeni, è minata nel profondo da un’incertezza e da un’indeterminazione che si propagano a tutto il campo dell’a-priori.

Demiurgia cosmica

I frammenti che compongono le cose ‒ a loro volta composti da altri frammenti e così via, lungo tutta una mereologia transfinita ‒ esperiscono, nel corso del tempo, innumerevoli “resurrezioni”, attraversando configurazioni estremamente differenti. Ciascuna di queste esperienze di assemblaggio conferma l’efficacia di un pattern o ne confuta la validità, forzando i frammenti alla ricombinazione o a una dispersione senza ritorno. Lungo questo percorso tortuoso, il caso si insinua tra le crepe della necessità, nello scarto e nell’errore di codifica o decodifica, nell’esaurimento dell’efficacia, nella crisi, nelle catastrofi e nelle grandi rivoluzioni, persino nella possibilità di intensificare certi processi (dalla muta al branco, dalla capacità di planare a quella di volare). Un dinamismo presente, fin dagli albori, al cuore della teoria dell’evoluzione ‒ lungo una linea speculativa che dai presocratici giunge a Darwin e ai suoi prosecutori. Una dinamica selettiva contraddistinta da una forte compresenza di adattamenti, preadattamenti, mutazioni epigenetiche, endosimbiosi e balzi repentini, nello sviluppo tanto degli individui quanto delle popolazioni, tanto degli organismi quanto del mondo inorganico. Una continuità che va dalla formazione delle argille, ai diagrammi evolutivi impiegati per prevedere e ottimizzare gli sviluppi delle tecnologie. I principali indizi di tale continuità dinamica sono intrinsecamente legati alle modalità attraverso le quali si esprime l’evoluzione: a partire da elementi più semplici (sebbene mai essenzialmente semplici, ossia indivisibili) è possibile ottenere un drastico aumento della complessità, grazie a una costante attività di differenziazione spontanea. All’interno di questo processo di moltiplicazione si può assistere a un incremento della stabilità strutturale e della fedeltà replicativa ‒ segno della conservazione e della memorizzazione biologica o elettro-chimica dell’informazione. È proprio grazie a tale continuità che possiamo ipotizzare che la natura non sia il prodotto finito di un autore esterno ma il prodotto infinito di un’attività interna. Il processo evolutivo si configurerebbe, perciò, come la scena primaria della storia dell’auto-costruzione della natura.

Se la materia ‒ ciò che da una diversa prospettiva ci appare come la molteplicità dei materiali ‒ è il campo di sperimentazione infinita della natura, essa è, al contempo, un fattore di resistenza e di frizione, che si manifesta attraverso le modalità della selezione e dell’adattamento. Verosimilmente, questa costante produzione di residui e scarti processuali non consentirebbe in alcun modo di porre, neppure in via speculativa, l’esistenza di un ipotetico stato finale della materia che coinciderebbe con l’organizzazione della natura in quanto totalità. Nessuna struttura, inoltre, sarebbe in grado di compiere un balzo tale da non poter essere in qualche modo definito graduale, ossia scomponibile in momenti o in serie, finanche infinitesimali. Si può perciò ipotizzare che la natura sia un processo aperto, non una totalità, e che, per le strutture organizzate, “lottare” significhi lottare per la propria sopravvivenza, nonché per la possibilità di replicare e tramandare la propria architettura e non, come sostengono alcuni, combattere per un’ipotetica supremazia assoluta, tanto impossibile quanto ecologicamente devastante.

La tensione che vige tra natura e materia rassomiglia a quella che si viene a instaurare tra l’artigiano e i materiali grezzi che si appresta a lavorare e assemblare. Un’analogia che trova il suo apice nel personaggio concettuale del Demiurgo platonico, ma che è necessario affiancare a una seconda prospettiva, quella dell’autocostruzione spontanea e univoca del mondo, ossia della pura attività ateleologica della materia. Senza dubbio, la struttura e l’organismo sono “incidenti di percorso”, epifenomeni di un processo più vasto e più complesso. Tuttavia, senza la costituzione accidentale di tali nodi, la natura non sarebbe nulla (sarebbe, anzi, il nulla stesso: una cascata di radiazioni e protoparticelle, lanciate alla velocità della luce nel vuoto di un abisso senza fondo). In questo senso, l’idea di un’autocostruzione della natura-materia non può non rimandare alla classica distinzione spinoziana tra natura-naturante e natura-naturata. Una duplicità che, a sua volta, fa affidamento su due diversi momenti in stato di sovrapposizione: quello della produzione materiale della natura a partire da una disponibilità di frammenti e quello della sua emergenza formale in quanto soggettività impersonale ‒ costitutivamente incompiuta e animata da un’infinita attività.

Tra queste due posizioni vi è un’importante differenza, che diviene evidente qualora si accostino e si confrontino tra loro l’immanentismo spinozista e la demiurgia platonica: se il Dio-Natura di Spinoza coincide immediatamente con la materia (senza alcun grado di separazione), la natura platonica e neoplatonica è limitata, rallentata e ostacolata dalla materia. È proprio tale tensione, nata dal caso e tramutatasi in necessità, a generare il gioco di creazione e distruzione che assembla e disassembla il mondo. Senza di essa, il cosmo sarebbe dominato dalla più pura attualità, apparendo infinitamente esteso nello spazio e nel tempo ‒ in quanto emanazione di un’entità perfettamente totalizzata. Le grandi catastrofi, le estinzioni di massa e i mutamenti ecosistemici, al contrario, mostrano come la natura non sia che una proprietà emergente, la forma delle forme o, meglio, la macchina astratta per eccellenza: l’anima di un mondo perituro e costantemente incompleto.Affinché vi siano il divenire e il mutamento è necessario che l’Essere sia essenzialmente e costitutivamente privo di sé: «Eventum tantum per tutti gli eventi, forma estrema per tutte le forme che restano disgiunte in essa, ma che fanno risuonare e ramificare la loro disgiunzione». «Un patchwork infinito» di “campionamenti” sintetici. Se è memoria, costituzione di vincoli di invarianza, la natura è al contempo intelligenza, capacità di sottrazione adattiva ai limiti e ai confini della struttura; una facoltà che consente di rispondere plasticamente alle trasformazioni. Il gesto da ripetere, in questo caso, è la duplice presa di distanze del misterioso Straniero platonico:

È […] necessario riconoscere che sono tanto ciò che è messo in movimento quanto il movimento […]. Ne consegue dunque […] che se tutte le cose fossero immobili, non vi sarebbe intelletto per nessuno, di nessuna cosa e in nessun modo […]. Se invece ammettiamo che tutte le cose sono trascinate e mosse, anche in base a questo ragionamento priveremmo le cose che sono dello stesso intelletto […]. E allora bisogna combattere con ogni ragionamento chi si sforza di eliminare, relativamente, a qualunque oggetto, la scienza, l’intelligenza e l’intelletto.


Claudio Kulesko ha collaborato con la rivista Alphaville – Per un’ecosofia del futuro, e si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari, di realismo speculativo, di filosofia delle scienze e pessimismo filosofico. È organizzatore e ideatore, assieme a Giuseppe Molica e Lorenzo Marsili, del Seminario Musica e Filosofia dell’università Roma Tre.

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