La natura è il nostro limite



Gli studi del neuroscienziato Kevin J. Mitchell (pubblicati in Buon sangue non mente, Aboca edizioni) ripropongono con forza un problema con una lunga storia: quel che siamo e diventeremo è predeterminato? Esiste una natura umana? La proposta è che la natura umana sia il limite di quel che possiamo diventare.


In copertina e nel testo: opere di Tamara de Lempicka

di Francesco D’Isa

Perché sono attratto da una determinata persona o genere? È nella mia natura, o la scelta è dovuta a fattori culturali? Questo non è che un esempio del dibattito tra natura e cultura divenuto celebre dal XVI-XVII secolo, a colpi di Bellum omnium contra omnes (Hobbes: la natura umana è fondamentalmente egoista) e Tabula rasa (Locke: tutte le idee si sviluppano in base all’esperienza); ma la diatriba ha radici antiche – già nel Protagora di Platone si individua una differenza tra ciò che è figlio dell’“arte” e ciò che invece è frutto della natura («l’audacia è frutto dell’arte e talvolta anche della passione e della follia, come la potenza, mentre il coraggio è frutto di natura e del buon nutrimento delle anime» 351b). A ben vedere, la divisione tra natura e cultura è intrinsecamente difettosa: se l’uomo è parte della natura, infatti, tutto quel che crea è parimenti naturale, dalle strutture sociali ai sommergibili atomici. Come scrive Francesco Remotti su Treccani:

“Un’eruzione vulcanica è indubbiamente un fenomeno naturale; una guerra tra esseri umani e conseguente cannibalismo rituale (come succedeva, per esempio, tra i Tupinamba del Brasile) sono invece collocati tra i fatti storici e intesi prevalentemente come fenomeni culturali, in quanto coinvolgono in primo luogo società dotate di una propria struttura economica, di un’organizzazione politica e militare, di specifiche regole di comportamento e di valori. Con un’espressione ormai molto usata si potrebbe tuttavia sostenere che anche natura e cultura, nonché il loro nesso, sono frutto di invenzione.”

Ma per quanto la dicotomia si basi su delle logiche fragili, la persistenza del dibattito testimonia che nasconde qualcosa di importante – tra cui delle forti motivazioni politiche. La presunta naturalità di certe prassi, infatti, può essere utilizzata per emarginare o punire chi da questa natura si allontana: è così che nasce l’idea di una famiglia “naturale”, un amore “naturale”, una fisionomia o una mentalità conforme alla “natura” e via dicendo. Ma questa strategia retorica sarebbe sbagliata persino se fosse corretta, perché anche se esistesse un comportamento naturale, non ne conseguirebbe che questo sia giusto e/o che prassi meno comuni siano da proibire. Se, come pensava Hobbes, soverchiare i propri simili per il proprio tornaconto fa parte della natura umana, non dovremmo piuttosto premiare chi si allontana da tale natura? E se la natura umana fosse di avere i capelli neri, i biondi sarebbero da emarginare? Ma anche spostarsi verso l’idea di tabula rasa e sostenere che l’essere umano è per lo più frutto dell’educazione e della cultura in cui nasce potrebbe risultare falso, sebbene risulti gradevole ad altri palati. Lo vedremo meglio quando parlerò di Buon sangue non mente (Aboca) di Kevin J. Mitchell, ma è sufficiente constatare la finitezza umana (se ammettiamo che le identità esistano e una sia quella dell’uomo) per capire che l’uomo ha e avrà sempre dei limiti – i suoi limiti. La cultura gioca sempre nei margini di ciò che l’uomo può e non può diventare, sia come specie che come individuo. Un esempio per rendere l’idea: fatico ad accettare che l’assenza di talento musicale faccia parte della mia natura individuale e che, per quante lezioni di piano io faccia, rimarrò sempre un mediocre musicista. D’altra parte, non avrò problemi ad ammettere di non poter diventare un corno inglese – trasformandomi letteralmente in uno strumento a fiato di legno ad ancia doppia e canna conica. L’esempio può sembrare ridicolo, ma se è vero che diventare un corno inglese non fa parte della natura umana, bé, ne consegue che questa natura esiste. In breve, se ammettiamo di avere degli insuperabili limiti prestabiliti, accogliamo di conseguenza che esiste una qualche natura umana – l’assurdità dell’esempio lo rende evidente per il semplice fatto che nessuno dubita che diventare un corno inglese non fa parte della natura umana.

Tamara de Lempicka, Rtratto duchessa de la Salle) ©Tamara Art Heritage

Provo ora a introdurre una variabile per risolvere questa rischiosa dicotomia: il tempo. La mia definizione provvisoria è che la natura è ciò che cambia più lentamente, mentre la cultura è ciò che cambia più velocemente. Avere un certo ruolo sociale, un determinato gusto nel vestire, un modo specifico di intendere la famiglia, sono tutte cose che talvolta cambiano con una relativa velocità, in tempi recenti anche nell’arco di meno di una generazione. Avere due gambe e due braccia, dover mangiare per sopravvivere e fare sesso per riprodursi, invece, sono cose che possono mutare, ma in centinaia di migliaia di anni. Non ho fatto esempi a caso: abbiamo ancora due braccia e dobbiamo sempre mangiare, ma l’atto sessuale non è più indispensabile per riprodurci. Come insegnano i sogni (e talvolta deliri) trans- e post- umanisti, la tecnologia accelera le nostre possibilità e la velocità del cambiamento. Ma la tecnica non è l’unico fattore in gioco, se pensate a cosa abbiamo fatto ai cani, trasformati da lupi a carlini nel giro di poche migliaia di anni. I cani sono diventati dei parassiti dell’uomo e le loro nuove caratteristiche, scomode da un punto di vista predatorio, hanno come principale utilità il farsi scegliere e nutrire dagli umani. Non possiamo sapere con certezza che quel che è accaduto ai cani non succeda un giorno anche a noi, perché la nostra genetica lo rende possibile – è nella nostra natura, mi verrebbe da dire. Ma esistono cose che proprio non si possono cambiare, tali da rappresentare la nostra natura più autentica? Il futuro ci è ignoto e la domanda non può avere risposta. Possiamo immaginare uno sviluppo tecnologico tale da portare alla nascita di cyborg che metterebbero in difficoltà persino Donna Haraway, nel loro essere esteticamente e cognitivamente distanti dall’attuale umanità – una fantasia che evidenzia un altro inghippo, ovvero che ai nostri occhi (culturali) del 2020 un ipotetico cyborg disincarnato, immortale e ipervirtualizzato del 2800 sembra meno umano di un cagnolino. Emerge così un’ulteriore complicazione, perché se l’essere umano ha dei limiti, potremmo dire che la sua definizione – che è culturale –  non ne ha. Ma anche la fantasia ha dei confini, sebbene ben più ampi di quelli della realtà, ed è lecito supporre che ci sia sempre qualcosa che sfugge all’immaginazione umana. Voglio ora osservare la differenza tra natura e cultura attraverso i risultati degli studi del celebre neuroscienziato Kevin J. Mitchell, editi in Italia da Aboca edizioni (Buon sangue non mente). Apparentemente Mitchell sferra dei colpi non indifferenti al concetto di cultura, perché arriva a sostenere che il nostro comportamento – o meglio, la nostra attitudine comportamentale – è determinato in parte molto esigua da ambiente ed educazione. A stabilire talenti e predisposizioni è invece il corredo genetico coniugato allo sviluppo del cervello, un processo quest’ultimo che è in gran parte casuale e rende imprevedibile lo sviluppo caratteriale solo a partire dai geni (addio eugenetica insomma). Vale la pena citare un riassunto dello stesso autore:

“… ho sostenuto che i caratteri psicologici possono differire da un individuo all’altro su base innata, e che queste differenze hanno due origini: le differenze genetiche nel programma che specifica lo sviluppo e il funzionamento del cervello, e la variazione casuale nel modo in cui questo programma trova attuazione in ciascun individuo. Questo secondo fattore è spesso trascurato, ma esso implica che molti caratteri sono ancora più innati di quanto non indichi la semplice stima di ereditabilità. In breve, siamo nati diversi l’uno dall’altro. La tabula non è affatto rasa. Per molte persone, questa potrebbe essere la cosa più ovvia al mondo, data la loro esperienza quotidiana con altri esseri umani, primi fra tutti i bambini. Per altri, invece, può avere il sapore del determinismo genetico, come se stessi affermando che i geni determinano il comportamento, che ne siamo schiavi e che siamo privi di qualunque reale autonomia.

Non è affatto così. La mia tesi è molto più modesta. Essa consiste semplicemente in questo: la variazione dei nostri geni e del modo in cui il nostro cervello si sviluppa produce differenze nelle nostre predisposizioni comportamentali innate, cioè causa la variazione delle nostre tendenze e capacità comportamentali. Queste predisposizioni influenzano senz’altro il modo in cui ci comportiamo in questa o quella circostanza, ma non lo determinano tutto da sole: semplicemente, costituiscono una base alla quale si sovrappongono altri processi. Impariamo dalle nostre esperienze, ci adattiamo agli ambienti che abbiamo intorno, sviluppiamo modi di agire abituali: tutto questo è fondato, in parte, sui nostri tratti di personalità, ma dipende anche dal contesto.”

A sostegno della propria tesi Mitchell porta varie prove sperimentali, come ad esempio lo studio del comportamento di gemelli allevati dalla famiglia di origine e di altri adottati da famiglie diverse: «…l’effetto dell’ambiente familiare condiviso è in genere trascurabile. Essere cresciuti nella stessa famiglia non rende due individui più simili nei tratti di personalità. D’altra parte, essere cresciuti in famiglie differenti non li rende più differenti». Per quel che riguarda la casualità nello sviluppo del cervello, una prova piuttosto evidente è l’asimmetria del corpo umano, perché «le due metà del corpo sono il risultato di esecuzioni largamente indipendenti del programma di sviluppo codificato nei nostri genomi. Ne conseguono piccole differenze tra un lato e l’altro per ciò che riguarda la lunghezza delle braccia o delle gambe, o quella delle dita delle mani o dei piedi, o le dimensioni di un piede rispetto all’altro, così come differenze nell’esatta disposizione dei vasi sanguigni o dei peli che abbiamo sulle mani». Per il neuroscienziato la simmetria è considerato generalmente un tratto distintivo della bellezza fisica proprio perché attesta una certa robustezza del processo di sviluppo e, perciò, della fitness genetica.

Tamara de Lempicka
Danzatrice russa (Danseuse russe), 1924
©Tamara Art Heritage

Come afferma lo stesso Mitchell però, l’influenza culturale è importante se presa in analisi relativamente al comportamento. Tra un individuo biologicamente predisposto alla musica nella società contemporanea e uno nella preistoria, ad esempio, possiamo riscontrare delle differenze sostanziali – è difficile immaginare cosa facesse un sosia di Mozart del neolitico, ma possiamo immaginarci un individuo ben diverso dal Wolfgang del settecento. Anche restando nella contemporaneità, una predisposizione non implica per forza la condanna a un determinato comportamento: se sono predisposto a essere disordinato, di certo faticherò a tenere in ordine la casa, ma posso comunque impegnarmi fino a diventare più ordinato di una persona col giusto talento ma priva dell’adeguata educazione. Mitchell evidenzia tre gruppi di variabili a monte del comportamento umano: la genetica e lo sviluppo cerebrale determinano quasi in toto le tendenze, mentre l’educazione e la biografia personale definiscono ulteriormente a cosa porteranno certe predisposizioni biologiche. Attenzione però: se si accoglie questa posizione si rischia di dover rinunciare al libero arbitrio. Il timore di perdere la propria libertà è un ostacolo tirato spesso in ballo dai tifosi della cultura, benché la paura di una conclusione spiacevole non sia un argomento. Per di più nemmeno la propria cultura è una libera scelta; lo mette bene in evidenza la filosofa Amia Srinivasan, che ha coniato il concetto di “ansia genealogica”, ovvero «l’ansia che le origini causali delle nostre idee, una volta rivelate, possano in qualche modo minare, destabilizzare o mettere in dubbio la legittimità o la posizione di quelle idee». Per la studiosa (mia la traduzione), 

“Ognuno di noi non solo si trova nel mondo, ma in un mondo particolare: in un particolare momento storico, una particolare cultura, una particolare famiglia, un particolare linguaggio, un particolare corpo. Inoltre, le nostre rappresentazioni del mondo – le nostre credenze, i nostri valori e i nostri concetti – sono modellate radicalmente sulla base di fatti contingenti relativi alla nostra posizione in questo spazio di possibilità. E dunque? Sono giustificata ad avere le credenze, i valori e i concetti che ho, se li possiedo solo a causa della mia storia particolare e contingente?”

Anche in questo caso la dicotomia natura/cultura non ci aiuta, anzi. Sono interessanti in merito le conclusioni di Edgar Morin, che, ne Il Paradigma perduto (Mimesis), scrive:

“Quando l’evoluzione “naturale” del cervello ominide ha prodotto e sviluppato la cultura, è l’evoluzione che spinge in seguito o stimola l’ominide a sviluppare il suo cervello, cioè a trasformarsi in uomo […] dunque il processo di cerebralizzazione è ontogenetico (cioè la complessificazione socioculturale spinge al pieno impiego delle attitudini cerebrali) e filogenetico (avviene cioè attraverso mutazioni che producono nuove attitudini, che cominciano a essere sfruttate dalla complessificazione socioculturale) […] il ruolo dell’evoluzione biologica nel processo sociale e nell’evoluzione culturale è molto più grande di quanto si pensasse, ma d’altra parte si può vedere anche il ruolo della cultura, cosa ancora recentemente insospettata, risulta capitale per la continuazione dell evoluzione biologica del sapiens.”

  La soluzione del sociologo francese è una sorta di loop tra natura e cultura, in cui il grosso cervello del sapiens si giustifica e alimenta evolutivamente proprio in virtù della sua complessa organizzazione sociale. Così «l’uomo è un essere culturale per natura perché è un essere naturale per cultura». Nella sua interezza la tesi di Morin è più ampia e si può riassumere nell’idea che la complessità e il “rumore” di informazione del cervello e della società umana è un ingrediente fondamentale per la coesione, lo sviluppo e l’adattamento della sua organizzazione. Quel che mi interessa in questo momento però è l’uroboro tra natura e cultura costruito dal filosofo, perché mi sembra un avvicinamento all’annullamento di tale distinzione: gli opposti si completano ma ancora non si fanno uno. È quel che Bruno Latour in La sfida di Gaia (di prossima pubblicazione per Meltemi) definisce “mondo”:   “Dovremmo introdurre un’opposizione, non più stavolta fra natura e cultura (poiché sono le incessanti vibrazioni fra le due la causa della nostra follia), ma fra Natura/Cultura da un lato e, dall’altro, un termine che li includerebbe entrambi come un caso particolare. Propongo semplicemente di utilizzare il termine mondo o l’espressione “fare mondo” per indicare questo concetto più aperto, definendolo, in modo ovviamente molto speculativo, come quel che apre alla molteplicità degli esistenti, da una parte, e, dall’altra, alla molteplicità dei modi che hanno di esistere.”   È il momento di arrivare a una proposta. Se tutto ciò che un uomo è, è stato e sarà fa parte della sua natura, la natura è il limite di quel che possiamo diventare. Questa definizione, apparentemente semplice, è in realtà un’anti-definizione, perché i nostri limiti restano comunque ignoti. A ben vedere, per definire natura e cultura abbiamo cancellato entrambe, tornando alle sole identità certe, ovvero una moltitudine di casi particolari dai confini vaghi, porosi e relativi. Tutto quel sappiamo con certezza è che l’uomo – finché avrà un’identità – è intrinsecamente un essere finito. Con la dicotomia che ci si sgretola tra le mani, possiamo tornare a pensare a cosa ci serve dividere natura e cultura. Abbiamo già preso in analisi e rifiutato i motivi politici, ma esistono anche delle buone ragioni predittive che rendono talvolta utile questa separazione. Ad esempio, è più probabile che un uomo si comporti in un certo modo piuttosto che in un altro, che mangi se ha fame, che non apra le ali (non ne ha) se si getta da un burrone, che seppellisca i suoi morti, che corra di media fino a una certa velocità… non sono proiezioni inutili e giustificano una certa fiducia in quelli che, seguendo la definizione precedente, sono i nostri attuali limiti – la nostra natura. Ma le predizioni, si sa, divengono certezze solo a cose fatte. È nella natura umana riprodursi facendo sesso – ecco una previsione sulla natura umana che ha funzionato in modo impeccabile per centinaia di migliaia di anni per diventare falsa qualche anno fa, quando è stata inventata la fecondazione assistita. La natura umana, così come i cliché e gli stereotipi, sono utili fintanto che rimangono quel che sono: ipotesi revisionabili. Questo non significa che non abbiamo limiti – vengono in mente i limiti dell’interpretazione di cui parlava Eco – ma che l’ultima parola trascende comunque la nostra volontà e che, quale che sia, non saremo noi a definire la nostra natura, che avrà compiuto il suo corso e delineato i suoi ultimi confini solo quando saremo scomparsi.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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