La normalità del bene



La Danimarca respinse il nazismo, e lo fece per dei motivi culturali, storici e sociali. Oggi, questi motivi, vale la pena conoscerli.


In copertina: “Battle of Germany” di Paul Nash

Questo articolo è un estratto di “Il nazista che salvò gli ebrei“, di Andrea Vitello, pubblicato dalla casa editrice Le Lettere, che ringraziamo.

di Andrea Vitello

Perché i danesi fecero una scelta diversa da quella delle altre popolazioni che vivevano nei paesi occupati dai tedeschi e rifiutarono di adeguarsi alle leggi naziste? 

In Danimarca vigeva una delle più antiche democrazie d’Europa e, nel corso dei secoli, la discriminazione e il razzismo istituzionalizzati, non solo nei confronti degli ebrei ma di qualsiasi altra persona, erano sempre stati respinti dal Parlamento. La società si era evoluta all’insegna dell’empatia e della tolleranza, includendo senza discriminazioni persone e comunità, compresa quella ebraica. Queste caratteristiche si accentuarono negli anni precedenti all’occupazione tedesca: come abbiamo visto, ci fu un’azione di propaganda da parte delle autorità per sottolineare come non ci fossero distinzioni tra il cittadino di fede cristiana e quello di fede ebraica, poiché il vero danese era colui che si riconosceva all’interno dei valori democratici della società. In Danimarca gli ebrei non erano considerati come “gli altri”, bensì erano integrati nella comunità e potevano vivere dignitosamente senza essere segregati in un ghetto. In conseguenza di ciò, fu naturale che gli altri danesi li aiutassero, ritenendo che fosse una cosa normale e non un atto eroico. Nelle varie testimonianze spiegano che non avrebbero potuto comportarsi in maniera diversa: come avrebbero potuto convivere con sé stessi se avessero aiutato i nazisti? Da un punto di vista filosofico si potrebbe dire che misero in pratica l’enunciato socratico, decidendo di dare ascolto alla propria coscienza: 

E invece io credo, carissimo, che sarebbe assai meglio che fosse scordata e stonata la mia lira, e che stonato fosse il coro da me istruito e che la maggior parte degli uomini non fosse d’accordo con me e che dicesse il contrario di ciò che dico io, piuttosto che essere io, che pure sono uno solo, in disaccordo e in contraddizione con me stesso

Per dimostrare che quanto accaduto in Danimarca durante la Seconda guerra mondiale non fu un evento casuale, possiamo guardare a cosa avvenne dopo la rivoluzione ungherese del 1956. In quella occasione, i danesi misero a disposizione numerose abitazioni per ospitare più di mille rifugiati. Tuttavia, quando scoprirono che molti di essi erano antisemiti, considerando la cosa inaccettabile, decisero di intervenire organizzando degli incontri tra gli ebrei locali e i rifugiati ungheresi. Il risultato fu ottimo, nel senso che il numero di antisemiti diminuì notevolmente. 

Tra i settemila ebrei portati in salvo nell’ottobre del 1943, più di mille non erano danesi. Il trattamento riservato in Danimarca agli stessi apolidi si distinse da quello che ricevettero nel resto d’Europa, dove gli era negata ogni cittadinanza ed erano considerati come un peso; così quando venivano catturati e mandati nei campi di concentramento nessuno protestava. Anche la Arendt nei suoi scritti spiega che, quando nella Francia di Vichy venivano arrestati, nessuno batteva ciglio, anzi la polizia francese aiutava i tedeschi. Pierre Laval, primo ministro del Governo Vichy, disse: «Questi ebrei stranieri erano sempre stati un problema, in Francia” e quindi “il Governo francese era lieto che il mutato atteggiamento tedesco desse alla Francia l’occasione di sbarazzarsene»

Anche in Danimarca gli ebrei apolidi non godevano della cittadinanza né potevano esercitare un lavoro regolare. Tuttavia, durante il periodo della cooperazione pacifica, quando la Germania pretese la loro consegna, le fu opposto un rifiuto da parte del Governo che intervenne in difesa di tutti gli ebrei presenti nel suo territorio, non solo di quelli danesi

A differenza della situazione venutasi a creare sotto il regime di Vichy, è dunque interessante notare come Duckwitz rappresentasse un esempio di disobbedienza agli ordini. Possiamo quindi chiederci perché Duckwitz lo abbia fatto. Egli avrebbe potuto semplicemente ubbidire agli ordini, giustificandosi poi, come fecero i nazisti al processo di Norimberga, ed Eichmann al processo di Gerusalemme, con l’impossibilità di venire meno al giuramento di fedeltà verso Hitler e agli ordini dei suoi superiori. Queste motivazioni non hanno però validità di fronte al principio di responsabilità individuale e di responsabilità collettiva, dei gruppi come le SS, introdotto per la prima volta al processo di Norimberga246. In sostanza i nazisti, ubbidendo acriticamente agli ordini, compivano quello che la filosofa Hannah Arendt definì “la banalità del male”. L’espressione non vuole indicare che gli atti compiuti siano “banali”, ma piuttosto si riferisce alle persone che compivano tali atti, considerate persone “banali” che rinunciano alla caratteristica che ci distingue dagli animali, ovvero la facoltà del pensiero, la ragione. Ed è proprio questa, come spiegò nei suoi scritti la Arendt, che ci permette di distinguere il bene dal male. Privarsene significa smettere di agire razionalmente. Per non cadere nella “banalità del male”, dobbiamo quindi coltivare in noi stessi una coscienza critica che ci permetta di essere sempre in grado di dare un giudizio morale, anche in mancanza di leggi o valori condivisi. Infatti: «Il giudizio morale è affine al giudizio estetico che afferma mi piace o non mi piace; proprio perché non è un giudizio determinante che sussume il particolare sotto l’universale, ma un giudizio riflettente, esso non può avvalersi di norme stabilite a priori». Alla luce di questa affermazione, risulta chiaro che Duckwitz ha sempre mantenuto vigile la sua coscienza e, al momento opportuno, ha avuto il coraggio di fare tutto quello che poteva per salvare gli ebrei, poiché riteneva sbagliati gli ordini che gli erano stati impartiti. Secondo la Arendt, coloro che non parteciparono alle atrocità dei nazisti furono persone che «si chiesero fino a che punto avrebbero potuto vivere in pace con la propria coscienza se avessero commesso certi atti». In conclusione, l’esempio danese ci insegna che per scongiurare l’affermazione di forze totalitarie in uno stato è fondamentale mantenere all’interno di esso la pluralità di pensiero sul fronte politico e costruire una società fondata sui valori dell’inclusione, della tolleranza, della democrazia e dell’umanitarismo. L’esempio di Duckwitz, a sua volta, ci dimostra che, nonostante l’introduzione di leggi e principi razzisti, se manteniamo sempre attiva la nostra coscienza critica possiamo scegliere di fare la cosa giusta, anche se questa va contro tutto quello che ci viene ordinato. Nei periodi più bui della storia, quando ci sembra di non avere nessuna scelta, questa, in realtà, c’è sempre. Anche se i nostri vicini compiono atti indicibili, noi possiamo tirarci indietro e agire in modo autentico rispetto a quello che gli usi e costumi morali che ci circondano imporrebbero di fare. 

Quindi se la Shoah è stata la realizzazione della “normalità del male”, il salvataggio degli ebrei che si trovavano in Danimarca è stata la realizzazione della “normalità del bene”. 


Andrea Vitello è nato nel 1992 a Empoli in provincia di Firenze, dove vive. Si è laureato in Filosofia e in Scienze Storiche all’Università di Firenze. È stato capo ufficio stampa del Filosofestival, il festival della filosofia di Firenze. Ha contribuito all’Enciclopedia dei Giusti di Gariwo la foresta dei Giusti, fondazione con la quale collabora.

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