La pandemia secondo Petrarca

Il poeta e studioso Francesco Petrarca ha vissuto la pandemia più letale della storia, la peste nera del XIV secolo, che ha ucciso fino a 200 milioni di persone in tutta l’Eurasia e il Nord Africa. Attraverso la singolare documentazione di lettere e altri scritti che ci ha lasciato, Paula Findlen esplora come il poeta ha raccontato, commemorato e pianto i suoi cari e cosa può insegnarci la sua esperienza ancora oggi.


IN COPERTINA un’ospedale medievale, artista sconosciuto.

Questa è la traduzione italiana dell’articolo pubblicato da public domain review


di Paula Findlen

Cosa ricorderemo di quest’anno di COVID-19 e come? Nel 1374, nell’ultimo anno di una lunga e interessante vita, l’umanista e poeta Francesco Petrarca osservò che la sua società aveva vissuto con “questa peste, senza eguali in tutti i secoli”, per oltre venticinque anni. La sua fortuna e la sua sfortuna erano state quelle di sopravvivere a tanti amici e familiari morti prima di lui, molti dei quali proprio a causa di questa devastante malattia.

Petrarca, una delle voci più eloquenti del suo tempo, parlò a nome di un’intera generazione di sopravvissuti alla peste, dopo la pandemia del 1346-53 e il suo periodico ritorno. Impugnava abilmente la penna per esprimere il dolore collettivo della sua società in modo profondo e personale, riconoscendo l’effetto di tante perdite e sofferenza. All’indomani dell’anno, particolarmente devastante, del 1348, quando la peste inghiottì la penisola italiana, il suo buon amico Giovanni Boccaccio, nel suo Decamerone, disegnò un ritratto indelebile di giovani fiorentini in fuga dalla loro città colpita dalla peste, intenti ad aspettare che la tempesta passasse raccontando cento storie. Da parte sua, Petrarca ha documentato l’esperienza della peste per diversi decenni, sondando i suoi mutevoli effetti sulla sua psiche. La peste nera aveva acuito la sua idea di una vita di dolcezza e fragilità, soprattutto di fronte alla realtà della malattia che si era manifestata in tante forme diverse. Il poeta aveva grandi domande ed era alla ricerca di risposte.

“L’anno 1348 ci lasciò soli e indifesi”, dichiarò all’inizio delle sue Epistole, il suo grande progetto di condividere con gli amici versioni accuratamente selezionate della sua corrispondenza. Qual era il senso della vita dopo tutte quelle morti? Aveva trasformato lui o qualcun altro in meglio? L’amore e l’amicizia potevano sopravvivere alla peste? Le domande di Petrarca hanno permesso ai suoi lettori di esplorare come si sentivano a proposito di questi temi. Ha dato loro il permesso di esprimere tali sentimenti, anzi si è assunto l’onere, che era anche la sua opportunità letteraria, di articolare lo Zeitgeist.

Petrarca era notoriamente un girovago e raramente rimaneva a lungo in un luogo. Alternava periodi di isolamento in campagna autoimposto e di immersione totale nella vita delle città, anche durante le peggiori epidemie. Questa mobilità lo ha reso un osservatore particolarmente singolare di come la peste sia diventata una pandemia. Alla fine del novembre 1347, un mese dopo che le navi genovesi portarono la peste a Messina, Petrarca si trovava a Genova. La malattia si diffuse rapidamente via terra e via mare – attraverso i ratti e le pulci, anche se all’epoca si credeva che fosse il prodotto della corruzione dell’aria. La consapevolezza di Petrarca del corso di questa pandemia emerge chiaramente in una lettera scritta da Verona il 7 aprile 1348, quando rifiutò l’invito di un parente fiorentino a tornare nella natia Toscana, scrivendo “la peste di quest’anno ha calpestato e distrutto il mondo intero, soprattutto lungo la costa”.

Tornato alcuni giorni dopo a Parma, ancora libera dalla peste, Petrarca apprese che il suo parente di ritorno dalla Francia, il poeta Franceschino degli Albizzi, era morto nel porto ligure di Savona. Petrarca maledisse il tributo che “quest’anno pestilenziale” stava esigendo. Capì che la peste si stava diffondendo, eppure forse era la prima volta che la mortalità crescente colpiva vicino a casa sua. “Non avevo considerato la possibilità che lui fosse in procinto di morire”. La peste ora lo toccava personalmente.

Con l’avanzare dell’anno, Petrarca si sentiva sempre più circondato da paura, dolore e terrore. La morte arrivò improvvisamente e ripetutamente. A giugno, un amico che era venuto a cena da lui era morto il mattino dopo, seguito dal resto della famiglia nel giro di pochi giorni. Nella poesia “Ad Seipsum”, uno sforzo per cogliere la stranezza di questa esperienza, Petrarca immaginava un futuro che non avrebbe capito quanto fosse stato terribile vivere in “una città piena di funerali” e di case vuote.

Petrarca parlava di ritirarsi dalle città infestate dalla peste con i suoi amici più cari. Ma dopo che i banditi ne attaccarono due mentre viaggiavano dalla Francia all’Italia, uccidendone uno, non se ne fece più nulla. Forse i sopravvissuti riconobbero la follia di un piano idealistico che semplicemente non si adattava alle loro circostanze. Nel luglio del 1348, il più importante mecenate del Petrarca, il cardinale Giovanni Colonna, morì di peste, insieme a molti membri di questa illustre famiglia romana che egli servì ad Avignone. Il poeta era ormai senza lavoro, più irrequieto che mai.

Petrarca piangeva profondamente l'”assenza di amici”. L’amicizia era la sua gioia e il suo dolore. Compensava questa perdita scrivendo lettere eloquenti ai vivi e rileggendo le sue missive preferite ai defunti, preparando le migliori per la pubblicazione. In un’epoca di comunicazione quasi istantanea via e-mail, telefono e social media, è facile dimenticare quanto fosse importante la corrispondenza come tecnologia per colmare le distanze sociali. Le lettere, come scrisse Cicerone, molto amato da Petrarca,  rendevano presenti gli assenti.

L’atto della corrispondenza poteva anche, naturalmente, divenire angoscioso. Petrarca si preoccupava della salute dei suoi amici se non rispondevano rapidamente. “Liberami da queste paure il più presto possibile con una tua lettera”, incoraggiò uno dei suoi amici più cari, soprannominato Socrate (il monaco benedettino fiammingo e cantore Ludwig van Kempen), nel settembre del 1348. Si preoccupò che “la contagiosità della peste ricorrente e l’aria malsana” potessero portare un’altra morte prematura. La comunicazione non fu rapida, ma fu comunque efficace e, in definitiva, rassicurante.


Alla fine di questo anno terribile, Petrarca aveva previsto che chiunque fosse scampato al primo assalto avrebbe dovuto prepararsi al ritorno della peste. Questa fu un’osservazione acuta e, in ultima analisi, accurata. Durante l’anno successivo, Petrarca continuò a enumerare le vittime della peste e descrivere gli effetti della quarantena e dello spopolamento. Scrisse una poesia per commemorare la tragica morte di Laura, una donna che aveva conosciuto e amato nel sud della Francia, solo per scoprire che colui a cui aveva inviato la poesia, il poeta toscano Sennuccio del Bene, in seguito morì anche lui di peste, facendo sì che Petrarca si chiedesse se le sue parole portassero il contagio. Era necessario un altro sonetto. L’atto di scrivere, che inizialmente era stato incredibilmente doloroso, cominciò a elevare il suo spirito. La vita era crudele, la morte implacabile, ma Petrarca la compensò prendendo la penna in mano – l’unica arma che aveva, oltre alla preghiera, e la sua preferita. Altri consigliarono la fuga e proposero misure temporanee di salute pubblica come la quarantena, ma Petrarca sembrava aver capito che avrebbe dovuto pensare e scrivere per sopravvivere alla pandemia.

Ovunque andasse, il poeta osservava l’assenza di persone nelle città, i campi incolti nelle campagne, l’inquietudine di questo “mondo afflitto e quasi deserto”. Nel marzo 1349, si trovava a Padova. Stava cenando con il vescovo una sera, quando due monaci arrivarono con la notizia di un monastero francese infestato dalla peste. Il priore era fuggito vergognosamente e tutti i monaci rimasti, tranne uno, erano morti. Fu così che Petrarca scoprì che il fratello minore Gherardo, ora celebrato per il suo coraggio e la sua premura, era l’unico sopravvissuto di questo olocausto pestilenziale. L’eremo di Méounes-lès-Montrieux, che Petrarca visitò nel 1347 e di cui scrisse nella sua opera Sul tempo libero religioso, esiste ancora oggi. Egli scrisse immediatamente a Gherardo per esprimere l’orgoglio fraterno di avere in famiglia un eroe della peste.

Nell’ottobre del 1350 Petrarca si trasferì a Firenze, dove incontrò per la prima volta Boccaccio. Ormai la città non era più l’epicentro della pandemia, ma i suoi effetti erano ancora tangibili, come una ferita ancora aperta – o più precisamente un bubbone ancora pustoloso. Boccaccio era nel bel mezzo della stesura del Decamerone. Anche se non c’è traccia delle discussioni tra i due sulla peste, sappiamo che Boccaccio consumò avidamente la poesia e la prosa del Petrarca, copiando spesso lunghi passaggi nei suoi quaderni durante una lunga amicizia che durò fino alla loro morte, a un anno di distanza l’uno dall’altro. Fu la scrittura della prima peste di Petrarca a permettere a Boccaccio di completare la propria visione di come il 1348 divenne l’anno in cui il loro mondo cambiò.

Intorno al 1351, Petrarca cominciò a commemorare coloro che amava e che aveva perduto scrivendo i suoi ricordi sulle pagine che lungamente aveva curato: la sua copia delle opere di Virgilio, ornata da un bellissimo frontespizio del pittore senese Simone Martini. Iniziò questa pratica di commemorazione registrando la morte – da tre anni prima, nel 1348 – della sua amata Laura, oggetto di tante sue poesie. Petrarca decise di usare ogni grammo della sua eloquenza per renderla eternamente presente nella sua poesia ma anche nel suo Virgilio. Sulla prima pagina del libro incise queste indimenticabili parole: “Ho deciso di scrivere il duro ricordo di questa dolorosa perdita, e l’ho fatto, suppongo, con una certa amara dolcezza, proprio nel luogo che tanto spesso mi passa davanti agli occhi”. Non voleva dimenticare il dolore bruciante di questo momento che risvegliava la sua anima e aguzzava la coscienza del passare del tempo. Boccaccio era tra gli amici di Petrarca che si chiedeva se Laura fosse mai esistita al di fuori della sua immaginazione, ma non ha mai messo in discussione la determinazione di Petrarca a ricordare quell’anno come trasformativo.

Tra le altre iscrizioni del Virgilio del Petrarca – ora conservate presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano – c’è la notizia della morte del figlio Giovanni, ventiquattrenne, il 10 luglio 1361, a Milano, “in quell’esplosione di peste pubblicamente rovinosa ma insolita, che trovò e cadde su quella città, che fino a quel momento era stata immune da tali mali”. Risparmiata la devastazione della prima ondata di peste, Milano – dove Petrarca viveva dal 1353 – divenne il punto focale di una seconda pandemia nel 1359-63. Nel 1361 Petrarca era partito per Padova, ma il figlio scelse ostinatamente di restare a Milano.

Nel 1361, dopo la morte del figlio, Petrarca riprese la penna. Iniziò la sua Epistola ai posteri, come chiamò la sua seconda raccolta di corrispondenza, con una lettera a un amico fiorentino, Francesco Nelli, che in quell’anno si lamentava della perdita dell’amato amico Socrate. Socrate era stato la persona che aveva informato Petrarca della scomparsa di Laura, e Petrarca aggiunse una nota sulla sua copia del Virgilio a proposito di quest’ultima morte che gli trafisse il cuore. Nelle sue Epistole ai posteri scrisse: “Mi ero lamentato che l’anno 1348 mi aveva privato di quasi tutte le consolazioni della vita a causa della morte dei miei amici. Ora cosa farò nel mio sessantunesimo anno?” Petrarca osservava che la seconda pandemia era persino peggiore e che quasi svuotò Milano e molte altre città. Ora era deciso a scrivere con una voce diversa, non lamentandosi ma combattendo le avversità della sfortuna.

Durante questa seconda pandemia, Petrarca lanciò una feroce critica sul ruolo che gli astrologi avevano svolto nello spiegare il ritorno della peste e nel prevederne il corso. Considerava che le loro autoproclamate verità fossero in gran parte accidentali: “Perché fingete profezie a fatti avvenuti e chiamate verità il caso? ” Egli rimproverava gli amici e i mecenati che ascoltavano gli oroscopi, considerandoli una falsa scienza basata sull’uso improprio dei dati astronomici.

Mentre la peste si diffondeva nei centri urbani, un amico medico incoraggiò il poeta a fuggire verso l’aria di campagna del Lago Maggiore, ma Petrarca si rifiutò di cedere al terrore. Rimasto in città, cominciò a passare gran parte del suo tempo tra Padova e Venezia. Quando la peste raggiunse la Repubblica di Venezia, gli amici rinnovarono le loro suppliche, portando Petrarca a commentare: “è accaduto spesso che una fuga dalla morte diventi una fuga verso la morte”. Boccaccio venne in visita e decise di non dirgli della scomparsa del loro comune amico Nelli, lasciando  Petrarca il dolore di scoprire la sua più recente perdita quando le lettere tornarono indietro, mai aperte.

La peste tornò a Firenze, di nuovo, nell’estate del 1363. In questo clima di rinnovata inquietudine, Petrarca raddoppiò le sue critiche agli astrologi che si illudevano di prevedere la fine dell’ultima pandemia. Il popolo ansioso pendeva da ogni loro parola. “Non sappiamo cosa sta succedendo nei cieli”, scriveva in una lettera a Boccaccio in settembre, “ma loro dichiarano impudentemente e avventatamente di saperlo”. Una pandemia era un’opportunità d’affari per gli astrologi, che vendevano le loro parole a “menti e orecchie assetate”. Petrarca non era certo l’unico a sottolineare che le conclusioni degli astrologi non avevano alcuna base nei dati astronomici o nella diffusione delle malattie. Vendevano false speranze e certezze sul mercato. Petrarca, invece, desiderava una risposta più ragionata alla pandemia, con strumenti migliori della cosiddetta “scienza delle stelle”.

Che ne è della medicina? Petrarca era notoriamente scettico nei confronti dei medici che rivendicavano troppe certezze e autorità. Credeva che i medici, come tutti gli altri, dovessero riconoscere la propria ignoranza come un primo passo verso la conoscenza. L’ignoranza stessa era “pestifera” – una malattia da sradicare per cui non esisteva un vaccino. Pur professando rispetto per l’arte della guarigione, non aveva pazienza per quella che nelle sue Invettive contro i medici chiamava “incompetenza pestilenziale”. La peste da sola non rivelava il fallimento della medicina, ma ne mostrava i limiti.

Petrarca fece amicizia con alcuni dei più famosi medici della sua era e, invecchiando, discusse ostinatamente i loro consigli sulla sua salute. “Vedo medici giovani e sani che si ammalano e muoiono, dunque perché dite agli altri di continuare a sperare?” Petrarca espresse questo sentimento in una lettera al famoso medico e inventore padovano Giovanni Dondi, in seguito alla notizia della morte prematura del medico fiorentino Tommaso del Garbo nel 1370. Del Garbo scrisse uno dei più importanti trattati di peste del XIV secolo, dedicato alla conservazione della salute e del benessere dei suoi concittadini fiorentini dopo l’esperienza della prima pandemia. Alla fine soccombette alla malattia.

Alla fine, i medici erano esseri umani come gli altri; la loro disciplina non conferì a loro o ai pazienti una forma di immortalità. Petrarca continuò a vivere, seguendo alcuni ma non tutti i consigli medici che ricevette, specialmente per la scabbia, una malattia della pelle che descrisse come l’esatto opposto di “una malattia breve e fatale” come la peste – “Temo che sia una malattia lunga e faticosa”. Sebbene non credesse che la medicina avesse poteri speciali, rispettava la combinazione di apprendimento, esperienza, cura e umiltà che erano i tratti distintivi dei migliori medici. Come suo fratello Gherardo, che si preoccupava più della fede che della medicina, e a differenza degli astrologi, che manipolavano i dati per farli combaciare con le loro previsioni, i buoni e onesti medici erano i suoi eroi della peste.

Scrivendo da Venezia nel dicembre del 1363, Petrarca notò un certo appiattimento locale della curva epidemica, ma non pensava che la peste fosse finita anche altrove. “Ancora infuria ampiamente e orribilmente” scriveva. Offrendo un ritratto vivido di una città incapace di seppellire i suoi morti o di piangere adeguatamente, osservava l’ultima tragedia senza più mostrare il proprio dolore. Sembra che stesse imparando a convivere con la peste.

Nel 1366, Petrarca portò a termine i suoi Rimedi per l’una e l’altra sorte, che includevano un dialogo sulla peste. “Ho paura della peste”, proclama la Paura, ventriloquando l’ansia crescente per questo “pericolo onnipresente”. La Ragione osservava pragmaticamente che la paura della peste non è “nient’altro che paura della morte”. Con  cupo umorismo scherzava sul fatto che era meglio morire in buona compagnia durante una pandemia che morire da soli. Quanto ai sopravvissuti, Petrarca non ha potuto fare a meno di sottolineare quanti di loro erano immeritevoli della loro buona sorte. I buoni perirono mentre “questi parassiti, così resistenti che né la peste, né la morte stessa può sterminarli”, resistettero. Nessuno dice che la peste abbia portato la morte con giustizia.

Un anno dopo, nel 1367, Petrarca tornò a Verona, il luogo dove aveva ritrovato con gioia le lettere perdute di Cicerone in una biblioteca monastica in tempi più felici, e dove aveva sentito parlare della morte di Laura, avvenuta tanti anni prima. La città aveva sofferto molto durante la seconda ondata della pandemia, ma c’erano segni di ripresa in corso. Tuttavia, non poteva dire in tutta onestà che Verona, o qualsiasi altra città che conosceva, fosse magnifica e prospera come lo era prima del 1348. I comuni medievali italiani erano potenze economiche i cui commerci attraversavano l’intera Eurasia, ma questa prosperità era in pericolo. Ancora una volta, si ritrovò a pensare a come il suo mondo fosse cambiato – e non solo a causa della peste. Era anche colpa della guerra, della politica, del declino del commercio, dello stato pietoso della chiesa, dei terremoti, degli inverni gelidi e del crimine dilagante. Egli vide contrarsi l’economia tardo-medievale, osservandone gli effetti ben oltre il proprio mondo. Come scrisse in una lettera in cui rifletteva sui vent’anni trascorsi dall’epidemia del 1348, “Ammetto di non sapere cosa stia accadendo tra gli indiani e i cinesi, ma l’Egitto e la Siria e tutta l’Asia Minore non mostrano un aumento di ricchezza e non stanno meglio di noi”.

Petrarca sapeva che “peste” era una parola della grande antichità, ma considerava nuova e inedita l’esperienza di “una piaga universale che doveva svuotare il mondo”. Capiva anche che la peste “non scompare davvero da nessuna parte”. Fu una piaga ventennale. Compose questa lettera d’anniversario per uno dei suoi pochi amici d’infanzia rimasti, Guido Sette, che era arcivescovo di Genova. Quando il corriere giunse a Genova, Sette non era più in vita per leggere le sue parole. Ancora una volta, la penna del Petrarca sembrava preannunciare la fine di un altro capitolo di una vita.

Nella primavera e nell’estate del 1371, la peste tornò nella Repubblica di Venezia. Petrarca respinse ulteriori inviti a fuggire dal vortice di contagi. Riconosceva che le città erano tornate ad essere pericolose, nelle “fauci di una pestilenza che infuriava in lungo e in largo”, ma aveva trovato “un luogo molto piacevole e salutare” dal quale non si sarebbe più mosso. Ormai Petrarca si era ritirato nella casa che aveva costruito nella pittoresca cittadina collinare di Arquà (oggi nota come Arquà Petrarca, non lontano dalla zona calda in cui in Veneto è esplosa la pandemia da COVID-19), appena a sud di Padova. Nemmeno l’imminente avvicinarsi della guerra gli impedì di rimanere nella casa dove trascorse gli anni che gli rimanevano, scrivendo lettere agli amici e perfezionando la sua raccolta di poesie, nominalmente dedicate alla memoria di Laura ma in cui parlava anche della natura del tempo e della mortalità.

In questo contesto bucolico, Petrarca continuava a ricevere notizie infelici dall’Italia colpita dalla peste. Un altro amico d’infanzia, il cardinale Philippe de Cabassoles, morì poco dopo lo scambio di lettere che riaffermavano la forza della loro lunga amicizia. Petrarca registrò ancora una volta questa perdita nelle pagine del suo Virgilio. Nell’ottobre 1372, scrisse una lettera al suo amico medico Dondi, consolandolo sulla “malattia e la morte nella sua famiglia”.

Petrarca non spiegò mai cosa lo portò a riconoscere finalmente nel 1373 di aver letto il Decamerone del suo caro amico Boccaccio (completato vent’anni prima). Affermava che una copia gli era arrivata misteriosamente, eppure sembra impossibile credere che non avesse conosciuto quest’opera fino ad allora. Petrarca dichiarò di aver scremato più che imbevuto il Decamerone: “Se dovessi dire di averlo letto, mentirei, perché è molto lungo, essendo stato scritto per il volgo e in prosa”. Ma non dovremmo credere alla sua denigrazione del libro che definì la sua generazione. Era soltanto una battuta tra due grandi scrittori.

Petrarca perdonava le cadute morali dell’autore nei racconti più salaci perché apprezzava la serietà del suo messaggio, su come le mancanze umane – avidità, lussuria, arroganza, corruzione della Chiesa e dello Stato – contribuissero a incubare un mondo pestilenziale. In particolare elogiò l’inizio del libro, ammirando la perfezione della vivida descrizione che Boccaccio fece di Firenze sotto assedio durante “quel tempo di peste”. Petrarca fece all’amico l’ultimo complimento traducendo il racconto finale (riguardante la pazienza e la forza d’animo di una giovane contadina di nome Griselda sposata con un nobile arrogante che la mise alla prova in ogni modo possibile) dal toscano al latino, per renderlo più disponibile ai lettori che non conoscevano la lingua nativa dell’autore. “Ho raccontato la tua storia con parole mie”, disse. Eppure, in un certo senso, Petrarca lo aveva già fatto fin dal 1348, raccogliendo i suoi racconti sulla peste, trovando modi diversi per esprimere l’intero spettro di emozioni che evocava questa malattia.

Quando la peste tornò nel 1374 a Bologna (dove Petrarca aveva studiato in gioventù), incoraggiò l’amico Pietro da Moglio a fuggire e a raggiungerlo ad Arquà. Il famoso professore di retorica rifiutò, citando lo stesso Petrarca come fonte di ispirazione per rimanere al suo posto. In risposta, Petrarca osservò:

 

“Molti fuggono, tutti hanno paura, tu non sei né l’uno né l’altro – splendido, magnifico! Perché cosa c’è di più sciocco che temere ciò che non si può evitare con qualsiasi strategia, e che si aggrava con la paura? Che cosa c’è di più inutile che fuggire da ciò che vi troverà sempre, ovunque fuggirete?”

Tuttavia, egli desiderava la compagnia del suo amico nell'”aria salubre” di Arquà, ma senza promettere che sarebbe rimasta tale. Facendo eco alla concezione predominante della peste come malattia diffusa dalla corruzione degli elementi che producevano miasmi di malattia, Petrarca osservava che l’aria era “un elemento infido e instabile”.

Petrarca morì nel luglio 1374, ma non di peste, avendo finalmente ceduto a vari disturbi che lo tormentarono negli ultimi anni. Nel testamento lasciò 50 fiorini d’oro all’amico medico Dondi per l’acquisto di “un piccolo anello per le dita da portare in mia memoria”, e 50 fiorini a Boccaccio “per un cappotto invernale per i suoi studi e il suo lavoro di studi notturni”. Boccaccio sarebbe sopravvissuto all’amico per poco più di un anno, passando a miglior vita nel dicembre 1375, probabilmente per insufficienza cardiaca ed epatica.

Gli scritti del Petrarca – sia nella forma che nel contenuto – avrebbero continuato a influenzare molto la letteratura, la storia e la filosofia italiana del XV e XVI secolo, e il Rinascimento in generale (alcuni lo hanno descritto come il “padre del Rinascimento” per aver espresso in modo così eloquente il motivo per cui l’antichità era importante per i suoi tempi). Oggi, nel bel mezzo di una pandemia, il suo impegno intorno agli effetti della peste risuona più acutamente, come può essere accaduto anche in altri periodi di epidemia a partire dal XIV secolo, quando i lettori hanno riscoperto le lettere, i dialoghi e la poesia di Petrarca. Rivisitare il Petrarca in questi mesi mi ha fatto pensare a come ricorderemo il 2020, un anno in cui la malattia collega ancora una volta molte parti del mondo. Ciò che succede alla nostra famiglia e i nostri amici rende lai pandemia stranamente personale, ma allo stesso tempo siamo anche testimoni dello scenario più generale che sta modellando il mondo intero. Chi scriverà di questo periodo?

L’Italia del Trecento è stata la prima società a documentare in modo dettagliato l’esperienza di una malattia che ha trasformato il mondo. Per contro, la descrizione della peste di Atene del 430 a.C. fatta da Tucidide è un unico e agghiacciante passaggio. Il Petrarca ci permette di vedere non solo cosa, ma anche come si pensava alla malattia. Il poeta riconosceva con intelligenza l’importanza di queste conversazioni pubbliche, e attraverso la sua dedizione nel registrare le sue riflessioni e a suscitarne negli altri, ha lasciato un ricco registro storico di cui possiamo beneficiare ancora oggi. Ecco perché mi chiedo quale sia la natura del ricordo che lasceremo di questo tempo. I nostri archivi, anche se saranno senza dubbio molto estesi, difficilmente riusciranno a catturare il modo in cui interagiamo e comunichiamo tra di noi in privato, ad esempio su Zoom, come hanno fattole lettere di Petrarca.

Alcune cose, naturalmente, le facciamo meglio. In generale, resistiamo alle malattie meglio di quanto facesse la gente ai tempi di Petrarca – il risultato diretto di una migliore alimentazione, migliori condizioni di vita sanitarie, igiene moderna e innovazione medica. Tuttavia, l’esperienza non uniforme del COVID-19 ha messo in luce vulnerabilità persistenti che ignoriamo a nostro rischio e pericolo. La crudeltà della malattia è stata quella di colpire in modo particolarmente duro certi luoghi, certe famiglie, particolari gruppi di amici e comunità, e la professione medica che si prende cura di loro. Dobbiamo imparare a gestire questo tipo di perdita improvvisa. Dobbiamo fare i conti con il suo impatto su tutti noi. E probabilmente dovremmo essere preparati a qualcosa di più. Petrarca potrebbe osservare che l’esperienza premoderna della malattia non è mai del tutto scomparsa.

Tante persone che Petrarca conosceva morirono in ondate successive di peste. La consapevolezza della mortalità umana era radicata nella sua coscienza in un modo oggi sconosciuto alla maggior parte di noi – almeno per quelli che hanno il privilegio di godere di una relativa salute e prosperità, e di una vita libera dalla violenza, il che, naturalmente, non è vero per tutti. Petrarca usò il suo notevole talento letterario per cogliere l’essenza di questa esperienza collettiva. La sua comprensione del valore dell’amore e dell’amicizia si intensificò a causa della peste e questi sentimenti diventarono più ricchi e profondi proprio perché tutto era messo in pericolo dalla malattia. I morti non sono scomparsi finché lui li ha tenuti in vita. In modo molto più personale e coinvolgente del suo amico Boccaccio, ha trasformato le perdite che la peste ha inflitto indiscriminatamente ad amici e familiari in opere d’arte che ispirano ancora oggi. Se avesse vissuto la crisi sanitaria dovuta all’AIDS, Petrarca avrebbe capito perché quella generazione ha risposto facendo dell’arte, del cinema, della poesia e dei romanzi l’espressione del proprio dolore e della propria rabbia, facendo sì che i morti non fossero dimenticati.

C’è una certa resistenza morale nel suo messaggio che varrà la pena ricordare quando la l’ondata di COVID-19 si placherà. Petrarca non ha mai offerto una sola volta rassicurazioni sul fatto che le cose sarebbero migliorate. Piuttosto, ha risposto in modo creativo e ponderato alle sfide inaspettate, supponendo che non sarebbero finite né rapidamente né facilmente. Le sue parole, che riecheggiano in un abisso di oltre seicento anni, continuano a cercare un pubblico. In mezzo alle nostre ansie su ciò che il futuro potrebbe riservare, la sua è una voce dal passato, che parla ai posteri, che ci sfida ad essere creativi nella nostra risposta a un periodo di pandemia.


Paula Findlen è professoressa di Storia Italiana all’Università di Stanford e direttrice del Suppes Center for the History and Philosophy of Science and Technology.

5 comments on “La pandemia secondo Petrarca

  1. Davide Fassola

    Davvero un bell’articolo.
    Aggiungo solo una cosa (non come appunto, ma come aggiunta, appunto): Petrarca aveva anche affermato “Anno bisesto, anno funesto”, a proposito del 1300, nel Canzoniere. Pensiamo a ‘Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro”.
    Curiosamente il 2020 è proprio un anno bisestile.

  2. articolo ben fatto e ampio, solo una critica-suggerimento: perché non fornire indicazioni (didascalia?) per le immagini inserite, tantopiù che non sono esornative e in numero non piccolo? Grazie

  3. Cristiana Pastorelli

    Splendido ritratto di un umanissimo Petrarca, quasi presente e accanto a noi in questo momento così difficile e doloroso.

  4. Nuccia Mazzei

    Articolo interessantissimo che ho letto articolo interessantissimo che ho letto con curiosità, e che mi ha fatto scoprire l’umanità del Petrarca

  5. Paolo Romoli

    Articolo bellissimo, che illustra in modo esauriente l’espandersi della “peste nera” nel XIV e nel XV secolo, e soprattutto nella reazione del Petrarca di fronte alla pandemia, anche in termini psicologici e sentimentali (aveva perso a Milano un figlio 24enne proprio di peste, nonché un grande numero di amici e conoscenti. Per non parlare della famosa Laura.
    La reazione di Francesco Petrarca di fronte alla pandemia è tratteggiato con finezza di particolari e di notazioni personali. Difficilmente ho sentito una partecipazione tanto appassionata.

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