La paralisi del sonno come metafora



Chi soffre di sleep paralysis nei momenti precedenti all’addormentamento è cosciente e mentalmente presente, ma non riesce a comandare il corpo, che resta immobile. Questo disturbo ha un parallelo simmetrico nel sonnambulismo – ma se il sonnambulismo era metafora dell’epoca vittoriana-freudiana, in cui la maggiore preoccupazione era perdere il controllo di sé, la paralisi del sonno si può elevare a metafora della vita contemporanea, in cui quello che angoscia è avere coscienza di sé senza riuscire a incidere sulla realtà.


In copertina e nel testo: Enzo ovella, Daimon (2018) – Acrilico su tela – Asta Pananti in corso

di Dario De Marco

In uno degli episodi più belli della serie The Haunting of Hill HouseThe Bent-Neck Lady, un pezzo talmente ben riuscito da poter funzionare anche come storia autonoma – la protagonista fin da piccola è tormentata da rumori e apparizioni notturne, la più frequente e orrorifica delle quali è appunto la “donna dal collo storto” del titolo. Le visioni, sovrannaturali e minacciose, sono accompagnate da un fenomeno che aumenta il terrore: l’impossibilità per la bambina di muoversi, di urlare come vorrebbe, finanche di schiudere le labbra.

Cresciuta, la ragazza continuerà a essere perseguitata da presenze che le fanno visita nottetempo, mentre lei è cosciente ma immobile a letto,. Oscuramente attribuisce tali fatti alla casa infestata in cui viveva da piccola e alla maledizione che non dà tregua a tutti i membri della famiglia, anche ora che ne sono lontani. Finché un giorno scopre, e noi con lei, che si tratta di un fenomeno assolutamente normale, con una spiegazione scientifica ben precisa: la sleep paralysis, o paralisi del sonno. 

(La storia va poi avanti, fino alla sua tragica fine – uso questo termine in senso letterale, perché è un potente esempio di circolarità e di profezia che si auto adempie, come in una tragedia greca – ma senza sciogliere mai il dubbio: le apparizioni sono reali, o si tratta solo di proiezioni mentali? Insomma, il sovrannaturale esiste o no? Questa ambiguità è caratteristica principale della serie tutta, un’ambiguità presa in toto da Shirley Jackson che di questo camminare sul filo è maestra, ed è a mio parere uno dei punti che rendono Hill House infinitamente superiore al successivo Bly Manor.) 

Storia dell’incubo

La paralisi del sonno è un disturbo (non si parla neanche di patologia) abbastanza diffuso, che si presenta con frequenza molto variabile nella vita dei soggetti predisposti. Consiste precisamente in questo: nei momenti precedenti all’addormentamento, o più di frequente nei minuti successivi al risveglio, la persona è cosciente e mentalmente presente, ma non riesce a comandare il corpo, che resta immobile.

Spesso il disturbo è accompagnato da un’oppressione al petto, una difficoltà a respirare, quasi la sensazione di avere un peso appoggiato tra la pancia e il costato. Altrettanto spesso, ed evidentemente per effetto di questa insolita sensazione di immobilità e impotenza, si presenta uno stato di angoscia; il che porta il mesencefalo a uno stato di ipervigilanza che crea allucinazioni uditive e visive. Le apparizioni, che al dormiente appena sveglio possono apparire come una causa dell’immobilità, non ne sono che la conseguenza.

Da un punto di vista medico, la sleep paralysis è data dal cattivo funzionamento di un meccanismo che ci salva la vita tutte le notti, impedendoci di ammazzarci mentre sogniamo. Quando ci addormentiamo, la corteccia cerebrale inizia a produrre immagini e sensazioni, i cosiddetti sogni, mentre il tronco encefalico, la parte profonda del cervello che regola gli automatismi come la respirazione e il movimento dei visceri, immobilizza il corpo per evitare che movimenti fuori dal controllo della coscienza lo danneggino. Nella norma, questo dispositivo cessa i suoi effetti quando ci svegliamo; nel caso della sleep paralysis, no.

Il fenomeno è antichissimo come l’uomo, ma la sua conoscenza specifica è moderna. Quasi sicuramente è all’origine di tutte le leggende, ricorrenti in maniera impressionante attraverso moltissime culture lontane nel tempo e nello spazio, sui demoni notturni. Dal mære dell’inglese antico (nome che ha un’ovvia terminazione in nightmare ma un meno noto e intrigante antenato: il sanscrito Māra, il “diavolo tentatore” di Buddha) al Baku giapponese (anche se lì è una figura benigna, perché prende i brutti sogni e li divora), dalla norrena Saga degli Ynglingar del XIII secolo all’Alp del germanico Münchener Nachtsegen, fino al folklore nostrano, con molteplici esempi regionali come il marchigiano pantàfeche e il sardo ammuntadore. E naturalmente, all’incubus, che alla lettera significa: “quello che sta sopra”.

Respiro mozzato + visione terrificante = un demone che ti si accomoda sul petto. Così è raffigurato nel famosissimo dipinto di Johann Heinrich Füssli, Nachtmahr (Incubo). È il 1802, ma siamo ancora lontani dalla spiegazione scientifica del disturbo; eppure sembra proprio l’anamnesi di un paziente. Più che il diavoletto peloso che opprime la bella addormentata, a impressionare è la fantasmatica testa di cavallo sospesa nell’aria. Come sospesa nell’aria è la ridda di personaggi che danzano sopra al protagonista ne Il sogno del pastore, mentre ai lati nella penombra si affacciano piccole figure maligne.

La sleep paralysis è solo uno dei tanti disturbi del sonno, anche se affatto peculiare. Tra le cosiddette parasonnie, ce n’è una uguale e contraria: il sonnambulismo. Anch’esso è causato dalla disfunzione nel meccanismo  che inattiva il movimento: ma mentre nella prima il blocco non si disattiva per tempo, nel secondo non si attiva affatto e il sonnambulo se ne va girando per casa mentre dorme. Svegli ma immobili / addormentati ma in movimento: paralisi del sonno e sonnambulismo sono una lo specchio dell’altra, gemelli agli antipodi. 

(Una tale simmetria non è infrequente, in medicina. A tutti è nota la sindrome dell’arto fantasma, in cui un mutilato continua a percepire il braccio o la gamba che non ha più, arrivando persino a sentire dolore. Meno conosciuta, ma più inquietante, è la patologia che porta alcune persone a non riconoscere più come propria una parte del corpo, fino a volersene disfare in maniera anche cruenta. Ne parla Oliver Sacks in alcuni casi de L’uomo che a scambiò sua moglie per un cappello, e ci sono testimonianze quasi horror. È qui prevedibile quanto obbligatorio citare l’eerie di Mark Fisher: qualcosa dove non dovrebbe esserci niente, niente dove dovrebbe esserci qualcosa.)

La condizione di chi è temporaneamente paralizzato al risveglio ricorda da vicino quella del locked-in, il soggetto perfettamente lucido e cosciente che per un gravissimo problema cerebrale è definitivamente paralizzato in un corpo insensibile: un orrore inimmaginabile, a cui si sta tentando di porre rimedio con tecnologie avanzatissime. Molto simili, e altrettanto orribili, sono le storie raccontate da un articolo della BBC a proposito di pazienti vittime del cattivo funzionamento dell’anestesia durante un intervento chirurgico: mentre il farmaco che immobilizza fa il suo effetto, quello che anestetizza dal dolore no. Le persone operate sono quindi sveglie e provano ogni sensazione fisica, ma rimangono nell’impossibilità di comunicarlo alla pur vicinissima equipe medica. Riuscite a immaginare una tortura peggiore?

 

Il sonno e le sue metafore

Nel libro I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno il neurologo Giuseppe Plazzi riferisce che tra le decine di pazienti che visita ogni mese, almeno uno si presenta riportando i sintomi di sleep paralysis. Ma qual è la reale diffusione del disturbo? Difficile dirlo, anche perché ci sono vari fattori che spingono chi vive queste esperienze a tacere: da un lato il fatto, oggettivo, che sia una scoperta recente, e che ancora più di recente se ne sia iniziato a parlare oltre la cerchia degli addetti ai lavori; dall’altro, una specie di vergogna che prende, lo racconta sempre Plazzi, la persona che sperimenta la paralisi, il quale non se la sa spiegare se non ricorrendo a categorie sovrannaturali – e comunque la ritiene troppo strana, troppo soggettiva per farla capire.

Dati ce ne sono, ma vaghi: si va dal 7,6% di persone che hanno provato almeno una volta la paralisi, ma con percentuali che schizzano attorno al 30% tra gli studenti e i pazienti psichiatrici (uno studio del 2011), a un range tra il 10 e il 20%, su su fino al 40%. Il trend sembra in crescita: vuoi per quell’effetto di riconoscimento in base al quale quando un fenomeno viene inquadrato, poi i casi vengono a galla, ma non è che prima non ci fossero; vuoi perché tra le cause potrebbero esserci lo stress e l’iperstimolazione, e direi che oggi ne abbiamo a iosa. In ogni caso, non sono i dati che ci interessano, almeno in questa sede. In questa sede, ci interessa affermare che la sleep paralysis è qui per restare, e potrebbe diventare la chiave di lettura, il paradigma del nostro tempo. O, come starete già pensando, la metafora.

La metafora è uno strumento scivoloso da maneggiare: non ha niente a che vedere con l’oggettivo fascino del simbolo, per non parlare dell’eterna potenza del mito. Personalmente, le metafore non le posso soffrire: mi paiono vaghi ammiccamenti (era una metafora = era una provocazione), o viceversa imposizioni che non possono essere discusse (si pensi alla metafora bellica che accompagna la pandemia attuale).

A proposito della metafora, Susan Sontag in un’intervista disse: “Non è come una similitudine: se dici che una cosa assomiglia a un’altra, be’, va bene, le differenze rimangono chiare… Ma dire, per esempio, che «la malattia è una maledizione» a me sembra una sorta di tracollo del pensiero – una maniera per smettere di pensare e congelare gli altri in certi atteggiamenti. Il mio progetto (…) implica inevitabilmente la creazione di nuove metafore, poiché per pensare bisogna utilizzarle. Ma almeno bisognerebbe essere critici e scettici rispetto alle metafore ereditate, in modo da sbloccare il pensiero, sgombrare il campo e far entrare aria fresca”. Non a caso, Sontag scrive Malattia come metafora per riconoscere e poi disconoscere le metafore sul cancro.

La paralisi del sonno può essere una metafora (da individuare per poi, appunto, criticarla e superarla)? Secondo me sì, soprattutto se paragonata al suo opposto: il sonnambulismo.

Enzo Ovella, Daimon (2018) – Acrilico su tela – Asta Pananti in corso

L’era delle sonnambule

Il sonnambulismo, a differenza della paralisi del sonno, è un fenomeno noto da secoli: inquietante e misterioso, certo, ma nondimeno evidente. Un tizio che cammina in modo incerto e dicendo cose senza senso, è immediatamente riconoscibile: come nel finale della Sonnambula di Bellini, quando Amina si muove in bilico sul cornicione del tetto, e viene perciò proclamata innocente a furor di popolo. Anche in questo aspetto, siamo all’opposto della sleep paralysis, che è intima, segreta, indicibile, quanto il sonnambulismo è pubblico, palese, clamoroso.

E da secoli il sonnambulismo ha affascinato artisti e scrittori: è un dispositivo narrativo fortissimo, sia perché fonte di equivoci, sia soprattutto per quello che rappresenta. È famosa la sleepwalking scene in cui Lady Macbeth cammina e parla nel sonno, tormentata dalle proprie colpe: la tragedia di Shakespeare è del 1606, ma come sempre il Bardo gioca d’anticipo. Da un punto di vista scientifico le prime spiegazioni del sonnambulismo vengono cercate nel XIX secolo: sarà solo per questo che il sonnambulo, o la sonnambula, è protagonista di molte storie a partire dall’800  e fino alla prima metà del ‘900? Plausibile, ma non soddisfacente. 

Non è un caso che abbiamo citato per prima un’opera lirica, forma d’arte che ha rappresentato nell’800 quello che il cinema è stato per il ‘900 e le serie TV per questo scorcio di 21esimo secolo: cultura pop al più alto livello. Il sonnambulismo entrava nell’immaginario collettivo, per uscirne, o comunque ridimensionarsi, solo molto dopo. Perché? Siamo nell’età vittoriana, caratterizzata da un’estrema considerazione per le apparenze e un opprimente controllo sulla moralità dei comportamenti, soprattutto sessuali. E parzialmente sovrapposta all’ultima parte dell’epoca vittoriana, ecco la rivoluzione freudiana: il padre della psicanalisi teorizza l’inconscio, quel posto dove vanno a finire gli impulsi, soprattutto sessuali, quando tentiamo di cancellarli, e dal quale in qualche modo provano a tornare fuori. Per esempio, nei sogni.

Il fascino per il sonnambulismo – un fenomeno in cui si agisce mentre si dorme, si fa ma non si vuole, anche da un punto di vista legale – dà allora voce alla paura (e al desiderio) di cadere preda delle proprie pulsioni represse. Non solo di sognare gli oggetti della propria libido, ma di soddisfare le proprie voglie nel mondo fisico. Così sembra voler fare la sonnambula di Bellini che s’infila nelle stanze degli altri, così fa la sonnambula protagonista de La donna e il paesaggio, un racconto di Stefen Zweig del 1922, situato temporalmente all’altro estremo del periodo che stiamo considerando. Non sembra un caso, inoltre, che al centro dei queste vicende si trovino in maggior parte donne, prime vittime del controllo patriarcale e della repressione sessuale vittoriana, e al contempo proiezioni oggettivate del desiderio maschile (non dimentichiamo: protagoniste donne di trame scritte da uomini). Uomini che evidentemente non riescono né a immaginare donne desideranti, né a desiderare donne che non siano oggetti, pupazzi, bambole, sonnambule.

Allo stesso meccanismo possono essere ricondotti topos in apparenza molto diversi e di gran successo nello stesso periodo: i vampiri, i licantropi, cosa esprimono se non la fuoriuscita dell’animale che ci portiamo dentro? Un ottimo modo per liberare le potenze interiori e dare libero sfogo ai desideri – di sesso,di morte, di entrambi – a volte anche al riparo dall’assunzione di responsabilità. Infine, per arrivare alle ultime propaggini dell’era, cosa sono gli zombi, per movenze e coscienza, se non sonnambuli definitivi?

(Non va taciuta, d’altro canto, l’esistenza di un altro tipo di sonnambulo nella fiction, come quello manovrato dal dottor Caligari nel suo gabinetto: il sonnambulismo indotto, il soggetto addormentato usato come longa manus dello scienziato pazzo. È per questo aspetto che il sonnambulismo è stato accostato all’ipnosi o alla sua versione arcaica, il mesmerismo che tanto affascinava Edgar Allan Poe. Ma se l’ipnosi come il sogno veniva usata da Freud per portare a galla il sommerso dell’inconscio, qui siamo altrove: più dalle parti del Golem, di Frankenstein. Il topos è quello, altrettanto pervasivo e affascinante, del rapporto dominus/servo, uomo/macchina.)

Dal secondo dopoguerra in poi, e progressivamente sempre più negli ultimi decenni, il sonnambulismo perde mordente: non che i sonnambuli scompaiano dai romanzi o dai film, ma sono sempre meno, e sempre meno centrali. Possiamo anche individuare una specie di ultimo atto, il canto del cigno del sonnambulismo, simbolicamente posto all’inizio del secolo presente: nel film cult Donnie Darko (2001) le stranezze cominciano proprio durante un episodio di sonnambulismo, in cui Donnie incontra per la prima volta il misterioso uomo dalla testa di coniglio. Ma è solo la miccia, ben presto il film virerà verso altri temi, le connessioni tra universi paralleli e viaggi nel tempo da un lato, libero arbitrio e morale dall’altro: un filone in cui si situano capolavori contemporanei come Mattatoio n. 5 di Vonnegut, La freccia del tempo di Martin Amis, Storia della tua vita di Ted Chiang. Quindi: sonnambulismo exit. Al suo posto, il suo opposto.

L’età dell’impotenza

Se è vero, come abbiamo visto prima, che la paralisi del sonno è l’origine di molte leggende sui demoni notturni nonché della stessa etimologia dell’incubo, è d’altra parte logico che non è potuta diventare oggetto esplicito delle narrazioni finché non è stata individuata e definita. Il che è avvenuto, come si diceva, molto tardi.

Anche qui, abbiamo padri nobili, antenati sorprendenti. Per esempio: mi sono sempre interrogato, e di recente ho scoperto di non essere l’unico, sull’episodio culminante del racconto di Poe Il seppellimento prematuro (1844). C’era qualcosa che non mi quadrava, e non mi sarei mai spiegato che cosa se non lo avessi riletto prima di scrivere questo articolo: mi sono comparsi alcuni passaggi rivelatori. 

Risvegliandomi non riuscivo mai a recuperare immediatamente il completo possesso dei miei sensi, e restavo sempre per lunghi minuti in uno stato di grande stupore e perplessità, mentre le facoltà mentali in genere e la memoria in particolare venivano a trovarsi in condizioni di inferiorità assoluta. In tutti questi miei disturbi non vi era sofferenza fisica, ma un’infinita angoscia morale. La mia fantasia si faceva macabra. Discorrevo senza posa “di vermi, di tombe, di epitaffi”.

(…)

Tentai di urlare, e le mie labbra e la mia lingua riarsa si mossero convulse e contemporanee in questo tentativo, ma nessuna voce usci’ dai polmoni cavernosi, i quali come oppressi dal peso di una enorme massa montagnosa incombente ansimavano e palpitavano unitamente al mio cuore.

Proprio come il dipinto di Füssli, sembra una descrizione dei sintomi del nostro disturbo: il pittore svizzero raffigurava il demone incubo, lo scrittore americano parla di premature burial, ma è possibile che dietro il terrore di essere sepolto vivo si nascondessero degli episodi di sleep paralysis. 

Non parla tecnicamente né di sonnambulismo né di paralisi del sonno Le Horla di Maupassant (1887), ma la presenza che incombe sul protagonista, un demònico alter ego che ne infesta i sogni e la veglia, potrebbe essere letta come un incrocio: tra l’inconscio che agita – che agisce – il sonnambulo e il mostro che opprime il paralizzato. Una specie di passaggio di consegne, tra l’una e l’altra età; come un momento di transizione sembra la scurissima vicenda narrata da Bergman nel film L’ora del lupo (il protagonista, l’immortale Max von Sydow, mormora: “Da molte notti siamo svegli per evitare di addormentarci nell’ora dei mostri”). 

Com’è prevedibile, un disturbo come la paralisi del sonno è un invito a nozze per gli autori horror: una persona immobile e indifesa in preda alle peggiori entità, è uno scenario fecondo come il classico della casa infestata, se non di più. La prigione non è più esterna, ma interna: è il corpo stesso. Un primo episodio compare in Pendra’s Fen, misconosciuto sceneggiato televisivo britannico degli anni ’70. Ma è negli ultimi anni che tutti si sono scatenati: una gragnuola di pellicole, con la particolarità di essere concentrate dal 2011 in poi. The Conjuring, Dead awake, Slumber, Mara, Shadow People, per citare solo i meglio riusciti. Ma soprattutto un documentario del 2015, intitolato semplicemente The Nightmare, che indaga il fenomeno raccogliendo varie testimonianze e poi facendole inscenare da attori.

Ancora una volta: il motivo apparente è che questo disturbo è conosciuto da poco e catalizza curiosità. Ma si può fare un passo in più. Così come il sonnambulismo è metafora dell’epoca vittoriana-freudiana, in cui la maggiore preoccupazione era perdere il controllo di sé, agire continuando a dormire, la paralisi del sonno si può elevare a metafora della vita contemporanea, in cui quello che angoscia è avere coscienza di sé senza riuscire a incidere sulla realtà, essere svegli ma non agire: l’immobilità, l’impotenza.

Partiamo con una similitudine innocua, quella con gli spettatori. La situazione più frequente in cui ci troviamo è quella di stare fermi, immobili davanti a uno schermo. In questo senso la paralisi del sonno diventa come un enorme binge watching di noi stessi: paralizzati e impotenti, a guardare la nostra vita che va rotoli.

La nostra vita, e il nostro mondo. Quante volte ci siamo detti: ma cosa ci posso fare io? Ce lo ripetiamo davanti a una politica sempre più distante dalla vita reale e persa in giochini di palazzo (banale, ma non meno vero). E a maggior ragione, cosa possiamo fare per cambiare un sistema economico così ingiusto ma così pervasivo che è più facile immaginare l’apocalisse che il suo rovesciamento? E ancora, a proposito, la fine del mondo pare stia arrivando: secondo Jonathan Franzen, che deve aver letto il nostro Massimo Sandal, dovremmo rassegnarci e semplicemente smettere di far finta che possiamo fare qualcosa, rispetto alla catastrofe climatica. Impotenza, impotenza e ancora impotenza.

Questo articolo, come si può dedurre dal suo incipit, è stato immaginato nelle sue linee generali più di due anni fa (e questo la dice lunga anche sulla mia, di immobilità). Nel frattempo, è arrivata la pandemia: che ha cambiato tutto, e non ha cambiato niente. Ha semplicemente acuito, accelerato, moltiplicato: le disuguaglianze, le solitudini. E l’impotenza. Barricati in casa, letteralmente, e senza poter fare niente. Aspettando un dpcm, un vaccino, un miracolo. O una nuova metafora che scalzi quella della paralisi.


Dario de marco Si occupa principalmente di letteratura fantastica e pizze fritte. Giornalista, ha co-fondato il mensile Giudizio Universale e collaborato con testate troppo numerose per poter stare in questo margine. Ha pubblicato due autobiografie, una travestita da romanzo (Non siamo mai abbastanza, 66thand2nd) e una da saggio (Mia figlia spiegata a mia figlia, LiberAria); la terza sarà in forma di racconti.

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