La partita

«È possibile scrivere diversamente, ma io non ci riesco. Devo immaginarti a leggere questa lettera, nella tua stanza al convento, o sotto il tasso nel giardino degli zii, durante le vacanze. Chissà se la terrai insieme a quella di qualche ragazzo che ti faccia già la corte, nel cassetto della scrivania davanti alla finestra…»


IN COPERTINA: Un’opera di Francesco D’Isa

di Edoardo Rialti

È possibile scrivere diversamente, ma io non ci riesco. Devo immaginarti a leggere questa lettera, nella tua stanza al convento, o sotto il tasso nel giardino degli zii, durante le vacanze. Chissà se la terrai insieme a quella di qualche ragazzo che ti faccia già la corte, nel cassetto della scrivania davanti alla finestra. Non dirò di stare attenta con quelli, anzi spero ti diverta il più possibile. Vorrei chiederti se è arrivato anche il libretto di Cazotte, con le illustrazioni. Che padre moderno. Se mia madre me l’avesse trovato in camera sai le botte. E invece io. Mi sento libero di buttare giù tutte la robaccia da caserma che uso di solito, con te, e non ho mai avuto problemi a raccontarti quando bastava la carezza di una donna decente a farmelo irrigidire di colpo. Niente cerimonie tra noi. Ho pensato quasi di uscire di casa e arrivare all’ufficio del vecchio Froment, e spedire questa mia a un indirizzo qualunque. Pure lui è stato si è fatto un paio di campagne, è vedovo, e non ha calzoni e giacche molto più pulite dei miei. I denti però sono ancora bianchi, non so proprio come. Ci sono parecchi francesi, qui in Svizzera, con qualcuno ci si riconosce a naso, sebbene nessuno sia delle mie divisioni. Le notti sono ancora dense come l’olio, e forse ogni valle e pensione ha il suo reduce che strilla nel sonno, quasi fossero tanti galletti piazzati a dovere nei cantoni ventosi. Per me la cosa più difficile è convincermi di non essere osservato. Due sere fa c’era un cielo grigio con delle nuvole a cilindri bianchi che ricordavano certe viti lunghe che avevo visto da un falegname cui commissionavo roba della divisione. Facevo una passeggiata dopo pranzo, l’aria odorava di umido e avevo il petto oppresso. Si mangia così in fretta da soli. Ferrara, l’ebreo italiano che ha rilevato il posto quando è morto Travers (che non mi faceva quasi pagare) porta un turbante rosso scuro, a ricami, un po’ come faceva Rousseau, che su quella faccia rasata e la zucca pelata lo fa sembrare il turco cattivo delle fiabe se non fosse così bianco. Lui invece l’Imperatore l’odiava, vallo a capire, manco fosse un baciapile. Non ho mai capito se gli garbino le donne o i ragazzi, forse è arido come un mattone e non gliene sbatte niente. C’è una vedova, la Pictet, che gli fa un filo disperato, intrigata di mettersi con un ateo, vecchia com’è, e lui neppure si diverte a ignorarla o rosolarla. Si trattiene appena dal trattarla male, perché i soldi gli fanno comodo. Alla pensione siamo rimasti in pochi, a settembre, pure queste montagne basse si svuotano presto. Sono cominciati i primi acquazzoni, e ieri c’era perfino la grandine. Poli, che d’inverno fa ancora il maestro giù a valle, dice che a Boggio un tizio c’è morto insieme al cavallo. Si stava vicino al camino, e l’aria era umida per i le panni e i calzini stesi ad asciugare. Fuori gocciolava appena. La sera ci rifila spesso pasta corta e fagioli, tranne la domenica che invece c’è da spazzolare gli avanzi delle merende. La gente esagera sempre, ha commentato acido Ferrara, e Poli, che è secco secco e parla sempre col naso tappato, si è passato una mano sui capelli bianchi, come fa quando non vuole pensare a qualcosa, il che comprende solo la possibilità di crepare. Ci seppellirà tutti. A me faceva male la dentiera e cercavo in tutti i modi di non grattarmi troppo lo scroto. Delle occhiate di Ferrara che pensa alle sue coperte me ne frega il giusto, ma ricordo sempre quando a ravanarsi era quel grassone di Dupuits, e quanto lo prendevamo per il culo. Ci eravamo fatti un punto d’onore, con Bontemps, Pallard e Ferney, che l’esercito poteva rifilarci verruche, diarrea e pidocchi, ma non per questo avremmo smesso di comportarci da gentiluomini. Ora sono tutti morti, mi sa, e io sono qui che cerco di non divertirmi troppo quando scovo una piattola bella grossa da schiacciare, e ripenso all’ultima partita che facemmo a carte, tutti insieme, venti anni fa, quando Bontemps ci aveva raccontato una storiella di fantasmi capitata allo zio e pure Ferney aveva appena detto che la gente esagera sempre. Pallard aveva sorriso appena, con un velo scialbo sugli occhi. Fissava le carte, quasi gli avessero appena confidato un segreto divertente. Ma io quella piega della bocca la conoscevo bene, e gliela avevo vista fare quando s’era scopato la figlia di Montenoi dopo essersi pure pappato a scacchi il padre, ma anche quando stava per dirci che a Tolentino le cose erano andate di merda o che Bissy era morto a Cremona.

L’appuntamento con lo specchio è il più importante della giornata, ci disse il padre Laporte, il giorno del diploma. Potete ingannare gli altri, non lo sconosciuto familiare che vi aspetta laggiù, ogni giorno della vostra vita. Era un vecchio pomposo che, nella politica del suo supposto principale, credeva di risultare autorevole facendosi vedere il meno possibile, però quella frase mi è tornata utile quando volevo cavarmela con una battuta facile, che va sempre bene. E la mattina dopo la barba, che pensi o no alle mani collose di sangue mentre premevo sulle budella di Làlic che mi urlava sul naso o a quella sera che si obbligò Dupouits a fottere il castrato del bordello per far sbuffare lui e strillare l’altro, nel riflesso ci sputo sempre.

Che cos’è la virtù? È un aiuto a superare l’egoismo perfettamente legittimo del singolo, una morte per gradi a beneficio dell’orizzonte universale. Ferney dava le carte e pontificava. All’epoca leggevamo tutti abbastanza, le gazzette e pure roba più solida, quanto basta per mantenerci a galla. Io m’interessavo persino di Egitto, e facevo lo spaccone col poco arabo racimolato da un compare che s’era fatto due anni ad Alessandria. Erano già sei mesi che non prestavamo più servizio effettivo, ma si bazzicavano ancora quei paraggi, tirando avanti la commedia. Pallard era ancora un bell’uomo, con la coda e due solchi sulle guance, vicino alla bocca, che lo invecchiavano con stile. A differenza di Ferney e Bontemps, che accatastavano più colori possibili, lui preferiva il grigio e il bianco. Io mi tenevo sul marrone e un nero senza pretese. Aveva dita lunghe, con un solo anello all’indice. Fumava senza usare le mani. Bontemps aveva i capelli neri incollati sulla fronte sudata, grosso e mite come le vacche di suo padre. Ho saputo che poi è finito a fare il veterinario per qualche anno, destino scritto se mai ce n’è stato uno. Già allora si innervosiva se sapeva di un cavallo di compagnia trattato male o finito peggio, e credo che talvolta non ci abbia pianto solo perché temeva che lo sfottessimo. Pallard invece cambiava cavalli e donne con la stessa giovale indifferenza, e una gratitudine disimpegnata per i servizi gentilmente resi. Ferney, senza alzare gli occhi dal tavolo, mi chiedeva proprio d’un piccolo Percherot che stavo facendo addestrare -non gliene fregava gran che, ma aveva letto troppi romanzi scadenti e sapeva che si domanda sempre dei cavalli nuovi agli amici- quando Pallard disse che qualche giorno prima avevano dovuto abbattergli Incus, un vecchio Bretone che tutti credevamo avesse mollato da un pezzo. Venne fuori invece che lo teneva con sé dal semestre in Calabria a parare il culo a Murat quando il regno gli si sbriciolava tra le mani. Saperlo ancora nella scuderia di Pallard non ci stupì meno che se lo avessimo scoperto sposato da un paio d’anni. Bel manto, concessi io, ma cazzo se era vecchio, e già al suo meglio zoppicava un po’ o sbaglio? Lo so, disse lui, ma era comunque un regalo della Lillo, e una volta giù in Italia mi ha salvato la vita. Ricordo come continuava a guardare le carte, il fumo che saliva lento nell’aria calda. Si era nei giorni più lunghi dell’anno. Pure tirare in ballo quella tipa di Napoli, da parte si divertiva a farci incazzare perché non ricordava mai tutti i nomi di chi s’era portato a letto, in quel momento mi parve così strano. Adesso capisco meglio. Adesso so che quando Giulia -è così che si chiamava- gli tenne la testa in grembo sul letto nella villa appena fuori Forcella, carezzandogli i capelli lunghi con le piccole mani e gli disse che giù lo aspettava un regalo, lui aveva sorriso sotto i baffi, senza aprire gli occhi, e mormorato un ringraziamento ripetuto altrove cento volte. Anche lui pensava di dimenticarseli presto, e invece li avrebbe portati con sé come certi taglietti da nulla, quando il temperino ti scivola mentre sbucci un rametto davanti al falò, roba che neppure ti curi di bagnare o fasciare, e invece ti sveglia qualche ora dopo con la fronte che scotta e gamba gonfia per il pus. Quella stessa gamba che nel migliore dei casi ti segheranno tra le urla.

Ieri notte sono rimasto a fissare il soffitto della stanza, mentre fuori pioveva più forte. Al buio la massa compatta di una trave spiccava come una lunga striscia nera. La guardavo e pareva di affondare e scorrere senza muoversi in un lungo corridoio, mentre una figura bianca, esile e tremula, sempre avanti a me, alzava ora un braccio ora l’altro, i gomiti aderenti al corpo, la testa piegata verso il gesto, come a cogliere o benedire qualcosa.

Pallard ci raccontò che erano partiti alla fine di settembre, in una stagione di frutti radi e tardi. Sarebbe stato un viaggio di tre settimane. La guarnigione di Serravalle aveva ricevuto un cambio quasi completo solo quattro mesi prima, ma i rapporti al governatore dapprima fecero ridere lui e i suoi ospiti, poi cominciarono ad irritarlo e i commensali capirono presto che era meglio domandargli altro. Ai soldati non fu detto niente, agli ufficiali ben poco. Raileux, Ufficiale in Primo, informò Pallard che da un mese almeno non c’erano più dispacci, ma che i briganti e i baciapile non rompevano troppo il cazzo da nessuna altra parte. Se si stavano asserragliando lì era bene capirlo subito. I distretti vicini avevano inviato corrieri e qualche piccola squadra, e un paio delle prime erano sparite, mentre le ultime erano tornate alquanto perplesse, a comunicare che il paese principale pareva abbandonato, e da quelli vicini si cavava ben poco. C’erano solo le solite fiabe paurose, come se n’erano incontrate mille volte. In Ungheria e Polonia ogni villaggio aveva il suo vampiro. Qui invece si diceva che c’era un prete santo che girava per le montagne, e ora era un uomo, ora una donna, e si era stabilito in un vecchio santuario della Vergine, in una grotta, dove i contadini si radunavano a schiere per portare doni e assistere ai miracoli. Arcobaleni e tuoni col cielo sereno. Storpi e malati guariti. Qualcun altro diceva invece che noi francesi atei e senzadio non c’eravamo fatti i cazzi nostri, che eravamo andati a curiosare tra le rovine delle vecchie chiese, e avevamo risvegliato il diavolo. Adesso lui passava e lasciava un marchio sulle cose e la gente, e per tutta la notte si sentivano i rumori di canti e balli strani. I bambini lo seguivano reggendo bandiere, campanelle e rami di alberi, in pazzo festoso corteo. Gli uomini e le donne calavano sui paesi a rubare e peggio. Gli animali non figliavano e morivano. Altri dicevano che proprio un bambino, o una bambina. Qualcuno raccontava che si trattava persino di un asino, che una vecchia aveva dichiarato santo e così via.  Che le donne facevano a gara a mungergli il cazzo. O forse era un cane. Bontemps sbuffò. Ferney ricordò che eravamo tutti in Austria quando i preti s’inventarono quella piccola veggente con cui cercavano di sollevare la gente delle valli contro l’Imperatore Anticristo, la fine del mondo e così via. Ero di turno quando l’acciuffarono, disse. Fissava a occhi sbarrati e con la bocca incrostata di moccio il prefetto del campo che fingeva di interrogarla, e ripeteva a pappagallo rispostine che ci facevano spanciare dal ridere. Pallard proseguì dicendo che arrivarono ai primi di ottobre e che in alcuni casolari abbandonati, man mano che risalivano le montagne sopra Locri e Gerace, presero a trovare dei triangoli rossi dipinti, di solito uno per muro, talvolta a centinaia sulla stessa parete. Alcuni soldati presero a vomitare. Si pensò che fosse per l’altura.

Certi pomeriggi siedo al tavolino appena fuori la locanda, una o due ore prima che passi la corriera della posta. E dalla curva della strada talvolta mi pare improvvisamente di vedere sbucare un ragazzino del primo anno, di quelli che si mandavano coi dispacci e un calcio in culo alle divisioni più indietro, per non farli rischiare e perché avevano buone gambe. Mi corre incontro agitando un foglio nella mano, a occhi sbarrati, con più terrore di quanto gliene abbia mai visto davvero, e grida parole senza suono. Mi porto l’indice alle labbra, e resto così per un po’, mentre Ferrara sparecchia il the e mi guarda male.

Pure quando si marciva di noia a Seefeld, a torcersi le mani perché troppo lontani dal fronte e non si capiva che fine avremmo fatto e se davvero il grande capo l’avesse ripreso nel culo, la gente diede di matto, buttò lì Ferney. Due ragazzi si spararono pure. Io vi scrissi da Torino, ricordate? Bontemps annuiva sempre alle sue stesse domande, come a imboccare la risposta. Che era grave ma non così grave. I casini veri arrivarono dopo, magari li vedessimo così alla lontana. Ci allarmasti comunque, dissi io sorridendo. Troppe parole per storielle molto semplici. Ricordi Montaigne? Vincolato, secco e serrato. Eppoi scrivesti pure che Mina e sua cugina se n’erano tornate in Inghilterra, e tanti saluti. Eh, Ferney alzò le sopracciglia. Eh. Pallard fumava e rimescolava il mazzo. Alla fine da noi si uccisero in venti o giù di lì, disse.

Se tu fossi qui, siederemmo all’ombra del padiglione bianco sul terrazzo erboso a livello del primo piano, sul retro della pensione. Dopo pranzo fa ancora molto caldo. Avremmo una caraffa d’acqua fresca, con spicchi di cetrioli e qualche foglia di menta, come mi insegnò Louise quando la andavo a trovare in campagna. Ne ho una accanto a me, adesso che è notte. Dovremmo fare un figlio, mi disse una volta, sdraiata sul dondolo a leggere, un tallone fuori della scarpa. Non ci amiamo, siamo amici, è perfetto. Quando tornai dalla prima campagna, senza due dita e sussultando a ogni porta sbattuta, lei non mi chiese niente. Mi tenne lì tre settimane, preparava la colazione in giardino, leggeva qualche commedia facendo tutte le voci. Io stavo su una tovaglia sul prato, a guardare le nuvole. Chiusi gli occhi e mi rividi dare un pugno a una puttana, a Torino, e quella andare giù. Ah, disse, come se avesse capito meglio qualcosa. Avevo l’impressione di osservarmi dall’esterno. M’era sembrata un’idea come un’altra, tanto per iniziare. Mi leccai una mano e gliela passai sulla faccia. Non aveva quindici anni, mi sa. Da Louise rimanevo a letto nella mia stanza sopra il cucinotto, e sentivo bollire il caffè dalla finestra. Taceva o parlava per ore, ci azzeccava sempre. Quando ripartii, mi fece scivolare in tasca le chiavi del cancello. Dio quanto mi faceva ridere. Ho fatto bene a non rivederla più.

Viaggiavano al seguito del vice-procuratore, e per rassicurare la gente avevano pure un cappellano, un pretino esile che si puliva i grandi occhiali sulla faccia smunta, e a ogni piè sospinto ci teneva a far capire che lui, con quella roba superstiziosa, non aveva niente a che fare.  Rideva dei monaci d’una montagna lì vicino che avevano creduto di domare un incendio con una processione d’icone  e s’erano bruciati pure i peli del culo. Il paese era circondato da grandi boschi di lecci e roverelle, e sembrava abbandonato da giorni, forse settimane. Case vuote, parecchie finestre rotte. Qualche cane randagio. Paglia e merda secca. Un odore dolciastro, come di mosto, un po’ dappertutto. Alcune scritte nerastre sui muri, proverbi senza capo né coda, banalità festaiole, parole sbagliate, cazzi, tette. In piazza c’era ancora una lunga tavola, con parecchi sgabelli e sedie, rovesciati. Tovaglia e posate giù per terra. Gli avanzi se li erano mangiati gli animali. La fontana al centro, un piccolo obelisco sbozzato di pietra rosa, con una nicchia per il santo o la Madonna, era imbrattata da una specie di sbobba nera o catrame rappreso dal caldo. La statua non c’era più. Nessuno attinse da bere. Le porte della chiesa erano sfondate, e pure lì le immagini erano sparite o imbrattate. Un grande triangolo rosso sul pavimento. Qualcuno aveva lasciato dei nidi d’uccelli sull’altare. Il pretino sporgeva le labbra e fissava tutto a occhi sbarrati. Ridacchiava nervoso. In sagrestia scovarono un bambino di tre-quattro anni, bianco e mezzo nudo, e un paio li beccarono nelle case perquisite. Troppo piccoli tutti per cavargli qualcosa. Non parlavano. Un’altra ragazzina fu avvistata poi su una collina più in basso, attaccata al collo di un mulo che risaliva tra i sassi, come guadasse un fiume. Le vociarono che c’era da mangiare e mandarono a cercarla, ma non la trovarono più. Il viceprocuratore stabilì due giorni di perlustrazione, poi il rientro. Se ne andò con la scorta nel primo pomeriggio, li avrebbe aspettati a valle. Pallard fu sistemato in una delle case meno incasinate. Ricordava di avere una finestra che dava sul bosco, illuminato dal sole calante. Guardò l’attendente chiudersi la porta alle spalle, fissò il legno e sorprese a pensare che avrebbe preferito che di triangoli ce ne fossero di più. Ma guarda un po’. Era una bella sera di settembre, disse, l’aria profumava di fichi, salvia e agrifoglio. Spuntava la stella della sera, alta nel cielo viola, sopra i monti scuri. Gli uomini erano stanchi, il silenzio intorno li rendeva taciturni. Un cane abbaiava stridulo chissadove, come si fosse sgolato.

Peccato che sia finito lo Chambord, disse Bontemps. Il Pastis è buono, ma non è la stessa cosa, quando si gioca e fuma.

Avremmo dovuto portare un altro prete, o nessun prete, spiegò Pallard. Uno duro, cattivo, rigido, non quella femminuccia liberale tutta se ma però. Quello cattivo si sarebbe spezzato e basta. Questo invece marcì.

Apri la finestra, disse Ferney, che qui si sviene. Chi se ne frega delle zanzare.

Pallard si ricordava seduto al bordo letto a scrivere sul taccuino. In cielo la luna piena o quasi pareva rodere se stessa, come la sua grafia al buio, fitta, frettolosa. Trascriveva il fruscio degli alberi fuori. Qualcuno corse sotto la finestra e passò oltre, uno scalpiccio quasi comico nel suo silenzio. Ce l’hai ancora quel diario? chiese Ferney. No, e comunque non c’era niente, la mattina dopo. Io le vostre lettere le ho ancora tutte, fece Bontemps. Tu ne scrivevi troppe, disse Ferney. Che ti dicevo? aggiunsi io. Vincolato, secco e serrato. Comunque qualcuna l’ho conservata, eh.

Improvvisamente a Pallard sembrò di essere tornato in chiesa. La luce della luna entrava dalle vetrate rotte, ma pure dal tetto, quasi ci fosse una grande falla circolare. Vide i bambini ritrovati nel pomeriggio che si rotolavano l’uno sull’altro nel grande triangolo rosso, nudi e pallidi. Strusciavano e ammucchiavano, gemevano come gattini. In un angolo grigio c’era pure la ragazzina più grande, sempre in sella al mulo, a osservarli con i capelli sulla faccia. Il prete stava lì in piedi, sopra di loro, con una casula tirata su, come uno scialle sulle spalle, e sotto era completamente nudo. Aveva il viso pitturato a strisce e figure nere. Piangeva. Si menava il cazzo e a ogni schizzo bianco i bambini squittivano e su quelle braccine e cosce e ventri spuntavano nuovi arti appena abbozzati. Veniva di continuo e singhiozzava, una mano a frugarsi su per il culo. Alcuni soldati alla porta principale tenevano lontani i compagni curiosi. Che schifo, disse uno. Lascia fare, lascia fare, rispose una sentinella. È tutto regolare, le catene si dispongono così, non c’è che dire. È tutto predisposto da un pezzo. Le stelle compiono il loro giro e i danzatori sono sotto la collina. Per essere più precisi, lamina e venature della foglia sono come un palazzo di mille piani, come un turno di veglia nella notte. Si stendono e si leggono da entrambe le parti. Finito qui ci vediamo alla miniera, dillo anche agli altri, che non facciano tardi.

Altro che le puttane o la gloria. Quello che mi manca davvero dell’esercito è il caffè, sai.

I soldati correvano tra gli alberi neri. Ridacchiavano e mormoravano.

Il problema non è che diventa sempre più difficile divertirsi, mi disse una volta Ferney, qualche anno dopo. Ma tutto il contrario.

Poi Pallard vide la cornice nera e di una grande bocca scura su una parete di pietra grigia, incorniciata da sempreverdi, come un picchetto. Molti uomini della spedizione vi sfilavano dentro chiacchierando tranquilli. Si sentivano gli stivali marciare sulla ghiaia. Gli parve che in realtà percorressero un ponte alto e fragilissimo, sotto cui ribolliva una distesa scura e schiumosa di latte nero. Ah, chi l’avrebbe mai detto, vociò allegro uno di loro. Non avevo mai pensato di sposarmi, fece un altro, non così. I cormorani sanno quello che fanno. Uh uh. Silenzio, stiamo comunque lavorando eh, non facciamoci riconoscere. Questi sono inviti per gente perbene. Che spettacolo.

Entravano nella montagna.

Per molti anni la mattina sono andato a correre presto, mi ricordava gli addestramenti. Che scarpinate, a Dego, Bormida. Mi piaceva anche in licenza, specialmente di sabato o domenica, prima di un appuntamento divertente, o la mattina dopo. Vero discrimine tra giovinezza e vecchiaia è quando continui a fare queste cose, ma sai che è la parodia patetica d’un tempo che conosce solo progressi, dove la donna e il cronometraggio migliore devono sempre arrivare. Puoi persino restartene a letto sbronzo e col ventre gonfio. Fino a qualche tempo fa, correvo ancora, poi, proprio qui, un’estate mi sono visto riflesso nel vetro della pensione, le braccia ad angolo retto, le gambette che strusciavano sulla strada silenziosa. Ricordo quel fruscio, e un gallo che strillava. Tutte le storielle liceali sui grandi vecchi ai tempi dei romani e greci, le statue barbute coi muscoli appena più flaccidi, ma ancora possenti, sono cazzate. Nessuno ci insegnerà mai a invecchiare con dignità. Si diventa eccentrici o piagnucolosi, isterici di entusiasmi e rancori. Ingigantiamo vittorie e seduzioni che a vent’anni non avremmo raccontato neppure. Da allora passeggio e basta. Pallard finiva sempre con un po’ di corda in cortile. Chissà se lui corre ancora.

Fu svegliato dall’attendente, perché il maggiore aveva convocato gli ufficiali in piazza. Si era addormentato mezzo vestito. Fuori faceva ancora buio. Qualche finestra illuminata. Davanti alla fontana avevano acceso un discreto falò. Il maggiore era fuori di sé. Metà degli uomini erano spariti, compresi il prete e i bambini. Qualcuno aveva tirato fuori la storia di una miniera lì vicino. In molti avevano nausea e febbre. Impossibile tenere il posto con numeri così ridotti, anche per poche ore. Che figura di merda, ripeteva. Una piccola squadra di gente che si reggeva ancora bene era stata inviata a questa benedetta miniera. Qualche scemo poteva persino essersela data a gambe, ma chiaramente i briganti c’erano eccome. Forse ho pure sbagliato a mandarli, disse il maggiore, ma che cazzo. A Pallard fu chiesto di risalire a cavallo per un tratto di sentiero e informarli di riscendere direttamente a valle. Secondo le mappe potevano proseguire e scendere dall’altro lato. Col viceprocuratore si sarebbero inventati qualcosa. Ma se non li becchi subito, fila giù, gl’intimò il maggiore, un italiano cui stava simpatico. A Napoli erano persino usciti con la stessa ragazza, senza rancori. Non si è sentito sparare per cui è improbabile comincino ora, gli disse, comunque non arrivare alla miniera. Vedi di farti trovare al crocevia con Stilari, giù in basso. Noi andiamo piano. Se ti seguono li aspettiamo, e da lì proseguiamo tutti insieme. Vediamo di fargli ancora paura. Che figura di merda.

Sai che forse me lo ricordo, quel Caluso? Ferney aveva finito le sigarette, e me ne chiese una. O forse no. Ma coi meridionali ci ho sempre legato poco. Danno sui nervi, commentò Bontemps, per loro le leggi non esistono e basta, persino quelle a loro vantaggio. I migliori con cui sono finito se ne fottevano, ma non si può lavorare così.

Il sentiero lasciava il paese, superava un piccolo cimitero e un’altra cappella fracassata. Dietro un muretto spuntavano fichi e viti, poi riprendevano gli alberi. Faceva più caldo. Il sole era già spuntato dietro le montagne. Un po’ di foschia indugiava a fondovalle. Più avanti si scorgeva persino il mare. Alle sue spalle  vedeva ancora gli uomini che si preparavano in piazza. Quindi svoltò una curva e fu solo. Qui il bosco era composto perlopiù di abeti e faggi. Le cime erano così ravvicinate che spesso la luce non passava e c’erano grosse macchie smorte, tappeti di aghi grigi e viola. Andò avanti per circa mezz’ora. Poi udì uno schiocco, come una corda pizzicata, e Incus si arrestò. Appena un sobbalzo, e avrebbe potuto spronarlo e proseguire. Però si soffermò un attimo a guardare il fogliame ai margini del sentiero. Gli sembrava ancora di sentire quella corda pizzicata, sempre la stessa nota, appena sotto la linea del suono. E a ogni rintocco silenzioso notava qualcosa di diverso.

È una bella cosa avere un segreto, anche se vuoto, come te.

Disse che ci aveva visto tutti e tre in ginocchio ai piedi di questo o quell’albero, in divisa, a tendere i polsi recisi e bracci rossi fino al gomito e sorridere alle foglie. Sui rami c’erano drappi e stracci bianchi. Era di nuovo nella villa di Forcella, e montava Giulia da dietro come volesse scavare un sentiero e arrivare a qualcosa che le avevano messo dentro. Lei ridacchiava a singhiozzi. La stanza era piena di luce. Sulla parete dietro il baldacchino c’era un grande triangolo rosso. In un angolo grigio la ragazza si aggrappava al mulo dagli occhi d’oro. I bambini della sera prima e altri ancora, e qualche uomo e donna correvano nudi tra i tronchi agitando frasche e campanelle, ripetevano qualcosa in dialetto. Il prete stava a braccia larghe e la testa all’indietro, con una lunga veste bianca intorno a cui danzava la polvere, e adesso era un uomo, adesso una donna.

La luna ribolliva silenziosa, si torceva a spirale, illuminava l’ingresso della miniera. Un soldato barbuto faceva capolino con gli occhi luccicanti. Sst. Sst. Gli faceva cenno. Incassava le spalle tutto allegro, come se infrangesse chissà che regola.

Non mi inginocchio neppure per leccarla, dichiarava sempre Ferney. Anche stavolta storse la bocca per un sogghigno e sapevo che stava per dirlo, ma non lo fece. Beh. Bontemps si rigirava l’anello al mignolo, come fosse imbarazzato. Siamo tutti qui, eh. Io avevo fumato troppo. Guardavo Pallard.

Disse che stava di nuovo con Giulia, le lenzuola bianche sopra la testa, nella camera sempre illuminata dal sole, e lei aveva tutta la faccia e il collo sporchi di sangue e filamenti. Le mancava un orecchio e sapeva di averglielo staccato lui. Aveva il ventre squarciato. Gli sorrideva. Non ci sono riuscito, ansimava lui. Aveva dei grumi in bocca. Beh, non è poi un gran problema, andrà meglio la prossima volta, lo rassicurava. Giù ti aspetta un regalo.

Potremmo fare una passeggiata alla veduta, da cui scende un sentiero romano, giù fino a Bromio. Mai capito come facciano a dire che è tanto antico, a me sembrano tutti roba per le capre e basta. Per quanti mesi trascorra qui, mi confondo ancora sui nomi di certi alberi. Me li indicheresti tu. Avremmo qualche panino e una borraccia. C’è una vecchia casa abbandonata, senza più tetto né porta. Certe volte, d’inverno, lontano da qui, mi capita di ripensarci, come quando da bambini mi colpiva che una fontana continuasse a scorrere quando non c’era nessuno. Per giorni e notti, per mesi. Anche qui il vento soffia tra i muri sbriciolati, l’olmo freme piano.

Tornò indietro che uscivano appena dal paese. Al maggiore riferì che aveva trovato dei tronchi sul sentiero. Gli credette, o lasciò perdere. Pallard sentiva che anche l’ultima squadra non sarebbe tornata. Li aspettarono comunque fino alle due del pomeriggio. Poi ripartirono, col vergognoso tacito sollievo che nessuno fosse sceso dalle montagne. Il viceprefetto aveva troppa voglia di levarsi di culo per fare storie. C’erano i sindaci lì intorno cui inviare dispacci di fuoco accusandoli di non aver notato un cazzo non averli avvisati eccetera eccetera. Tre soldati si uccisero quella sera a fondovalle, gli altri nelle settimane successive, nel viaggio di ritorno. Pure l’attendente. Qualcuno forse l’avrà fatto anche dopo, non si sa. Pallard non si fermò a Napoli, ma risalì subito a Roma. Dov’ero anche io di guarnigione. Un ottobre piovoso. Per qualche mese ricevette qualche cartolina e lettera dal maggiore, poi le cose a nord e sud andarono tutte a puttane e chi lo risentì più.

La Pictet invidia le petunie sul mio terrazzino. Non capisce perché Ferrara dia a me la camera con più fiori, visto che non li apprezzo né li curo. Si profuma troppo. L’altra sera le osservavo la gola grinzosa, frastagliata come un’iguana. Ad aprirle la gola di netto il sangue stenterebbe forse a montare, per poi riversarsi giù come uno scialle nero. Secondo me entro l’anno sarà bella che morta.

Finimmo la partita che Bontemps aveva, per una volta tanto, sbancato. La forza d’inerzia, sentenziò Ferney. Vincolato, secco e serrato, rispose con un sorrisetto. Portaci a cena, dai, gli feci. Non voleva rientrare troppo tardi, ma bene. Dove andiamo? Ferney si annodava il codino. Non dal cialtrone dell’altra volta, ho avuto acidità per una settimana. Pallard si strinse nelle spalle. Si era fatto buio, ma all’orizzonte indugiava ancora una striscia rosa. I lampioni li avrebbero accesi dopo, coi pipistrelli a sfrecciarci sotto, illuminati a intervalli regolari, come tremolando immobili, correndo su un filo orizzontale. Un posto vale l’altro, qui, disse.

Ci vedo al secondo anno tutti assieme. A Torino. Cantava la Kazu, quell’albanese. Noi ci alzammo in platea e attaccammo un coro in falsetto, agganciati con le braccia sulle spalle. Dapprima la gente si mise a fischiare, poi ci prese gusto e iniziò anche lei. La Kazu, che era spiritosa, stette al gioco. Ci tenevamo la pancia per le risate. Tutti battevano i piedi. Guardavo i miei amici come fossi sott’acqua, pensavo che non li avrei abbandonati mai.

Vorrei raccontare che fu per quella storia che poi Ferney, schifiltoso com’era, tra tutti si beccò la sifilide e tirò le cuoia paralizzato, nel piscio, senza riconoscere neppure il gemello, che adorava. O che Bontemps finì cornuto prima e abbandonato poi dalla tipa che gli avevano rifilato in casa e poi, per la famiglia e l’onore, si sparò in testa. O che Pallard, magnifico e benevolo nel suo egoismo, il migliore tra noi, si ritirò in campagna- nella fottuta campagna- a intessere ridicole tresche di mezz’età. Non so neppure se sia vivo o morto, non ci scriviamo più. Io l’ho seguito a ruota, privandomi solo degli amorazzi, la sua versione in adagio minore, come sempre. Se quella sera, le carte che ci passavamo avessero pure trasmesso il filo d’una geometria cattiva, sarebbe stato tutto più facile. Fantasmi comuni avrebbero dato la caccia a tutti, a staffetta, come una cartolina che richiami in servizio per l’ultima volta. Oggi potrei aspettare che il granaio sia vuoto per la pennica, trovare un po’ di corda, farmi un cappio, un bel salto e chi ci pensa più. Quattro calci allegri come un bimbo sull’altalena. Invece no, eccomi qui, a scrivere mentre fuori piove a te che neppure esisti.


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

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