La passione di Nabokov per i lepidotteri

La vita di Nabokov attraverso le sue farfalle, prima ancora che i suoi libri.


IN copertina: Lucio Fontana, Cristo – Ceramica colorata verde e avorio – Asta di dicembre

di Tommaso Lisa

“Non posso separare il piacere estetico che provo nel vedere una farfalla dal piacere scientifico di sapere che cosa è”

Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov nacque a San Pietroburgo nel 1899 da una famiglia nobile. È stato immortalato in pose entomologiche anche quando non aveva più una giovane età. Capita di trovare qualche suo ritratto in bianco e nero mentre stringe tra le dita, mostrandola al fotografo, una bustina entomologica contenente una Pieride gialla del genere Colias. In certe foto è un signore attempato, di aspetto delizioso, vestito di grigio, in compagnia dell’inseparabile moglie. Altre volte calza pesanti scarponi, pantaloncini di flanella e camicia chiara tenendo orgoglioso il retino in mano come un guerriero la lancia. Una fotografia apparsa in “The Saturday Evening Post” quando aveva 66 anni lo immortala dal punto di vista di una farfalla, oscillando la rete con concentrazione rapita. Fisso il suo sguardo nell’istante prima di catturare la preda. Porta un basco o un cappello mentre come per un paradosso in tarda età, ormai calvo, preferisce stare a testa nuda. In un’immagine particolare quel volto – secondo Alberto Arbasino “somigliante a un Palazzeschi riposato e altero” – è chino su d’una teca piena di farfalle allineate, intento ad osservarne le ali mentre i loro profili si riflettono sulle lenti incorniciate dalla pesante montatura, quasi una seconda scatola entomologica. In vari climi e sotto varie spoglie, con esche di melassa e birra, retino e barattolo col fondo d’ovatta imbevuta d’etere, andò per tutta la vita a caccia di farfalle. 

Iniziò a collezionare lepidotteri quando aveva circa sette anni, cacciando nelle campagne intorno alla tenuta di campagna di Vyra, una magnifica villa in stile palladiano a quaranta chilometri dalla città natale (il fabbricato ha, a tutt’oggi, sei colonne bianche, un grande belvedere rettangolare e il “parco divino” circondato da pioppi tremuli) oppure durante le vacanze nelle lussuose località di villeggiatura di Biarritz e della Costa Azzurra. Fu un’infanzia molto felice, circondata di agi, per quanto fosse già un individuo contemplativo, venato dal desiderio di “stare da solo” per godere con maggiore intensità della sua passione. Riempì in breve tempo svariati stipi di cassette entomologiche. In Parla, ricordo edito nel 1947 (pubblicato in Italia da Adelphi e poi antologizzato anche in Pietre, piume e insetti: L’arte di raccontare la natura, a cura di Matteo Sturani, edito da Einaudi, Torino, nel 2013) svariate pagine sono dedicate alla sua esperienza di lepidotterologo. Un’eleganza abbacinante riverbera da quelle righe tanto che sono costretto a rileggerle periodicamente. Anche qui, come nel caso della prosa entomologica de L’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda, considerato il sopraffino tasso stilistico non è possibile alcuna parafrasi che non sia storpiatura e banalizzazione. Per comprendere passi come questi si può solo trascriverli pazientemente e confidare che la vita metta a disposizione del lettore, fattosi amanuense, un bagaglio di esperienze e sentimenti affini tali da stabilire una sintonia esistenziale. 

Abbozzo una ricerca in rete e sul Nabokov lepidotterologo trovo un vasto repertorio di pagine web, talvolta approssimative in quanto compilate da critici e giornalisti che di entomologia non hanno basi teoriche. Procedo nell’indagine senza scoraggiarmi, motivato da un’affinità emotiva e stilistica: entrambi siamo entomologi e condividiamo un rovello per lo stile. Riesco a poco a poco a ricavare un repertorio di aneddoti attendibili dalla luminosa monografia di Lila Azam Zanganeh Un incantevole sogno di felicità: Nabokov, le farfalle e la gioia di vivere (edita nel 2011 col titolo The Enchanter: Nabokov and Happiness e tradotta lo stesso anno dall’editore L’Ancora Mediterranea di Napoli) che entra empaticamente in relazione con Nabokov attraverso una riscrittura creativa della sua storia privata. 

Carattere elitario e rigoroso, per ragioni contingenti fu costretto a fuggire dalla Russia dopo la rivoluzione d’ottobre del 1919. Aveva da poco ereditato da uno zio una vasta proprietà terriera e dal padre il piacere della ricerca entomologica. Fu lui, durante l’infanzia, ad insegnargli il corretto movimento del polso necessario a spingere con decisione la rete sulla farfalla e a riconoscere “le eleganti e arcane coreografie delle loro abitudini”, le Erebia che “mettevano in mostra le loro graziose ali solo negli anni pari”, le Aglais avvolte nelle crisalidi dorate, i bruchi di Phengaris arion divoratori di formiche, le pulsazioni delle ali cangianti delle Morpho sudamericane. Nabokov aveva iniziato a cacciare farfalle andando in giro a piedi per i prati e per i boschi del parco del palazzo di famiglia col retino e l’attrezzatura entomologica: nutriva la speranza, comune a molti entomologi, di scoprire una nuova specie di farfalla e di battezzarla col proprio nome. La sua prima collezione, allestita a Vyra, venne ceduta al museo di Jalta (quindi, come afferma lui stesso in Parla, ricordo, probabilmente “distrutta dagli antreni”, temibili minuscoli Coleotteri entomofagi). Dopo essersi rifugiato coi familiari in Crimea e aver perso buona parte delle fortune, nell’aprile del 1919 na-BOAK-off fu costretto a salire a bordo di una nave chiamata Hope, “speranza”, che trasportava un carico di frutta secca, per approdare ad Atene. Non avrebbe mai più rivisto la Russia, il paese leggendario della sua infanzia.

Trilingue, in grado di leggere e scrivere in russo, francese e inglese, studiò quindi lingue romanze e slave a Cambridge (dove divenne amico dell’austero critico statunitense Edmund Wilson) e nel 1928 usò i proventi del suo secondo romanzo Re, donna, fante per finanziarsi una spedizione sui Pirenei dove, assieme a sua moglie Véra, raccolse più di cento specie di farfalle. Nel 1930 dopo la laurea si trasferì a Berlino senza mai interrompere il rapporto con l’appassionante ricerca entomologica. Primogenito di cinque fratelli era orfano giacché suo padre, illustre avvocato liberale avverso tanto all’assolutismo monarchico quanto alla rivoluzione bolscevica, venne assassinato durante un comizio da un membro dell’estrema destra zarista. Nel 1937 dovette nuovamente scappare dalla capitale tedesca con la famiglia (la moglie era ebrea) rifugiandosi a Parigi. Nel 1940 dovette abbandonare tutta la sua seconda ingombrante e ben più estesa collezione di scatole contenenti farfalle europee in fondo a una cantina, assieme ad alcune pagine manoscritte, messe in salvo da una donna il cui zio, un caro amico di Nabokov, sarebbe poi morto in un campo di sterminio. Tre settimane dopo l’edificio venne raso al suolo. La madre era appena morta a Praga, lontano da lui, nel 1939. Fu lei – la nipote del primo presidente dell’Accademia Imperiale Russa di medicina – a insegnargli a preparare una farfalla ad ali distese e a trapassarla con lo spillo entomologico per custodirla nella teca e a donargli polverosi volumi di scienze naturali, fino ad allora custoditi in ripostiglio e appartenuti alla nonna, che si era interessata di scienze naturali. Il fratello omosessuale perì poco dopo per fame e stenti in un campo di concentramento. Fuggì quindi nuovamente nel 1940, stavolta in America, grazie al sostegno economico di un’organizzazione di soccorso ebraica. Poco tempo dopo infatti i carri armati tedeschi avrebbero fatto il loro ingresso nella capitale francese; con loro, ironia della sorte, anche un altro “spirito nobile”, l’entomologo Ernst Junger, il più importante scrittore di Coleotteri. 

Nel 1941, quando aveva i miei stessi anni, gli venne affidato l’incarico di «research fellow» a tempo parziale presso il dipartimento di Entomologia del Museo di Zoologia Comparata dell’Università di Harvard. Il suo compito, inizialmente gratuito, era di riordinare le collezioni di Lepidotteri. L’incarico si trasformò nel 1942 in una borsa di ricerca per il modesto ammontare di mille dollari all’anno, fino al 1948 quando Nabokov lasciò Harvard per Cornell.

Prima che ricercatore ad Harvard era stato volontario al Museo di Storia naturale di New York (quello stesso in cui il paleontologo e saggista Stephen Jay Gould vide da bambino lo scheletro di Tirannosauro che determinò la sua vocazione) con la medesima mansione. Oggi sarebbe impensabile ottenere un incarico di questo tipo senza una laurea in zoologia, ma non è stato insolito fino alla metà del secolo scorso: quella dell’entomologo non è mai stata una professione ben retribuita e perciò molti furono i dilettanti che si sono guadagnati da vivere in qualche altro modo (tra loro si annoverano avvocati, ufficiali, industriali, commercianti, avventurieri, sacerdoti, tipografi), collaborando professionalmente con le istituzioni scientifiche. Prima di diventare il romanziere che molti conoscono per aver pubblicato Lolita nel 1953 – lo stesso anno in cui James Watson e Francis Crick scoprirono la struttura del Dna – aveva già scritto dieci romanzi in russo e altrettanti saggi entomologici, specializzandosi nei Polyommatini, in America detti anche “blues”, una tribù dei Licenidi. 

I Licenidi (Lycaenidae Leach, 1815) sono una famiglia cosmopolita, appartenente alla superfamiglia Papilionoidea, di Lepidotteri diurni generalmente di piccole dimensioni, intorno ai tre o quattro centimetri di apertura alare, molto colorati, soprattutto in varie tonalità di azzurro. Apparentemente fragili, possiedono spesso due minute appendici alari posteriori, specie di codine utili a confondere i predatori che le scambiano per antenne. 

L’etimologia del genere Lycaena ha varie interpretazioni. Può derivare da Lycia, epiteto della dea Diana, o da “lýkaina”, lupa. Un’altra etimologia mette in relazione Lycaena con Lýkaios, Lycaeus o Lyceus, il nome dato a divinità venerate sul monte Lycaeum nell’antica Arcadia. Non manca chi sostiene una discendenza da Lykáon, re dell’Arcadia, come pure da Lýkeion, scuola ginnica dell’antica Atene dove la maestria dei ginnasti pare imitasse il volo di queste farfalle. La più fantasiosa infine mette in relazione l’inventiva scientifica con una banale ripetizione rimata e ritmica dei nomi già usati dai tassonomisti come Zygaena e Phalaena da cui, per calco, deriverebbe Lycaena.

Nei sei anni di ricerca entomologica da professionista Nabokov organizzò le farfalle della fauna neartica del museo e pubblicò una dozzina di articoli scientifici. La sua reputazione si basa principalmente sui suoi due più ambiziosi. Nel primo, “Note su Plebejinae Neotropicali“, del 1945, e nel successivo “I membri Neartici del genere Lycaeides“, del 1949, stabilì infatti un quadro tassonomico fondamentale e formulò la teoria sull’evoluzione dei Licenidi delle Ande, basata su meticolose osservazioni anatomiche dei genitali maschili. Parlando di sé a tal proposito si definì scherzosamente “un tassonomista moderno a cavallo di una macchina del tempo wellsiana con lo scopo di esplorare l’era Cenozoica”: teorizzò che le farfalle fossero arrivate in Cile dall’Asia passando attraverso la Siberia, lo stretto di Bering e l’Alaska, scendendo giù lungo la costa dell’Oceano Pacifico meridionale, in cinque distinte ondate, a partire da circa dieci milioni di anni fino alla più recente, un milione di anni fa. 

Sul finire degli anni Novanta, durante il lavoro di revisione effettuato sui Licenidi Sud Americani il gruppo composto da Kurt Johnson, Zsolt Bálint e Dubi Benyamini ha confermato quella che era solo un’ipotesi. Dopo otto anni di analisi microscopica dei genitali maschili delle farfalle i tre ricercatori hanno infatti convalidato la teoria nabokoviana considerata altrimenti come difficilmente attendibile. In seguito la dottoressa Naomi Pierce – curatrice della collezione di Lepidotteri del museo di Harvard, oltre che del già citato volume Fine lines di disegni entomologici – ha voluto preparare una mostra per celebrare il centesimo compleanno di Nabokov. Affascinata dalla sua ipotesi e dalle relative riprove microscopiche, la ricercatrice si è decisa a testare la seducente teoria anche col sequenziamento del Dna. Per far ciò e ricostruire l’albero evolutivo dei blues con le relative datazioni aveva però bisogno di molti più esemplari di quelli conservati al museo. Così ha organizzato alcune spedizioni entomologiche sulle Ande, durante le quali Roger Vila e Bálint hanno scoperto molte altre nuove specie, dedicate tutte per l’occasione a Vladimir con nomi derivanti da temi o personaggi dei suoi romanzi. Inviando poi i campioni di farfalle ad Harvard per l’analisi del Dna in laboratorio la dottoressa Pierce, con la sua équipe, ha usato un computer per calcolare le relazioni più probabili tra le farfalle e confrontato il numero di mutazioni che ogni specie aveva acquisito, per determinare quanto tempo prima si erano discostate le une dalle altre. L’ipotesi di un antenato comune antico più di circa dieci milioni di anni e la migrazione verso l’America è stata così definitivamente confermata.

Stephen Jay Gould – il quale lavorò dal 1973 alla fine dei suoi giorni nel museo di Harvard, quello stesso in cui Nabokov prima e la Pierce poi hanno studiato i Licenidi – ha scritto il saggio capitale per l’interpretazione del rapporto tra entomologia e scrittura in Nabokov. Si tratta di Non esiste scienza senza fantasia, né arte senza fatti: le farfalle di Vladimir Nabokov (contenuto nella raccolta I Have Landed edita nel 2001 e tradotta in italiano per la Codice Edizioni di Torino nel 2009) dove Gould analizza il valore dei suoi studi entomologici, acclarato da tassonomisti del mondo delle farfalle come il già citato Zsolt Bálint, studioso del Museo di storia naturale di Budapest e in un certo senso erede di Nabokov. Il grande evoluzionista inizia valutando quale delle due attività intellettuali abbia pesato maggiormente nella vita di Nabokov e, tentando di compiere un bilancio, valuta sia i corrispettivi scambi di metodo, che il tempo e le energie profusi nell’uno e nell’altro settore. Gli ammiratori di Nabokov, come ad esempio Philip Zaleski (in un articolo del 1986 intitolato Nabokov’s blue period in “Harvard Magazine”, July-August, pp. 34-38), hanno trovato, seguendo parametri soggettivi, addirittura un valore letterario ai suoi lavori scientifici, che per definizione non lasciano molto spazio all’elaborazione di uno stile personale, definendoli come “eleganti e raffinati”.

L’abilità artistica di Nabokov in ambito scientifico viene menzionata particolarmente in merito ai disegni. In un articolo di argomento tassonomico rigorosamente redatto per una pubblicazione accademica gli spazi per una scrittura artistica sono infatti pressoché nulli. Sono state quindi considerate artistiche sia le tavole scientifiche che era tenuto a porre per le descrizioni tassonomiche delle farfalle, oggi raccolte nel ponderoso volume Fine Lines: Vladimir Nabokov’s Scientific Art, a cura di Stephen H. Blackwell e Kurt Johnson, edito da Yale University Press nel 2016 (recensito da Laura Beani), sia gli “schizzi di fantasia” che usava per illustrare i suoi racconti e che adornano le copertine di molte sue edizioni. In entrambi i casi le grafiche sono sostenute da un segno preciso e accurato, tanto che gli agiografi del maestro arrivano a esprimere ammirazione per questo talento artistico del Nabokov disegnatore. Ma nell’illustrazione scientifica strettamente definibile come tale i suoi risultano compiti bene eseguiti e schizzi sapientemente dettagliati e sarebbe vano anche un confronto con i maestri del disegno tassonomico più antichi, altri ingegni di rilievo col duplice dono della scrittura e della scienza, come Maria Sibylla Merian (1647-1717) le cui tavole Nabokov ebbe modo di ammirare durante l’infanzia sul libro regalatogli dalla madre. Il profano non dedito all’entomologia sarà più colpito dagli stravaganti soggetti anatomici che dalla specifica qualità del segno grafico. L’attrezzatura di cui lo scrittore disponeva allora era probabilmente la migliore, ma non certo comparabile con quella che la tecnologia avrebbe messo a disposizione solo pochi anni dopo, con penne a china e inchiostri raffinati. Per non parlare poi della successiva diffusione della macrofotografia e subito dopo della digitalizzazione delle immagini al computer. Così le tracce di scotch apposte ai lati per fermare le tavole al foglio testimoniano una ricerca tutt’altro che asettica e standardizzata. 

Un discorso a parte merita invece quello che chiamo il “farfallario fantastico”, ossia quei disegni di lepidotteri immaginari, creati per Véra o quali dediche apposte sui libri per omaggiare gli amici. Sono specie di fantasia, seppur altamente plausibili, forse quegli stessi esemplari che Nabokov ha sognato di trovare, che si sarebbe augurato di veder svolazzare in una ipotetica gita nei boschi narrativi. Basandosi sul calco di una specie esistente il nostro ne modifica di poco il disegno, la forma delle ali e il colore, ottenendo quelle varietà che ogni collezionista spera di scoprire. 

Così, ingobbito per tutta la giornata sul microscopio, nel 1945 Nabokov descrisse il proprio lavoro in una lettera alla sorella Elena Sikorskaja: «Io mi occupo delle mie ricerche e sono già più di due anni che pubblico brani di un lavoro sulla classificazione delle Liceni americane, basata sulla struttura dei genitali (minuscoli, scultorei gancetti, dentini, speroncini visibili soltanto al microscopio), di cui faccio uno schizzo per mezzo di diverse straordinarie apparecchiature, varianti della lanterna magica. […] Il mio lavoro è inebriante, ma mi sta del tutto estenuando, mi sono rovinato la vista, porto occhiali con la montatura di corno: Sapere che l’organo che stai esaminando non è mai stato visto da nessuno prima di te, tracciare correlazioni che a nessuno prima di te erano venute in mente, immergersi nel meraviglioso mondo cristallino del microscopio, dove regna il silenzio, circoscritto dal proprio orizzonte, una bianca arena accecante – tutto questo e così seducente da non riuscire a descriverlo (in un certo senso, ne Il dono “predissi” il mio destino, questo rifugiarmi nell’entomologia)».

Una precisazione in merito al metodo. Perché questa ossessione per le architetture dei genitali maschili? Il confronto dei genitali è un modo per distinguere le specie assai più efficace e informativo del colore delle ali. Due specie che sembrano identiche per il disegno e la sfumatura delle ali, formati da minuscole squame sovrapposte come le tegole di un tetto, possono avere genitali molto differenti. È l’ipotesi lock and key: i genitali maschili hanno forme diverse nelle varie specie perché si adattano alle vie genitali femminili come una chiave al suo lucchetto, così da evitare incroci forme ibride le quali sono tuttavia possibili, ma restano sterili. La morfologia dei genitali esterni e interni assicura l’isolamento riproduttivo, è una barriera tra le specie insieme ad altri fattori caratteristici di ciascuna di esse, come il volo di corteggiamento e i feromoni afrodisiaci, il profumo per attrarre l’altro sesso, che è caratteristico di ogni specie. L’aspetto esterno può ingannare l’entomologo: per adattarsi all’ambiente specie diverse a volte finiscono per evolvere colori molto simili (convergenza evolutiva), mentre i genitali sono un carattere diagnostico robusto, utilizzato anche oggi. A dimostrazione di come il concetto di specie sia labile e mutevole nel tempo, determinato da ibridazioni e mescolamenti del dna.

Lucio Fontana, Cristo – Ceramica colorata verde e avorio

Interessato agli aspetti pratici della tassonomia, Nabokov difendeva una definizione di specie basata sulla catalogazione museale e pertanto spinto e incoraggiato a creare a tavolino quante più specie nuove. Oggi la maggior parte dei biologi evoluzionisti insisterebbe affinché specie come queste siano riconosciute, cito sempre Gould, “come popolazioni naturali reali e discrete e non come unità definite soltanto da tratti identificabili nei dati artificiosamente limitati delle collezioni allestite dall’uomo”. In pratica due esemplari, per essere due specie, dovevano differenziarsi morfologicamente in modo distinto e ricorrente. In base alla distinzione formale apparente, sensibile, per Nabokov era invece lecito creare una nuova specie. Non dette peso, anche a causa dei tempi, in cui la ricerca genetica era ancora agli albori, all’analisi dei cromosomi, negando che se due specie apparentemente identiche avevano un numero cromosomico differente sarebbero state due specie differenti. Per lui contava solo l’analisi morfologica di esemplari morti conservati musealmente. Tuttavia la strenua osservazione delle caratteristiche formali gli ha consentito di elaborare teorie evoluzionistiche, come quelle sui Licenidi cileni, corrette e confermate dall’analisi genetica.

È innegabile come sia stato un professionista in entrambi gli ambiti, sia scientifico che umanistico, tanto che in un’intervista del 1962, citata dal suo biografo tedesco Dieter E. Zimmer, affermò: “Una delle prime cose che abbia mai scritto in inglese fu un articolo sui lepidotteri, quando avevo dodici anni. Non lo pubblicarono perché la farfalla di cui parlavo era stata descritta da qualcun altro”. È sempre Gould, passando in rassegna la casistica dei modi di rapportarsi all’ingegno poliedrico di Nabokov, a mostrare come altri studiosi sostengano piuttosto – e a ragione – quanto la sua opera entomologica abbia contribuito alla creatività letteraria in merito al metodo e alla capacità di osservazione, rappresentando una ricca fonte di metafore, simboli e forme retoriche. In sostanza, con l’eleganza che lo contraddistingue, Gould – teorico degli “equilibri punteggiati” – sostiene che entrambe le ispirazioni si siano l’evoluzione di un unico meraviglioso amore per i dettagli, l’osservazione e la simmetria.

Solo a causa del successo economico dei suoi romanzi Nabokov abbandonò la carriera scientifica di tassonomista, come già detto poco remunerativa, venendo assunto dalla Wellesley University per l’insegnamento della lingua russa. Nel 1948 passò poi alla più prestigiosa Cornell, dove restò fino al 1959. Come ammise in più occasioni, la scrittura e la caccia delle farfalle furono le più grandi emozioni della sua vita. La sua opera entomologica è ragguardevole anche se non altrettanto celebre quanto i romanzi dove le figure femminili hanno nomi che alludono a svariate specie di lepidotteri.

Si tratta di un futile enigma, per ammissione dello stesso Gould – che pure vi indugia per la maggior parte del saggio – se il tempo perso dietro l’entomologia abbia sottratto o apportato valore all’opera letteraria di Nabokov. Tra l’argomento del “pari impatto”, il “mito dell’innovazione” e quello della “audacia intellettuale”, di certo c’è che l’osservazione attenta e scrupolosa del dettaglio, dei luoghi di cattura, combinate alla diligenza nella lettura e nello studio fecero di lui sia un buon tassonomista sia un ottimo scrittore, come altrettanto certo è che l’assiduità al microscopio gli guastò ben presto la vista, che ne uscì per sempre compromessa. Si consumò letteralmente le pupille sulle ali dei Licenidi, sulla loro minuta punteggiatura, nell’estrazione dei genitali per determinare la specie, chino sul desco da lavoro come sulla scrivania da scrittore.

Dal metodo di Nabokov e dalla sua passione per le farfalle risulta come la tassonomia non sia fine a sé stessa e la collezione non rappresenti una semplice raccolta di esemplari. Già nell’adolescenza il nostro si distaccò dall’aspetto “filatelico” dell’entomologia tedesca evolvendo verso il metodo anglosassone più consapevole, flessibile e aperto alle relazioni di ogni vivente col suo contesto. La collezione di farfalle non è più per lui una raccolta sistematica di forme e colori bensì lo strumento per interpretare le relazioni tra specie e il mezzo interpretativo per dare significato alle somiglianze e alle differenze tra loro. In particolare Nabokov studiò la variazione e la ricorsività dei disegni alari dei Licenidi in relazione ai loro genitali maschili, dissezionando centinaia di esemplari: una volta minutissimi organi, grazie alla camera lucida annessa al microscopio ne catturata la sagoma bidimensionale proiettandone su un foglio l’immagine ingrandita, in modo da poterla disegnare, misurare e confrontare con determinate macchie delle ali. Un lavoro con una certa connotazione da «guardone» che, come detto, gli logorò la vista. Due anni dopo la pubblicazione del controverso e precursore articolo sulle migrazioni dei Poliommatini dall’Asia al Sud America scrisse al critico letterario Edmund Wilson riferendosi che stava lavorando a “un breve romanzo su un uomo a cui piacciono le bambine”…

Il romanzo Lolita è stato scritto da Nabokov mentre viaggiava, come ogni estate, per la raccolta di farfalle negli Stati Uniti occidentali. Erano missioni commissionate dai musei. Immagini e riferimenti a farfalle e falene sottolineano qui non solo le somiglianze fisiche tra il Licenide e la giovane Lolita, ma anche il modo in cui Humbert, protagonista del libro, vede la sua preda. Scrittura ed entomologia sono, nel suo stile, evidentemente consustanziate nel medesimo amore cristallino per il dettaglio. Ma nel 1967, quando gli fu chiesto cosa avrebbe potuto fare se non fosse diventato un autore, rispose: “Non è improbabile che se non ci fosse stata una rivoluzione in Russia, mi sarei dedicato interamente alla lepidotterologia”.

I viaggi entomologici divennero una routine estiva annuale: alla fine dell’anno scolastico, con la moglie Véra alla guida dell’auto lo scrittore si dirigevano a Ovest, prevalentemente verso le Montagne Rocciose, secondo Brian Boyd (nell’introduzione a Le farfalle di Nabokov) in parte perché con l’altitudine aumenta la varietà di specie di farfalle che si possono incontrare ma anche perché la vegetazione montana dovette ricordargli, con non poca nostalgia, la vecchia amata Russia.

Le farfalle ricorrono in quasi tutti i suoi libri. Ma in nessun altro come in Parla, ricordo o nel secondo capitolo di Il dono, dedicato al padre del protagonista, entomologo, trasmette con tanta chiarezza la sua passione. Il medesimo metodo accomuna i calembour e gli accorti espedienti retorici dei romanzi, come quello di citare fiori rari i cui lemmi secondari nascondono nomi di lepidotteri o di occultare nel tessuto della scrittura, con un processo criptico, i nomi delle farfalle dentro quelli delle protagoniste dei racconti. Alla farfalla si sovrappone, con un indovinello peraltro trasparente (in Ada o ardore del 1969) il nome della protagonista la quale, oltre ad affermare di volersi dedicare all’entomologia, porta quello specifico della bianca Pieride Appias ada. Altrettanto avviene nella parodia del critico letterario di Fuoco pallido del 1962 dove, nel caso delle due donne del protagonista, Stella e Vanessa, il travestimento si mostra in modo quasi disambiguato. I critici parlano di crittografie, di trucchi mimetici di un abile poliglotta. Proprio come quelli che lo scrittore dovette scorgere figurati a modo di geroglifico, fino a perdere la vista, nei genitali e sulle minute superfici alari inferiori dei Licenidi.

La passione per l’accuratezza e i dettagli dell’anatomia, del comportamento e della localizzazione geografica fanno sì che le citazioni delle farfalle nei romanzi di Nsbokov si fondino su un substrato rigorosamente realistico fin dalle sue prime prove letterarie quando in The Aurelian, racconto del 1930, il nostro compie una dettagliata descrizione della policroma sfinge dell’oleandro. A volte i critici letterari gli rimproverano quest’ossessiva attenzione per il particolare. Sono tutte farfalle reali, e anche quando immaginate a imitazione delle reali, rispondono a precise logiche anatomiche e biologiche. Per far comprendere il necessario zelo, nel 1959 Nabokov scrisse una lettera a Pyke Johnson commentando il progetto della copertina per i suoi Collected Poems (citata in Remington, 1990, p. 275) e lamentando la fattura del disegno del corpo delle due farfalle, stilizzate ma troppo simili a formiche, realizzate senza la minima competenza scientifica: temeva lo rendessero lo zimbello dei suoi colleghi entomologi, se fosse capitato loro tra le mani un’immagine tanto scorretta.

Stando ai rilievi compiuti da alcuni critici letterari come Johann Karges, la maggior parte dei riferimenti lepidotterologici nei romanzi di Nabokov ha un riferimento simbolico e le farfalle da lui preferite in letteratura non sono i licenidi ma quelle bianche, chiare, usate col significato simbolico tradizionale e senza tempo di “anima”, psiche o sé interiore e alludono all’evanescenza di uno spirito separato o in procinto di separarsi dal corpo. Tuttavia il nostro ha sempre negato energicamente il simbolismo entomologico, dichiarando di non avere alcun interesse per le farfalle come allegorie o emblemi letterari e che avrebbe reputato ciò alla stregua di una perversione e di una profanazione dei suoi interessi. Tanto da aver affermato senza mezzi termini in un’intervista a Zimmer “il fatto che in alcuni casi la farfalla simboleggi qualcosa (per esempio Psyche) si colloca completamente al di fuori della mia sfera di interessi”. A più riprese lo scrittore smonta le interpretazioni simboliche, rivendicando principi di accuratezza fattuale come criterio essenziale (opportunamente Gould evidenzia come Nabokov critichi proprio, in più di una occasione, l’interpretazione simbolica della sfinge testa di morto data da Edgar Allan Poe). “Insomma, io me ne infischio del significato esoterico, del mito dietro il bruco, del critico esasperante che vuol far dire a Bosch le deboscerie del suo tempo, sono allergico all’allegoria” (in Ada o ardore, 1969, p. 451). Non occorre alcun sovraccarico di significato, alcun simbolismo a impreziosire questi gioielli della natura, poiché non c’è nulla che regga il confronto con la sacralità e il fascino del dettaglio intricato e accurato, strettamente realistico.

La creatività nabokoviana si esprime in larga misura in questo procedimento dettagliato di descrizione scientifica con espedienti retorici artistici, in un tutto coordinato e complesso, con un’unità nella procedura interna dell’atto di creazione, per cui l’osservazione è inseparabile dalla conoscenza. Ed è così che l’arte e la scienza s’incontrano, con incandescente “incestuosità”, nella forma della farfalla.

Il quesito se la dedizione allo studio dei Licenidi sia pari o superiore a quella della scrittura e quali delle due attività debba essere considerata di maggior valore alimenta ancora discussioni critiche intorno al nostro. Si tratta – concordo con Gould – dell’applicazione di un unico metodo fondato sull’accortezza per il dettaglio e la compiuta passione per le forme dei corpi, riassunto nell’unità dell’uomo e del suo spirito. 

Anzi, in termini scientifici Nabokov fu propriamente conservatore sia perché non accettò le differenze specifiche stabilite in base all’analisi del patrimonio genetico, attenendosi alla valutazione della sola morfologia esterna rilevata con l’analisi microscopica, sia perché espresse dubbi in merito alle ortodossie darwiniane, in particolare a proposito del valore adattativo dei motivi mimetici presenti sulle ali delle farfalle. Questi sono indubbiamente dei limiti piuttosto evidenti, se considerati oggi, del suo metodo. 

Per quanto riguarda l’indagine tassonomica è lecito affermare che Nabokov rimase un uomo dell’era del microscopio, strumento a sua volta vituperato dalle generazioni precedenti in quanto reo di aver fatto perdere la percezione d’insieme data dall’occhio naturale.

In merito all’evoluzionismo, d’altra parte, a metà del secolo scorso la ricerca al riguardo era ancora piuttosto arretrata. Negli anni Quaranta non si era consolidata come adesso e dei dubbi potevano anche restare dato che il darwinismo ortodosso si sarebbe consolidato solo negli anni Sessanta. Più che per una mancanza di mezzi o strumenti, l’atteggiamento di Nabokov scaturiva direttamente dal suo atteggiamento letterario, alla ricerca di “delizie non utilitaristiche”. Come si deduce da un passo di Parla, ricordo, pubblicato nel 1963 e citato più volte anche da Gould (brano che qui di seguito riporto da pagina 145 dell’edizione italiana Adelphi del 1991, ibridandolo con la traduzione apparsa in Pietre, piume e insetti), il nostro rischiò di commettere l’errore di dare alle stampe un articolo teso a confutare il ruolo causale della selezione naturale nella produzione del mimetismo, negando il valore esclusivamente adattativo di ogni componente di tali somiglianze:

La “selezione naturale”, nel senso darwiniano, non basta a spiegare il miracoloso coincidere dell’aspetto imitativo e del comportamento imitativo, né ci si poteva richiamare alla teoria della “lotta per la vita” quando un espediente protettivo veniva portato ad un punto di sottigliezza mimetica, di esuberanza e di profusione, di gran lunga in eccesso rispetto alle capacità del predatore. Scoprii nella natura le delizie non utilitaristiche che cercavo nell’arte. Entrambe erano una forma di magia, entrambe erano un gioco intricato di sortilegio e illusione. 

La complessità e raffinatezza degli schemi e delle forme viventi erano, a suo avviso, eccedenti rispetto agli scopi della mera sopravvivenza e non motivabili in termini finalistici di adattamento ad un ambiente. Già ne Il dono del 1939 aveva parlato di “incredibile ingegno artistico del travestimento mimetico” che non sarebbe spiegabile come frutto della lotta per l’esistenza, secondo lui troppo raffinato e troppo rapido nel compiersi dalle “forze non qualificate dell’evoluzione”. Nel 1942 Nabokov compose addirittura un saggio dal titolo seducente “Mimetismo in teoria e pratica” che impressionò il critico Edmund Wilson il quale gli suggerì di inviarlo alle riviste e sembra che abbia deliziato il pubblico del Cambridge Entomological Club dove l’autore lo lesse il 12 aprile 1943, stando ai verbali della serata redatti dal segretario. Sfortunatamente il documento non venne pubblicato e il dattiloscritto è andato perduto. Tuttavia in una lettera a Mark Aldanov viene fatta menzione del pezzo, presentandolo come “una furiosa confutazione della selezione naturale e della lotta per la vita”. L’arguzia artistica del mimetismo naturale, sottolineata da Nabokov a proposito delle farfalle come un tratto che non è spiegabile soltanto con la lotta per la sopravvivenza e che “sembra essere stata inventata” si legge poco oltre “da un pittore spiritoso proprio per gli occhi intelligenti dell’uomo”.

Ecco che Dio finisce per prendere le sembianze di un pittore spiritoso. Il mimetismo – la straordinaria somiglianza cromatica di una specie con l’ambiente o con un’altra forma non affine, ma velenosa – non può a suo avviso essere giustificato dal procedimento adattativo a soli fini protettivi poiché supera i poteri di percezione dei predatori così che la complessità delle forme animali gli sembra come disegnata da un artista stravagante, senza finalità pratica se non il fascino di una bellezza sublime, per la percezione della mente umana. Al fondo dell’ispirazione di Nabokov persiste questa tensione metafisica, seppur assai raffinata. Con atteggiamento nobile, o da “liberale vecchio stile”, lo scrittore non riesce a persuadersi che la bellezza possa essere assoggettata all’utile e determinata dalla necessità.

Il ritorno economico venne a Nabokov dopo i cinquant’anni e dal mestiere di scrittore, quando ormai era consapevole che il suo amore per la lepidotterologia non avrebbe avuto risvolti pratici. Il suo entusiasmo verso le farfalle resistette così ad ogni risvolto utilitaristico, anche nei momenti di difficoltà, in maniera conforme alla sua interpretazione gratuita delle raffinatezze del mimetismo. Di certo non gli stavano a cuore – come nota Andrea Grill in Entusiasmo, un capitolo del suo libro La farfalla, edito da Marsilio nel 2019 – la scienza agraria, né le potenziali applicazioni mediche, né la “lotta di classe contro i parassiti delle piante”.

C’è qualcosa di affine all’appassionato erborizzare di Jean-Jaques Rousseau, che prendeva forma in lunghe passeggiate solitarie e in requisitorie contro la farmacopea e la biologia, colpevoli di piegare la contemplazione del bello naturale a un utile. I veri entomologi studiano le farfalle per puro interesse, per una forma di passione amorosa che ignora ogni ricaduta pratica. Arte e mimetismo, nella metafisica privata di Nabokov, sarebbero due aspetti dello stesso problema: la vera arte delizierebbe la mente perché non serve a nessuno scopo mondano, con un conseguente disinteresse per l’arte “impegnata” (si potrebbe definire un’autentica “teoria estetica non utilitaristica del mimetismo”). Il fascino delle farfalle per lui consisteva, solopsisticamente, proprio nel fatto che non era di alcuno scopo pratico e non aveva pubblico se non tra gli specialisti, a differenza delle ricerche dell’entomologia applicata, interessata prevalentemente alla lotta ai parassiti agricoli.

Secondo Vladimir E. Alexandrov (in The Garland Companion to Vladimir Nabokov, New York, Garland, 1995, pp. 548-53) questo aspetto trascendente potrebbe essere giunto a Nabokov attraverso la lettura dei coevi scritti del filosofo esoterico russo Pëtr Demianovič Uspenskij il quale, da creazionista, respinse nettamente l’idea di evoluzione della natura, riservando il termine “evoluzione” la lotta dello spirito umano verso stati di conoscenza sovrumani. Nessuna evoluzione per selezione sarebbe per lui possibile, ma solo la creazione di una forma da parte di una intelligenza suprema. Un misticismo estremo, questo, che è però palesemente estraneo al metodo, comunque scientifico, di Nabokov. 

Sono in sostanza due i dubbi che lo deviarono dal darwinismo, fondati su convinzioni entrambe dimostratesi errate alla prova dei fatti: l’esubero estetico del mimetismo e il tempo necessario al compiersi della mutazione genetica adattativa. 

Facendo un passo indietro, il concetto di mimetismo venne introdotto nella scienza da Henry Walter Bates, allievo di Darwin, dopo le sue esplorazioni della giungla amazzonica nel 1862. Secondo Nabokov, sia nella forma criptica (di confusione con lo sfondo) sia nella forma aposematica (di imitazione di specie velenose che segnalano la loro nocività con colori sgargianti) sviluppa un così sottile e raffinato sistema di forme da superare i poteri di discriminazione del predatore, fatti non per essere visti ma per la sola gloria del creatore. Se nel mimetismo criptico si osservano crisalidi che sembrano escrementi di uccelli, superfici alari inferiori che appaiono come foglie morte con tanto di screziature e buchi, pupe che sembrano germogli o rametti, corpi che sembrano pezzi di corteccia, in quello aposematico abbiamo ali con ocelli che sembrano imitare pupille, bruchi che si contorcono come serpenti, colori a bande o strisce sgargianti oltre ogni apparente necessità: meraviglie che ricordano certi minutissimi dettagli dell’arte medievale, fatti non per essere visti ma per la sola gloria del Creatore.

Pagina di un album di Nabokov «illustratore di farfalle»

Inoltre Nabokov avanzava il dubbio, in maniera più cauta e meno drastica – ed è qui il secondo nodo – che non vi sia stato abbastanza tempo da parte delle farfalle per evolvere tutti questi dettagli mimetici.

In natura il mimetismo, offrendo protezione, si configura come un vantaggio che la selezione perfeziona di continuo. Ma quando Nabokov espresse la sua incredulità questa era ancora una teoria contestata: a quei tempi si presupponeva, senza peraltro averlo accettato, che il mimetismo ecceda le facoltà percettive del predatore, sembrando improbabile che la vista degli uccelli potesse essere tanto acuta da riconoscere certe sottili differenze. Oggi invece sappiamo, in modo provato, che di fatto lo è: rispetto all’occhio degli esseri umani quello degli altri predatori può scorgere dettagli molto più piccoli e viene indirizzato proprio su particolari che sembra incredibile possano essere distinti. Anche il più importante biologo evoluzionista esperto di farfalle, Charles Lee Remington, spiega (in Lepidoptera studies, contenuto in The Garland Companion to Vladimir Nabokov, a cura di V.E. Alexandrov, edito da Garland, a New York, nel 1990) come le raffinate doti dei predatori e soprattutto la genetica delle strutture ripetitive nei Licenidi giustifichino la loro complessa varietà di forme, sul significato evoluzionistico della quale ogni dubbio ormai è caduto. I sofisticati i meccanismi percettivi dei predatori motivano in modo strettamente necessario alla sopravvivenza anche il minimo dettaglio, le più minute sfaccettature della natura. Contrariamente a quanto credeva Nabokov, le complesse e apparentemente esornative istanze del mimetismo rendono sempre conto a particolari condizioni.

Inoltre la maggior parte del mimetismo delle farfalle è tutt’altro che perfetto come appare a noi esseri umani. Emblematico è l’esempio delle code posteriori dei licenidi che non somigliano affatto alle antenne, anche se possono essere scambiate per tali, depistando il predatore e lasciando incolume la farfalla. Anche in questo caso, la forma concorre a far sopravvivere la specie. 

In merito alla rapidità di tali mutazioni genetiche, che richiederebbero secondo Nabokov troppo tempo per manifestarsi – addirittura “un trilione di anni luce” sosteneva, con un’evidente e approssimativa iperbole (dato che l’anno luce è una misura di lunghezza) – la questione si è assai evoluta. Non c’è oggi alcun dubbio, essendo dimostrato sperimentalmente, che tali mutazioni possono avvenire in un arco di tempo geologicamente non troppo lungo. Le generazioni degli insetti, anche due o più in un anno, accelerano i tempi delle mutazioni rispetto a quelli umani, registrando nello stesso intervallo temporale un numero superiore di decine di volte. Piuttosto si può discutere se queste mutazioni avvengano in maniera lenta e progressiva, come secondo Richard Dawkins, o se i fattori che determineranno il cambiamento si vadano accumulando senza effetto apparente per tempi più o meno lunghi, fino a manifestarsi, di tanto in tanto, in occasioni d’improvvisa accelerazione del processo evolutivo, come sostiene Gould.

La sopravvivenza e l’evoluzione di una specie sono il frutto di una selezione naturale o sessuale che avviene per gradi, per assestamento di progressive modifiche, una più o meno lenta messa a punto determinata dal contesto. I creazionisti sostengono che un organo complicato come l’occhio è troppo complesso per essersi sviluppato “per caso” e l’argomentazione potrebbe esser valida se detto organo fosse comparso in seguito a un’unica mutazione: ma in natura esistono strutture di varia complessità, le quali ci permettono di ricostruire le fasi di un processo graduale. Si aggiunga che nonostante l’evoluzione sia così lenta e graduale da risultare per lo più impercettibile, alcune sue manifestazioni si verificano in tempi sorprendentemente brevi anche in relazione alla storia umana. Per restare in ambito entomologico basta limitarsi al celebre esempio che Nabokov non citò in alcuna sua opera ma che era già noto da tempo, della falena Biston betularius, nella forma tipica bianca e nella forma aberrante nera (carbonarius) che divenne nel giro di pochi anni prevalente in Inghilterra ai tempi dell’industrializzazione perché più facilmente mimetizzata, e quindi al riparo dai predatori, sui tronchi anneriti dalla fuliggine. Questo anche perché è stato dimostrato che per ottenere una variazione di colore non occorre un grande cambiamento genetico, essendo sufficiente (secondo Jonathan Weiner in The Beak of the Finch, New York, 1995) la mutazione di un solo gene.

Le ali di una farfalla non sono come un l’insieme di punti che compongono un’immagine elettronica, spiega Zimmer (citando a sua volta gli studi di fine anni Novanta di Frederik Nijhout e Vernon French) nel quale per produrre un certo schema ogni pixel dovrebbe essere codificato nel DNA separatamente, ma si possono avvicinare piuttosto a un’immagine vettoriale in cui un modello è prodotto da un piccolo numero di regole. I disegni delle ali delle farfalle sarebbero costituiti da una dozzina di moduli discreti, ciascuno controllato da un gene o un complesso genetico. Non servirebbe quindi l’accumulo di decine di migliaia di singole mutazioni, ma poche di esse orientate nella giusta direzione.

Eppure Nabokov non fu mai persuaso, anche quando le ricerche progredirono e dovette risultargli evidente l’errore di fondo della sua confutazione. Occorre citare un avvenimento piuttosto conosciuto tra gli appassionati nabokoviani, ma non contestualizzato a sufficienza, della sua vita. Quando era giovane, racconta egli stesso in un’intervista rilasciata in Svizzera a una giornalista di “Sport illustrated” (citato poi in Robert H. Boyle, “An Absence of Wood Nymphs”, in At the Top of Their Game, Piscataway, New Jersey, 1983, p. 123) nel Vermont mangiò alcune farfalle vive per vedere se erano velenose. Non trovò alcuna differenza tra una Monarca (Danaus plexippus L.) – farfalla migratrice della famiglia dei Danaidi, velenosa per gli uccelli predatori che la vomitano subito in quanto il bruco, nutrendosi di euforbia, trasmette alla farfalla glicosidi potenzialmente mortali – e un Viceré, Ninfalide raro e non velenoso (ma comunque poco appetibile anche dai predatori) che – per i principi del mimetismo mülleriano – imita il modello velenoso per trarne protezione. Entrambe “avevano un sapore orribile, ma non mi procurarono alcun malessere. Sapevano di mandorle miste forse a qualche formaggio fresco”. Le mangiò crude: a differenza, per inciso, di quanto aveva fatto Jean-Henry Fabre che cercando di identificare le larve chiamate cossus dagli antichi romani – i quali ne erano tanto ghiotti da allevarle – aveva infilzato su spiedini e arrostito sulla griglia un certo numero di quelle del grosso Coleottero Cerambicide Ergates faber, trovate ottime, dopo la comprensibile perplessità iniziale, anche dai commensali. Non si tratta di un aneddoto di colore o una semplice storia divertente di un appassionato di farfalle talmente invasato da sperimentare la lepidotterofagia. È piuttosto forse, quello di Nabokov, un test compiuto sulla propria pelle, un tentativo liminare e disperato di persuasione.

Nabokov è stato un rigoroso comparatista, che traeva un piacere profondo dall’osservazione precisa dell’oggetto studiato come un meccanismo, sia esso un sonetto o i genitali di un Licenide, con la medesima precisione. Fu un tassonomista, un filologo ordinato e conforme con un atteggiamento dubbioso venato della nostalgia di una regressione pre-evoluzionista: è figlio del suo tempo e così deve essere contestualizzato. Sebbene abbia accettato l’evoluzione quale principio e Darwin quale scienziato di genio, resistette intimamente al principio di selezione naturale. La sua spiegazione naturale delle origini della vita presupponeva una convinzione metafisica che vi fosse comunque una sorta di mente artistica e creatrice, o di disegno, dietro le forme della vita. Questa parziale negazione del darwinismo non inficia però né il valore della sua arte, né quello scientifico poiché l’accurata catalogazione e classificazione dei suoi amati Licenidi, effettuata analizzando i dettagli anatomici, prescinde dalle speculazioni metafisiche sull’origine del mondo.

Vediamo quindi di quali farfalle Nabokov si è concretamente occupato.

Assai raramente i critici letterari hanno colto l’importanza della lepidotterologia in Nabokov, limitandosi a considerarla come aspetto noioso e bizzarro specie in Italia, dove una cultura biologica è spesso del tutto assente: tanto che il pur geniale Giorgio Manganelli scriveva in un articolo sul “Corriere della sera” del 4 settembre 1980, cercando di venire a patti con l’ossessione di Nabokov: “Vorrei aggiungere – la mia onestà critica è patologica – che non so nulla delle farfalle e che in loro presenza provo un vago sentimento di ammirazione, di inferiorità, di irritazione”. 

La bibliografia sulle farfalle di Nabokov ad uso di feticisti è diventata piuttosto vasta in area anglofona ed è tutta relativamente recente, da Blues: The Scientific Odyssey of a Literary Genius curato nel 1999 per Zoland Books da Kurt Johnson e Steven L. Coates a Nabokov butterflies: Unpublished and Uncollected Writings del 2000, tradotto dal russo dal figlio Dmitri, annotato da Brian Boyd e Robert Michael Pyle per Beacon Press. Ma a fondamento di ogni analisi sta lo splendido lavoro di Dieter E. Zimmer, risultato di innumerevoli anni di ricerche, A Guide to Nabokov’s Butterflies and Moths del 2001. Zimmer è un lettore accorto e un paziente cultore di Nabokov. La sua opera di appassionato è una vera bibbia e il suo sito è una miniera di informazioni dettagliate da cui ricavare precisi dati entomologici.

Nell’inventario degli articoli pubblicati nel corso degli anni Quaranta si contano ben undici tra specie e sottospecie, oltre a nove generi, il cui valore scientifico però non sempre ha retto al tempo a causa della revisione tassonomica generale impostata sull’analisi genetica dei dati. 

Contrariamente a ogni supposizione, che farebbe propendere per un Licenide, la prima specie descritta da Nabokov è stata un Esperide del Tibet, il Carterocephalus canopunctulatus Nabokov, 1941 con le ali “di un nero brunastro con piccole macchie bianche opache”. La specie venne da lui ritrovata nella collezione del Museo di Storia Naturale di New York dove era da poco arrivato. Il nome significa “quello a testa larga e con puntini canuti”.

Seguono poi, nel 1942, alcune specie di Cyllopsis (Howe, 1975) Ninfalidi della famiglia dei Satirini come la Cyllopsis pertepida avicula Nabokov, 1942 il cui terzo nome significa “piccolo uccello” (l’olotipo si trova la Museo di Storia Naturale di New York) e la Cyllopsis pertepida dorothea Nabokov, 1942 detto anche “Satiride della terra dei canyon”, “Satiride del Gran Canyon” o infine “Ninfa dei boschi di Nabokov”; fu la prima specie di farfalla da lui scoperta a seguito di ricerche sul campo in territorio americano. Il nome è cavallerescamente dedicato a Dorothy Leuthold, una giovane studentessa di lingua russa che lavorava alla biblioteca pubblica di New York e che lo accompagnò, insieme alla moglie Véra e al figlio Dmitri, nel suo primo viaggio intracontinentale a Stanford in California, dove doveva andare per un ciclo di letture sul dramma russo. La scuola non gli avrebbe coperto le spese di viaggio. Ottenne invece dal museo di New York il permesso di raccogliere farfalle nel Gran Canyon National Park. La trovò accidentalmente camminando su un sentiero, il Bright Angel Trail, che scende fino al fondo del canyon lungo il versante sud, in una fresca mattinata del 9 giugno 1941, laddove pareti a picco di rocce rosa interrotte da vertiginosi pendii sprofondano fino al tortuoso letto del fiume che le ha scavate per miglia e miglia, tra bassi cespugli di felci e fiori e ombre grigie, sotto un basso soffitto di nuvole bianche. Dmitri rimase in auto ad attenderlo insieme alla madre mentre lui andò a caccia col retino giù per il sentiero, reso fangoso delle piogge cadute la sera prima. La ragazza disturbò la farfalla posata sul sentiero, questa spiccò il volo e Vladimir la catturò col retino, riconoscendola subito come qualcosa di assai particolare. Mentre la superficie alare superiore ricordava un sobrio velluto marrone, il bordo di quella inferiore scintillava di ocelli e zigrinature quasi come quelle dei Licenidi. Nel suo studio entomologico Nabokov la descrisse come quickly fading, combinando in sé l’aspetto boreale-alpino con quello silvano-tropicale. Altrove ricorda specificamente come “Un’altra estate, fui quasi incriminato nel New Mexico per aver spalmato di zucchero e rum l’albero di un fattore, splendido passatempo deputato ad attirare una serie di interessantissime farfalle. Durante quello stesso viaggio, nel Parco Nazionale del Grand Canyon, catturai una rara farfalla non ancora classificata, la Neonympha. A metà degli anni Quaranta, passai un’estate nello Utah, un paradiso intatto, luogo di continue scorribande di lepidotteri: camminavo per chilometri al giorno lungo i crinali delle montagne, in pantaloncini e scarpe da ginnastica, l’emozione della caccia alle farfalle era forte come l’invenzione dei personaggi alla mia scrivania”. Infine, durante lo stesso viaggio, trovò la Cyllopsis pertepida maniola Nabokov, 1942 che descrisse come Neonympha maniola (talvolta reputata dubbia come specie): un Satiride affine a quello, comune in Italia, che ha nome Maniola jurtina Linnaeus 1758.

Ecco quindi la “ninfa di Nabokov”: ho sempre creduto si trattasse di un Licenide, invece è un Satiride ben più grande, bruno. L’anello mancante tra la ninfa warburghiana e la giovane farfalla Lolita. Abi Warburg infatti, nella corrispondenza con Jolles, parla della ninfa come di una farfalla che non si lascia prendere: “La più bella farfalla che io abbia mai collezionato improvvisamente mi appare attraverso il vento e beffardamente danza nell’aria azzurra […] Accostandomi alla nostra agile fanciulla, vorrei roteare con lei pieno di gioia. Ma questi slanci non sono fatti per me. A me è solo permesso guardare indietro e assaporare nei bruchi lo sviluppo della farfalla” (Ernst Gombrich, in Abi Warburg. Una biografia intellettuale (1970) 1983, p. 103). Quasi per istinto riflesso ecco che nella mobilità del fluido fluire femminile risuonano i vent’anni di Esterina, la grigiorosea nube, la lucertola ferma sul masso brullo, il viottolo, l’alga, la creatura equorea e lo sguardo analitico e al tempo stesso sognante di Eugenio Montale, colui che rimane a terra e non può volare, che notomizza e blocca per studio – colleziona, appunto – con oggettività le “occasioni” della vita.

Sulla famiglia dei Licenidi sono da annoverare invece, nel 1943, gli studi sui Plebejus a partire dal samuelis Nabokov, una piccola farfalla dall’apertura alare di circa 25 millimetri, i cui maschi sono di un bel blu violetto cangiante e le femmine di un color grigio-marrone, con margini arancioni brillanti nella fascia marginale posteriore. La specie, dedicata da Nabokov al collega entomologo Samuel Hubbard e chiamato anche “Karner Blue” in onore al luogo di ritrovamento, è stata descritta inizialmente come sottospecie di Plebejus melissa e poi come specie a sé stante (come confermato poi dall’analisi del DNA dei flussi genetici nel 2011) su esemplari del museo raccolti nel 1862 da W. Saunders nelle vicinanze di London, nell’Ontario meridionale (in un prato tra il cimitero e il binario della Great Western Railroad) e nel 1873 da Joseph Albert Lintner a Albany nello stato di New York. A distanza di oltre ottant’anni dalla cattura, Nabokov torna a cercarli e li ritrova il 2 giugno 1950 svolazzanti su delle piante di lupino in fiore nella pineta di Karner. I bruchi si nutrono esclusivamente di lupino blu selvatico, specializzazione ecologica che li rende particolarmente vulnerabili in presenza dei minimi cambiamenti ambientali. Gli esemplari adulti vivono solo qualche giorno e si schiudono in due generazioni, volando sul terreno sabbioso umido e abbeverandosi dalle pozzanghere (così Nabokov ce li descrive in un passaggio di Pnin, il tredicesimo suo romanzo, il quarto scritto in inglese). Ai tempi la farfalla era comune e poteva accadere di vederla volare in sciami di centinaia di esemplari, ma in seguito alla distruzione dei suoi habitat naturali è diventata piuttosto rara. Laddove venne trovata da Nabokov oggi sorgono capannoni industriali, centri commerciali e immensi parcheggi. La farfalla è quindi protetta nello stato di New York a partire dal 1977 e la sua sopravvivenza è limitata a poche riserve in luoghi sabbiosi quali l’Albany Pine Bush, istituita in onore di Nabokov come “santuario delle farfalle”, e poche altre colonie isolate nel Midwest settentrionale. Seguì la descrizione del Plebejus melissa pseudosamuelis Nabokov, 1949 il cui olotipo è del Colorado, del 1893: tornò a cercare anch’esso, ritrovandolo nei luoghi originari (anche questa sottospecie non ha retto al vaglio delle revisioni, assimilata alla melissa melissa). Quattro anni più tardi descrisse l’idas longinus Nabokov, nuova specie di Licenide Polyommatino col nome di Lycaenides argyrognomon longinus la cui località tipica è Jackson Hole, in Wyoming. Secondo un metodo consolidato per le farfalle della fauna americana, Nabokov prima descriveva le specie sulla base degli esemplari rinvenuti nelle antiche raccolte e poi, a giugno, al momento della schiusa, si recava a ricercarli nuovamente, per avere la conferma, nei luoghi indicati dagli entomologi molto tempo prima. il Plebejus idas sublivens Nabokov ossia la “Nabokov blue” oggi detta “Dark Blue”, una delle quattro sottospecie delle Northern Blue delle Rocky Mountain. I primi esemplari catturati risalgono al 1902 e Nabokov nel 1951 tornò a Telluride, in Colorado, per ritrovarli, riuscendoci. Infine Plebejus melissa inyoensis Gunder, 1927 (Nabokov, 1949) venne descritto da Gunder come aberrazione e solo da Nabokov come valida sottospecie. Il nome deriva dalla contea di Inyo nel sud della California dove è stato catturato la prima volta. Quest’attribuzione e la rispettiva paternità hanno comportato alcuni problemi col Codice Internazionale della Nomenclatura Zoologica e alla fine non è stato riconosciuto come una specie valida ma solo come aberrazione. 

Contemporaneamente Nabokov studiò i Licenidi tropicali e andini. Nel 1944 descrisse le Icaricia Nabokov, genere di polyommatini del Nord America, in particolare delle montagne della California, composto da quattro specie, le Plebulina Nabokov, nuovo genere di polyommatini Neotropicali della California, e i Cyclargus Nabokov, 1945, un nuovo genere delle Isole Vergini e di Porto Rico, scoperto grazie all’analisi dei genitali (Nabokov lo ha separato dagli Hemiargus in un modo che alcuni entomologi non riconoscono come valido). All’interno di questo nuovo genere descrisse il Cyclargus erembis Nabokov, 1948 che svolazza sui prati soleggiati delle Isole Cayman (Nabokov ricevette l’esemplare in studio dal museo di Oxford mentre l’olotipo si trova oggi al Museo di Storia Naturale di Londra). Nello stesso anno descrisse gli Echinargus Nabokov, un Poliommatino neotropicale del Messico, composto da due sole specie. I Parachilades Nabokov, nuovo genere neotropicale della Bolivia (che però in seguito non è stato riconosciuto come genere valido) e i Paralycaenides Nabokov, della Bolivia e del Perù. Ma anche le Pseudochrysops Nabokov, 1945 nuovo genere di Cuba, Hispaniola e Puerto Rico. E le Pseudolucia Nabokov, 1945 nuovo genere, sempre di polyommatini, del Cile ritenuto valido ancora oggi. Infine le Pseudothecla Nabokov, 1945 nuovo genere di polyommatini Neotropicali dell’Equador e del Perù, non da tutti gli entomologi reputato come valido.

Un caso a parte, letteralmente eccezionale, fu quello dell’unica nuova specie dell’entomofauna europea descritta da Nabokov, la Lysandra cormion, nel 1941. Si possono trovare diverse foto di questo esemplare cercando in rete e quasi tutte hanno in evidenza il cartellino rosso dell’olotipo che i curatori dei musei attaccano agli esemplari scelti per individuare ufficialmente il nome di una nuova specie (il paratipo e l’olotipo si trovano al museo di storia naturale di New York). Nell’estate del 1938 Nabokov ne catturò due esemplari, entrambi maschi, sui pendii fioriti a Moulinet sulle Alpi Marittime, nel sud della Francia, vicino a Mentone. Fu sempre riluttante a considerarla una nuova specie, sospettando a ragione fosse piuttosto un ibrido, una forma “freak”. Anche il nome è significativamente un ibrido tra coridon (il pastore musicista virgiliano Coridone) al cui nome ha sostituito -id- in -mi-. Ma nel 1941 non poté tornare sul luogo per cercare le femmine e constatare la validità della determinazione. La specie infatti non ha retto all’indagine scientifica ed è stata cassata. Numerosi sono in natura i casi di ibridismo tra specie affini di Licenidi, tutti descritti e testimoniati negli anni successivi, e che si tratti di un ibrido tra il Polyommatus coridon Poda, 1761 e il Polyommatus daphnis Denis & Schiffermüller, 1775 è stato infine confermato dall’entomologo tedesco Klaus G. Schurian nel 1989, su esemplari della Valle d’Aosta, il quale ha stato dimostrato che si tratta di ibridi sterili – e perciò non considerabili come una vera e propria specie – tra le due suddette farfalle. 

A questo Licenide Nabokov dedicò nel 1943 la poesia intitolata Una scoperta. Nella mia traduzione ho messo in risalto la componente entomologica, caratteristica di questi versi. Una resa in rima e metrica, per quanto auspicabile, avrebbe stravolto l’originale. Ho mantenuto un ritmo, la rispondenza interna di suoni, ma la struttura portante che deve rimanere intatta, in quanto caratterizzante, è la scansione descrittiva, scientifica, del luogo di reperimento, innanzi tutto, dell’habitat dell’insetto, cui fa seguito la descrizione dell’aspetto esteriore di questa specie nuova per la scienza che fa da vestibolo a sua volta, introduce all’interno del laboratorio entomologico. Il fulcro del poema è l’esemplare preparato sotto al microscopio, pronto per l’esame in vitro dei genitali quali elemento chiave per la determinazione:

La trovai in una leggendaria terra

tutta rocce e lavanda e erba trapuntata

dove stava posata sulla stillante sabbia

forte dal torrente d’un passo di montagna.

 

I tratti che combina la fanno come nuova

per la scienza: forma e ombra – la tipica tinta,

simile a luce di luna, temprante il suo blu,

la scialba superficie inferiore, l’ocellata frangia.

 

I miei aghi hanno estratto il suo sesso scolpito;

i tessuti corrosi non potevano più nascondere

questa preziosa paglia ora increspante la convessa

e limpida lacrima su uno vetrino illuminato.

 

Liscia una vite viene girata; fuori dalla nebbia

due ambrati ganci simmetricamente inclinati,

o scalettature come racchette d’ametista

attraversano l’incantato cerchio del microscopio.

 

L’ho trovato e l’ho nominato, essendo versato

in latino tassonomico; così divenni

padrino d’un insetto e suo primo

descrittore – e non voglio altra fama.

 

Spalancata sul suo spillo (seppur breve sonno),

e al sicuro da antreni, dermestidi e ruggine,

nella roccaforte isolata dove teniamo

esemplari-tipo lei trascenderà la sua polvere.

 

Scuri dipinti, troni, le pietre che baciano i pellegrini,

poesie che impiegano mille anni a morire

ma che scimmiottano l’immortalità di questa

etichetta rossa su una piccola farfalla.

Mirabile è il modo in cui Nabokov rievoca l’atmosfera conclusa del laboratorio. Quelle manopole del microscopio che scorrono lisce durante la messa a fuoco rappresentano un’esperienza percettiva tattile ben determinata, capace di suscitare una forte emozione sensibile in chi ha praticato entomologia. La farfalla è un tesoro inestimabile da preservare dall’attacco degli altri insetti entomofagi, i minuscoli coleotteri “antreni e dermestidi” cosicché la teca entomologica diventa il luogo atemporale in cui l’esemplare viene preservato e reso eterno. L’olotipo diventa archetipo: nelle strofe finali Nabokov afferma con un’altisonante iperbole che, in termini d’immortalità, nessun artefatto umano può reggere il confronto “questa etichetta rossa”, ossia il cartellino che identifica l’individuo, depositato in una collezione nota, deputato a rappresentare il riferimento della nuova specie. Quasi che il nome possa astrarsi dalla storia e diventare letteralmente immortale. Meno convincente è proprio questa nota retorica in cui Nabokov si vuol presentare, con un entusiasmo eccessivo, quale padrino di una nuova specie, nell’atto del battesimo e della scoperta. Tanto più che, come i successivi studi hanno dimostrato, la validità specifica della Lycaena cormion, in quanto ibrido sterile, è stata smentita.

Non meno interessanti sono le vicende delle specie dedicate a Nabokov da altri entomologi suoi amici e colleghi (per l’esattezza cinque specie e un genere) quali attestazioni di stima per le ricerche svolte. Come la Clossiana freija nabokovi descritta da Don Stallings, avvocato e collezionista di farfalle che nel luglio del 1947 accompagnò i Nabokov in un’escursione in Canada, nella zona di Longs Peak. Nel 1974 Lee D. Miller, curatore del museo di Sarasota, in Florida, ha dedicato al nostro la Cyllopsis pyracmon nabokovi per ringraziarlo dei suoi studi e delle scoperte sulle Cyllopsis. A Nabokov sono state dedicate anche nuove specie di farfalle notturne, come il geometride Eupitecia nabokovi nel 1945, dall’amico Mc Dunugh in segno di gratitudine per il molto materiale entomologico ricevuto in dono. Oppure quando William P. Comstock ha dedicato un esperide delle Antille a Nabokov, nel 1948, a seguito di uno scambio di materiale entomologico da determinare. Infine l’eminente entomologo e tassonomista Arthur Francis Hemming in onore di Vladimir ha battezzato, nel 1960, Nabokovia il genere da lui scoperto come risarcimento per il fatto che nel suo precedente studio aveva dimostrato essere non valido il genere Pseudothecla descritto da Vladimir. 

Infine sono ancora più numerose le specie descritte da altri entomologi con nomi derivati dai protagonisti dei romanzi di Nabokov. All’origine della rinascita degli studi sui Licenidi della zona faunistica sudamericana c’è l’entomologo torinese Emilio Balletto dell’Università di Torino il quale per primo, nel febbraio del 1993, ha pubblicato un articolo su di loro, Su alcuni nomi di nuovi gruppi di specie di Polyommatini andini, apparso sul Bollettino della Società Entomologica di Genova, al quale fece seguito un articolo di Bálint e, da lì, l’approfondita revisione tassonomica e la seguente analisi genetica del DNA di Naomi Pierce. Si tratta di una “infornata” di nuove specie descritte alla metà degli anni Novanta all’interno delle ricerche condotte per testare la teoria migratoria di Nabokov. Sono ben trentadue. Per esempio la Nabolovia ada, Bálint & Johnson 1994 del Nord del Cile, e cuzquenha Bálint & Lamas, 1996, del sud del Perù. Itylos pnin, Bálint, 1993 una delle farfalle più piccole del mondo, di soli otto millimetri di apertura alare. La Madeleinea vokoban Bálint & Johnson, 1994 di cui una sola femmina è nota, marrone cioccolato, che vola a 2.500 metri di altitudine i Equador, che è il nome di Nabokov letto al contrario. Fino a Madeleinea lolita Bálint, 1993 di un marrone nerastro con riflessi blu, originaria delle Ande, a cui è stato attribuito il soprannome di Dolores Haze, meglio nota come Lolita, descritta da Zsolt Bálint. O la Pseudolicia hazeorum Bálint & Johnson, 1993 di un bell’indaco lucente a fasce nere brizzolate nei maschi, marroni con strisce arancioni sulle ali anteriori nelle femmine, che si riferisce alla famiglia Haze, cognome di Lolita e della madre Charlotte.

 

Ma il vero sogno segreto di Nabokov fu quello di scrivere un libro sulle farfalle nell’arte. 

Quando, negli anni ’50, Nabokov abbandonò il Museo di Zoologia dedicandosi all’insegnamento della letteratura, le farfalle entrarono anche lì: «Nel mio corso di letteratura cerco di identificare la farfalla notturna che volteggia intorno a una lampada nella scena del bordello nell’Ulisse. E ci sono tre farfalle in Madame Bovary, una nera, una gialla e una bianca». Nabokov scopre una farfalla nel Trittico delle delizie di Bosch è un esemplare femminile della specie, comune in Europa, denominata Maniola jurtina, «classificata da Linneo 250 anni dopo che il nostro pittore l’acchiappò col suo copricapo in un prato fiammingo per collocarla nel suo Inferno…». (Nabokov 1969). Nell’anta destra, mentre in quella centrale c’è la Aglais urticae con le ali erroneamente ripiegate. Ne criticò, cosa ancor più importante, il valore simbolico, contestando il fatto che ne avesse dipinto le ali al contrario, dipingendo la variopinta faccia superiore laddove invece l’insetto avrebbe dovuto mostrare, ad ali ripiegate, quella inferiore. Il figlio Dimitri Nabokov (d. Nabokov 1999, p. 211) disse che scoprì un esemplare di Vanessa atalanta dissimulato in un cespuglio di Bruegel e lo menzionava quasi a individuare un raro mutante in volo. Trovò farfalle sulle ali degli angeli in Beato Angelico ed a partire dal 1965 visitò musei in Italia in Francia per rintracciare esemplari figurati per un progetto che chiamò Butterflies in Art. Doveva rappresentare almeno un centinaio di farfalle e falene e mostrare “l’evoluzione della pittura delle farfalle dai tempi antichi e attraverso il Rinascimento, fino al 1700, con riproduzioni di immagini di fiori e insetti di nature morte di olandesi, italiani, spagnoli, ecc. Maestri. Questo è un progetto affascinante, mai tentato prima e non troppo complicato” (Nabokov, Butterflies, cit., p. 696). Nel 1970 disse ad Alfred Appel, Jr., che era ancora al lavoro su di esso: da allora non si sa più nulla di questo progetto…

Dopo aver insegnato letteratura russa per undici anni presso la Cornell University di Ithaca, dove tenne anche un corso di scrittura creativa (seguito nel 1959 anche da Thomas Pynchon), ormai ricco e celebre a seguito della trasposizione cinematografiche che di Lolita fece Stanley Kubrik nel 1962, Nabokov emigrò nuovamente. Impossibilitato a tornare in Russia per ovvi motivi politici, si stabilì in Svizzera nel 1961, scegliendo il canton Vaud. Le montagne alpine e il clima dovevano ricordargli una replica dei luoghi dell’infanzia. Lolita garantì a Nabokov fama e denaro, una fortuna talmente cospicua da consentirgli di trascorrere quasi due decenni nella suite di uno degli hotel più prestigiosi della Svizzera, il Palace di Montreux, all’interno del quale risiedette stabilmente al sesto piano. Come i principi e gli aristocratici russi della «Belle Epoque», aveva trovato nel lussuoso hotel una degna residenza permanente sufficientemente vicina a Milano, dove il figlio Dimitri cantava all’Opera, e nei pressi di Ginevra dove risiedevano alcuni parenti. Per decisione della moglie Véra tutte le farfalle raccolte da Nabokov dalla fine degli anni Settanta durante le sue lunghe passeggiate, oltre 4000 esemplari, sono state donate al Museo di Zoologia di Losanna.

Lila Zanghaneh racconta come una mattina dell’agosto del 1971 durante una caccia alle farfalle, con il volto abbronzato e il retino in mano, sotto un cielo blu cobalto in vetta a una cima, pare Nabokov abbia detto al figlio Dmitri di aver realizzato tutti i suoi sogni e d’essere un uomo profondamente felice. Una foto di Dmitri testimonia infatti il padre settantaduenne su La Videmanette a duemila metri sul livello del mare con lo sguardo che spazia oltre l’orizzonte, la schiena leggermente incurvata, il berretto bianco, gli scarponi da trekking, i calzini bianchi arrotolati alle caviglie: i prati alpini e i boschi verdeggianti alle sue spalle e lui solo, in cima alla vetta, al culmine della gioia.

Accadde poi che nel luglio del 1975, in una tarda mattina, durante una battuta di caccia alle farfalle su un pendio alpino, Nabokov cadde scivolando su un pendio per diversi metri. Il suo retino rimase impigliato tra i rami di un abete e tentando di recuperarla scivolò di nuovo, impedendogli di alzarsi. Venne preso da un irrefrenabile attacco di riso tanto che le persone in transito sulla vicina funivia pensarono si fosse messo sdraiato sul prato a prendere il sole. Solo più tardi il macchinista della funivia si rese conto dell’accaduto e vennero chiamati i soccorsi. La rete rimase attaccata al ramo “come la lira di Ovidio” annotò in seguito. In lui s’era però aperta una frattura ben più profonda.

Nabokov morì due anni dopo, il 2 luglio 1977 alle sette di sera in un ospedale sulle rive del lago Lemano, a Montreux, dove da tempo viveva con l’inseparabile moglie Véra. Accanto a lui sedeva il figlio. Durante la degenza in ospedale, indebolito nelle forze ma non nell’immaginazione, fantasticava di poter finalmente, una volta ristabilito, fare viaggi in Medio Oriente e in Perù per trovare certe specie di farfalle. Poi il respiro s’indebolì fino a diventare un sibilo. Emise tre gemiti (aveva settantotto anni) prima di “impuparsi definitivamente”, come disse egli stesso prima di spirare, e venir cremato in una limpida giornata estiva. 

Assieme alla moglie Vera è sepolto nel cimitero di Clarens, a pochi chilometri da Montreux.


Tommaso Lisa (1977) entomologo dilettante e Dottore di Ricerca in Lettere presso l’Università di Firenze con una tesi su Le poetiche dell’oggetto da Luciano Anceschi ai Novissimi. Linee evolutive di un’istituzione della poesia del Novecento. Con un’appendice di testimonianze inedite e testi rari (Firenze, FUP, 2007).

1 comment on “La passione di Nabokov per i lepidotteri

  1. anna d'elia

    bellissimo. grande prosa.

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