La pianta filosofale – Un erbario intellettuale, Michael Marder



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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Diego Infante

Le piante: femminile plurale. Se volessimo riassumere in poche parole il bel libro di Michael Marder, la formula giusta potrebbe essere questa. Ne La pianta filosofale (Mimesis) ci si accorge ben presto di come la filosofia nata in Grecia sia affetta da una sorta di ‘peccato originale’: la ricerca di un fondamento stabile di contro al mutare dei fenomeni. Se qualità come crescita, cambiamento, decadenza sono da fuggire senza indugio, ne consegue che le piante vanno a occupare i gradini più bassi della piramide che reca al vertice la razionalità umana (e maschile). Non deve dunque sorprendere che i vegetali citati da Marder – dodici in tutto, ciascuno abbinato a un filosofo – siano in gran parte specie coltivate. L’«anarchia vegetale», che scompagina il concetto zoocentrico di individuo, desta scompiglio nella filosofia che precede la svolta postmoderna (con la parziale eccezione di Plotino e della sua Anima del mondo, significativamente rappresentata da una pianta). Ma paradossalmente sono proprio le vette di fitofobia raggiunte da Hegel – il quale associa la presunta passività delle piante al ‘quietismo’ delle religioni orientali – a suggerire orizzonti culturali alternativi. Non è un caso che il percorso di Marder, di chiara matrice fenomenologica, trovi la sua fioritura nel pensiero influenzato dal buddhismo di Luce Irigaray. Decostruita la metafisica occidentale con Derrida, la liminarità che si oppone al “fallogocentrismo” è qui esplicitamente associata al femminile e al vegetale, il cui comune denominatore va rintracciato in una costitutiva apertura all’Altro. E quale miglior esempio della ninfea, che cresce nell’elemento fluido e instabile per eccellenza? In fondo il libro di Marder può essere letto come una controstoria della filosofia occidentale: rifuggendo dalle forme rigide che hanno penalizzato la vita vegetale nel discorso filosofico, consente al lettore di volgere lo sguardo a oriente, dove più verde e inclusivo è l’albero della conoscenza.

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