La politica del seno

Sebbene oggi siamo abituati a pensare al seno come un attributo sessuale, la sua eroticizzazione non è un fatto universale, ed è ancor meno scontata se si adotta una prospettiva storica.


In copertina e lungo il testo, la venere willendorf

di Carla Fronteddu

É capitato che un’amica condividesse il ricordo di una lettura fatta durante l’infanzia, un libro pescato dalla libreria dei genitori che aveva tutta l’aria di essere “proibito”, intitolandosi Seni. Lo conserva ancora, è una vecchia edizione da 350 lire della casa editrice Dall’Oglio, e incuriosita le ho chiesto di prestarmelo.

Questo non è un libro pornografico– mette le mani avanti il suo autore, Ramon Gomez de la Serna- ma una tranquilla e sorridente meditazione dinanzi allo spettacolo dei numerosi seni che si vedono nei giardini della vita. Vi si trovano i seni delle statue, che non persuadono, i seni che nessuno ha visto e per i quali dovrebbero esistere gli scassinatori specializzati, i seni sfiorati appena con un braccio e dei quali resta impresso il vaccino del loro ricordo, i seni al chiar di luna e quelli sotto le bluse a pois, quelli delle vedove, delle bottegaie e delle monache e così via per 244 pagine. Leggendo delle fantasie, le ebrezze e i tumulti provocati da questi seni cantati in tutte le stagioni e in tutte le varianti, colpisce come questi (non bisogna nemmeno dimenticarsi che sono ghiandole appese) abbiano nell’immaginario dell’autore una vita autonoma rispetto alle donne a cui appartengono. Nella maggior parte dei casi non vengono neppure menzionate e quando il poeta si ricorda di loro lo fa quasi con preoccupazione: quando s’addormentano sui loro seni si direbbe che li soffocheranno, che l’indomani li troveranno morti di soffocazione, come quei bimbi neonati che le madri talvolta schiacciano voltandosi dimentiche nei loro letti di partorienti

È difficile, del resto, immaginare il seno di una donna come esclusivamente suo, pensarlo indipendentemente dallo sguardo oggettivante che normalmente si posa su di esso.

Vengono chiamati tette, poppe, pomi; sono giocattoli da afferrare, spremere, maneggiare. Nello schema totale dell’oggettivazione delle donne– osserva Iris Marion Young- i seni occupano il primo posto (Iris Marion Young, On Female Body Experience)

A chi appartiene il seno? – si chiede Marylin Yalom, che alla sua storia ha dedicato un volume- Appartiene al lattante, la cui vita dipende dal latte materno o da un efficace sostituto? Appartiene all’uomo o alla donna che lo accarezza? Appartiene all’artista che rappresenta la figura femminile, o all’arbitro  della moda che sceglie seni piccoli o grandi in base alla continua richiesta del mercato? Appartiene all’industria dell’abbigliamento che promuove il “reggiseno da allenamento” per le ragazze in pubertà, il “reggiseno di sostegno” per le donne anziane e il wonderbra per le donne che desiderano una scollatura più evidente? Appartiene a giudici religiosi e moralisti che insistono affinché il seno sia castamente coperto? Appartiene alla legge, che può ordinare l’arresto di una donna “in topless”? Spetta al medico che decide quanto spesso il seno dovrebbe essere sottoposto a mammografia, quando eseguire una biopsia e quando rimuoverlo? Appartiene al chirurgo plastico che lo rimodella per motivi puramente estetici? Appartiene al pornografo che compra il diritto di esporre il seno di alcune donne, spesso in ambienti umilianti e lesivi per tutte? O appartiene alla donna per la quale i seni fanno parte del proprio corpo? (Marylin Yalom, A History of the Breast)

Tutte queste domande messe in fila suggeriscono che i seni non sono una questione femminile privata ma che, storicamente, diverse voci e istituzioni hanno cercato di definirli, controllarli, e manipolarli a scopi diversi.

Sebbene oggi siamo abituati a pensare al seno come un attributo sessuale, la sua eroticizzazione non è un fatto universale, ed è ancor meno scontata se si adotta una prospettiva storica.

Le statuette preistoriche di figure femminili come la Venere di Willendorf con seni e fianchi larghi ci ricordano che il seno probabilmente non è stato da sempre un feticcio erotico. Questi modellini in osso, pietra o argilla sembrano infatti affermare che il potere femminile di procreare e nutrire sia degno di venerazione.

Ne Il Linguaggio della Dea, Marjia Gimbutas rintraccia le origini dei simboli associati all’aspetto primario della Dea – seni, occhi, bocca e vulva- intorno al 25.000 a.C. e osserva come la diffusione di pendenti a goccia in forma di singolo seno in più di cinquanta siti del Paleolitico Superiore testimoni l’enorme diffusione spaziotemporale di questo stereotipo. Tali simboli, secondo l’archeologa, perdurarono nel Neolitico e oltre.

Un esempio sorprendente di venerazione del seno nell’antichità è l’Artemide Efesia contornata da quattro file di mammelle che fanno pensare alla fantasia della donna plurisenuta rievocata anche da Gunter Grass ne Il Rombo attraverso il personaggio di Aua:

…aveva tre seni […] le donne dell’età della pietra, dopo aver allattato i loro neonati, si attaccavano al seno i loro uomini dell’età della pietra, finché la piantavano di dibattersi essudando idee fisse e diventavano tranquilli e sonnacchiosi: utilizzabili per ogni sorta di impieghi.

Sacro e venerabile era pure il seno di Maria nella rappresentazione iconografica della Virgo Lactans che conobbe una fioritura e un’espansione senza precedenti nel Trecento.

Il codice dei generi così come lo conosciamo, stabilisce un confine tra il polo materno, della vita e del nutrimento e quello della sessualità. Ma l’elemento simbolico del seno va oltre la dicotomia sacro/erotico – che pure rispecchia il destino femminile di nutrire e di titillare – per estendersi alla sfera politica.

Nella maggior parte della storia delle società occidentali, il potere è stato immaginato come dominio degli uomini, con le donne escluse dalla sfera pubblica e confinate nello spazio intimo e domestico della casa. In Corpo in Figure, Adriana Cavarero si interroga sul paradosso per cui la politica da un lato scaccia il corpo da sé – pretendendo di sostanziarsi sulla ragione – e dall’altro, per millenni, figura il proprio ordine attraverso la metafora organologica. L’autrice nota così come la strana vicenda di questo corpo, espulso e riaccolto, si inscriva nell’orizzonte della differenza sessuale. In una polis fondata sulla ragione, in cui i maschi liberi hanno riservato per sé la potenza del logos, tenendosi distanti da un’esistenza carnale, vissuta come negazione della libertà, come una condizione quasi animale, il corpo che viene scacciato non può che essere quello femminile. Ma anche il secondo movimento per cui il corpo escluso torna come metafora dell’ordine politico s’inscrive nella stessa logica. 

Il corpo che qui ritorna alla città, fungendo da immagine analogica, è infatti, nel suo concetto e in perfetta coerenza, corpo maschile: in quanto mai sostanzialmente scacciato dalla polis a causa di un accezione originaria del corpo che, per il suo dover funzionare come l’altro e l’opposto dell’ordine politico, si è sin dall’inizio materiata sul solo sesso femminile. 

Eppure, come sottolinea Lynn Hunt, i corpi delle donne hanno avuto una loro rappresentazione politica: potevano rappresentare il nutrimento o la corruzione, il potere del desiderio o il bisogno di dominio, la promessa di un nuovo ordine o il decadimento del vecchio (Lynn Hunt, Eroticism and the Body Politic)

Questa multivalenza espressiva del corpo femminile fu particolarmente evidente tra Settecento e Ottocento, durante quella fase di grandi cambiamenti del quadro politico e di ristrutturazione dei ruoli di genere e dei rapporti tra i sessi. Sono state, infatti, le moderne democrazie occidentali secondo Marilyn Yalom a inventare la politicizzazione del seno. L’iconografia della Rivoluzione Francese, non a caso, è quella di una donna col petto scoperto. A cavallo tra i due secoli, figure femminili avvolte da tuniche classiche con uno o entrambi i seni esposti, liberi o offerti a due lattanti, diventarono il simbolo della nuova Repubblica. 

Innumerevoli dipinti, incisioni, medaglie, rilievi e statue hanno trasformato il seno in un’icona nazionale  (Marylin Yalom, A History of the Breast)

I seni femminili così esposti avevano lo scopo di veicolare tutta una serie di valori repubblicani e naturalmente non dovevano ispirare appetiti sessuali ma sentimenti patriottici, come è chiaro osservando il dipinto di Delacroix, La Libertà che guida il popolo.

Nello stesso periodo un’ulteriore rivoluzione stava avvenendo su seni non altrettanto allegorici e si trattava di un’inedita battaglia contro il ricorso alle balie in favore dell’allattamento al seno materno. Tra gli illustri difensori di quest’ultimo figura anche Rousseau- a cui dobbiamo alcune delle più tenaci idee sui ruoli di genere- che lo associa nientemeno che alla salvezza dei costumi e dello Stato:

Ma che le madri si degnino di allevare i loro figlioli; e allora i costumi ridiventeranno spontaneamente migliori, i sentimenti naturali si ridesteranno in tutti i cuori, lo Stato si ripopolerà: in quel primo, in quel solo principio sono racchiusi tutti questi effetti (Jean Jacques Rousseau, Emilio)

Come illustra Marilyn Yalom analizzando quadri, poemi e operette satiriche dell’epoca, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento l’allattamento al seno aveva finito per assumere le sembianze di un culto, perfettamente in linea con la ridefinizione dei ruoli maschili e femminili in società. La connotazione politica del seno femminile ha continuato ad avere successo anche nel corso del Novecento, quando è stata piegata alle necessità belliche e propagandistiche. Il Fascismo, la cui ideologia di genere ruotava intorno alla campagna demografica pronatalista e all’idea della maternità come servizio alla patria, esaltava una femminilità florida, dalle curve materne come quelle che ricorda Camilla Caderna in uno dei suoi brillanti articoli:

la Signorina Grandi Firme è una brava ragazza lavoratrice, dà risposte assennate a chi la corteggia, non indulge alle mode straniere, non vuol somigliare a Marlene Dietrich, non si ossigena come tutte, non fa cure dimagranti, quando si sposa fa molti figli; proprio così secondo Achille Starace dovrebbe essere il tipo italiano. «Disegni e fotografie rappresentino donne floride e sane» dice un suo foglio di disposizioni del ’39, e «non pubblicare fotografie e disegni di donne raffigurate con la cosiddetta vita di vespa.» (Camilla Cederna, Il mio Novecento)

Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, i seni femminili furono il punto focale delle svariate foto di pin-up destinate in particolar modo alle truppe americane all’estero. 

In un periodo di quattro anni, dal 1942 alla fine del 1945, vennero inviati ai soldati americani circa sei milioni di copie di Esquire raffiguranti le pin-up di Alberto Vargas (Marylin Yalom, A History of the Breast).


Nell’immediato dopoguerra, come osserva Stephen Gundle, il discorso sul corpo femminile (e la sua politicizzazione) smise di riferirsi a tipi ideali come la formosa Signorina Grandi Firme e la fertile casalinga di campagna o le pin-up americane, per legarsi a donne in carne ed ossa venute alla ribalta attraverso concorsi di bellezza e il cinema come Gina Lollobrigida:

dopo che Vittorio De Sica la definì una “maggiorata fisica” la sua immagine fu associata al sesso e il ruolo di vivace contadina vestita con un abito lacero decisamente rivelatore in “Pane, amore e fantasia” concentrò ulteriormente l’attenzione sui suoi seni  (Stephen Gundle, Feminine Beauty, National Identity and Political Conflict in Postwar Italy, 1945-1954)

Gina Lollobrigida è stata la prima attrice italiana a incarnare il modello della pin-up sul grande schermo, rassicurando gli spettatori che la guerra era finita e che il seno, con tutto il suo carico simbolico di erotismo e nutrimento, era tornato a disposizione. Questi esempi di politicizzazione del seno femminile hanno in comune, tra le altre cose, di esprimere la voce di un potere maschile.

É difficile immaginare il seno di una donna come il suo, dal suo punto di vista, immaginare il suo valore al di fuori del sistema di misurazione e di scambio  (Iris Marion Young, On Female Body Experience)

É con l’emergere del femminismo degli anni Settanta – che riconosce nel corpo e nella sessualità femminile un campo di battaglia politico – che il seno non solo viene rivendicato e sottratto al potere maschile ma anche usato come strumento di lotta. La prima comparsa pubblica del femminismo di seconda ondata nel 1968, non a caso, è simbolicamente legata al seno: nell’autunno di quell’anno, ad Atlantic City, un gruppo di attiviste contestò il concorso annuale di Miss America attraverso l’atto simbolico di gettare in un cassone della spazzatura reggiseni e altri strumenti di disciplinamento del corpo femminile (a partire da quell’evento è diventato popolare l’appellativo bra-burners, bruciatrici di reggiseni, per riferirsi alle femministe).

Proteste come quelle di Atlantic city avevano il duplice scopo di contestare l’eroticizzazione del corpo e di richiamare l’attenzione su rivendicazioni politiche specifiche. Le manifestazioni in topless che seguirono negli Stati Uniti diventarono il mezzo per richiamare l’attenzione su un’ampia gamma di temi, dalla pornografia al sessismo, all’assistenza sanitaria e alla salute sessuale. In Europa ci furono pochi casi isolati di esibizione del seno come strumento politico. Tra questi, alla fine degli anni Ottanta in Italia, Cicciolina portò avanti la candidatura nella lista dei Radicali servendosi anche del suo seno nudo.

La pratica politica di esporre il seno per richiamare l’attenzione su determinate tematiche è riaffiorata negli anni 2000 con il movimento femminista Femen, nato in Ucrania e estesosi velocemente in altri paesi europei. Le manifestazioni in topless delle Femen hanno riscosso enorme visibilità e altrettante accuse di volgarità gratuita e di spirito di contraddizione. Eppure, come hanno più volte sottolineato le fondatrici del movimento, proprio a partire dalla premessa che il corpo delle donne è espropriato e strumentalizzato per vendere qualsiasi prodotto, spogliarsi durante una manifestazione è una forma di riapproriazione e di uso del proprio seno come veicolo di idee politiche. 

Accuse simili sono state rivolte alle attiviste del movimento Free the nipple (Libera il capezzolo), nato negli Stati Uniti nel 2012 che, come suggerisce il nome, si posiziona contro la censura del seno femminile in contesti non sessualizzati e che la sua ideatrice, Lina Esco, definisce un cavallo di troia per parlare di uguaglianza di genere. Le militanti coinvolte, attraverso proteste pubbliche in topless e la campagna virale #freethenipple denunciano l’ordine patriarcale che vede il seno come intrinsecamente sessuale e si oppongono alle pratiche di oppressione e censura femminile. La loro non è evidentemente una battaglia per il diritto delle donne di stare a seno nudo ogni qualvolta lo desiderino, ma rappresenta piuttosto un tentativo efficace per portare a galla contraddizioni e tabù (come le censure dei capezzoli su internet), contestare l’oggettivazione delle donne e della loro sessualità e promuovere la desessualizzazione del seno. 

Come nel passato queste pratiche hanno suscitato forti reazioni da parte dell’opinione pubblica tra accuse di indecenza e di esibizionismo, confermando la convinzione che il seno possa essere visibile nello spazio pubblico solo quando è conforme ai canoni estetici dominanti e piegato a scopi propagandistici o commerciali. Le regole non scritte che disciplinano le uniche eccezioni ammesse – allattamento e topless sulla spiaggia – riflettono la tenacità di queste aspettative. Dalle lattanti ci si aspetta infatti discrezione, che si ricoprano velocemente al termine dell’operazione e che espongano la minor superficie di carne possibile; dalle donne in topless al mare ci si aspetta che siano giovani e che se ne stiano buone a prendere il sole.

Come dimostra il povero Palomar di Calvino il peso morto delle convenzioni non scritte può essere un fardello anche per chi si trovi ad assistere a una di queste eccezioni:

Una giovane donna è distesa sull’arena prendendo il sole a seno nudo. Palomar, uomo discreto, volge lo sguardo all’orizzonte marino […] Però- pensa andando avanti e, non appena l’orizzonte è sgombro, riprendendo il libero movimento del bulbo oculare- io, così facendo, ostento un rifiuto a veder, cioè anch’io finisco per rafforzare la convinzione che ritiene illecita la vista del seno, ossia istituisco una specie di reggipetto mentale sospeso tra i miei occhi e quel petto.

e passa e ripassa davanti al seno ora cercando di assorbirlo nel paesaggio senza ignorarlo né guardarlo direttamente, ora riflettendo su come soffermare lo sguardo con uno speciale riguardo, affrettandosi a coinvolgerlo in uno slancio di benevolenza e di gratitudine, finchè la bagnante si alza, si riveste, sbuffa e si allontana. Le reazioni di disagio e di accusa che suscita l’esibizione del petto in contesti non sessuali (pubblici e privati) da parte delle loro legittime proprietarie rivelano quanto siamo poco tranquilli rispetto all’uso che una donna può fare del suo corpo e dei seni in particolare, mentre troviamo del tutto normale il modo in cui vengono usati da sempre da artisti, poeti, politici e pubblicitari.

Come sostiene Yalom, al regno del fallo che ha dominato la civiltà occidentale negli ultimi duemilacinquecento anni, può essere affiancato un regno del seno, un regno costruito principalmente dalle fantasie e dalle pretese maschili ma nella cui storia, a partire dal femminismo di seconda ondata, entrano in maniera crescente anche le voci delle donne a cui quei seni appartengono.


Carla Fronteddu (1984) insegna studi di genere a Syracuse University e CEA. Per non andare fuori tema, si occupa insieme a un eterogeneo gruppo di attiviste di Fiesolana2b, l’associazione che ha raccolto l’eredità della Libreria delle Donne di Firenze, per continuare a offrire uno spazio di elaborazione femminista e autodeterminazione in città.

2 comments on “La politica del seno

  1. Giulia A.

    Articolo molto interessante, grazie!
    Mi ha molto colpita apprendere che nel Settecento prerivoluzionario alcuni abiti, anche di corte e per “signore perbene”, avevano corpetti che esponevano i capezzoli, senza che questo suscitasse alcuno scandalo. Prova di come molta parte dell’erotizzazione non è “naturale” ma culturale, e per forza di cose diretta e influenzata da chi di quella cultura è detentore, ovvero l’uomo.
    Grazie.

  2. il seno femminile come i pettorali maschili ha anche un significato erotico e sessuale ed è giusto che ce l’abbia e non c’è nulla di patriarcale o deciso dagli uomini in ciò

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