La pornografia e le donne

«Al cinema X chiediamo esattamente quello per cui ci spaventa: di dire la verità sui nostri desideri. Eppure la libido è complessa, non necessariamente quello che dice di me mi fa piacere, non sempre coincide con quello che vorrei essere. Ma posso scegliere di saperlo, piuttosto che voltarmi dall’altra parte e dire il contrario di quello che so di me, per preservare un’immagine sociale rassicurante».


IN COPERTINA e nel testo: The doll, di Hans Bellmer

(Questo testo è tratto da “King Kong Theory”, di Virginie Despentes. Ringraziamo Fandango per la gentile concessione)


di Virginie Despentes

C’è comunque da chiedersi cosa ci sia in gioco nel porno di tanto cruciale da conferirgli un tale potere blasfemo. Davanti a una fica depilata che si fa stantuffare da un grosso cazzo, molti nostri contemporanei stringono le chiappe per non farsi il segno della croce. Alcuni ripetono con aria disincantata: “Ormai questa roba lascia il tempo che trova”, ma basta percorrere cento metri di qualsiasi strada cittadina con un’attrice hard al fianco per convincersi del contrario. O andare su internet a leggere la letteratura anti-porno. Quelli che si indispongono quando si tratta di vietare una caricatura religiosa, “È il colmo, non siamo più nel Medio Evo”, non hanno più le idee così chiare se si passa a clitoridi e coglioni. Straordinari paradossi del porno.

Circolano affermazioni tanto più perentorie in quanto impossibili da verificare. Così, al porno viene attribuita la responsabilità indistinta di stupri collettivi, violenza intersessuale, stupri in Ruanda e Bosnia. Lo si paragona addirittura alle camere a gas… Una sola cosa ne emerge chiaramente: filmare il sesso non è un gesto che lascia indifferenti. Gli articoli e le opere dedicati a questo genere sono incredibilmente numerosi. Gli studi seri lo sono meno, raramente ci si prende la briga di indagare sulle reazioni degli uomini che consumano porno. Piuttosto che chiedergli cos’hanno in testa si preferisce lavorare d’immaginazione.

In Watching Sex, How Men Really Respond to Pornography, per l’appunto, David Loftus interroga cento persone di sesso maschile e dai profili più vari sulle loro reazioni di fronte al porno. Tutte raccontano di aver scoperto il porno prima dell’età consentita. Nel campione preso in esame, nessuno degli uomini dichiara di essersi sentito mortificato. Al contrario, per ciascuno di loro la scoperta del materiale pornografico è associata a un ricordo piacevole, costruttore della mascolinità in vario modo, ora ludico, ora eccitante. Due uomini fanno eccezione, entrambi omosessuali, i quali raccontano che sul momento è stato difficile perché confusamente sapevano di essere attratti dagli uomini, ma senza averlo formulato in modo chiaro. In entrambi i casi, la visione del materiale pornografico li ha costretti a riconoscere pienamente la loro inclinazione.

Quest’esperienza è a mio avviso una pista interessante per capire la violenza del rifiuto spesso fanatico, ai limiti del panico, di cui il porno è oggetto. Militanti sgomenti reclamano a gran voce censura e proibizione, come se ne andasse della loro stessa vita. Questa posizione è oggettivamente sconcertante: davvero il primo piano di una pecorina minaccia la sicurezza dello Stato? I siti anti-porno sono più numerosi e veementi dei siti contro la guerra in Iraq, per esempio. Una foga sorprendente nei confronti di quello che rimane pur sempre cinema di genere.

Il problema del porno è anzitutto che va a colpire l’angolo morto della ragione. Punta dritto ai fantasmi, senza passare né per la parola né per la riflessione. Prima di tutto ti si rizza o ti bagni, poi potrai chiederti perché. I riflessi di autocensura vanno in tilt. L’immagine pornografica non lascia scampo: ecco quello che ti eccita, ecco quello che ti fa reagire. Ci indica qual è la molla che ci mette in moto. In questo sta la sua grande forza, la sua dimensione quasi mistica. Ed è su questo che molti militanti anti-porno si irrigidiscono e strepitano. Rifiutano che gli si parli del loro desiderio in modo esplicito, che gli si imponga di scoprire cose su se stessi che hanno deciso di tacere e di ignorare.

Il vero problema del porno, è che offre uno sfogo al desiderio e propone un mezzo per appagarlo, in modo troppo rapido per consentire una sublimazione. In tal senso, nella nostra cultura ha una funzione: risolvere la tensione tra delirio sessuale smodato (in città, i messaggi che invitano al sesso ci invadono letteralmente il cervello) ed eccessivo rifiuto della realtà sessuale (non viviamo in una mega ammucchiata permanente, le cose consentite o possibili sono anzi relativamente limitate). Il porno interviene come valvola di sfogo psichico, per equilibrare la differenza di pressione. Ma ciò che è eccitante è spesso socialmente imbarazzante. Poche persone sono disposte a riconoscere alla luce del sole ciò che le fa impazzire nell’intimità. Perfino con i propri partner sessuali, non sempre si ha voglia di parlarne. Quello che mi fa bagnare rientra nella mia sfera privata. Perché l’immagine che dà di me è incompatibile con la mia identità sociale quotidiana.

Le nostre fantasie sessuali parlano di noi, alla maniera indiretta dei sogni. Non dicono niente di quello che desideriamo veder accadere de facto.

È evidente che molti uomini eterosessuali si eccitano all’idea di prenderlo in culo da altri uomini, o di farsi umiliare, sodomizzare da una donna, così come è evidente che molte donne si bagnano all’idea di farsi violentare, scopare in una gang bang o darla ad altre ragazze. Il porno può farci sentire a disagio anche e proprio perché mette a nudo la nostra incapacità di eccitarci quando invece noi sogniamo di essere delle caldone insaziabili. Quello che ci eccita, o no, dipende da zone incontrollate, oscure; e raramente è in accordo con ciò che desideriamo essere a livello cosciente. È l’interesse di questo cinema di genere se ti piace lasciarti andare e perdere i sensi, e insieme la sua pericolosità, se appunto hai paura di non avere tutto sotto controllo.

Al porno troppo spesso si chiede di essere il riflesso del reale. Come se non si trattasse più di cinema. Per esempio si rimprovera alle attrici di simulare il piacere. Ma loro sono lì per quello, sono pagate per quello, hanno imparato a farlo. Mica chiediamo a Britney Spears di avere voglia di ballare ogni volta che sale sul palco. È venuta per questo, abbiamo pagato per vederla, ognuno fa la sua parte e nessuno, uscendo, si lamenta che “mi sa che faceva finta”. Il porno dovrebbe dire la verità. Una cosa che mai chiederemmo al cinema, tecnica dell’illusione per antonomasia.

Al cinema X chiediamo esattamente quello per cui ci spaventa: di dire la verità sui nostri desideri. Non ho idea del perché sia così eccitante vedere gente che scopa dicendosi oscenità. Sta di fatto che funziona. Meccanica pura. Il porno svela brutalmente quest’altro nostro aspetto: il desiderio sessuale è una meccanica, e neanche tanto complicata da innescare. Eppure la mia libido è complessa, non necessariamente quello che dice di me mi fa piacere, non sempre coincide con quello che vorrei essere. Ma posso scegliere di saperlo, piuttosto che voltarmi dall’altra parte e dire il contrario di quello che so di me, per preservare un’immagine sociale rassicurante.

I detrattori del genere si lamentano della povertà del cinema X, sostenendo che esiste un solo tipo di porno. Amano diffondere l’idea che il settore non sia inventivo. Il che è falso. Il settore è diviso in sottogeneri distinti: i film in 35 mm degli anni Settanta sono diversi dai film amatoriali che nascono con il video – a loro volta diversi dalle immagini dei cellulari, delle webcam e dalle varie prestazioni live in rete. Porno chic, alternative porno, post-porno, gang bang, gonzo, BDSM, fetish, pissing, scating, film a target specifico – donne mature, grosso seno, bei piedi, bel culo, film con trans, film gay, film lesbo: ogni genere di porno ha il suo capitolato d’oneri, la sua storia, la sua estetica. Così come il cinema X tedesco non veicola le stesse ossessioni del suo equivalente giapponese, italiano o americano. Ogni parte del mondo ha le sue specificità pornografiche.

Ciò che realmente scrive la storia del porno, che lo inventa, che lo definisce è la censura. E ciò di cui si vieta la visione segnerà ogni cinema X, facendone un interessante esercizio di aggiramento.

Con le aberrazioni e i controeffetti più o meno alienanti che questo presuppone: in Francia, i canali via cavo definiscono quello che è possibile mostrare o meno. Niente scene di violenza, niente scene di sottomissione, per esempio. Fare del porno evitando i vincoli del genere è un po’ come fare pattinaggio senza lame sotto i pattini. Buona fortuna… È inoltre vietato l’uso di oggetti: dildo, strapon. Niente lesbo, niente immagini di uomini che lo prendono in culo… Con la scusa di tutelare la dignità delle donne.

Quanto alle donne, non si capisce bene perché l’uso di uno strap-on rappresenterebbe un affronto alla loro dignità. Le sappiamo sufficientemente agguerrite per capire che una messinscena sadomaso non implica che desiderino essere prese a frustate appena arrivano in ufficio, né imbavagliate quando lavano i piatti. In compenso, basta accendere la tv per vedere donne in posizioni umilianti. I divieti sono quello che sono e hanno la loro giustificazione politica (il sadomaso deve restare uno sport d’élite, il popolo è incapace di coglierne la complessità, si farebbe male). Ciò non toglie che ogni volta che si tratta di limitare l’espressione sessuale si tira in ballo la “dignità” della donna…

Le condizioni di lavoro delle attrici, i contratti aberranti che firmano, l’impossibilità di controllare la loro immagine quando abbandonano il mestiere, o di essere retribuite quando viene utilizzata: ai censori questa dimensione della loro dignità non interessa. Che non esista nessun centro sanitario specializzato dove possano andare a informarsi sulle specificità molto peculiari della loro professione non preoccupa minimamente i poteri pubblici. C’è una dignità da salvaguardare e un’altra di cui tutti se ne sbattono. Ma il porno si fa con la carne umana, con la carne d’attrice. E alla fin fine il problema morale che pone è uno solo: l’aggressività con cui vengono trattate le attrici hard.

Stiamo parlando di donne che decidono di intraprendere questo mestiere quando hanno tra i diciotto e i vent’anni. Vale a dire in quel particolare periodo della vita nel quale l’espressione “conseguenze a lungo termine” ha la rilevanza del greco antico. Gli uomini di età matura non si vergognano di farsi eccitare da ragazze a malapena uscite dall’infanzia, trovano normale menarselo guardando dei culi a malapena puberi. È il loro problema di adulti, sono affari loro, dovrebbero assumersene le conseguenze. Per esempio, mostrandosi particolarmente attenti e comprensivi nei confronti delle giovanissime che accettano di soddisfare i loro appetiti. Ebbene, tutt’altro: il fatto che le ragazze si siano prese la libertà di fare esattamente quello che desideravano vedere li manda in bestia. Tutta l’eleganza e la coerenza maschili riassunte in un atteggiamento: “Dammi quello che voglio, te ne supplico, perché poi possa sputarti in faccia.”

La ragazza che fa del porno ormai lo sa dal momento in cui si affaccia al mestiere, glielo ripetono di continuo, non deve farsi illusioni: non ci sarà nessuna riconversione professionale. Decisamente, le donne le si ama soprattutto quando sono in pericolo. Una volta marchiate, la collettività si assicura che paghino a caro prezzo per aver abbandonato la retta via, e per averlo fatto pubblicamente.

L’ho toccato con mano corealizzando Scopami con Coralie Trinh Thi. Che la sua bellezza plastica lasciasse gli uomini interdetti, che ne conservassero un ricordo commosso, non dico di no. Ma l’accanimento con cui in seguito le rifiutavano il diritto di saper fare altro era imbarazzante. Se era la co-regista del film, non poteva che essere per un mio capriccio. Ogni argomento era buono purché il suo caso venisse archiviato in trenta secondi come illegittimo. Impossibile essere stata una creatura sulfurea e successivamente dar prova d’inventiva, d’intelligenza, di creatività. Gli uomini non ammettevano che l’oggetto dei loro fantasmi erotici uscisse dalla particolare cornice in cui lo relegavano, le donne si sentivano minacciate dalla sua sola presenza, preoccupate dell’effetto che il suo status provocava negli uomini. Gli uni e le altre concordavano su un punto essenziale: bisognava toglierle la parola, impedirle di esprimersi, ridurla al silenzio. E questo perfino nelle interviste, dove spesso le sue risposte venivano pubblicate ma attribuite a me. E non mi riferisco a episodi isolati, ma a reazioni quasi sistematiche. Coralie doveva sparire dallo spazio pubblico. Per tutelare la libido degli uomini, ai quali piace che l’oggetto del desiderio resti al proprio posto, vale a dire disincarnato, e soprattutto muto.

Così come, per la sfera pubblica, è cruciale confinare la rappresentazione visiva del sesso all’interno di ghetti ben delimitati, distintamente separata dal resto della produzione cinematografica in modo tale da relegare il porno in un Lumpen Proletariato dello spettacolo, è altrettanto cruciale confinare le attrici hard nella riprovazione, nella vergogna e nella stigmatizzazione. Il punto non è che non sono capaci di fare altro, o desiderose di farlo, ma che bisogna organizzarsi perché non ne abbiano la possibilità.

Le ragazze che si cimentano nel commercio del sesso, che traggono un vantaggio concreto dalla loro posizione di femmine restando autonome, devono essere punite pubblicamente. Hanno trasgredito, non hanno sostenuto né la parte della brava madre, né quella della brava moglie e ancor meno quella della donna rispettabile – è praticamente impossibile smarcarsene in modo più radicale che girando un porno –, e quindi vanno socialmente escluse.

È la lotta di classe. Chi ci governa si rivolge a quelle che hanno provato a cavarsela, a prendere d’assalto l’ascensore sociale per farlo partire a forza. Il messaggio è politico, da una classe all’altra. La donna non ha prospettive di ascesa sociale se non attraverso il matrimonio, deve tenerlo bene a mente.

Per gli uomini, l’equivalente del cinema porno è la boxe. Sul ring devono dar prova di aggressività e correre il rischio di distruggersi fisicamente per intrattenere i ricchi. Ma i pugili, anche se neri, sono uomini. Hanno comunque diritto a un minimo margine di mobilità sociale. Le donne no.

Quando, negli anni Settanta, Valéry Giscard d’Estaing vieta il porno sul grande schermo, non lo fa a seguito di una protesta popolare – la gente non è scesa in piazza gridando “non se ne può più” –, né in risposta a un aumento dei disturbi sessuali. Lo fa perché i film hanno troppo successo: il popolo riempie le sale e scopre la nozione di piacere. Il Presidente tutela il popolo francese dalla sua stessa voglia di andare al cinema a vedere dei buoni film di sesso. Da quel momento in poi, il cinema X sarà oggetto di una censura economica assassina. Non sarà più possibile realizzare film ambiziosi, riprendere il sesso come si riprende la guerra, l’amore romantico o i gangster. I confini del ghetto sono tracciati, senza nessuna giustificazione politica. La morale tutelata è quella secondo cui solo le classi dirigenti hanno diritto all’esperienza di una sessualità ludica. Quanto al popolo, se ne starà buono buono, troppa lussuria rischierebbe di comprometterne la dedizione al lavoro.

Non è la pornografia a mettere in agitazione le élite, ma la sua democratizzazione. Quando Le Nouvel Obs titola – nel 2000, a proposito della messa al bando di Scopami – “Pornografia, il diritto di dire di no”, non si tratta di vietare agli uomini di lettere l’accesso agli scritti di Sade, né di chiudere le pagine dei giornali agli annunci di lettori generosi e salaci, e nessuno si stupirebbe di incontrare questi virulenti oppositori del porno in compagnia di giovani puttane o in qualche club per scambisti. È il libero accesso a ciò che deve restare dominio dei privilegiati a cui Le Nouvel Obs rivendica il diritto di dire di no. La pornografia è sesso messo in scena, cerimoniale. Ora, per mezzo di un escamotage concettuale che ancora rimane oscuro, ciò che è buona cosa per alcuni, qui denominato libertinaggio, per le masse rappresenterebbe un pericolo da cui vanno assolutamente tutelate.

Nel discorso anti-pornografico ci si confonde in fretta: di fatto, chi è la vittima? Le donne, che perdono tutta la loro dignità nell’istante in cui le vediamo succhiare un cazzo? O gli uomini, troppo deboli e inabili a controllare la loro voglia di visionare del sesso e capire che si tratta unicamente di una rappresentazione?

L’idea che la pornografia si articoli esclusivamente intorno al fallo è stupefacente. Sono corpi di donna quelli che vediamo. E, spesso, corpi di donna sublimati. Cosa c’è di più conturbante di un’attrice hard? Qui non siamo più nell’ambito della bunny girl, la ragazza della porta accanto, che non fa nessuna paura, che è facilmente accessibile. L’attrice porno è la donna affrancata, la femme fatale, quella che attira gli sguardi di tutti e suscita un inevitabile turbamento, che si tratti di desiderio o di rifiuto. Allora perché queste donne che hanno tutti gli attributi della bomba di sesso vengono sistematicamente compatite?

Tabatha Cash, Coralie Trinh Thi, Karen Lancaume, Raffaela Anderson, Nina Roberts: quello che mi ha colpito quando ero con loro non è il fatto che gli uomini le trattassero come delle meno di niente o che dominassero la situazione. Al contrario, non ho mai visto uomini così in soggezione. Se, come tanto rumorosamente affermano, per una donna non c’è niente di più bello che far sognare un uomo, perché ostinarsi a compatire le attrici hard? Perché il corpo sociale si accanisce a farne delle vittime, quando invece in materia di seduzione hanno tutto per essere delle donne perfette? Qual è il tabù trasgredito che vale tutta questa mobilitazione febbrile?

Dopo aver guardato qualche centinaio di film pornografici, la risposta mi sembra elementare: nei film, l’attrice hard ha una sessualità maschile. Più precisamente: si comporta esattamente come un omosessuale in una dark room. Così com’è messa in scena nei film vuole del sesso, con chiunque capiti, ne vuole per tutti i buchi e gode a ogni botta. Come un uomo se avesse un corpo di donna.

Se guardiamo un film porno eterosessuale, è sempre il corpo femminile a essere valorizzato, mostrato, quello su cui si punta per produrre l’effetto. A un attore hard non viene richiesta la stessa performance, gli si chiede di averlo duro, di dimenarsi, di far vedere lo sperma. Il lavoro lo fa la donna. Più che con il protagonista maschile, lo spettatore del film porno si identifica con lei. Così come, in qualsiasi tipo di film, ci identifichiamo spontaneamente con chi viene messo in valore. Per gli uomini, il cinema X è anche il modo di immaginare cosa farebbero se fossero delle donne, come si applicherebbero per soddisfare altri uomini, per essere delle

troie come si deve, delle mangiatrici di cazzi. Si accenna spesso a come, se paragonata alla messinscena pornografica, la realtà sia frustrante; quel reale in cui gli uomini devono scopare con donne che in effetti non gli assomigliano, o solo di rado. A questo proposito è interessante notare come le donne “reali” che sovraccumulano i tratti femminili, quelle che in una conversazione ripetono cento volte che si sentono “così donne” e che rispondono a una sessualità compatibile con quella degli uomini, siano spesso le più virili. La frustrazione del reale è il lutto che, per dirsi eterosessuali, gli uomini devono fare dell’idea di scopare con uomini che abbiano attributi esteriori di donna.

Il porno, spesso e volentieri denunciato perché metterebbe a disagio rispetto al sesso, è in realtà un ansiolitico. Perciò viene attaccato con tanta veemenza. Che la sessualità spaventi è fondamentale. Nel film porno sappiamo che a un certo punto le persone “lo fanno”, è un esito che non ci preoccupa, mentre nella vita vera sì. Scopare con uno/a sconosciuto/a fa sempre un po’ paura, a meno di essere pesantemente sbronzi. Anzi, l’interesse della visione risiede soprattutto in questo. Nel porno sappiamo che agli uomini si rizza e che le donne godono. Impossibile vivere in una società spettacolare, invasa dalle rappresentazioni della seduzione, del flirt, del sesso e non rendersi conto che il porno è un luogo sicuro. Non sei nell’azione, puoi guardare altri che lo fanno, che sanno farlo, in tutta tranquillità. Qui, le donne sono contente della prestazione fornita, gli uomini ce l’hanno durissimo ed eiaculano, tutti parlano la stessa lingua, una volta tanto tutto fila liscio.

Perché il porno è appannaggio degli uomini? Perché, nonostante il cinema X come industria abbia ormai trent’anni, i principali beneficiari economici sono sempre loro? La risposta è la stessa in tutti gli ambiti: in mano alle donne, il potere e i soldi sono svalutati. Vanno ottenuti ed esercitati esclusivamente tramite la cooptazione maschile: sii scelta come coniuge e approfitterai dei vantaggi del tuo partner.

Il porno, gli unici a immaginarlo, a metterlo in scena, a guardarlo, a trarne profitto sono gli uomini, e il desiderio femminile è sottoposto alla stessa distorsione: deve passare attraverso lo sguardo maschile. A poco a poco ci si familiarizza con l’idea di piacere femminile. Tabù impensabile ancora in tempi recenti, l’orgasmo femminile fa la sua comparsa nel linguaggio corrente a partire dagli anni Settanta. Rapidamente, viene ritorto contro le donne, e in due modi. Prima di tutto facendoci capire che se non godiamo siamo in difetto. La frigidità è quasi diventata un segno d’impotenza. Eppure l’anorgasmia femminile non è paragonabile all’impotenza maschile: una donna frigida non è una donna sterile. E nemmeno una donna sconnessa dalla propria sensualità. Ma invece di essere una possibilità, l’orgasmo è trasformato in un imperativo. Dobbiamo sempre sentirci incapaci di qualcosa… E in secondo luogo, perché gli uomini si sono immediatamente appropriati dell’orgasmo femminile: è attraverso di loro che la donna deve godere. La masturbazione femminile continua a essere una cosa spregevole, accessoria. L’orgasmo che dobbiamo raggiungere è quello prodigato dal maschio. L’uomo deve “saperci fare”. Come ne La bella addormentata nel bosco, si china sulla bella e la fa impazzire di piacere.

Le donne recepiscono il messaggio e come al solito si premurano di non offendere il sesso suscettibile. Così, nel 2006 capita di sentire delle giovanissime raccontare come aspettino che un uomo le faccia godere. Di conseguenza, sono tutti a disagio: i ragazzi, che si chiedono come fare, e le ragazze, frustrate perché i ragazzi non conoscono meglio di loro la loro stessa anatomia e i loro territori fantasmagorici.

Quanto alla masturbazione femminile, basta parlarne intorno a noi: “Da sola non mi interessa”, “lo faccio soltanto quando è da molto che non ho un ragazzo”, “preferisco che ci si occupi di me”, “non lo faccio, non mi piace”. Non so che cosa facciano tutte nel loro tempo libero, ma in ogni caso, se non si masturbano, è evidente che i film porno, non essendo a vocazione variabile, difficilmente le interesseranno. Un porno è fatto per masturbarsi.

So bene che quello che fanno le ragazze da sole con il loro clitoride non mi riguarda, ma questa indifferenza verso la masturbazione mi turba comunque un po’: in che momento le donne si connettono con le loro fantasie, se non si toccano quando sono sole? Cosa conoscono di ciò che le eccita davvero? E se non sappiamo questo di noi, cosa sappiamo di noi, esattamente?

Quale contatto stabiliamo con noi stesse quando il nostro sesso è sistematicamente accaparrato da un altro?

Vogliamo essere donne perbene. Se il fantasma appare torbido, impuro o spregevole lo rimuoviamo. Ragazzine modello, angeli del focolare e buone madri, programmate per il benessere altrui, non per scandagliare i nostri abissi. Siamo formattate per evitare il contatto con la nostra stessa animalità. Prima di tutto adeguarsi, prima di tutto pensare alla soddisfazione dell’altro. E pazienza per tutto quello che in noi dobbiamo zittire. Le nostre sessualità ci mettono in pericolo, riconoscerle potrebbe voler dire farne l’esperienza, e per una donna, qualsiasi esperienza sessuale conduce all’esclusione dal gruppo.

Il desiderio femminile è passato sotto silenzio fino agli anni Cinquanta. La prima volta che delle donne si riuniscono in massa e annunciano: “Siamo desideranti, attraversate da pulsioni brutali, inspiegabili, i nostri clitoridi sono come cazzi, chiedono di essere appagati”, è in occasione dei primi concerti rock. I Beatles devono smettere di esibirsi dal vivo: le donne in sala sbraitano a ogni nota che producono, le loro voci coprono la musica. Immediatamente: disprezzo. Isteria della groupie. Nessuno vuole sentire quello che sono venute a dire, e cioè che sono ardenti e piene di desiderio. Questo importante fenomeno viene occultato. Gli uomini non vogliono sentirne parlare. Il desiderio è territorio loro, e di nessun altro. È impensabile che si possa disprezzare una ragazza che grida il proprio desiderio quando John Lennon tocca una chitarra, mentre invece si trova ancora figo un vecchio che fischia un’adolescente con la gonna. Da un lato c’è una cupidigia indice di buona salute, sulla quale la collettività si trova d’accordo e che incoraggia, verso cui dimostra simpatia e comprensione; dall’altro, un appetito necessariamente grottesco, mostruoso, risibile, da rimuovere.

La spiegazione psicologica popolare applicata alle donne ninfomani è un esempio incontestabile di denigrazione, secondo la quale questi soggetti intensificherebbero gli incontri sessuali per vendicarsi del fatto che non provano soddisfazione sessuale. Così si diffonde l’idea che accumulare le conquiste è necessariamente un indizio di frustrazione femminile. Quando invece, nei fatti, questa teoria si attaglierebbe meglio agli uomini, frustrati dalla pochezza della loro sensualità e del loro godimento. Sono gli uomini che sovrastimano e sublimano il corpo femminile e che, incapaci di trarne il piacere sperato, accumulano le conquiste nella speranza di provare, un giorno, qualcosa che si avvicini a un vero orgasmo. Ancora una volta, ciò che sostanzialmente è vero per l’uomo viene deviato per stigmatizzare la sessualità femminile.

Quando Paris Hilton supera il limite, si mette in scena a quattro zampe e approfitta della diffusione di queste immagini per acquisire una notorietà internazionale, capiamo una cosa importante: che prima di appartenere al suo sesso, appartiene alla sua classe sociale. Così, sul set di Nulle Part Ailleurs, di fronte a Jamel Debouze, assistiamo a una scena interessante. Il giovane comico cerca subito di ricollocarla, rimetterla al suo posto di donna compromessa: “Ti conosco, ti ho vista, ti ho vista su internet”. Parla a nome del suo sesso, conta sulla propria intrinseca superiorità per metterla in una posizione scomoda. Ma Paris Hilton non è un’attrice hard qualunque, prima di essere una donna di cui abbiamo visto la fica è l’ereditiera degli hotel Hilton. Ai suoi occhi è inconcepibile che un uomo di rango sociale inferiore la metta in pericolo, non fosse che per un nanosecondo. Non batte ciglio, lo guarda appena. Per niente destabilizzata. Stavolta non dà prova di particolare carattere. Ci fa sapere, a tutti, che può permettersi di scopare davanti al mondo. Appartiene a quella casta che storicamente ha diritto allo scandalo, a non conformarsi alle regole che si applicano al popolo. Prima di essere una donna, sottomessa a uno sguardo maschile, è una dominante sociale, in grado di occultare il giudizio dei meno agiati.

Allora ci si rende conto che l’unico modo di far esplodere il rito sacrificale del cinema X sarà di aprirlo alle ragazze di buona famiglia. Quando esplodono le censure imposte dalle classi dirigenti, quello che esplode è un ordine morale fondato sullo sfruttamento di tutti. La famiglia, la virilità guerriera, il pudore, tutti i valori tradizionali mirano ad assegnare ciascun sesso al suo ruolo. Gli uomini, a quello di cadaveri gratuiti per lo Stato, le donne, a quello di schiave degli uomini. Alla fin fine, tutti asserviti, con le nostre sessualità confiscate, piantonate, normate. C’è sempre una classe sociale che ha interesse a che le cose restino come sono, e che non dice la verità sulle sue motivazioni profonde.

4 comments on “La pornografia e le donne

  1. Lorenzo

    Ottimo articolo… Da maschio etero posso dire solo che vedere una gang-bang non mi porta a immedesimarmi con la donna ma con i cazzi. Non con gli uomini… È quella che io chiamo “Sindrome del dott. Manhattan”: vedi il fumetto o il film Watchmen, quando l’unico vero superuomo della storia si dublica o triplica mentre fa sesso con la sua ragazza (che, per inciso, non ne è affatto contenta!)… Ecco perché ho come l’impressione che la gang-bang in realtà appaghi il nostro bisogno di sentirci maschi alfa… ovvero come il doc. Manhattan e i suoi simulacri… 🤔 non so che ne pensiate…

  2. FF vs PPP

    Molto bello, ma almeno in un punto è totalmente fuori strada. Non discuto del perché ci sia asimmetria nell’interesse verso porno e masturbazione per non entrare in un discorso troppo complesso, ma del perché c’è compatimento e umiliazione, in particolare:

    “Più che con il protagonista maschile, lo spettatore del film porno si identifica con lei.”

    No, decisamente no. A parte che lei non è un uomo, quindi non si capisce su quale base tenti questa ipotesi, ma nessun maschio etero si identifica con una attrice. Non è un atteggiamento che mi appartiene quello di disprezzare certe attrici, ma non ci vuole molto per capire che provare stima per una che si fa fare qualunque cosa e che va con tutti è assai arduo. La si può venerare sul momento, e faccia a faccia ci si trova in soggezione perché la donna che si desidera ha il potere di rifiutarci e di umiliarci, ma che amor proprio ha una persona del genere e che fiducia vi si può riporre? Hai voglia a decostruire l’amor proprio! Lo stesso tipo di atteggiamento lo si ha nei confronti di coloro che sono ritenuti troppo buoni, o accomodanti, remissivi. Vengono presi per il culo o sfruttati. Non che sia una cosa bella, ma più si è disponibili e più si stimola il lato sadico degli altri. Il concetto di oggettificazione sarà pure problematico, ma è quello che succede quando uno può fare il proprio comodo su un’altra persona. Se nella tua vita fai la parte del pezzo di carne sarai trattato come un pezzo di carne. Paris Hilton può fare a meno del giudizio degli altri perché è ricca, ma ciò non cambia il giudizio che tutti hanno di lei, che non è positivo. Non c’è nessuna ritualità da far esplodere in questo caso, e non c’entra nulla la classe. C’entra il fatto che la sessualità rappresentata nel porno è quella di un rapporto di dominio, che porta con sé l’umiliazione, che è pienamente animale. Anche gli animali sociali simili all’uomo si dominano e si umiliano. è una faccenda del tutto diversa dallo stigma per la sessualità femminile come strategia di controllo. Qui c’è uno stigma verso coloro che si sottomettono, e non c’entra il genere. Lo racconta pure Walter Siti in una scena dei suoi primi libri, Troppi Paradisi o gli altri della Trilogia, quando si racconta appunto una scena ambientata in una dark room, con Marcello che si fa umiliare da altri uomini.

  3. Luciano Tallarico

    Non si firma l’autore quindi è bunnotobkrms dialogare chi ha paura della paura di esporsi

    • Caro Luciano, non siamo sicuri di aver capito ma l’articolo è firmato, trovi il nome dell’autrice in apertura.

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