Henri Michaux visse l’esperienza con la mescalina senza entusiasmo né adesione. Più che cedere all’estasi psichedelica, la affrontò con rigore analitico, come uno scontro tra coscienza e alterazione. Miserabile miracolo racconta quel conflitto, senza compiacimenti.
In copertina un’opera di Mario Schifano, Senza titolo, 1993, Asta Pananti in corso
Questo testo è un estratto da Miserabile Miracolo, di Henri Michaux, Quodlibet, Traduzione di Claudio Rugafiori, a cura e con un saggio di Carlo Mazza Galanti. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.
di Carlo Mazza Galanti
L’autore di questo libro ha sperimentato, ormai dai cinque anni, e in dosi variabili, la maggior parte di quei demolitori della mente e della persona umana che sono le droghe allucinogene: l’acido lisergico, la psilocibina, una ventina di volte la mescalina, alcune dozzine di volte l’hascisc, solo o associato, e non tanto per provarne l’ebbrezza, quanto piuttosto per sorprenderle, per sorprendere dei misteri nascosti “altrove”
(H. Michaux, Conoscenza dagli abissi)
Il farmacologo tedesco Louis Lewin, autore del seminale “Phantastica: droghe stupefacenti ed eccitanti”, è stato il primo a occuparsi scientificamente del peyote in un articolo del 1888. Fu grazie a lui se nel 1897 Arthur Heffter poté isolare la mescalina, principale alcaloide responsabile degli effetti “fantastici” del cactus, e nel 1919 Ernst Späth riuscì a sintetizzarlo. È in questo periodo che individui particolarmente avventurosi come W.B Yeats, Aleister Crowley, Havelock Harris (oltre ad alcuni medici e ai loro discepoli) iniziarono a interessarsi alla sostanza. Negli anni trenta e quaranta del novecento ne fecero uso filosofi del calibro di Sartre e Benjamin, il grande scrittore polacco Witkiewicz, e ancora Artaud, Jünger, Merleau-Ponty. Intorno agli anni ’50 i beatnik assegnarono un valore speciale al principio attivo del peyote nella loro dieta di sostanze psicotrope favorendone la diffusione tra i bohèmien di New York e San Francisco. Ma per il successo della mescalina nella nascente cultura di massa del dopoguerra sarà fondamentale “Le porte della percezione” di A. Huxley (1954), che nel 1953 ne assunse 400mg grazie alla mediazione dello psichiatra Humphry Osmond (l’inventore del termine “psichedelico”) e ne scrisse diffusamente nel suo saggio destinato a diventare una pietra miliare nella storia dell’esplorazione psichedelica. Lo scrittore britannico seppe concentrare con entusiasmo contagioso i diversi aspetti che avevano suscitato interesse verso la mescalina nella prima metà del novecento: ricerca medico-scientifica, implicazioni estetiche, valore mistico-spirituale.
A dire il vero in quello stesso anno Time magazine aveva già proposto a un pubblico generalista un articolo intitolato “Mescaline and the Mad Hatter” dove si presentavano le ricerche di Osmond e altri due scienziati, Smythies e Hoffer, sull’utilità della sostanza nella comprensione delle cause biochimiche della schizofrenia. Newsweek seguì poco dopo con un simile articolo intitolato “Mescal Madness”. La mescalina, insomma, era nell’aria.
Michaux s’inserisce di sbieco e quasi suo malgrado in questa corrente di esploratori di stati modificati della coscienza. Refrattario a qualsiasi affiliazione, a cominciare da quella surrealista a cui molti hanno cercato di ricondurlo, Michaux digerirà a fatica la progressiva assimilazione in una galassia hippie new-age che contemplerà il suo nome accanto a quello di Castaneda, Alan Watts, Ken Kesey, Ginsberg e altri eroi della controcultura degli anni sessanta.
È pur vero che all’epoca il numero di intellettuali e studiosi che s’interessavano agli effetti di questo genere di sostanze era esiguo e non così difficile, date certe circostanze, ritrovarsi in buona compagnia: la persona che fornirà a Michaux la psilocibina è Roger Heim, illustre botanico e micologo francese, compagno di Gordon Wasson nei viaggi messicani alla ricerca dei funghi magici e stimolo per Albert Hoffman a isolarne la molecola psicoattiva.
Uomo di cultura elevata, insofferente alle norme della vita borghesi, attratto dall’ignoto e dalle forme non istituzionali della spiritualità, Michaux aveva letto Ellis, seguiva in maniera amatoriale le ricerche degli psichiatri francesi sulle sostanze psicoattive ed era cresciuto nel clima delle avanguardie storiche, fortemente orientate a sregolare la percezione alla ricerca di modelli di rappresentazione non convenzionali. Tra il 1956 e il 1966 pubblicò cinque libri dedicati in gran parte alla mescalina (e secondariamente all’hascisc, alla psilocibina, all’LSD), in cui riportò dettagliatamente, per quanto possibile, gli eventi mentali sperimentati in stato di alterazione. Nell’insieme questi testi fanno di Michaux probabilmente il più tenace e prolifico reporter nella storia del consumo individuale e non medico della sostanza.
Eppure, come si può cogliere fin dalle pagine iniziali di “Miserabile miracolo”, il primo dei libri di Michaux dedicati alla psichedelia, la tonalità che accompagna le sue sperimentazioni è di segno quasi opposto rispetto a quella, intrisa di fervore apologetico, di giubilo e adesione incondizionata, tipica dei racconti della gran parte degli psiconauti fino a qui evocati. Se la prima edizione di “Miserabile miracolo” (uscito nel 1956 presso le Éditions du Rocher) venderà meno di 250 copie, ciò è dovuto probabilmente (ipotesi dello stesso Michaux) al “tono violentemente antimescalinico” del saggio. Bisognerà aspettare i libri successivi, e soprattutto che i beatnik ne facciano un vecchio guru della psichedelia, perché un decennio dopo anche “Miserabile miracolo” venda migliaia di copie.
Furono Ginsberg, Corso e Gysin, ancora ventenni o appena trentenni, frequentatori all’epoca del quartiere latino di Parigi e del cosiddetto “Beat Hotel”, che alla fine degli anni cinquanta cercarono un contatto con il letterato francese. Secondo il biografo J.P Martin, Michaux accettò cautamente gli omaggi di Ginsberg, ben capendo l’enorme distanza che li separava nonostante i comuni interessi per gli stati mentali modificati e i viaggi in Asia: tutto politico e movimentista Ginsberg, freddo, solitario e orientato alla dimensione interiore Michaux (“l’Espace du dedans” si intitolerà l’antologia di suoi scritti che pubblicherà nel 1966).
Quella del francese verso la mescalina e le altre sostanze sarà un’attitudine sostanzialmente poetica e scientifica, o meglio poetico-scientifica, e rigorosamente solipsista: nulla in lui del consumo ricreativo e della partecipazione collettiva che caratterizza i movimenti giovanili americani degli anni sessanta. Niente divertimento, niente politica, nessuna connessione empatica. Analisi, studio, sperimentazione attiva, comprensione dei meccanismi psicofisiologici del corpo-mente, lo sforzo di afferrare la materia di cui è fatto il pensiero, di spingersi fino a scoprirne le regioni più remote: queste le stelle polari dello scrittore che l’amico Cioran definirà “un halluciné dans un laboratoire”, e che Alfredo Giuliani, nella sua prefazione a “Un certo Piuma”, descrive molto felicemente come un “naturalista dell’inverosimile”.
Va anche ricordato che quando pubblica “Miserabile miracolo” Michaux è vicino ai sessant’anni e fino a quel momento non ha mostrato particolare interesse per le alterazioni della coscienza. Si veda la professione di sobrietà alla fine dello stesso libro: “Sono piuttosto del genere bevitore d’acqua.” Se qualche precedente esiste – aveva parlato di etere ne “La nuit remue”, e brevemente di oppio in “Ecuador” – si tratta sempre di esperienze isolate, e non particolarmente significative.
Nella presentazione del libro del 1956 il contenuto viene descritto come una “monografia clinica del ‘miracolo‘“. L’esplorazione degli stati non ordinari della coscienza è condotta da Michaux con una pretesa di controllo che è quasi certamente alla base del rapporto burrascoso con le sostanze che caratterizza i suoi scritti.
Blanchot, nel saggio pubblicato sul numero de “Les Cahiers de l’Herne” dedicato a Michaux, poi utilizzato come introduzione alla prima edizione italiana di “Miserabile miracolo” (Feltrinelli, 1967), scrive che “Michaux non è uomo da darsi in mano al nemico, anche se è sempre disposto ad andare a curiosare dalla parte del nemico per capire meglio le sue manovre”. Ci vorranno diverse assunzioni prima che lo scrittore inizi a considerare quel modificatore della mente come qualcosa di diverso da un nemico. Fino a quel momento, per altro non definitivo, quella con la mescalina rimane una fantasmagorica schermaglia, la lotta di chi, cercando di trascendere la percezione comune della realtà, pretende al contempo di conservare una nicchia di lucidità che gli consenta di spiare l’alterazione come dal buco della serratura, e non riuscendoci soffre, si dimena.
“La mescalina ed io, piú che insieme eravamo spesso in lotta. Ero scosso, spezzato, ma non ci stavo.” scrive Michaux. Questa nicchia di autopresenza è molto più facile da conservare con l’hascisc che difatti è descritto nel libro in termini più benigni (“Si può far lavorare l’hascisc”), o con dosi moderate di mescalina. La quarta esperienza, durante la quale Michaux per errore ne assume 600mg, cioè sei volte la dose abituale, preclude allo sperimentatore qualsiasi possibilità di esercitare un controllo, di manovrare le sonde sensibilissime di cui è dotata la sua capacità introspettiva. Restano peraltro forti i dubbi circa la preterintenzionalità dell’assunzione: come ingollare per sbaglio sei fiale al posto di una?
È come se una parte del poeta cercasse esattamente quella perdita completa della guida del proprio io che l’altra parte, invece, aborriva. Un Michaux strattonato tra la paura del vuoto e il desiderio di buttarsi.
Il paradosso di un’alterazione padroneggiata è d’altronde compreso anche nel modo in cui si faceva sperimentalmente uso della sostanza negli anni ’50 in ambiente psichiatrico, modo che Michaux mutua per piegarlo alle proprie esigenze artistiche. Si parlava al tempo di modello “psicotomimetico”: la mescalina per prima (a seguire gli altri psichedelici) veniva considerata come capace di modificare il funzionamento del cervello in una maniera simile alla schizofrenia e ad altre psicosi. Oltre a ricavare un modello dei meccanismi fisiologici coinvolti nella patologia, autosomministrandosi la sostanza il medico avrebbe potuto conoscere dall’interno la follia. D’altronde una qualche utilità clinica sarebbe potuta sussistere a patto che l’effetto simil-psicotico non fosse soltanto subíto, ma in qualche modo anche osservato attivamente.
In seguito all’assunzione “sbagliata”, Michaux si accorge di non potersi analizzare, di coincidere inesorabilmente con se stesso, e la perdita di distanza, di un punto qualsivoglia d’osservazione interiore, “là dove non si è niente altro che il proprio essere”, lo scaraventa nel “momento peggiore”. D’altra parte, come scriverà più avanti, la pazzia consiste esattamente nella totale aderenza al proprio io: “Nella pazzia succede di tutto perché non c’è distacco.”
Il paradigma psicotomimetico verrà per lo più abbandonato dalla ricerca medica che, nei decenni seguenti, cercherà in queste molecole non tanto la possibilità di “mimare” i disturbi mentali quanto di curarli, ma molte tra le pagine più interessanti di Michaux sono fortemente condizionate dall’idea che gli psichedelici siano fondamentalmente “delirogeni”. Questa prospettiva troverà il suo svolgimento più dettagliato e suggestivo in un lungo capitolo del terzo libro dedicato alle sostanze psicoattive, “Conoscenza dagli abissi”, intitolato “Situazioni-abisso”, un vero e proprio manualetto poetico su follia e psichedelia.
All’origine di questa concezione poco pacificata dell’esperienza psichedelica, oltre all’influenza della psichiatria non si può escludere un certo puritanesimo, da cui non andavano esenti d’altronde i maggiori riferimenti letterari ottocenteschi di Michaux (e di molti altri) per quanto riguarda la conoscenza delle droghe, vale a dire De Quincey e Baudelaire.
Sia nelle “Confessioni di un mangiatore d’oppio” che ne “I paradisi artificiali” la fascinazione estetica per gli effetti delle sostanze va di pari passo con il rifiuto moralistico per le “scorciatoie” spirituali e le “facili seduzioni”, per usare un’espressione impiegata dallo stesso Michaux. Il titolo del suo libro, con quella significativa antitesi tra il miracolo e la miseria, non può non ricordare il celebre titolo, anch’esso in qualche modo ossimorico, dell’opera baudelairiana.
C’è inoltre in Michaux una chiara attrazione per il disagio inteso come spazio d’emergenza di verità sconosciute, per il negativo, per la contraddizione come modus poetico: “Quando mi esaminavo bene, sentivo che ciò che mi tratteneva lì, nella fossa di quel senso di persecuzione (da parte di chi, da che cosa?), era la fascinazione di essere minacciato, che non è esente da un certo piacere, una certa acquiescenza verso la sensazione terribile.” scrive a pag. 166 di “Miserabile miracolo”.
Quanto l’indole di Michaux abbia giocato nella dimensione disforica di questo testo si potrebbe forse misurare dal modo in cui una simile riluttanza alla soddisfazione e al godimento appare nei suoi viaggi fisici in giro per il mondo. Nei libri di viaggio, Michaux sembra meno interessato alla scoperta di luoghi e culture altre che alla destabilizzazione della propria, al bisogno di alterare gli schemi conoscitivi abituali per sperimentare uno straniamento o, come scrive lui stesso, una “expatriation”. Libri come “Equador” o “Un barbaro in Asia” sono letteratura di viaggio peculiarissima proprio nella misura in ci offrono l’immagine di un viaggiatore idiosincratico, più che quella dei luoghi visitati: pochissimo contesto, quasi nessuna coordinata temporale e geografica, niente attualità o storia. Si scivola senza soluzione di continuità dall’etnografia alla sfera più intima del diario: un’intimità tuttavia fredda, quasi impersonale, più percettiva che emotivo-sentimentale.
Una delle frasi più memorabili di “Miserabile miracolo” viene scritta alcuni mesi dopo l’ultima assunzione, verso la fine del libro: “Sono io, la mia droga, che essa mi sottrae.” Essa cioè l’altra droga, la mescalina.
Se le alterazioni di cui parla questo libro vengono spesso descritte come una “tortura” o un “supplizio” ciò è dovuto al modo in cui strappano il soggetto al confortevole bozzolo di pensieri e impressioni in cui, nel corso della vita, si è abituato a riconoscersi. L’io come costrutto artificiale, l’identità come impalcatura, devono crollare miseramente per fare spazio al fondo senza fondo di un’identità dis-identificata. Levarsi questa maschera per osservare cosa nasconde è stato d’altronde (ed è ancora) l’obiettivo di molti psiconauti alla ricerca di ciò che oggi si definisce “ego dissolution”.
A differenza dei resoconti di numerosi utilizzatori precedenti e coevi di mescalina, tuttavia, la dissoluzione dell’io non genera in Michaux sentimenti estatici e di fusione oceanica, bensì una frenesia incontrollata, uno stato di attivazione irrequieta, interstiziale, anarchica, spesso traumatica. Il miraggio cinematografico di un mondo esterno trasfigurato è l’ultima delle cose che sembra ricercare l’autore: non saranno gli eventi “di fuori” ad ammaliarlo, ma le vibrazioni, i ritmi, le onde e i movimenti profondi liberati internamente dalla disintegrazione del soggetto sotto la scossa tellurica della psichedelia. Questo atteggiamento trova, per inciso, un riscontro in certi resoconti antropologici: James S. Slotkin, un etnologo che verso la fine degli anni quaranta del novecento studiò l’uso rituale del peyote presso le popolazioni native del Wisconsin (e dalla cui opera attinse anche Huxley), notò che quest’ultime consideravano le visioni esterne come distrazioni da elementi più essenziali dell’esperienza.
Il focus sulla produzione di eventi interiori si riscontra anche nel modo in cui il Set e il Setting, ovvero le condizioni in cui vengono assunte le sostanze, sono quasi del tutto trascurate dall’esposizione di Michaux. Come nei libri di viaggio, sappiamo poco del momento e dei luoghi in cui l’autore si trova: per lo più stanze semibuie a casa propria o di amici. Solo in un caso, con la psilocibina, assumerà la sostanza all’ospedale di Saint-Anne, come fece Sartre anni prima.
Le immagini su cui Michaux preferisce concentrarsi sono quelle generate a occhi chiusi, immagini “eidetiche”: visioni prodotte direttamente dal cervello senza rapporto con stimoli sensoriali o con il vissuto psicologico dello sperimentatore: una sorta di mente senza soggetto, puramente neurologica, a cui soltanto la “spazzolatura cellulare” della mescalina permette di avvicinarsi. Anni dopo lo scrittore e neurologo Oliver Sachs cercherà qualcosa di simile studiando le aure emicraniche: “una fotografia del cervello in azione”.
Rarissime, almeno nei report, anche le interazioni di Michaux con altre persone (con Jean Paulhan, per esempio, mentore dello scrittore e direttore de “La nouvelle revue française”) e per lo più telefoniche, al momento dell’emergenza, quando la lotta contro la molecola sembra volgere alla disfatta e lo scrittore si muove disperatamente alla ricerca di un “controveleno“, un farmaco capace di neutralizzare gli effetti della mescalina.
Se in “Miserabile miracolo” il modello fenomenologico domina nettamente (descrivere gli effetti da una sorta di zona franca, di spazio neutrale), nelle opere successive si farà strada una ventaglio più ampio d’interpretazioni dell’esperienza psichedelica. Michaux riconoscerà (come nell’addendum aggiunto nelle edizioni più tarde del primo saggio) la sua pretesa di un’osservazione distaccata come una forma di arroccamento egotico, o di insubordinazione alla sostanza. Il suo rifiuto di arrendersi completamente alla mescalina determina il carattere problematico di quelle prime fasi. Nei libri successivi gli incontri con la sostanza saranno più articolati, in un certo senso più complessi, più innervati di contenuti esistenziali. Michaux concederà dello spazio al piacere fusionale e perfino, ne “L’infini turbulent”, a una teofania estremamente scenografica. Il misticismo, interesse costante nella storia intellettuale di Michaux, entrerà più nettamente a far parte della paletta psichedelica ancora e sempre tuttavia in una modalità, per così dire, laica. Come fa notare Emanuele Trevi nella sua prefazione a “Conoscenza dagli abissi”: “Michaux impiega l’insegnamento dei mistici in senso strettamente, e puramente, tecnico – come un grande repertorio di procedure e risorse rappresentative.”
Insomma in qualche misura i libri a seguire saranno più vicini alla vulgata, al modo di intendere e sentire queste sostanze da parte della maggior parte delle persone che ne hanno fatto uso, ed è proprio perciò che “Miserabile miracolo” occupa un posto particolarmente eccentrico e originale nella ormai vasta bibliografia psichedelica. Il caparbio sforzo di resistere alla depersonalizzazione, il frustrante e convulso tentativo di dire l’indicibile, di dare un senso al radicalmente insensato, di abitare la propria assenza: in questo consiste, mi sembra, la profondità del libro anche se i risultati, dal punto di vista dello sperimentatore, sono per lo più ingrati.
Corrisponde a questa difficoltà sostanziale la ricerca di uno strumento espressivo adeguato a comunicare il paradosso. Anche la componente più prettamente letteraria dei testi sulla droga di Michaux dipende dalla resistenza che l’esperienza della psichedelia presenta a chi si sforzi di descriverla: la sua sostanziale ineffabilità. È qui che le risorse dello sperimentalismo primo novecentesco accorrono in aiuto dello scrittore, per quanto sempre parziali e insufficienti. Servirebbero, scrive Michaux in apertura del libro, “cinquanta diverse onomatopee, simultanee, contraddittorie e ad ogni mezzo secondo mutevoli” per dire quello che attraversa la testa del mescalinizzato.
Di questo libro bisogna insomma leggere la scrittura, o meglio la “scrizione”, i segni, prima di ciò che è scritto e descritto. Ripetizioni, note a margine, enumerazioni ed elenchi, puntini, trattini e spazi bianchi, neologismi, grafismi, disegni e scarabocchi, queste e altre tecniche sono chiamate in causa nella ricerca di un linguaggio preverbale, una sorta di stenografia capace d’intercettare, alla sua stessa velocità, il pensiero mescalinico. Come i surrealisti inseguivano nella velocità dell’automatismo psichico i movimenti dell’inconscio, la pagina di Michaux sembra inseguire, attraverso espedienti poetici e tipografici, le accelerazioni e le disfunzioni biochimiche del cervello, quel “meccanismo d’infinità” scatenato dalla sostanza nella mente dell’intossicato. I disegni che accompagnano “Miserabile miracolo”, simili a tracce di riflessi nervosi, hanno uno statuto per certi versi vicino a quello delle scannerizzazioni prodotte dalle più moderne tecniche di brain imaging utilizzate dai ricercatori dell’Imperial College londinese o della John Hopkins University di Baltimora per strappare qualche segreto al funzionamento di queste sostanze.
Se tuttavia il testo (quasi sempre composto o rimaneggiato ex-post a differenza di alcuni disegni prodotti in stato di alterazione) si sforza d’imitare il vortice autogenerativo di immagini/suoni/parole prodotto dalla mescalina, Michaux si discosta dagli esiti più estremi dell’avanguardismo novecentesco. Pur forzando la gabbia alfabetica, una qualche misura di compostezza stilistica limita l’esuberanza dello sperimentalismo, coerentemente con la convinzione espressa nella premessa che le difficoltà di restituire a parole gli effetti della sostanza siano comunque “insormontabili”.
Arriveranno momenti di lirismo, di volo estatico. Parole che sembrano parlare da sé, indicare una condizione più alta dello spirito: stati di grazia. Ma la materia da cui si eleveranno gli attimi d’incanto resterà sempre, anche nei libri più tardi, quella greve e contorta della “turbolenza”, del disordine, dell’eccitazione incontrollata e non di rado sofferta da parte di una coscienza assediata.
Parlando del “bad trip” di Sartre sotto mescalina, Colin Wilson nel 1962 scrisse che “Se, come Sartre, fondamentalmente non ci si fida dell’universo, la risposta sarà un urlo. Se, come Huxley, si ha fiducia nell’universo, allora la risposta sarà di meraviglia e di gioia.”. Simile a un continuo, ondivago percorso dal grido alla meraviglia (e poi di nuovo dalla meraviglia al grido), il caso di Michaux ci appare come un tentativo di non tralasciare nulla, di non alterare il ricordo sfuggente dell’alterazione, di essere il più possibile fedele alla complessità dell’esperienza, nel bene e nel male, nell’infimo e nel sublime, nel paradiso e nell’inferno.
Anche sulla soglia del metafisico, una certa esigenza di obiettività scientifica s’impone: “La mediocre condizione umana” ha scritto “bisogna percorrerla da cima a fondo, senza scopo, senza vergogna. Liberarsene dopo, non prima… se si può, se è proprio questo che bisogna fare.”



[…] L’Indiscreto una cavalcata nei primordi della psichedelia vista dal punto di medico e farmacologico, attraverso […]