La psichiatria va messa in discussione



Essere sani di mente vuol dire solo non essere malati o si tratta di qualcosa di più? La malattia mentale è solo uno stato fisiologico anormale oppure è una condizione che ha una componente valutativa? Rispondere è difficile. Ma vale la pena provarci senza pregiudizi.


In copertina un particolare di un’incisione del 15esimo secolo.

Questo articolo è un estratto di “Curare e prendersi cura, per gentile concessione di Aboca editore


di Jacob Stegenga

I critici della psichiatria esistono da sempre. I contenuti delle loro critiche sono cambiati di pari passo ai cambiamenti nella natura stessa della psichiatria, ma alcuni temi generali sono ricorrenti e riemergono in periodi storici diversi. 

Ripercorrendo la storia della psichiatria, è facile essere colti dall’orrore. La trapanazione del cranio veniva praticata già nel 6500 a.C., presumibilmente per liberare ciò che si riteneva fossero spiriti maligni che causavano un comportamento anormale nella persona. Una pratica in voga a inizio Novecento, invece, era l’idroterapia, che in casi estremi vedeva il paziente immerso in acqua gelata o costretto a rimanere nell’acqua per giorni interi. La lobotomia, la cui scoperta meritò un premio Nobel nel 1949, era un intervento chirurgico praticato con grande frequenza che consisteva nel recidere le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo – una procedura che, come si può immaginare, aveva conseguenze devastanti a livello cognitivo ed emozionale. La terapia elettroconvulsivante o elettroshock, introdotta negli anni trenta del Novecento e tuttora praticata, consiste nell’indurre crisi convulsive inviando scosse elettriche nel cervello e viene usata come trattamento per la depressione, il disturbo bipolare e la catatonia. 

Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso diverse posizioni critiche della psichiatria si coalizzarono in un movimento poi conosciuto come “anti-psichiatria”, di cui facevano parte noti psichiatri e filosofi come Thomas Szasz, R.D. Laing e Michel Foucault. Per contro, negli stessi anni in cui emergeva il movimento dell’anti-psichiatria, l’introduzione di nuovi farmaci – fra questi l’antipsicotico clorpromazina e gli antidepressivi iproniazide e imipramina – conferiva nuova credibilità a questa branca della medicina. Nel corso dei decenni successivi, lo sviluppo di farmaci psichiatrici è aumentato notevolmente, tanto che oggi questi vengono prescritti a un numero enorme di persone e rappresentano un trattamento psichiatrico del tutto normalizzato. Per riassumere, dunque, a partire dalla metà del secolo scorso hanno preso piede due posizioni contrapposte: l’anti-psichiatria e quella che possiamo definire semplicemente la pro-psichiatria. 

L’aspetto raccapricciante dei trattamenti psichiatrici usati nella storia è uno degli elementi di quello che possiamo definire l’argomento storico a sostegno dell’anti-psichiatria, che porta alla luce le brutalità inflitte sui pazienti psichiatrici attraverso trattamenti peraltro inefficaci o dannosi. Secondo questa posizione, le diagnosi e gli interventi psichiatrici sono serviti più spesso a controllare i comportamenti devianti che non a curare i pazienti. 

Un argomento correlato a sostegno dell’anti-psichiatria è inoltre che la psichiatria è uno strumento di oppressione, in particolare contro le persone già emarginate, quali le minoranze etniche e le donne. Un caso illustrativo è quello di Elizabeth Packard, una donna che a metà Ottocento venne internata in un ospedale psichiatrico su pressioni del marito, apparentemente perché non condivideva il suo fanatismo religioso. Il suo internamento durò tre anni. In seguito, Packard scrisse diversi libri sulla sua esperienza e fondò la Anti-Insane Asylum Society. Un altro esempio dell’uso oppressivo della psichiatria è la presunta malattia chiamata drapetomania, che nel XIX secolo veniva diagnosticata agli schiavi che cercavano di scappare dai loro padroni. Il primo medico a descrivere questo “disturbo” scrisse che “il sintomo diagnostico, la fuga dal proprio dovere di servizio, è ben noto ai proprietari terrieri e ai sorveglianti” e che se un proprietario sospettava che uno dei suoi schiavi fosse affetto da drapetomania, la migliore misura preventiva era “una violenta dose di frustate”. 

Per citare un esempio più recente, nell’Unione Sovietica spesso i dissidenti politici ricevevano una diagnosi di “intossicazione filosofica” o “schizofrenia a lento progresso” (i cui sintomi includevano pessimismo e conflitto con l’autorità) e venivano internati in ospedali simili a carceri, senza processo. Krusciov, presidente dell’Unione Sovietica negli anni cinquanta, scrisse: “Il crimine è una deviazione dagli standard di comportamento generalmente riconosciuti, spesso causato da disturbi mentali […] A coloro che intendono fondare l’opposizione al comunismo su queste basi, possiamo rispondere che le condizioni di tali persone deviano in maniera evidente dalla normalità”. In altre parole, chi si opponeva allo status quo politico era ritenuto affetto da disturbi mentali e internato in strutture dove sovente veniva sottoposto a trattamenti brutali. 

Una premessa cruciale dell’argomento storico a favore dell’antipsichiatria è che, per alcuni aspetti rilevanti, il presente è simile al passato, nel senso che la psichiatria è ancora oggi usata per controllare comportamenti devianti e non offre molto in termini di vera cura dei pazienti. I fautori della psichiatria negano questa premessa, affermando che gli interventi sono diventati molto meno invasivi e molto più efficaci, che gli internamenti sono sempre più rari e comunque limitati a casi di psicopatia estrema o di pazienti che rappresentano un reale pericolo per se stessi e per gli altri e, infine, che l’affidabilità diagnostica della psichiatria è migliorata. L’anti-psichiatria, a sua volta, respinge queste ragioni. 

Un secondo argomento avanzato dall’anti-psichiatria è che non sono gli individui ad avere disturbi mentali ma è la società nel suo insieme a essere malata. Possiamo definirlo argomento della società malata. L’idea è che molti aspetti della società – l’istruzione, il lavoro, il governo, l’apparato militare, la famiglia, le forze dell’ordine, l’economia – siano disfunzionali. Alcuni individui hanno difficoltà a organizzare le loro funzioni cognitive, emozionali e comportamentali nel contesto di una società malata, la quale a sua volta li ritiene malati di mente. L’argomento però è che a essere malata all’origine sia la società o, nelle parole dello psicologo del Novecento, Erich Fromm: “Una società non sana è una società che crea ostilità reciproca e diffidenza, che trasforma l’uomo in uno strumento d’uso e sfruttamento da parte degli altri, che lo spoglia del senso di sé salvo quando egli si sottometta agli altri o diventi un automa”. Fromm traeva ispirazione dalla citazione del filosofo romano Seneca: “l’arte del vivere è la più difficile”. Una società non sana crea difficoltà nel vivere – nell’adattarsi alle limitazioni imposte dalla famiglia, dalla scuola, dal contesto di lavoro o dal governo. 

Tali problemi nel vivere quotidiano possono manifestarsi come disturbi psichiatrici, ma questi disturbi non sono tanto una proprietà intrinseca dell’individuo quanto una reazione (normale e sana) a un malessere della società. Un esempio di disturbo psichiatrico che alcuni citano a riguardo è il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (attention deficit hyperactivity disorder, ADHD): i critici sostengono che l’ADHD identifichi dei comportamenti molto attivi e socievoli che in realtà sono del tutto normali durante l’infanzia, ma che vengono esacerbati quando i bambini si trovano in aule scolastiche sovraffollate e che tali comportamenti non causano difficoltà al bambino ma semmai al suo insegnante (cosa che, ovviamente, si ripercuote poi sul bambino). 

Si potrebbe obiettare all’argomento della società malata sostenendo che le società non possono essere letteralmente malate. Ricordiamo quanto detto nel capitolo 2 e chiediamoci come una società possa manifestare una condizione che soddisfi almeno una delle teorie generali della malattia. Ribattere in questo modo all’argomento, tuttavia, è forse troppo estremo, dato che una società non deve essere letteralmente malata per creare condizioni alle quali gli individui hanno difficoltà ad adattarsi. 

Nel capitolo 6 abbiamo discusso la nozione di medicalizzazione. I critici della psichiatria contemporanea affermano che molte delle procedure psichiatriche sono medicalizzazioni inutili. Un caso illustrativo è la depressione: alcuni sostengono che molti casi di depressione siano in realtà reazioni affettive normali alle difficoltà dell’esistenza umana – essere tristi quando si perde il lavoro, ad esempio, è perfettamente normale e non necessariamente il sintomo di un disturbo. Non è un caso che così tante persone sembrano depresse: il mondo può essere davvero deprimente. La preoccupazione riguardo alla medicalizzazione, dunque, si associa all’argomento della società malata, benché le due posizioni siano distinte, visto che la medicalizzazione potrebbe avvenire anche in una società sana. 

Oggi esiste un argomento a favore dell’anti-psichiatria più semplice e diretto di quello della società malata, che prende in considerazione le migliori evidenze attualmente disponibili per molti interventi psichiatrici. Come abbiamo visto nel capitolo 10, una delle ragioni del nichilismo medico è che molti interventi hanno effetti quantitativamente minimi – un problema che si dimostra particolarmente rilevante in ambito psichiatrico. In alcune meta-analisi che confrontano gli antidepressivi con i placebo e che hanno accesso sia ai dati pubblicati sia ai dati non pubblicati, i risultati indicano che la capacità degli antidepressivi di alleviare i sintomi della depressione è quasi la stessa dei placebo. Analogamente, dagli studi randomizzati progettati meglio che hanno esaminato l’efficacia del Ritalin per l’ADHD, è risultato che i bambini che assumono Ritalin non hanno benefici a lungo termine rispetto ai bambini che assumono il placebo. Per riassumere, chi esprime questa obiezione alla psichiatria afferma che gli interventi psichiatrici odierni, per quanto meno brutali di quelli somministrati in passato, non sono comunque molto efficaci. Ma allora perché così tanta gente è convinta che gli psicofarmaci siano efficaci? I fautori dell’anti-psichiatria dicono che queste convinzioni erronee sono il risultato di azioni molto precise da parte delle aziende farmaceutiche. Nel capitolo 8 abbiamo visto come il ruolo svolto dall’industria nella scienza medica dia luogo a conflitti d’interessi e, in ultima istanza, alla pubblicazione di risultati scientifici inaffidabili. Secondo questa argomentazione, dunque, molti interventi psichiatrici paiono efficaci senza esserlo, e ciò è dovuto alle pratiche di ricerca sospette svolte dalle aziende che producono gli interventi e alle tattiche di marketing aggressive messe in atto dalle medesime, il tutto forse aiutato dalla credulità dei media e di un pubblico speranzoso. Messa così, questa argomentazione ha un che di teoria cospirativa. Voi che cosa ne 

pensate? È credibile questa argomentazione? 

12.4 I deliri e i criteri di esclusione 

I deliri sono un aspetto strano ma fondamentale di alcuni disturbi psichiatrici. Uno degli obiettivi della filosofia della psichiatria è comprendere che cosa siano e proporre delle teorie sulle loro origini. Ecco la definizione offerta dal DSM-5: “I deliri sono convinzioni fortemente sostenute che non sono passibili di modifica alla luce di evidenze contrastanti. Il loro contenuto può comprendere una varietà di temi (es. delirio di persecuzione, interpretativo, somatico, religioso, di grandezza) […] I deliri sono considerati bizzarri se sono chiaramente non plausibili e non sono comprensibili a pari appartenenti alla stessa cultura e non derivano da esperienze di vita ordinarie”. Il delirio è uno dei sintomi della schizofrenia, della demenza e di altri gravi disturbi psichiatrici. 

La definizione di delirio offerta dal DSM non è soddisfacente per alcune ragioni. Una di queste è che la maggior parte delle persone ha delle convinzioni persistenti che non è disposta a rettificare anche quando la loro falsità è messa in chiara evidenza, un fatto confermato da una grande quantità di studi psicologici. Quando si tratta delle proprie credenze, l’essere umano è testardo. Come ha illustrato lo storico e filosofo della scienza Thomas Kuhn (nel suo famoso libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche), anche gli scienziati più stimati si aggrappano alle loro convinzioni scientifiche nonostante esse siano confutate dalle prove. Da questo punto di vista, dunque, un delirio è proprio come un’opinione in cui si crede testardamente, anche quando questa opinione è una convinzione scientifica. Di fronte a questa considerazione, ci si potrebbe arrendere e ammettere che non ci sia differenza in natura fra il delirio psichiatrico e una semplice credenza che rimane immutata anche di fronte a prove che la contraddicono, tuttavia la qualità del delirio psichiatrico, almeno da come viene percepito da terzi, è così estrema che tutto ciò non sembra plausibile. 

Una questione inerente è come si raffronta la definizione di delirio del DSM alle credenze religiose. In un primo momento, sembrerebbe logico dire che le credenze religiose siano “convinzioni fortemente sostenute che non sono passibili di modifica alla luce di evidenze contrastanti” e che quindi corrispondano a questa definizione del delirio. Se fosse così questa posizione risulterebbe screditata, visto che la maggioranza delle persone soffrirebbe degli stessi disturbi deliranti di cui sono affetti i pazienti psicotici. Il DSM cerca di risolvere la questione affermando che i deliri bizzarri devono essere “chiaramente non plausibili” e “non comprensibili a pari appartenenti alla stessa cultura”, ma così facendo pone il problema a un altro livello. Molte persone, d’altronde, non trovano plausibili le credenze religiose, ad esempio la fede in un dio che ci ama, onnipotente e onnisciente. 

In difesa di questa definizione del delirio si potrebbe argomentare che le credenze religiose sono comprensibili ai pari appartenenti alla stessa cultura e quindi non sono deliri. Il problema qui è che cosa s’intende per pari appartenenti alla stessa cultura. Se circoscriviamo la cultura in modo ampio (diciamo, la cultura euro-americana), allora molte credenze religiose non saranno comprensibili ai pari appartenenti alla stessa cultura (ad esempio Joe, un ateo, non comprende le convinzioni religiose del suo vicino Sam, un mormone). Se invece ci è permesso circoscrivere la cultura in modo molto più ristretto (diciamo, la cultura dei mormoni, cioè di chi crede alle dottrine della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni), allora ovviamente le credenze religiose saranno comprensibili ai pari appartenenti alla stessa cultura, ma sorge tuttavia un problema diverso: il confine di una cultura può essere tracciato in modo così ristretto da includere tutte le persone, e solo loro, che condividono una certa convinzione delirante (diciamo, tutte le persone che credono che il governo stia controllando le loro menti con tecnologie stravaganti), e dato che questa credenza sarà chiaramente comprensibile agli appartenenti alla stessa cultura, nessuna credenza delirante potrà essere ritenuta tale. 

Una possibile risposta a tale questione è affermare che tutte le credenze sono della stessa natura, ma che alcune hanno un buon riscontro nella realtà e altre no. In altre parole, che esiste uno spettro di giustificazione delle credenze. I deliri si posizionerebbero all’estremo dell’ingiustificabilità; le credenze religiose e persistenti, seppur empiricamente ingiustificate, si collocherebbero più verso la metà dello spettro; molte convinzioni banali, come ad esempio sul tempo che farà oggi o sul nome della propria madre, si posizionerebbero all’altro opposto dello spettro, insieme a molte convinzioni scientifiche. Tutto ciò risolverebbe i problemi citati, ma è piuttosto controintuitivo: le credenze deliranti osservate nei pazienti psichiatrici sembrano essere di natura diversa, diciamo, da qualsiasi altra convinzione riguardo al mondo che non ha grande riscontro nella realtà. Un altro dibattito interessante riguarda l’origine del delirio. Le due ipotesi principali dell’origine del delirio sono quella psicodinamica e quella patofisiologica. Le teorie psicodinamiche sostengono che i deliri siano una specie di meccanismo di difesa. Ad esempio, se un individuo continua a non ottenere risultati al lavoro, magari inizia a pensare che il suo capo ce l’abbia con lui. Le teorie patofisiologiche, invece, sostengono che i deliri siano manifestazioni di un’alterazione fisiologica e funzionale – normalmente, un funzionamento cognitivo anormale dovuto a un danno neurologico. 

Per distinguere queste teorie, usiamo come caso illustrativo la “sindrome di Capgras”, cioè la condizione in cui un individuo è convinto che persone a lui vicine siano state sostituite da impostori o sosia. Un fautore dell’ipotesi psicodinamica cercherebbe una spiegazione per la sindrome indagando il ruolo funzionale che il delirio svolge nella vita del paziente. Ad esempio, una figlia sessualmente abusata dal padre potrebbe credere che il padre sia stato sostituito da un estraneo e che, dunque, è l’estraneo a farle così male. Per contro, un approccio patofisiologico guarderebbe alla conoscenza delle basi neurologiche e cognitive del delirio, cercando alterazioni della memoria o anormalità nell’attività neuronale del lobo frontale. 

Una questione diversa ma altrettanto problematica in psichiatria è espressa nella critica che, in molti casi, i disturbi psichiatrici non sono altro che reazioni normali alle difficoltà della vita. Come abbiamo visto nel capitolo 6 e nel §12.2, l’idea è che, a volte, sia molto più ragionevole attribuire la presenza di particolari sintomi alle condizioni o difficoltà di vita dell’individuo che non al fatto che egli sia affetto da un disturbo. Per dire, se sono particolarmente irrequieto e non riesco a stare fermo, è perché bevo troppo caffè, non perché soffro di un disturbo d’ansia. 

Nel DSM-IV si era evidenziata un’apertura a questa tesi, con l’introduzione del cosiddetto “criterio di esclusione del lutto” per la diagnosi di depressione maggiore: se un individuo presentava segni e sintomi che corrispondevano ai criteri diagnostici, doveva ricevere una diagnosi di disturbo depressivo maggiore a meno che avesse subito un lutto importante negli ultimi due mesi. L’idea è che, se una persona subisce una perdita traumatica, può esibire sintomi di depressione ma in realtà non essere depressa, perché dopo tutto è normale essere affetti da alcuni di quei sintomi quando si è in lutto. In linea di principio ci potrebbero essere molti altri criteri di esclusione di questo tipo (ad esempio la perdita del posto di lavoro, che può procurare sintomi simili); inoltre, esistono numerosi criteri di esclusione tecnici per gran parte dei disturbi psichiatrici. Quello del lutto, però, era l’esempio più importante di criterio di esclusione inerente a una difficoltà della vita. 

Nell’edizione successiva, il DSM-5, questo criterio è stato depennato. A tutt’oggi, dunque, il DSM afferma che un individuo che mostra segni e sintomi di depressione va ritenuto affetto dal disturbo, anche se tre settimane prima ha perso la moglie o il marito. I critici sostengono che questa omissione abbia l’unico risultato di medicalizzare delle condizioni difficili ma normali della vita di tutti, come appunto perdere una persona vicina. Anzi, una delle obiezioni principali mosse alla psichiatria è proprio che dovrebbe introdurre molti più criteri di esclusione, non toglierli. Viceversa, la tesi opposta è che il lutto in sé non “immunizza” una persona dalla depressione e, anzi, vivere una tragedia o perdere una persona cara può essere proprio all’origine di un disturbo depressivo maggiore. Per di più, c’è qualcosa di strano nell’escludere una diagnosi solo in ragione che un evento nella vita della persona può giustificare la presenza dei presunti sintomi. 

Per fare un esempio estremo, supponiamo che io vada in bicicletta senza portare il casco e abbia un incidente in cui mi fratturo il cranio. Sarebbe strano dire che non ho un trauma alla testa solo perché i miei presunti sintomi possono essere spiegati dal fatto che ho preso un rischio andando in bicicletta e ho avuto un incidente. La premessa cruciale dei sostenitori dei criteri di esclusione sembra essere che i presunti sintomi dovrebbero essere spiegati o come reazioni a una difficoltà della vita oppure dalla presenza del disturbo. Chi la pensa diversamente sostiene invece che questa sia una falsa dicotomia, proprio perché una difficoltà della vita può essere il fattore che fa insorgere una patologia. Tuttavia c’è qualcosa di persuasivo nella nozione che molti presunti sintomi psichiatrici sono in realtà risposte normali a traumi e difficoltà, e non indicano necessariamente uno stato morboso. 

 


jacob stegenga è autore di “Curare e prendersi cura” edito in italia da aboca.

 

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10 comments on “La psichiatria va messa in discussione

  1. Credo sia necessario se ne parli sempre di più di questo gravissimo problema rappresentato dal potere psichiatrico, una pseudoscienza in grado di distruggere chi ha meno potere economico e sociale producendo danni irreversibili.
    Un comportamento non può esser inquadrato in una diagnosi e nessuno merita di venir condannato senza possibilità di difesa da una branca della medicina che imprigiona e che fa tutto tranne che curare.
    Spero se ne parli in ogni luogo: nelle scuole, nelle università, nei luoghi più frequentati da persone di ogni estrazione sociale.
    La psichiatria va completamente abolita, è un crimine contro l’umanità.

  2. Credo che il problema maggiore in psichiatria resti la diagnosi, difficile a volte da individuare. La critica alla brutalità dei trattamenti cosiddetti antichi ( pre scoperta degli antipsicotici ) lascia il tempo che trova. A quei tempi non vi erano, appunto ne farmaci ne persone preparate ad interagire a livello relazionale come oggi con la psicoterapia o la psicosi azione, per esempio. I farmaci non esistevano e si era chiamati ad alleviare il dolore che i pazienti portavano addosso, con quello che la scienza, in quel momento, aveva a disposizione. Sull’ elettroshock usato in tempi odierni ho dei seri dubbi, mi si dica dove perché da quanto ne so ( lavoro da quasi 30 anni nella salute mentale) è fuorilegge, gli unici apparecchi che vedo sono quelli esposti nei musei dei vecchi manicomi e comunque sarebbe interessante sapere come venissero curate in quegli anni altre malattie, quando la scienza non aveva fatto grandi scoperte. Se il disturbo mentale è causato dalla società, dalla famiglia, ecc… perché le regole e lo stile di vita toccano la sensibilità dei più deboli o di quelle persone che mal tollerano tali misure, sarebbe interessante che venissero fornite spiegazioni, esempi, terapie alternative con dati alla mano sull’ efficacia. Sempre aperta a dibattiti costruttivi. Grazie per l’ articolo, appunto, molto discutibile.

  3. Sandra

    Sono i farmaci ad indurre sintomatologie che vengono ritenute patologiche e non il contrario. La lobby delle case farmaceutiche deve essere messa in crisi da una presa di coscienza collettiva…che ha purtroppo creato le categorie dei malati con la complicità spesso tacita del mondo che ruota intorno alle patologie create…e che sono funzionali a figure professionali e apparati repressivi…del disagio creato da una società malata…

  4. Simona Monteduro

    Sono d’accordo. Ormai danno psicofarmaci a chiunque. Io credo che ogni essere umano abbia delle reazioni in relazione a delle azioni. Causa ed effetto. Bisognerebbe fare molta luce sui traumi e sul passato. Genitori ecc ecc. Io per ex ho parecchi disturbi ma c’è da dire che ho un padre epilettico, che grida e ha scatti d’ira da sempre, una madre depressa , instabile , un po narcisista. Non sono mai stata bene a casa mia. Se di conseguenza io ho distrurbi d’ansia, di distimia, scatti d’ira ecc ecc bisogna anche guardare il contesto in cui sono cresciuta. Vabbe. Gli psichiatri da sempre non hanno fatto altro che inculcarmi psicofarmaci. Mi sono trovata peggio di prima. A lottare non solo coi miei problemi ma a lottare anche con la dipendenza dai farmaci. La società è malata si. È vero. Ma se lo è è perché chi ci vive non presta amore alle persone che vivono dei disagi. I disagi vanno curati. La psicoterapia serve. Non gli psicofarmaci. Se avessi avuto qualcuno con cui parlare forse a quest’ora sarei stata un’altra persona. Mi hanno solo anestetizzata. Zitta. E muta. Solo io so che cosa ho passato. Se ora chiami il centro igiene mentale per dire che hai bisogno di fare psicoterapia ti dicono che non sei tu a scegliere. Devi prima passare dallo psichiatra. C’è ne sono 4 a disposizione. E solo uno psicologo. Poi sarà lui, e cioè lo psichiatra a valutare se sia il caso oppure no di ricorrere allo psicologo. Altrimenti si resta da lui. Dallo psichiatra. La tortura è rimasta uguale. Quella che era in principio rimane tutt’ora. Motivo per cui io abolirei la psichiatria.

  5. Francesca Terramoccia

    Concordo in toto ed aggiungo secondo il mio personale parere gli psicofarmaci inducono in comportamenti psichiatrici…E non il contrario…Si tratta solo di disturbi temporanei e fisiologici prima di assumere gli psicofarmaci…Poi diventano patologoci…Basti pensare che dietro ad ogni omicidio e suicidio ci sia sempre un fattore di assunzione di psicofarmaci, droga o alcool…
    Meditiamo e reagiamo di fronte a questa imposizione della psichiatria e correlate case farmaceutiche!
    Dott.ssa Terramoccia Francesca

    • Simona Monteduro

      Sono d’accordo. Ormai danno psicofarmaci a chiunque. Io credo che ogni essere umano abbia delle reazioni in relazione a delle azioni. Causa ed effetto. Bisognerebbe fare molta luce sui traumi e sul passato. Genitori ecc ecc. Io per ex ho parecchi disturbi ma c’è da dire che ho un padre epilettico, che grida e ga scatti d’ira da sempre, una madre depressa , instabile , un po narcisista. Non sono mai stata bene a casa mia. Se di conseguenza io ho distrurbi d’ansia, di distimia, scatti d’ira ecc ecc bisogna anche guardare il contesto in cui sono cresciuta. Vabbe. Gli psichiatri da sempre non hanno fatto altro che inculcarmi psicofarmaci. Mi sono trovata peggio di prima. A lottare non solo coi miei problemi ma a lottare anche con la dipendenza dai farmaci. La società è malata si. È vero. Ma se lo è è perché chi ci vive non presta amore alle persone che vivono dei disagi. I disagi vanno curati. La psicoterapia serve. Non gli psicofarmaci. Se avessi avuto qualcuno con cui parlare forse a quest’ora sarei stata un’altra persona. Mi hanno solo anestetizzata. Zitta. E muta. Solo io so che cosa ho passato. Se ora chiami il centro igiene mentale per dire che hai bisogno di fare psicoterapia ti dicono che non sei tu a scegliere. Devi prima passare dallo psichiatra. C’è ne sono 4 a disposizione. E solo uno psicologo. Poi sarà lui, e cioè lo psichiatra a valutare se sia il caso oppure non di ricorrere allo psicologo. Altrimenti si resta da lui. Dallo psichiatra. La tortura è rimasta uguale. Quella che era in principio rimane tutt’ora. Motivo per cui io abolirei la psichiatria.

    • Emanuela Mannino

      Buongiorno Dott.ssa, le scrivo perché il suo commento mi ha colpito molto in due frasi. La prima è la sua personale considerazione in cui afferma che gli psicofarmaci inducono in comportamenti psichiatrici e non viceversa. In questa sua frase ho trovato una definizione a ciò che per mesi non ho saputo spiegarmi in seguito all’assunzione di un psicofarmaco per curare la depressione. Di conseguenza, anche la frase conclusiva ha trovato il mio appoggio. Sono settimane che sono in cerca di una risposta, non tanto perché credo che ci sia veramente una correlazione spinta dalle case farmaceutiche e l’osservazione della psichiatria, ma perché mi chiedo se veramente la cura di una forte depressione necessiti come primo intervento l’utilizzo di farmaci.
      Dal suo commento mi sembra di capire che non sia obbligatoriamente così.. se avesse piacere nel rispondermi, trovandomi d’accordo con lei con il suo intervento, magari darebbe modo anche a me di vedere la situazione in un altro modo.
      Non sono medico, ne studente, semplicemente “un paziente”.

    • SEMPRE dietro ad ogni início c’è assunzione di psicofarmaci??? Ne è proprio sicura???

  6. Giovanni

    Interessante e complesso che mette in risalto l’individuo e i suoi disagi durante il percorso della sua vita e mi sembra che la scienza della psichiatria sia finalizzata ad omologare l’uomo verso le varie istituzioni che compongono la società, nonodtante che le sue necessità di vita sono cambiate.

  7. Aldo Francesco Dalla Fiora

    È interessante, sia il percorso storico obbligato e puntuale, sebbene, solo citando Jung e la sua esperienza al Burgozli, si potrebbero integrare visioni storiche cliniche piú allargate. Credo che il fattore del “curare” in senso psichiatrico oggi, non possa esimere l’integrazione di una “coscienza collettiva depressionale”, che accetta un “virus” come, soluzione fatale che esorcizza la morte, abortendo la trasformazione e il cambiamento di uno stato coscienziale esaurito della sua funzione evolutiva e creativa umana. Sia questo stato, indotto o condizionato da “fattori esterni”.

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