La rabbia e il genere

Esprimere rabbia è un privilegio e come tale è appannaggio solo di alcune categorie. Tendiamo a considerare la rabbia espressa sul lavoro da un uomo (bianco) molto più giustificabile di quella manifestata da una donna, ancor meno se questa fosse appartenente ad una minoranza.


 in copertina, Gustave Moreau, Salomé

di Alessia Dulbecco

Lo scorso luglio, in un intervento alla Camera dei Deputati in cui si discuteva della necessità o meno di prolungare lo stato di emergenza dovuto alla pandemia, l’Onorevole Giorgia Meloni, a capo di Fratelli d’Italia, ha pronunciato un discorso dai toni molto accesi. Niente di nuovo, potremmo dire: sappiamo, infatti, che i leader sovranisti usano spesso toni forti, teatrali e retorici per innescare nelle masse una reazione più emotiva che razionale.

Il discorso di Meloni non è sfuggito alla rete che subito ha prodotto innumerevoli meme, condivisi anche dalla stessa leader sul suo account Facebook. Al centro delle immagini la sua reazione rabbiosa. Già, perché secondo il parere di molti la reazione di Meloni è stata esagerata. Lo ammetterà anche lei stessa in un post sui social. Eppure, siamo abituati ad ascoltare parole forti, soprattutto nel nostro Parlamento che negli anni ci ha abituato anche alle risse, agli sputi e alle sedute sospese proprio per problemi di comportamento tra i/le deputati/e. Allora, che cosa ha scatenato la rete?

I produttori dei meme si sono concentrati sulla faccia della leader, che la rabbia ha trasfigurato in una sorta di maschera. Non a caso, i meme più condivisi sono stati quelli in cui Meloni – in quella posa, con quel viso – è stata photoshoppata al posto del cantante dei Megadeth, “sdoppiata” su entrambe le gemelle di Shining o nelle locandine di Hulk e dei film con Bruce Lee. È la rabbia espressa dall’Onorevole, quindi, al centro dell’interesse dei social.

Si tratta di un’emozione universale poiché – come gioia, tristezza, disgusto, sorpresa e paura – viene sperimentata a qualsiasi latitudine e comunicata con la stessa mimica facciale e posturale. Se stiamo parlando di un’emozione così trasversale, viene da chiedersi perché la reazione di Giorgia Meloni abbia destato tanta attenzione. Per capire, forse, dobbiamo impiegare una lente di genere. Per quanto la rabbia sia un’emozione comune a chiunque infatti, la sua espressione cambia a seconda che a esternarla siano gli uomini o le donne. Ci sono tre elementi che dobbiamo considerare quando si parla di rabbia: il processo interiore, che attiva reazioni fisiologiche e stati emotivi, il contesto (ovvero che cosa la scatena e verso chi è rivolta) e le costruzioni sociali. Come sottolinea Soraya Chemaly, «anche se la rabbia è vissuta interiormente, viene mediata all’esterno in senso culturale dalle aspettative degli altri e dai divieti sociali». Sulla dimensione fisiologica – universale e innata – si innesta dunque un apparato culturale fatto di schemi di comportamento, relazioni, privilegi, che definisce il modo in cui possiamo esprimere questa emozione. Se nella sua accezione positiva tale sentimento è stato associato generalmente ai maschi (in particolare quelli bianchi), la rabbia femminile è stata a lungo considerata una condotta da punire. Le indagini compiute attraverso le cartelle mediche recuperate alla chiusura degli ospedali psichiatrici hanno messo in luce come l’esser “poco sottomessa”, “ribelle”, “incontrollabile” o “irosa” fosse un buon motivo per rinchiudere le donne dentro l’istituzione manicomiale. Ancora oggi, come ricorda Chesler Phyllis, i numeri delle donne che cercano aiuto in ambito psicoterapeutico o vengono ricoverate in ospedale perché “nevrotiche” o “psicotiche” sono alti. 

La rabbia, in quanto emozione “negativa”, potenzialmente pericolosa, non è ammissibile per tutti allo stesso modo: ce lo dice chiaramente Chemaly quando afferma che «le aspettative di genere, spesso sovrapposte a quelle etniche, determinano fino a che punto possiamo utilizzare efficacemente la rabbia sia nel contesto personale che nella partecipazione alla vita sociale e politica». Tali aspettative vengono tramandate attraverso l’educazione. Gli studi sulle modalità attraverso cui si attua la socializzazione di genere costituiscono un ambito di ricerca e di riflessione molto interessante per capire quanto l’accettazione della rabbia cambi a seconda del genere di appartenenza. Un aspetto essenziale da considerare sono i pregiudizi, spesso del tutto inconsapevoli, che i genitori manifestano nel tentativo di comprendere comportamenti ed emozioni dei bambini e bambine.

È divenuto celebre l’esperimento del 1976 in cui gli studiosi Will, Self e Datan hanno deliberatamente occultato il genere di un/a bambino/a allo scopo di osservare le reazioni degli adulti. È emerso come i pareri dei genitori cambiassero a seconda che ritenessero di avere a che fare con un bambino o una bambina. Se si agitava, infatti, veniva considerato “arrabbiato” da chi riteneva di aver davanti un maschio, oppure “triste” o “impaurita” da parte di chi pensava di avere a che fare con una femmina. Se gli adulti sono mossi da questo pregiudizio di fondo, è facile capire perché l’educazione alle emozioni coinvolga in modo diverso bambine e bambini. Grazie alle ricerche (in particolare quella di Anzar e Tenenbaum, del 2014) sappiamo che i genitori tendono a parlare di emozioni molto più facilmente con le figlie, ad eccezione della rabbia e dei sentimenti negativi.

Escludere queste emozioni dal discorso è un atto che ha ripercussioni sia sul versante privato che collettivo. Da un punto di vista personale, non educare le bambine alla rabbia significa che, per loro, sarà più difficile trovare le parole per riconoscerla e, quindi, comunicarla. Le ricadute però non si fermano qui: la rabbia femminile è associata ad altri aspetti identitari che vengono svalutati quando la persona la esprime. Le bambine arrabbiate vengono definite “brutte”, ostracizzate (“se ti comporti da arrogante nessun maschio vorrà mai sposarti!”) e ridicolizzate, perché non degne di attenzione o riconoscimento. È facile intuire quindi come la possibilità o meno di esprimere questa emozione coinvolga anche il piano dell’autostima: la rabbia è ciò che, più di tutti i sentimenti umani, stride con la femminilità, il “faro” che dovrebbe guidare la condotta di ogni donna.

Lucas Cranach il Vecchio, Giuditta con la testa di Oloferne

L’educazione alla femminilità è un discorso che non si limita solo all’aspetto esteriore, ma ha a che fare anche con l’accondiscendenza. Le bambine sono educate fin dalla più tenera età ad auto-oggettificarsi e ad applicare meccanismi di auto-sorveglianza. Come spiega Guerra nel suo recente “Il corpo elettrico”, si calcola che ogni donna, mediamente, effettui l’habitual body monitoring ogni trenta secondi. Si tratta di un meccanismo attraverso cui il proprio corpo viene minuziosamente scansionato virtualmente allo scopo di apparire sempre impeccabili, anche se non vi è nessuno a guardare. Quest’“abilità” viene acquisita dalle donne poco per volta, introiettata attraverso la continua pioggia di giudizi riguardanti la loro fisicità a cui si associano inferenze circa il carattere più o meno mansueto, l’appetito sessuale, le qualità morali etc. Questo processo non solo limita le risorse mentali delle donne ma ha delle ricadute sulla loro salute. La tendenza a valutarsi costantemente e giudicarsi in contrapposizione ai corpi delle altre è associata a livelli più alti di rabbia repressa.

Come sottolinea Chemaly «le donne che si auto-oggettificano hanno più difficoltà a riconoscere i loro stessi cambiamenti corporei. Quando la rabbia fa aumentare i battiti o le contrazioni muscolari, ad esempio, perdono la capacità di prendere atto di tali modifiche (…). L’auto-oggettificazione, pertanto, riduce sia la consapevolezza della rabbia sia la capacità di rispondere con rabbia». La rabbia inespressa o non compresa, però, è molto dannosa. Il fatto che una donna si trovi a ruminare sul proprio fisico, sulla propria desiderabilità e sul proprio valore personale molto più di un uomo aumenta il rischio di depressione che, come scrive Chemaly, è un disturbo che colpisce sette volte di più il genere femminile rispetto a quello maschile. In altre parole, continua l’autrice, «le norme di femminilità incoraggiano comportamenti che sfociano in un più alto rischio di sofferenza mentale e in sentimenti di impotenza, inadeguatezza e vergogna».

Imparare ad autosorvegliarsi, a vergognarsi e a stare in silenzio conduce le donne in una posizione di subalternità che la società patriarcale ritaglia per loro. Da un punto di vista sociale, infatti, c’è uno squilibrio tra la posizione maschile e quella femminile. Per quanto sia ormai conclamata la possibilità per entrambi i generi di lavorare e vivere fuori dalle mura domestiche, sappiamo che il lavoro di cura ricade essenzialmente (ancora) sulle donne. Ne abbiamo avuto la riprova proprio durante il primo lockdown, quando moltissime donne hanno sacrificato il proprio lavoro – spesso part-time o precario – per poter stare dietro ai figli, ai parenti anziani e ai nuovi ritmi imposti dalle chiusure anticipate e dal reperimento dei beni di prima necessità. 

Lucas Cranach, Salomé

Di nuovo, entra in gioco l’educazione: a occuparsi della casa, di possibili bambini, a cucinare e ad essere sempre impeccabili si impara attraverso il gioco, in particolare con i giocattoli tradizionali che rinforzano questo tipo di socializzazione. Alle bambine, quindi, insegniamo a sviluppare un atteggiamento di cura che non si ponga in contrasto con le ambizioni maschili orientate al successo e al guadagno. Mentre, per questi ultimi, il valore passa attraverso la riconoscibilità all’esterno, le donne sono fin da subito orientate a definirsi in termini relazionali, trovando il proprio posto nell’ambito dell’intimità.

Questa ripartizione affonda le sue radici nel “mito delle sfere separate”, struttura fondante del sessismo benevolo, che, come ricorda Chemaly «si basa su una netta contrapposizione tra uomini e donne in termini di ruoli e responsabilità, capacità e interessi naturali». Secondo questa interpretazione le donne possiedono un potere nella sfera privata (la genitorialità, la gestione della casa…) mentre gli uomini lo esercitano all’esterno, in quella pubblica. Teoricamente, i due mondi sono uguali, solo separati per settori di competenze. In pratica, è facile capire che si tratta di una falsa equivalenza, pericolosa soprattutto per chi decide di “superare il confine” e ambire alla sfera a cui non si è state assegnate per motivi “naturali”.

La non partecipazione alla vita pubblica condanna il genere femminile a un silenzio (più o meno autoimposto) e a un’inesistente visibilità. Tutto ciò si traduce in una maggior discriminazione subita, in una vita precaria e spesso economicamente dipendente, in un pressoché totale assorbimento nei compiti domestici.  Il ruolo delle donne è confinato all’ambito della cura, anche quando esso si esprime all’esterno: non è un caso che le professioni di insegnante, oss, badante, infermiere siano a connotazione prevalentemente femminile. E non è neppure un caso che siano professioni non particolarmente ammirate e poco remunerate. Secondo la scrittrice e attivista Gloria Steinem, sono lavori sottovalutati proprio perché svolti dalle donne.

Basti pensare a quanto sia cambiato il prestigio della professione di docente nel corso del tempo. Agli inizi del ‘900, essere insegnate era un lavoro prestigioso: nei paesi, il prete, l’insegnante e il medico erano le figure a cui ogni abitante si rivolgeva con rispetto e deferenza. Quando alle donne è stata data la possibilità di accedere all’insegnamento, moltissime si sono orientate verso questa mansione, considerata – soprattutto per quanto concerne l’asilo e la scuola elementare – una sorta di naturale “prolungamento” delle loro funzioni domestiche. Nel momento in cui le donne hanno cominciato a occupare questo posto, la professione dell’insegnante si è impoverita in termini economici e gli uomini hanno preferito ambire ad altri settori e “alzare l’asticella”, rivolgendosi ad esempio all’insegnamento universitario. Attualmente, gli uomini dominano determinati settori occupazionali (e gerarchie sociali) proprio perché possono non occuparsi di altro, primo tra tutti il lavoro di cura.

Eppure, il lavoro di cura, che sia esercitato in famiglia o professionale, è faticoso e difficile, tanto che uno studio apparso sul Journal of Korean Academy of Nursing, nel 2006 ha messo in evidenza come i professionisti sanitari siano profondamente a rischio di stress, depressione e rabbia inespressa. Un infermiere su quattro lascia il proprio incarico a causa del burnout, un esaurimento emotivo che caratterizza proprio le professioni di cura.

Attualmente, le donne si concentrano in quelle attività professionali in cui apparire allegre, accondiscendenti, pazienti, disponibili sono considerati requisiti essenziali. Svolgono quei lavori, cioè, che consentono loro di esprimere le qualità di cui dovrebbero essere dotate anche nella sfera privata. Negli anni ’80 la sociologa Arlie Hochschild ha coniato il concetto di lavoro emozionale per descrivere tutto ciò. Secondo l’autrice, le attività che rientrano nella definizione di lavoro emozionale sono caratterizzate dai sentimenti. La popolazione femminile impiegata ai front office di aziende, come segretaria, nelle scuole, negli ospedali, come assistenti di volo sono pagate per mostrare un certo tipo di emozioni (quelle buone) di cui si presume che esse siano dotate da sempre e per sempre. Anche sul lavoro, quindi, devono apparire costantemente gentili, disponibili e mettere a proprio agio i clienti.

Certo, si potrebbe obiettare che in tutti i lavori, a prescindere dal genere di chi li sta svolgendo, è necessario mostrarsi garbati e non rabbiosi. A nessuno fa piacere essere serviti da un commesso scontroso, eppure il giudizio nei confronti di chi esprime rabbia è profondamente connesso ad alcune variabili, prime tre tutte genere ed etnia. Il connubio tra rabbia e componente etnica si è reso ben visibile in occasione delle recenti proteste ad opera degli afroamericani. Il loro grido “black lives matter” è stato giudicato fuori luogo da donne e uomini bianchi, soprattutto quando le loro rimostranze si accompagnavano a momenti di scontro con la polizia. Esprimere rabbia è un privilegio e come tale è appannaggio solo di alcune categorie. Tendiamo a considerare la rabbia espressa sul lavoro da un uomo (bianco) molto più giustificabile di quella manifestata da una donna, ancor meno se questa fosse appartenente ad una minoranza. Sulla rabbia espressa dalla popolazione femminile facciamo inferenze (“è nervosa perché ha le sue cose”) ben diverse da quelle pronunciate quando ad esprimerla è un uomo (“chissà che cosa gli hanno fatto per scatenare questa furia!”). Le donne che esprimono rabbia e sentimenti negativi sono considerate sgradevoli, così come quelle poco inclini alla cura o a dimostrarsi “materne” verso il prossimo. 

La società ha insegnato alle donne a riconoscere il proprio valore solo in relazione all’essere utili per gli altri. In questo senso, è facile capire perché le loro emozioni spiacevoli non trovino ascolto. Se la funzione femminile si esaurisce nell’accogliere e modulare gli stati d’animo altrui, i propri saranno annullati per svolgere al meglio questa funzione. Come ho cercato di mettere in luce, il mancato riconoscimento delle emozioni  negative femminili ha ricadute sia sul piano sanitario (la rabbia inespressa aumenta il rischio di malattie cardiocircolatorie) che su quello sociale (come dice Chimaly «più un lavoro è femminilizzato meno siamo disposti a pagare chi lo svolge»). L’ostilità nei confronti delle emozioni delle donne è una discriminazione le cui radici sono strettamente ancorate alla cultura patriarcale e sessista. La nostra rabbia, però, è autentica e sostenuta proprio dalle diseguaglianze che questo tipo di cultura contribuisce a rafforzare. Dal punto di vista lavorativo, guadagniamo meno, siamo più spesso precarie e costrette a sobbarcarci un carico mentale impari. Citando ancora Chemaly «il rapporto tra donna, dignità e diritti è molto più debole di quello esistente tra uomo, proprietà e libertà di parola». Escludere il genere femminile dal discorso attorno alla rabbia è un atto di potere che deve essere riconosciuto e contrastato.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

4 comments on “La rabbia e il genere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *