Che ruolo ha oggi la spiritualità nella letteratura? Sei scrittori italiani – Francesca Matteoni, Giulio Mozzi, Paolo Pecere, Vanni Santoni e Alessandro Zaccuri – ne discutono in un dialogo curato da Alessandro Raveggi. Tra richiami alla tradizione, ricerca mistica e nuove visioni del sacro, il confronto si muove tra narrativa, filosofia e alterità.
In copertina: Titina Maselli Alberi nella notte, 1979, Asta PAnanti in corso
Presentiamo oggi un dialogo tra sei scrittori, uscito originariamente sul 5° Numero della rivista NuBE (Nuova Biblioteca Europea), nel quadro “di una riflessione generale sul tema della spiritualità, del dialogo tra fedi oggi di nuovo apparentemente in conflitto, e della stessa possibilità di una esperienza religiosa all’interno della letteratura contemporanea globale, in modo comparato e transculturale.” “La letteratura italiana in questo è un caso particolare,” scrive Raveggi nell’introduzione al dialogo, “rispetto a quella più in generale europea: si pensi in particolare alla Francia, che possiede una lunga tradizione di romanzo cattolico, oggi chissà sfiorita. Nel corso del Novecento italiano, non si può invece parlare di un corpus consistente e riconoscibile di romanzi cattolici o di altra tendenza simile per quanto riguarda la religiosità: alcuni scrittori italiani hanno certo raccontato l’esperienza religiosa, spesso nell’alveo di un cattolicesimo eretico quale quello rappresentato dai Testori, dai Coccioli e dai Pomilio, autori che però sono stati marginalizzati o si sono essi stessi marginalizzati in posizione di outsider. Discorso simile potrebbe essere fatto con il romanzo di argomento ebraico. L’esperienza metafisica tout court, l’attraversamento di una realtà precostituita e l’approdo ad altre logiche meno materialistiche e storiche che includano la relazione col divino, è stata pressoché negata nei romanzi del secondo Dopoguerra, per la stragrande maggioranza, come fossero sotto l’influenza di un dogma marxista e quindi materialista della generazione neorealista. Diversissima la questione nell’ambito della poesia e del saggio (si pensi a Mario Luzi, David Maria Turoldo, Margherita Guidacci, Cristina Campo, tra gli altri rappresentanti di una riflessione alta sul tema) o nell’attenzione a scritture di sconfinamento presenti in editori quali Adelphi o Rusconi, che hanno dato anche largo spazio all’esoterismo e alle religioni cosiddette alternative fin dai loro esordi. “Nella contemporaneità, almeno dalla generazione che ha iniziato a pubblicare negli anni Ottanta e Novanta, si può invece registrare un timido ritorno alla dimensione spirituale della narrativa. Penso, oltre agli autori qui presenti nella conversazione, ad Emanuele Tonon, a Demetrio Paolin, a Mariapia Veladiano, prima ancora a Marco Lodoli, e più recentemente alla disincantata dimensione che troviamo in certi personaggi e storie di Walter Siti (Bruciare tutto), Antonio Moresco (la prima parte degli Esordi e certamente la dimensione metafisica dei Canti del caos), Edoardo Albinati (La scuola cattolica), e infine persino nella riscrittura del romanzo borghese in chiave cattolica in Francesco Pacifico (Storia della mia purezza). Con modalità e stili differenti, riscrivendo la tradizione o approcciando l’eresia e l’esoterismo così come uno sguardo panteistico alla natura, personaggi, scenari e storie legate alla spiritualità sono ancora presenti. In che misura c’è ancora questo spazio per la dimensione spirituale nella narrativa contemporanea post-secolare? Diamo qui spazio ad alcune voci della letteratura italiana contemporanea che più volte sono ritornate sul tema in questi anni.”
ALESSANDRO RAVEGGI: Rappresentate posizioni a tratti diversissime rispetto al “fatto” spirituale, ma, in modalità affini alla vostra poetica, avete a mio avviso frequentato la domanda spirituale all’interno dei vostri testi: chi ripercorrendo la tradizione dei romanzi cattolici del Novecento chi suggerendo dimensioni spirituali alternative alle tre religioni monoteistiche, ad. es. nella dimensione psichedelica o sciamanica o dionisiaca, o in quella di un nuovo sguardo sulla Natura come divinità. Che importanza riveste questa dimensione nei vostri romanzi, racconti e saggi, e come la definireste?
GIULIO MOZZI: Be’, credo che il mondo sia fatto in un certo modo, e le mie storie sono ambientate in un mondo fatto in quel modo là: un mondo creato, e creato da una persona. C’è bisogno di dire altro? È una domanda vera, non retorica; secondo me non ho altro da dire. Non mi pare di aver particolarmente “frequentato la domanda spirituale” all’interno dei miei testi. Non ho mai scritto un racconto con l’intenzione di dire o fare qualcosa di spirituale, o di entrare in qualche rapporto con la spiritualità altrui. Avevo le mie immaginazioni nella testa e ho cercato di restituirle come meglio mi riusciva. Sono le immaginazioni di uno che crede che il mondo sia fatto in un certo modo, eccetera: come ho appena detto. È un po’ come l’essere piccoli di statura: un giorno mi è stato fatto notare che spesso nei miei racconti i personaggi alti hanno qualche virtù speciale; e io mi sono reso conto che è così perché io sono alto uno e sessantaquattro, e quindi le persone alte mi sembrano speciali. Ma non è che scrivo racconti per raccontare che sono basso di statura.
VANNI SANTONI: Immagino che il riferimento che fai (e dunque il motivo per cui sono qui) sia legato in particolare a Gli interessi in comune, Muro di casse e La verità su tutto, tre romanzi nei quali il “fatto spirituale” (ma alzerei il tiro e direi il “fatto mistico”) è centrale, anche se a ben guardare è una linea che attraversa tutti i miei lavori, e dato che i miei romanzi sono interconnessi in un’unica continuity, finisce per essere tra i temi anche di quelli che apparentemente lo sfiorano soltanto (e c’è chi ha centrato su questo aspetto anche la lettura dei miei romanzi fantastici). Tuttavia, se si isola da tutto il resto il blocco formato da Gli interessi in comune, Muro di casse e La verità su tutto, è possibile dare una certa lettura, in chiave di avvicinamento, per dirla con Jünger: nel primo troviamo un gruppo di ragazzi che, attraverso l’incontro casuale con gli psichedelici, prendono coscienza della possibilità del fatto mistico; nel secondo si parla di un fenomeno, quello dei free party, in cui la dimensione rituale (e da lì quella trascendente) – tra Dioniso e Śiva Naṭarāja – è ricercata in modo consapevole; nel terzo, infine, ci si immerge nella pura questione della ricerca della liberazione ultimativa, e non è un caso che la protagonista Cleopatra Mancini passi prima da un periodo di ricerca attraverso i testi e poi incappi in un rave, prima di buttarsi nell’ascesi, prima, e nella fondazione di una comunità sacralizzata, poi. Tutto questo mi interessa nei miei romanzi prima di tutto perché mi interessa anche fuori da essi; inoltre, intendendo io la scrittura come un processo dialettico, mi permette di andare a dialogare con i grandi testi mistici della letteratura umana (o almeno tentare di farlo)… che c’è di meglio?
ALESSANDRO ZACCURI: Non vorrei risultare ingenuo, ma personalmente non mi stupisce molto che in un romanzo (o in una poesia, in una composizione musicale, in un film, in qualsiasi opera d’arte) agisca un elemento spirituale, magari inconsapevole. Sorprendente, per me, è semmai il contrario, e cioè che ci si illuda di raccontare una storia impugnando la pretesa che quella storia si risolva e si esaurisca in sé stessa. Per comodità, mi concentro sulla dimensione narrativa, che a mio avviso è la più intimamente legata all’esperienza dell’alterità e del mistero. In ogni racconto è presente un aspetto iniziatico o, se si preferisce, di restituzione della realtà al suo significato più profondo. Vale per le fiabe, vale per i poemi omerici, vale a maggior ragione per il corpus di Franz Kafka e perfino per quello di James Joyce.
PAOLO PECERE: Ho raccontato storie di ricerca che potrebbero dirsi “spirituali”, se prendiamo il termine nel senso di William James, che parlava di “sentimenti, atti, esperienze fatte da individui in solitudine, in quanto apprendono di stare in relazione con qualsiasi cosa considerano divino”. Sono ricerche che implicano il viaggio verso un altrove geografico e storico, in un altro tempo: l’India e l’Indonesia de La vita lontana, la Cina e il Tibet di Risorgere, e i tanti luoghi extraeuropei che ho raccontato attraverso viaggi miei e di altri ne Il dio che danza e Il senso della natura. Si tratta quindi sempre di dar forma a un’esperienza per me essenziale della narrazione, come ricorda qui sopra anche Alessandro Zaccuri: l’andare in un luogo e tornare con una storia. La “dimensione spirituale” non esaurisce il senso di questo movimento, e per me è inseparabile dal problema della sua possibile illusorietà, oltre che del ciarpame offerto al viaggiatore che cerca ancora l’esotico. La visione trascendente è sempre ambivalente: svelamento o equivoco? Il modo in cui è rappresentata in Fuoco pallido di Nabokov e ne L’angelo Esmeralda di DeLillo, è stato per me una pietra miliare per il mio lavoro.
FRANCESCA MATTEONI: Provo a rispondere tenendo insieme la poesia e la prosa, perché non trovo grande distinzione fra i due mondi: si tratta principalmente di sguardo poetico. Ecco, nella mia scrittura questo si orienta in una geografia spirituale dei luoghi. Cerca radicamento. La cosa più spirituale che conosco è la materia: ogni immaginario nasce e torna alla materia. In particolare, nel mio recente Tundra e Peive la tensione spirituale è la capacità di vedere l’invisibile, quel luogo nei luoghi dove tutte le vite interagiscono, diventano parte della memoria collettiva e personale. Non credo si tratti di nuove spiritualità – ho una formazione cristiana da cui mi sono distaccata per aderire all’aldiquà, qualcosa che riconosco dall’infanzia. Tutto vive ed è presente e nel nostro passaggio temporaneo lasciamo tracce nei luoghi, perfino lingue che dimentichiamo mentre continuiamo a esistere.
Alessandro Raveggi: Mettere nella scena narrativa la divinità, il divino, Dio, o anche solo una dimensione Altra, è oggi, l’ho già accennato, qualcosa di suggerito da un nuovo pensiero naturalista e simbiotico con la Natura, come alcuni di voi hanno infatti indicato. Ovvero, troviamo nel romanzo contemporaneo, non solo italiano intendo, un’attrazione per un’alterità naturale in un momento di crisi sistemica dell’antropocentrismo e dei suoi valori, complice la crisi climatica. Come valutate questa svolta anti-antropocentrica all’interno della vostra produzione, e che tipo di relazione può avere con la ricerca di una nuova spiritualità ecologica e antispecista?
GIULIO MOZZI: Ecco: la “Natura” con la “N” maiuscola, ossia l’ipostatizzazione divinizzante di un concetto scientifico, mi pare un po’ una fesseria. Sarà che sono stato cresciuto da due genitori biologi. Tutto quello che noi facciamo è naturale: anche i motori a combustione interna, le case popolari o gli smartphone sono naturali. Ciascun popolo vivente sulla terra ha una sua più o meno complessa tecnologia: gli uccelli fanno i nidi, i granchi si proteggono dai predatori caricandosi sulla schiena un’attinia dai tentacoli urticanti, noi costruiamo macchine e città. Per quanto mi riguarda, l’antropocentrismo è la semplice accettazione del fatto che, essendo noi umani, comprendiamo il mondo in quanto umani, e di questo limite dobbiamo essere consapevoli. Cosa c’entri la crisi climatica, mi è oscuro. La crisi climatica ha messo in crisi l’antropocentrismo? Non lo aveva già fatto Epicuro? E non aveva risolto definitivamente la questione Kant?
VANNI SANTONI: Posto che il termine “naturale” è un filo sfuggente (e che l’antropocentrismo è un’ideologia mendace, che nasce dunque già ricca di crepe, che diversi filosofi hanno ben sfruttato, come segnala anche Mozzi), tornare a un rapporto sano – ovvero non-gerarchico, ovvero il più possibile scevro da dinamiche di potere (giacché in fondo “potere” e “male” sono sinonimi) – con le altre forme di vita è ormai una questione di sopravvivenza per la nostra specie. Auspico dunque che il ritorno in auge di forme di spiritualità (e poi, di nuovo vorrei sottolineare, mistica) indirizzate in tal senso non sia un fatto culturale passeggero, ma che la cosa si stabilizzi e ci aiuti a spazzare via gli orrendi idoli costruiti dalla cultura umana per giustificare un dominio sul resto degli esseri senzienti che si è fatto ormai inutile e dunque perverso.
ALESSANDRO ZACCURI: Anche a me sembra che il dibattito sull’Antropocene (se è di questo che stiamo parlando) non sia che la manifestazione più recente di una riflessione che prosegue da millenni. Che ci sia una disparità fra l’essere umano e quello che, in mancanza di meglio, abbiamo chiamato “natura” non è una novità in sé. La novità consiste nel fatto che disponiamo di tecnologie più raffinate, all’interno delle quali esistono strumenti che ci permettono di misurare quanto l’umanità, nel tentativo di sopravvivere alla natura, abbia finito per devastarla. Penso al koan spinoziano del Deus sive Natura, ma penso anche al Cantico di Frate Sole, con il quale Francesco d’Assisi già suggerisce una via d’uscita dalla trappola dell’Antropocene. Più che le parole, oggi abbiamo i numeri per rappresentare qualcosa che già conoscevamo.
PAOLO PECERE: Penso che si parla di crisi dell’antropocentrismo ma si pensa soprattutto alla crisi di un certo modello di società, di sfruttamento incondizionato delle risorse e degli altri viventi. Vedo con favore questo tema, che certamente non è nuovo filosoficamente (come segnalato dagli altri). Nei miei lavori la crisi della prospettiva “occidentale” che ha dominato per qualche secolo è centrale, come pure la riflessione sull’animismo. Ma credo che l’idea di Natura, come via d’uscita dall’antropocentrismo, vada analizzata senza prendere scorciatoie che si risolvono nel raccontare storie rassicuranti a un pubblico che non cambierà di una virgola la propria vita. Un certo antropocentrismo è intrinseco allo sguardo umano, non parleremo con gli animali e l’ammirazione per le piante non ci toglierà la necessità di confrontarci con la storia umana. Siamo natura anche noi, e la natura è ovunque condizionata dalla storia.
FRANCESCA MATTEONI: Mi accodo agli altri sul concetto di Natura, la cui esaltazione appartiene anche a una certa visione nazi-fascista. Il punto sta nel sistema gerarchico con cui una parte di umanità (Occidentale) concepisce il mondo. L’umanità è tuttavia varia: la letteratura accoglie sempre più voci di popoli altri e perfino noi abbiamo vie spirituali di uguaglianza e relazionalità – il Cantico di Francesco citato da Zaccuri ne è un esempio. Non possiamo uscire dalla nostra umanità. Se fossimo scoiattoli parleremmo della nostra scoiattolità – con la differenza che gli scoiattoli non rispondono a interviste. Oltre l’innegabile dato biologico, noi non siamo umani – lo diventiamo. Come continuare a diventare umani senza distruggere l’altro e di conseguenza noi stessi, è, per me, il centro del dibattito contemporaneo.
Alessandro Raveggi: Proseguo con una domanda provocatoria. Se doveste scrivere un romanzo o un saggio su Dio come procedereste? Che tipo di personaggio sarebbe oggi nella vostra scrittura, Dio, la divinità? Sarebbe antropomorfo, polimorfo o teriomorfo? Una divinità all’interno di un politeismo più ampio? Un’esperienza immateriale e senza forma? Un albero sacro connesso con un micelio? Un elemento ultimo della materia scoperto e studiato dalla fisica? L’ultimo scatto colto dal Telescopio Webb? Immaginatelo (so che alcuni di voi l’hanno già in parte fatto, quindi potete tornare sui vostri propri passi).
GIULIO MOZZI: Ho infatti scritto un libro su Dio, insieme a Valter Binaghi: s’intitola Dieci buoni motivi per essere cattolici (Laurana, 2011) ed è, appunto, un libro cattolico. Nel quale Dio è presentato come una “persona”, con tutto il corteggio di antropomorfismi che viene da tremila anni di tradizione israelitica e cristiana. Alla faccia delle mode correnti, è perfino maschio (ovvero: in quel testo gli aggettivi e i participi riferiti a Dio sono sempre al maschile).
VANNI SANTONI: La verità su tutto è anche un romanzo su “dio”, se vogliamo chiamarlo così, e lo è anche L’impero del sogno. Va da sé che il divino non lo si rappresenta mai in modo diretto: lo si mette in scena di riflesso, di rinterzo o rimbalzo, per negativi o, come ebbe a dire Borges, “per emblemi”. Varrà anche la pena dire che pure laddove s’arrivi al fulmine noetico, tutto ciò che per definizione trascende i nostri sensi, la nostra coscienza e la nostra capacità immaginativa, troverà – durante l’esperienza mistica stessa e ancor più nella sua successiva integrazione – una rappresentazione mediata da questi fattori. Mettiamo che ti racconti di un “dio” manifestatosi come qualcosa a mezzo tra una seppia e un calamaro, e che tu sia disposto a credermi (se preferisci possiamo fare che era un cespuglio in fiamme, o “una ruota altissima, che non stava avanti ai miei occhi né dietro né ai lati, ma in ogni parte a un tempo”…); per carità, si parla di una seppia/calamaro (o di un cespuglio, o di una ruota) molto speciale, che era al tempo stesso miriadi di seppie/calamari, di costellazioni, su per cieli vertiginosi… ma insomma… vuol dire che “dio” è una seppia/calamaro (o un cespuglio, o una ruota)? Ovviamente no. O forse sì? Alla fine, come ci ha spiegato Salinger, Gesù Cristo non è forse anche la Signora Grassa là fuori? Ovviamente sì. O forse no?
ALESSANDRO ZACCURI: Ho una passione per i racconti in cui Dio compare come personaggio. Compresi i racconti biblici, si capisce. A un certo punto ho accarezzato l’idea di scrivere un saggio sull’argomento. Non so che cosa ne sarebbe venuto fuori, però il titolo non era male: Sarà presente l’Autore, con la A maiuscola. Nonostante questo (o forse proprio per questo), dubito che mi imbarcherei in una simile impresa narrativa. Tengo addirittura in un certo sospetto le riscritture del Vangelo, nelle quali si mette in scena un Gesù che parla e si comporta in modo diverso da quanto riportato nel Nuovo Testamento. Credo nel Dio personale e trinitario della fede cattolica, ma in letteratura ritengo che valga il principio dello show, don’t tell: Dio non si impone per epifania, si lascia riconoscere dove entra in azione la misericordia.
PAOLO PECERE: Eviterei, per motivazioni filosofiche e narrative, di presentare un dio personale antropomorfo. Proverei a evocare un altro che i discorsi umani indicano ma in fondo non catturano, come avviene in Solaris di Lem. Proverei a spostare il fuoco dalla storia ai tempi inimmaginabili della storia naturale, ai fenomeni biologici e fisici. Non credo a un’epifania che si presenta in figure familiari, semmai a una di cui neanche ci siamo accorti perché trascende il nostro sguardo limitato: dio sarà nei dettagli, o nel tutto, in un orizzonte di cui l’umano potrebbe non essere che un particolare. Qualcosa del genere è stato tentato per decine di migliaia di anni dai nostri antenati che vedevano figure animate nella roccia delle caverne e le evidenziavano con graffi e pigmenti: s’interrogavano sull’origine della vita, sul senso di tutto, e certamente inventavano le prime narrazioni (di cui non sappiamo nulla).
FRANCESCA MATTEONI: Personalmente credo ai morti, non a dio. Ma riparto dalla risposta di Pecere. Dovendo scrivere su un qualche dio o divino, questo coinciderebbe con il mistero che permane nel paesaggio. Se il paesaggio è una narrazione tutta umana, ovvero quanto riusciamo a cogliere con i sensi, il divino sarebbe quello che resta sospeso, che cerchiamo di afferrare con l’immaginazione, l’arte. Sarebbe una forma di giustizia che trascende l’umano e di cui, sì, troviamo forte traccia anche nei testi delle tradizioni monoteistiche. Penso a Giobbe, riletto come un dialogo fra l’umano e il mondo. Il divino è dove ci si arrende al mondo, all’esistere degli altri esseri, come scriveva Simone Weil. In tal senso un libro sul divino sarebbe un libro sulla resa e la spaventosa meraviglia.
Alessandro Raveggi: Se doveste indicare un maestro del presente o del passato che ha influenzato i vostri cammini, diciamo, di attraversamento della realtà e di relazione col divino e la divinità, chi menzionereste? Chi sentite cioè che vi abbia influenzato maggiormente su questa via? Potete anche indicare uno scrittore, saggista, artista, studioso, santone, sciamano dimenticato del passato o una vostra guida del presente, magari ignota ai più.
GIULIO MOZZI: L’ignoto autore del Libro di Giobbe. Quel libro nel quale a lungo si discute che cosa sia giusto e che cosa non sia giusto, finché il Signore entra in scena e dice, papale papale: “Quello che faccio io è giusto, ed è giusto perché lo faccio io; io sono la giustizia, e non spetta a te, caro Giobbe, insegnarmela”. Sentito questo, Giobbe s’inchina e chiede scusa. La cosa divertente è che ad ammazzare le bestie, i figli e le mogli di Giobbe non era stato Dio; bensì il diavolo – certo, col permesso di Dio, in una sorta di scommessa. Quindi il Signore qui dichiara che ciò che lui ha lasciato che il diavolo facesse è giusto. Ci sono paradossi da impazzire, qui; e io non ho nessuna intenzione di scioglierli!
VANNI SANTONI: Credo nella disintermediazione integrale nel rapporto col trascendente, dunque rifiuto il concetto di “maestro” in questo campo. Anzi, ne auspico lo smantellamento. Ci sono però figure che vengono utili per approfondire o rinforzare una “conoscenza del tremendo” che può essere considerata verace solo se diretta, o che possono trasmettere tecniche utili a coagularla. Nel mio caso, dopo María Sabina e Albert Hofmann – che cito per primi in quanto alfieri tecnici dello strappo noetico – menzionerei almeno Śiva (inteso come l’autore o gli autori degli Aforismi di Śiva), Kṛṣṇa (inteso come l’autore o gli autori dei suoi passaggi nella Bhagavad-Gītā), l’ignota autrice del Vijñānabhairava, Dolcino & Margherita, Simone Weil e il “pellegrino russo”, Silesius e Porete, Qōhelet e Laozi, Eraclito e Mosconi, Timothy Leary e Ram Dass, Nisargadatta Marahaji e Krishnamurti, Ildegarda di Bingen e Giovanni della Croce.
ALESSANDRO ZACCURI: Nella tradizione sufi, ciascuno di noi è destinato a misurarsi con quattro watad, quattro maestri, e non è detto che quelli incontrati in gioventù siano i più importanti. Fino all’età di quarant’anni circa (sono del 1963), avevo letto poco di Ferruccio Parazzoli, uno scrittore che potrebbe essere mio padre e verso il quale covavo addirittura una certa diffidenza. Oggi posso dire con convinzione di considerarlo un maestro, e non solo per la perfezione di una lingua quasi scarnificata, perentoria per asciuttezza e precisione. Parazzoli è un narratore che prende il Vangelo alla lettera in quello che il Vangelo ha di più scandaloso e assoluto: la radicalità dell’Incarnazione; la meravigliosa, dostoevskiana impossibilità della Risurrezione; la convinzione che l’anima non possa salvarsi se non si salva il corpo.
PAOLO PECERE: Non c’è un maestro, ci sono moltissime letture e voci ed esperienze non verbali; ma avendo trovato (finora) nella filosofia le principali coordinate del mio percorso, direi Spinoza. Uno Spinoza letto attraverso Kant. Sull’inconoscibile nella filosofia di Kant ho fatto la tesi e ho continuato a lavorare e riflettere; sul dio-tutto di Spinoza (che Kant cercava di arginare ritagliando uno spazio per la libertà individuale), sulla sua necessità da cui procede tutto, sulla sua etica della conoscenza, dell’amicizia come potenza e della tolleranza, continuo a tornare anche quando scrivo di Cina o di Amazzonia.
FRANCESCA MATTEONI: Forse, come dice Santoni, dovremmo liberarci dei maestri. Vedo Giobbe nominato da Mozzi – segno di come le opere superino i “recinti” delle fedi. Molte delle linee guida vengono dall’infanzia. Il mio babbo mi ha introdotto alle mitologie dei nativi americani. Individui che erano umani, ma anche orsi e coyote. Leggevo i Racconti indiani di Jaime de Angulo, che si mescolavano agli episodi evangelici del catechismo. Emergevano la necessità di accogliere l’altro perché l’altro è in me e entrambi siamo da nessuna parte, e la consapevolezza del dialogo interculturale quale sentiero su cui perdersi. L’approdo è comunque misterioso. Ma chiedi nomi. Oggi, N. Scott Momaday, Joy Harjo, Gloria E. Anzaldúa, i canti sciamanici dell’Artico, la già citata María Sabina, cristiana, curandera. L’idea di bene (e male) in Simone Weil e l’arte di Tagaq, cantante inuk.
Alessandro Raveggi: Pur nella dimensione post-secolare che abbiamo già individuato, viviamo a mio avviso in tempi anche di un rinnovato bigottismo retrogrado, non solo nella politica, ma anche nella cultura, nell’editoria. Pensate a quello che sta accadendo negli Stati Uniti con le censure di Stato persino ai classici della loro letteratura, o a certe recenti ingerenze della politica anche italiana nel mondo letterario. Viviamo in un mondo che è disposto a credere ciecamente a verità che paiono inossidabili quanto “fake”, in modo fideistico o esaltato che pare il frutto marcio del relativismo culturale, e che favorisce l’oscurantismo e il fanatismo. Che tipo di religiosità tossica rappresenta questo ritorno, e che impatto può avere nel fare libri e culturali secondo voi? Come si contrappone all’idea di spiritualità che vorreste vedere nei vostri libri, magari una religio che libera e non costringe?
GIULIO MOZZI: Qui il problema non è la religione: il problema è l’ignoranza sommata alla paura. Nel lavoro culturale, peraltro, in Italia, credo che al momento sia maggiore l’influsso del wokismo. Riuscire a far pubblicare un romanzo italiano che non sia morale e moralista, nonché politicamente corretto dal principio alla fine, è ormai un’impresa.
VANNI SANTONI: Le religioni organizzate, e peggio che mai quelle monoteistiche, patriarcali e dogmatiche, “tossiche” lo sono per costituzione: in quanto strutture di potere non possono che produrre effetti deteriori in ogni campo. Non mi sembra, peraltro, che ci sia un “ritorno di nocività” da parte loro: non hanno mai smesso di nuocere, anche se è vero che la destra evangelica americana in questo momento è particolarmente attiva nel bandire libri da scuole e biblioteche. Smetteranno di nuocere quando smetteranno di esistere, almeno nella loro forma organizzata, e lo faranno quando ciascuno avrà ritrovato il divino in sé e negli altri (e poi, magari, avrà pure preso coscienza che in fondo non esistono né il sé né gli altri). L’importanza del tanto decantato “Rinascimento psichedelico” sta tutta lì: nella messa a disposizione universale di una disintermediazione, ben più e ben prima dei pur apprezzabili usi terapeutici delle piante e delle molecole sacre.
ALESSANDRO ZACCURI: Non esiste una religiosità tossica: se è tossica, non è religiosità, e viceversa. Il linguaggio religioso è una delle maschere che la nevrosi può assumere, anche a livello collettivo. Il fatto che oggi siano in molti a trincerarsi in un fideismo posticcio non svolge alcuna funzione veritativa. Sempre di fideismo si tratta, non di fede, e sempre di un’apparenza che si sforza di nascondere l’angoscia del vuoto. Ho già accennato al tema della salvezza, che nella predicazione di Gesù si identifica con l’annuncio del Regno. La speranza di essere salvati, però, non va confusa con l’ossessione di essere dannati, tanto meno con il delirio di chi si ostina a dispensare patenti di santità o di peccato. Detto questo, la nevrosi religiosa può essere un grandioso vettore narrativo, come hanno dimostrato già un secolo fa Mauriac e Bernanos.
PAOLO PECERE: Religio è una categoria latina e, nell’uso moderno, specificamente cristiana. È una nozione che ha accompagnato la mia formazione personale e intellettuale (inizialmente cattolica). Oggi ritengo necessario considerare la molteplicità di linguaggi con cui si tenta di nominare la reverenza per ciò che trascende l’umano, in cui spesso mancano gli equivalenti di quella parola e di altre ad essa connesse (come il peccato e l’ossessione). Ma riguardo alla domanda, per me il problema sta nella perdita di prospettiva storica e critica rispetto all’ignoto, che ci angoscia e ci accomuna come esseri umani. Una fede incondizionatamente assorbita entro codici dati qui e ora può svolgere una funzione rassicurante, ma come tale non ha nulla a che vedere con la domanda di verità che si pone ai limiti del sapere. In tal senso vedo una contiguità tra forme diverse come il settarismo cristiano e la Wicca, tra la nostalgia reazionaria della tradizione e lo scientismo. Anche il fanatismo può avere un valore di verità, ma mai come certezza da abbracciare per tornare finalmente a una pace non pensante, al valore incondizionato del mito.
FRANCESCA MATTEONI: Le ossessioni religiose sono materia letteraria. Altra cosa la deriva moralistica che ha legami con una scarsa visione più che con la fede. Pensiamo a Flannery O’ Connor, cattolica vera, che ha rappresentato la violenza senza giudizio. Vedo un problema nei monoteismi quali religioni istituzionalizzate, spesso lontane dal valore filosofico dei testi. Allora il loro ruolo è ordinante e contenitivo, cresce nell’ignoranza delle masse e nutre senso di colpa e prontezza a identificare capri espiatori. Di base è la questione del giusnaturalismo a inquietarmi. I diritti non preesistono, risultano dal tipo di relazioni che animano una cultura. Ogni ricerca del giusto e dell’origine non è, infine, che una storia, dove il non detto brilla nel linguaggio. Non fornisce risposte, ma altre domande che aprono alla precarietà del tutto. In questa precarietà siamo già esseri salvi. E, per me le due cose coincidono, ricordati.


«Ogni ricerca del giusto e dell’origine non è, infine, che una storia, dove il non detto brilla nel linguaggio. Non fornisce risposte, ma altre domande che aprono alla precarietà del tutto. In questa precarietà siamo già esseri salvi. E, per me le due cose coincidono, ricordati».
La salvezza è la memoria del futuro (ovvero come trascendere la morte illudendosi di persistere immateriali nel ricordo di qualcun altro, nell’aldilà oltre il tempo presente). È in questa declinazione della spiritualità, nella relazione giusta con quel “qualcun altro”, che si decide la nostra eternità.
Suggestivi spunti di riflessione.
Grazie (sperando di non esser stato troppo Indiscreto).
[…] Segnalo altresì questa intervista collettiva sul tema della spiritualità in letteratura apparsa su NuBE e Indiscreto. […]