La religione del magistrato

“Da qualche anno la redazione de L’Ateo era diventata un elemento sempre meno interessante di Ludgate Hill. Il giornale non si confaceva all’atmosfera locale”


IN COPERTINA: Duel between Onegin and Lenski, di Ilya Repin

di G. K. Chesterton

Tratto da La Sfera e la Croce

Traduzione di Edoardo Rialti

Da qualche anno la redazione de L’Ateo era diventata un elemento sempre meno interessante di Ludgate Hill. Il giornale non si confaceva all’atmosfera locale. Mostrava un interesse per la Bibbia sconosciuto al quartiere e una conoscenza di quel testo che nessun altro a Ludgate Hill poteva vantare. Invano il direttore de L’Ateo aveva riempito la sua vetrina con requisitorie feroci e definitive su cosa mai avesse combinato Noè col collo della giraffa, nell’Arca. Invano aveva chiesto violentemente, con passione definitiva, come si potesse conciliare l’affermazione Dio è Spirito con l’affermazione La Terra è lo sgabello dei Suoi Piedi. Invano aveva tuonato energicamente che il vescovo di Londra veniva pagato 12.000 sterline all’anno per fingere di credere che la balena avesse veramente inghiottito Giona. Invano aveva appeso in punti ben visibili i più entusiasmanti calcoli scientifici sull’estensione effettiva della gola di un cetaceo. Ciò non significava niente per quanti passavano di lì? La sua improvvisa, splendida e sincera indignazione non aveva mai smosso qualcuno che scendesse da Ludgate Hill? Mai. Il piccolo direttore de L’Ateo usciva come una saetta dal suo ufficio nelle sere stellate e agitava il pugno contro Saint Paul nell’orgasmo della sua guerra santa contro il luogo santo. Avrebbe potuto risparmiarsi l’emozione. La croce in cima a Saint Paul e l’ufficio de L’Ateo ai suoi piedi erano ugualmente remoti dal resto del mondo. L’ufficio e la croce parimenti innalzati e soli nei cieli vuoti.

Al piccolo uomo che dirigeva L’Ateo, un focoso scozzese dai capelli e dalla barba rossi, di nome Turnbull, tutto quel declino d’attenzione da parte del pubblico non risultava particolarmente deprimente o addirittura folle, ma semplicemente sconcertante e inspiegabile. Egli aveva pronunziato l’affermazione peggiore che si potesse proclamare, ed essa pareva accettata e ignorata come le battute di seconda mano dei politici. Ogni giorno le sue bestemmie si facevano più sfacciate e ogni giorno la polvere si accumulava su di esse. Gli pareva di aggirarsi in un mondo di idioti. Come se appartenesse a una razza di uomini che sorridevano mentre si annunziasse la loro morte o che osservassero con aria assente il Giorno del Giudizio. Passò anno dopo anno, e anno dopo anno la morte di Dio in un ufficio di Ludgate divenne un evento sempre meno importante. Al riguardo, tutti gli uomini di spicco della sua epoca non facevano che scoraggiare Turnbull. I socialisti sostenevano che egli andava maledicendo i preti quando avrebbe dovuto maledire i capitalisti. Gli artisti dichiaravano che l’anima era più spirituale non quando si disfaceva dalla religione, ma quando si disfaceva della morale. Passò anno dopo anno ed ecco infine giungere un uomo che trattò l’ufficio laicista del signor Turnbull con autentico rispetto e profonda serietà. Era un giovane vestito d’un plaid grigio, il quale spaccò la vetrina.

Costui era un giovane uomo, nato nella baia di Arisaig, dinanzi a Rum e all’isola di Skye. I lineamenti affilati e simili a quelli di un falco e i capelli neri serpeggianti portavano il marchio di quella realtà storica e sconosciuta che viene grossolanamente definita celtica, ma che probabilmente è molto più antica dei Celti, chiunque fossero costoro. Di nome e di fatto egli era un Highlander dei Macdonald; tuttavia la sua famiglia aveva assunto- prassi comune in casi simili- il nome di un distretto secondario, e per tutti gli scopi che potevano essere soddisfatti a Londra egli si faceva chiamare Evan MacIan. Era stato cresciuto in solitudine e nell’isolamento come un rigoroso cattolico romano, in mezzo a quel piccolo cuneo di papisti che si era spinto nelle Highlands occidentali. E a sua volta egli si era spinto fino a Fleet Street, in cerca di un impiego promesso a metà, senza aver mai compreso che al mondo esistevano persone che non erano cattolici romani. Si era scoperto il capo per qualche istante dinanzi alla statua della Regina Anna, davanti alla Cattedrale di San Paolo, con la netta impressione che fosse una effige della Vergine Maria. Era rimasto un po’ sorpreso dalla mancanza di deferenza mostratale dai passanti. Non capiva che il loro principio storico essenziale, l’unica legge veramente impressa nei loro cuori, era la grande e confortante affermazione che la Regina Anna era morta. Tale credenza era fondamentale come la sua, che invece la Madonna fosse viva. Tutte le persone con cui aveva parlato da quando aveva sfiorato i confini delle nostre usanze o della nostra civiltà erano state, per mero caso, simpatetiche o ipocrite. Oppure, se mai avessero pronunciato delle bestemmie esplicite, egli non sarebbe comunque riuscito a coglierle, tanto era assorbito dal suo pensiero. 

In quella frangia immaginifica della terra gaelica laddove egli passeggiava da ragazzo, le scogliere erano fantastiche come le nuvole. Il cielo pareva umiliarsi e avvicinarsi alla terra. I modesti sentieri del suo piccolo villaggio cominciavano improvvisamente a salire, come decisi a finire dritti in cielo. Il cielo sembrava curvarsi sulle colline; le colline ghermivano il cielo. Nel sontuoso tramonto d’oro, porpora e verde pavone, nuvole ed isolotti erano indistinguibili. Evan viveva come un uomo che cammini su una terra di confine, quello che si stende tra questo mondo e un altro. Al pari di molti uomini e nazioni che crescono attorniati dalla natura e dalle cose ordinarie, egli aveva compreso il soprannaturale prima di comprendere il naturale. Aveva contemplato angeli evanescenti in ginocchio nell’erba prima di aver osservato l’erba stessa. Sapeva che le vesti della Madonna erano azzurre prima ancora di sapere che le rose selvatiche attorno ai Suoi piedi erano rosse. Più la sua memoria si immergeva nell’oscura dimora dell’infanzia, più si accostava a cose che non si possono nominare. Per tutta la vita aveva pensato al mondo diurno come a una sorta di detriti divini, i resti infranti di tale sua visione primigenia. I cieli e le montagne erano le splendide scorie di un altro luogo. Gli astri, i gioielli perduti dalla Regina. La Madonna se n’era andata, lasciandosi dietro le stelle.

La sua tradizione privata era parimenti selvatica e niente affatto mondana. Il suo bisnonno era caduto a Culloden, certo nel suo ultimo istante che Dio avrebbe restaurato il Re. Suo nonno, all’epoca un bambino di dieci anni, aveva preso la terribile claymore dalla mano del morto e l’aveva appesa in casa, brunendola e affilandola per sessant’anni, pronto alla prossima rivolta. Suo padre, il figlio più giovane e l’ultimo rimasto in vita, si era rifiutato di assistere alla visita della regina Vittoria in Scozia. Evan stesso era tutt’uno coi suoi avi; e non era morto con loro, ma vivo nel ventesimo secolo. Non era affatto il patetico giacobita di cui si legge nei libri, rimasto indietro rispetto all’avanzata finale del progresso. Egli era, nella sua stessa immaginazione, un cospiratore, feroce e aggiornato. Nei lunghi e bui pomeriggi d’inverno delle Highlands, egli complottava e fremeva nell’oscurità. Abbozzava piani per la presa di Londra sulla sabbia desolata di Arisaig.

E quando arrivò a espugnare Londra, non fu con un esercito di coccarde bianche, ma con sacca e bastone. Londra lo intimorì un poco, non perché la giudicasse grandiosa o addirittura terribile, ma perché lo disorientava; non era la Città d’Oro e nemmeno l’Inferno, era il Limbo. Solo quando svoltò a quel meraviglioso angolo di Fleet Street e contemplò St. Paul ergersi verso il cielo, egli ebbe un brivido d’emozione.

“Ah”, disse dopo una lunga pausa, “ecco una cosa innalzata sotto gli Stuart!”. Poi, con un sorriso acido, si chiese quale fosse il monumento corrispondente a firma dei Brunswick e della Costituzione Protestante. Dopo qualche incertezza, scelse l’insegna su un tetto che reclamava le virtù di qualche pillola.

Mezz’ora dopo le sue emozioni lo lasciarono nel medesimo posto e con la mente svuotata. E fu in uno stato d’animo di mera perlustrazione oziosa che gli capitò di arrestarsi davanti all’ufficio de L’Ateo. Non vide la parola “ateo”, o se la vide, è molto probabile che non ne conoscesse il significato. E nemmeno il documento affiso sul vetro avrebbe sconvolto l’innocente Highlander, non fosse stato per il fatto sgradevole e del tutto imprevisto che questi lo lesse stolidamente da cima a fondo; gesto ignoto agli stessi abbonati più entusiasti del giornale, e che non poté fare altro che suscitare una situazione del tutto nuova.

Con l’intelligente istinto giornalistico caratteristico di tutta la sua scuola, il direttore de L’Ateo aveva disposto nella prima nel suo giornale e in evidenza sulla vetrina medesima un articolo intitolato La mitologia mesopotamica e i suoi effetti sulla tradizione popolare siriaca. Il signor Evan MacIan prese a leggerlo piuttosto distrattamente, come avrebbe letto un quotidiano che aprisse con la morte di una ragazza a Brighton e chiudesse coi calcoli renali. Accolse la notevole quantità di informazioni accumulate dall’autore con quella stanca lucidità mentale dei bambini nei pesanti pomeriggi d’estate, quella stanca lucidità che li porta a fare altre domande anche quando hanno ormai perso ogni interesse per l’argomento e si annoiano come la loro balia. Le strade erano piene di gente e vuote di avventure. Tanto valeva conoscere gli dei della Mesopotamia; così egli premette il viso lungo e magro contro il vetro scuro della finestra e lesse quanto c’era da leggere sulle divinità mesopotamiche. Lesse così che i mesopotamici avevano un dio chiamato Sho (talvolta pronunciato Ji) e che questi era descritto come sommamente potente, con somiglianze sorprendenti rispetto ad alcuni attributi di Jahvé, anch’egli descritto come colmo di potenza. Evan non aveva mai sentito parlare di Jahvé in vita sua e, immaginando che si trattasse di qualche altro idolo mesopotamico, continuò a leggere con indolente curiosità. Apprese che il nome Sho, nella sia terza forma di Psa, ricorre in una leggenda antica che descrive come tale divinità, alla maniera di Giove in svariate occasioni, sedusse una vergine e generò un eroe. Questo eroe, il cui nome non è essenziale per la nostra attuale esistenza, costituiva- si leggeva- il principale eroe e salvatore del sistema etico mesopotamico. Seguiva poi un paragrafo che forniva altri esempi di eroi e salvatori nati dal rapporto lascivo tra un Dio e una mortale. Seguiva infine un ulteriore paragrafo, ma Evan non lo comprese. Lo rilesse e rilesse ancora. Infine capì. La vetrina si sbriciolò in frammenti tintinnanti sul marciapiede, ed Evan si precipitò oltre la cornice, brandendo in alto il suo bastone.

“Che c’è?” gridò il piccolo signor Turnbull, alzandosi di scatto e coi capelli fiammeggianti. “Come osate rompere la mia vetrina?”

“Perché era la strada più breve per arrivare a voi!”, gridò Evan, battendo i piedi. “Uscite e battetevi, codardo schifoso. Lurido pazzo, uscite, si o no? Avete delle armi qui?”

“Siete pazzo?” fece Turnbull, inchiodandolo con lo sguardo.

“E voi no?”, tuonò Evan. “Non siete pazzo a tappezzare la vostra stessa casa con quel lerciume che sfida Iddio? Su, a noi due, vi dico!”

Una grande luce, come al sorgere dell’aurora, si diffuse sul viso del signor Turnbull. Dietro i capelli e la barba di fuoco, egli impallidì di piacere. Ecco, dopo vent’anni solitari di inutili fatiche, egli aveva la sua ricompensa. Qualcuno era adirato con il giornale. Balzò in piedi come un ragazzo; vide una nuova giovinezza schiudersi davanti a lui. E come spesso accade ai signori di mezza età quando intravedono una nuova giovinezza, si trovò in presenza della polizia.

I poliziotti, dopo alcune ponderate domande, arrestarono i due esaltati. Furono più rispettosi, tuttavia, col giovanotto che aveva rotto la vetrina rispetto al miscredente che aveva fatto rompere la propria vetrina. C’era un’aria di sottile mistero, in Evan MacIan, che non albergava nel piccolo giornalista irato, un’aura che sedusse i poliziotti, giacché i poliziotti, come la maggior parte degli altri tipi di inglesi, sono allo stesso tempo degli snob e dei poeti. A parer loro, MacIan poteva essere tranquillamente un gentiluomo, laddove chiaramente ciò non poteva dirsi dell’editore. E i magnifici appelli razionalistici e repubblicani dei quest’ultimo al suo rispetto per la legge e al desiderio di essere giudicato dai propri concittadini, sembrarono alla polizia altrettante sciocchezze di quanto avrebbe potuto uscire dalle mistiche labbra di Evan. La polizia non è abituata ad ascoltare i principi, fossero pure quelli della propria esistenza.

Il magistrato, al cospetto del quale i due vennero sottoposti a giudizio, era il signor Cumberland Vane, un bonario gentiluomo di mezza età, assai onorato per la levità delle sue espressioni e del suo eloquio. Talvolta costui si concedeva una sorta di rabbia teorica nei confronti di taluni trasgressori particolari, come gli uomini che picchiavano le mogli, e si profondeva in modo sciolto e sentimentale sull’opportunità di fustigarli, per poi essere irrimediabilmente sconcertato che le mogli stesse si dimostrassero più adirate con lui che verso i loro consorti. Era un uomo alto e robusto, con un filo di baffi neri e un impeccabile abito da mattino. Aveva tutto l’aspetto di un gentiluomo, eppure, in qualche modo, d’un gentiluomo di scena. Spesso aveva trattato i reati gravi contro l’ordine o la proprietà con umana condiscendenza. Per tale motivo, la semplice rottura della finestra di un editore gli risultò quasi esilarante.

“Suvvia, signor MacIan, suvvia”, disse, appoggiandosi indietro sullo scranno, “avete forse l’abitudine di introdurvi nelle case dei vostri amici passando dalle vetrate?” (Risate.)

“Costui non è mio amico”, rispose Evan, con la stolidità ottusa di un bambino.

“Non è vostro amico, eh?”, disse il magistrato, frizzante. “È vostro cognato, forse?” (Risate forti e prolungate).

“È mio nemico”, disse Evan, semplicemente, “è nemico di Dio”.

Mr. Vane si spostò bruscamente sulla sedia, facendo cadere il monocolo con imbarazzo momentaneo e poco virile.

“Non dovete tenere un simile linguaggio, in questa sede”, sentenziò in modo brusco e un po’ frettoloso, “ciò non ci riguarda affatto”.

Evan sbarrò i suoi grandi occhi azzurri. “Dio…”, esordì.

“Contegno”, disse il magistrato, con rabbia. “Non è affatto auspicabile che ci si esprima su cose simili in pubblico e in una Corte di Giustizia ordinaria. La religione è una questione troppo personale per essere menzionata in un luogo come questo.”

“Davvero?”, rispose l’Highlander, “allora su cosa hanno giurato quei poliziotti poco fa?”

“Ciò non c’entra affatto”, rispose Vane, piuttosto irritato. “Certamente, c’è una forma di giuramento da prestare con riverenza, e questo è quanto. Ma esprimersi in un luogo pubblico riguardo ai propri sentimenti più sacri e privati, beh, io questo lo chiamo cattivo gusto. Irriverente. Intollerante. E io non sono neppure particolarmente ortodosso.”

“Lo vedo”, disse Evan, “ma io sì”.

“Ci stiamo discostando dai fatti” disse il Giudice, ricomponendosi. “Posso chiedervi perché avete rotto la finestra di questo spettabile cittadino?”

Al semplice ricordo della cosa, Evan impallidì un po’, tuttavia rispose con lo stesso freddo e micidiale letteralismo che aveva usato fino a quel momento.

“Perché egli ha bestemmiato la Madonna.”

“Ve lo ripeto una volta per tutte”, gridò il signor Cumberland Vane, battendo con rabbia le nocche sul tavolo, “una volta per tutte, amico mio, non vi permetterò di proferire sproloqui religiosi o litanie in questa sede. Non crediate di impressionarmi. Le persone più religiose non sono quelle che ne chiacchierano ai quattro venti. Rispondete alle domande e solamente ad esse.”

“È esattamente quello che ho fatto”, disse Evan, con un lieve sorriso.

“Eh?”, esclamò Vane, fissandolo sconcertato attraverso la lente.

“Mi avete chiesto perché ho rotto la finestra di costui”, disse MacIan, con un viso di pietra. “E io vi ho risposto: ‘Perché egli ha bestemmiato la Madonna’. Non avevo altre ragioni. Quindi non ho altre risposte.”

Vane continuava a guardarlo con una durezza che non gli era abituale. “Voi non state cooperando nel modo giusto, signore”, disse severamente. “Non state cooperando nel modo giusto perché il vostro caso venga considerato con indulgenza. Se aveste semplicemente espresso rammarico per ciò che avete fatto, sarei stato fortemente propenso a liquidare la questione come uno scoppio d’ira. Persino adesso, se dichiaraste di esserne dispiaciuto, io…”

“Ma non sono affatto dispiaciuto”, disse Evan, “ne sono molto contento”.

“Io credo che voi siate pazzo davvero”, disse il giudice, indignato, perché aveva fatto del suo meglio, da uomo conciliante, per comporre la disputa. “Che diritto avete di infrangere le finestre altrui solo perché le loro opinioni differiscono dalle vostre? Quest’uomo ha semplicemente espresso una sua sincera convinzione.”

“Anch’io”, disse l’Highlander.

“E chi siete voi?” esplose Vane. “Le vostre opinioni sono necessariamente quelle giuste? Siete necessariamente in possesso della verità?”

“Sì”, disse MacIan.

Il magistrato scoppiò in una risata sprezzante.

“Oh, è un’infermiera che vi occorre”, sentenziò. “Siete multato a un’ammenda di 10 sterline.”

Evan MacIan infilò le mani nell’ampio abito grigio ed estrasse un borsellino di pelle dall’aspetto bizzarro. Conteneva esattamente dodici sovrane. Pagò le dieci richieste, moneta per moneta, in silenzio, e altrettanto silenziosamente rimise le due rimanenti nel contenitore. Poi disse “Mi è concessa una parola, Vostra Eccellenza?”.

Cumberland Vane pareva mezzo ipnotizzato dal silenzio e dai movimenti automatici dello sconosciuto; fece un movimento con la testa che avrebbe potuto essere “sì” o “no”. 

“Volevo semplicemente dire, Vostra Eccellenza”, disse MacIan, riponendo il borsellino nella tasca dei calzoni, “che spaccare quella vetrina è stato, lo confesso, un atto inutile e piuttosto sregolato. Tuttavia, ciò può essere scusato quale mero preliminare di altre azioni a seguire, una sorta di preambolo, se volete. Ovunque e in qualsiasi momento io incontrerò quell’uomo”, e indicò il direttore de L’Ateo, “che ciò sia fuori da questa porta tra dieci minuti o tra vent’anni in qualche paese lontano, ovunque e in qualsiasi momento io lo incontrerò, lo affronterò in duello. Non abbiate timori al riguardo. Non mi avventerò su di lui come un bruto, né lo abbatterò con violenza improvvisa. Lo affronterò da gentiluomo; lo affronterò come hanno duellato i nostri padri. Sarà lui a scegliere le condizioni, con spada o pistola, a cavallo o a piedi. Ma, se egli si rifiuta, scriverò la sua codardia su tutti i muri del mondo. Se avesse detto di mia madre quello che ha affermato della Madre di Dio, non c’è circolo di uomini probi in Europa che negherebbe il mio diritto di cacciarlo fuori. Se l’avesse detto della mia sposa, Voi stesso, un inglese, mi avreste perdonato per averlo battuto come un cane al mercato. Vossignoria, io non ho madre, non ho moglie. Possiedo solo ciò che i poveri hanno allo stesso modo dei ricchi; che il solitario possiede come l’uomo benedetto con molti amici. Per me tutto questo strano mondo è accogliente, perché nel suo cuore c’è una casa; per me questo mondo crudele è gentile, perché più in alto dei cieli alberga qualcosa di più umano dell’umanità. Se un uomo non deve combattere per questo, per cosa mai si batterà? Combatterei per il mio amico, ma se perdessi il mio amico, sarei ancora lì. Combatterei per il mio Paese, ma se lo perdessi dovrei comunque esistere. Ma se ciò che quel diavolo sogna fosse vero, io non esisterei più: dovrei scoppiare come una bolla di sapone e sparire. Non potrei mai vivere in quell’universo imbecille. Non dovrei dunque lottare per la mia stessa esistenza?”

Il magistrato recuperò voce e presenza di spirito. La prima parte del discorso, la sfida roboante e brutalmente pratica, lo stordì per il suo carattere sorprendente; ma le restanti osservazioni di Evan, che si diramavano in frasi teoriche, diedero alla sua mente vaga e molto inglese (piena di ricordi dei confini e dei compromessi dell’oratoria pubblica inglese) una sensazione imprecisa di sollievo, come se quell’uomo, sebbene pazzo, non fosse così pericoloso come egli aveva ritenuto. Scoppiò in una sorta di stanca risata.

“Per amor del Cielo, amico”, disse, “non profondetevi in una simile arringa. Lasciate la possibilità anche ad altri (risate). Confido che tutto ciò che avete dichiarato sul chiedere al signor Turnbull di battersi non sia altro che una burla. Tuttavia, per evitare ulteriori incidenti, vi ordino di fare immediatamente la pace.”

“Fare la pace”, ripeté Evan, “con chi?”

“Con il signor Turnbull”, disse Vane.

“Certamente no”, rispose MacIan. “Come può costui meritarsi la pace?”

“Intendete dire”, iniziò il magistrato, “che vi rifiutate di…” A quel punto la voce dello stesso Turnbull si intromise per la prima volta.

“Mi è concesso suggerire”, disse, “come io stesso, Vostra Eccellenza, potrei forse risolvere la presente, assurda questione? Questo signore un po’ selvatico giura che non mi aggredirà senza preavviso, e se lo facesse, potete esser certo che la polizia ne verrebbe subito a conoscenza. Tuttavia egli afferma che non lo farà. Dichiara invece che mi sfiderà a duello; e non posso esprimere niente di più incisivo sul suo stato mentale che questo: ritengo altamente probabile che agirà esattamente così. (Risate) Tuttavia per svolgere un duello occorre essere in due, Vostra Eccellenza (altre risate). Non mi dispiace affatto essere descritto su tutti i muri del mondo come il codardo che non si batterà con un uomo a Fleet Street solo per sapere se la Vergine Maria ha un qualche parallelo nella mitologia mesopotamica. No, Vossignoria. Non dovete preoccuparvi di ordinargli di fare pace. Mi impegno io stesso a mantenere la pace e potete stare tranquillo che non ci sarà alcun duello col sottoscritto.”

Mr. Cumberland Vane si abbandonò allo scranno, ridendo con una sorta di sollievo.

“Voi, signore, siete una brezza di aprile”, esclamò. “Siete una boccata d’aria, dopo costui. Avete perfettamente ragione. Forse ho preso la cosa troppo sul serio. Mi piacerebbe davvero vedere codesto soggetto lanciarvi la sua sfida e voi limitarvi a un sorriso. Bene così.”

Evan uscì dalla Corte di Giustizia libero, ma stranamente scosso, come un uomo malato. Qualsiasi punizione e costrizione l’avrebbe sentita come naturale; ma l’improvviso fondersi delle risate del suo giudice e dell’uomo cui aveva fatto torto, lo fece sentire improvvisamente piccolo, o quantomeno, sconfitto. Era proprio vero che l’intero mondo moderno giudicava il suo alla stregua d’una bolla di sapone. Nessuna crudeltà avrebbe potuto esplicitarlo, mentre la loro gentilezza lo mostrava con chiarezza spaventosa. Mentre rimuginava su tutto questo, improvvisamente si rese conto di una figura minuta e severa che lo fissava in silenzio. Gli occhi erano grigi e terribili, la barba scarlatta. Turnbull.

“Ebbene, signore”, disse il redattore de L’Ateo, “dove si svolgerà la tenzone? A voi la scelta del terreno, signore”.

Evan rimase a bocca aperta. Balbettò qualcosa, non sapeva cosa; lo intuì solo dalla risposta dell’altro.

“Se voglio battermi? Se voglio battermi?” gridò furioso il libero pensatore. “Perché, lunatico spaventapasseri di superstizione, credete forse che i vostri luridi santi siano le uniche persone capaci di morire? Non avete forse impiccato atei, bruciato e bollito atei, senza che essi mai rinegassero la loro fede? Pensate che noi non vogliamo batterci? Ho implorato notte e giorno, ho desiderato con tutto me stesso una rivoluzione atea, ho bramato vedere il vostro sangue e il nostro scorrere per le strade. Il vostro o il mio?”

“Ma voi avete detto…”, iniziò MacIan.

“Lo so”, disse Turnbull sprezzante. “E voi cosa avete detto? Maledetto idiota, avete dichiarato cose che avrebbero potuto farci rinchiudere per un anno, e farci sorvegliare dagli sbirri per mezzo decennio. Se desiderate tanto battervi, perché comunicarlo a quello scemo? Io vi ho fatto uscire, per affrontarci se così volete. Adesso battetevi se ne avete il coraggio.”

“E allora io vi giuro”, disse MacIan, dopo una pausa. “Vi giuro che nulla si frapporrà più tra noi. Vi giuro che nulla albergherà nel mio cuore o nella mia mente finché le nostre spade non saranno incrociate. Lo giuro sul Dio che avete negato, sulla Beata Signora che avete bestemmiato; lo giuro sulle sette spade confitte nel Suo cuore. Lo giuro sull’Isola Santa ove riposano i miei padri, sull’onore di mia madre, sul Segreto del mio popolo e sul calice del Sangue di Dio.”

L’ateo drizzò la testa. 

“E io”, disse, “vi do la mia parola”.


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

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