La religione della salute

La salute non è un aspetto marginale della nostra esistenza, non è nemmeno un capriccio che imponiamo alla nostra vita: è, semmai, la sua condizione di esistenza.


IN COPERTINA e nel testo, opere di antonio bueno, oggi all’asta da pananti casa d’aste

di Lucia Brandoli

Non si può non dire che abbiamo di certo avuto la fortuna di vivere in “tempi interessanti”, come recita il famoso (ma falso) adagio cinese, più vicino alla maledizione che all’augurio, dato che con “interessanti” si intende senz’altro tempi di crisi. La maggior parte delle persone con cui ho dei legami – più o meno continui, più o meno forti – è infelice. Lo era già da prima della pandemia a dire il vero: gli ultimi due anni di chiusure, rinunce, ansie e incertezze, coronati con la guerra in Ucraina e la siccità dovuta alla prima estate palesemente atipica, nonostante decenni di avvertimenti, ci hanno dato il colpo di grazia.

Il fenomeno che mi incuriosisce di più, però, è l’ostinazione dell’essere umano nel resistere al cambiamento, anche quanto ne va della sua stessa sopravvivenza, anche quando tutto intorno a lui gli grida che non c’è più tempo, che “dev[e] cambiare la sua vita”, per citare la celebre poesia di Rilke, ripresa dal filosofo tedesco Peter Sloterdijk in un suo famoso testo. L’essere umano ha quindi una certa capacità di non cambiare, sebbene nei manuali sia indicato tra le specie più adattabili mai esistite sulla faccia del pianeta. Da quando esiste, per di più, l’essere umano è infelice. La nostra storia è una storia di mestizie. L’essere umano soffre e cerca di liberarsi da questa sua infelicità, da Buddha a Woody Allen, con risultati più o meno efficaci e soddisfacenti.

Eppure, di questi tempi si è aggiunto un altro fenomeno che probabilmente infestava già l’umano prima della svolta calvinista, la stasi, unita al sospetto verso qualsiasi spinta verso un miglioramento, un cambiamento inteso come positivo. Facciamo resistenza verso quasi qualunque movimento che ci spinga a essere migliori, a comportarci in maniera più etica, a condurre una vita più sana o in armonia con il pianeta e il resto delle specie con cui condividiamo i nostri habitat. Mi ricordo che nel mio liceo era stato organizzato un incontro con persone che facevano volontariato. Qualcosa dentro di me ci avrebbe tenuto a fare qualcosa di simile – e infatti poi in futuro l’ho fatto – ma l’insistenza incalzante di quelle persone mi aveva istintivamente allontanata, con un profondo senso di repulsione.

Dev’esserci qualcosa di molto forte se, nonostante le innumerevoli evidenze che dimostrano quanto gli allevamenti siano deleteri e insostenibili sia per la specie umana sia per l’ecosistema, le persone che scelgono una dieta vegetariana o vegana vengono spesso derise, trattate come se non sapessero godersi la vita, considerate sciocche rinunciatarie, quando invece stanno seguendo la strada più etica e giusta. Allo stesso tempo guardiamo come invasati coloro che fanno attenzione alla loro dieta o all’allenamento. A volte, è vero, alcune persone sviluppano dei disturbi mentali legati a questi ambiti, ma a livello di salute fisica individuale e pubblica è comunque preferibile diventare dipendenti da una dieta sana piuttosto che da sostanze altamente dannose per il nostro corpo e che, in un periodo di tempo più o meno lungo, possono portarci a sviluppare patologie gravi, alcune delle quali letali. I malati, infatti, rappresentano una spesa per il sistema, anche se – come sappiamo – quello sanitario è un vero e proprio business. Le spese mediche nel Pil vengono conteggiate in positivo, quindi un Paese che ne ha molte, perché gran parte della sua popolazione è malata, in realtà ha un Pil più alto, tanto per renderci conto dell’assurdità. Eppure questa ostinata ricerca del benessere nasconde a sua volta dei punti critici.

Il desiderio di stare bene, nella prospettiva individualista e competitiva del sistema culturale in cui viviamo, oggi viene visto da tanti come un desiderio di primeggiare, con strane sfumature e pregiudizi legati all’eugenetica. I miei ex fidanzati di sinistra odiavano che praticassi atletica leggera, erano turbati se vincevo una gara. Il benessere, però, non è una competizione, ma qualcosa di estremamente individuale e intimo. Il mio personale benessere psicofisico non è raggiungibile alle spese di qualcun altro e soprattutto non è così facilmente misurabile per poterne stilare una graduatoria globale, oltre che uguale per tutti. Spesso si sente puntare il dito contro chi vuole cambiare e magari rappresentare un esempio positivo. Chi non crede nella necessità di farlo prova spesso però un profondo senso di colpa che finisce per scaricare contro gli altri, e non è tutto a causa della pressione sociale (proprio perché a ben vedere questa pressione non esiste, è al massimo un dogma estetico). Non aver cura di sé, buttarsi via, oggi sembra essere considerato un “peccato”, forse perché il nostro corpo, nell’era dell’immagine e della brandizzazione degli individui, è il nostro principale “patrimonio”.

È in questo ambiente distorto che “il fare schifo”, l’essere la versione peggiore di se stessi, viene rivendicato come una sorta di diritto, una “rivoluzione reazionaria”, quando in realtà non c’è nulla di sovversivo in tutto questo, perché siamo già spontaneamente portati a essere la versione peggiore di noi stessi, proprio perché siamo animali abitudinari e raramente le nostre abitudini sono “buone”. Su questa base si innesta il complesso discorso sul significato contemporaneo di salute. La salute, infatti, è passata dall’essere un problema della medicina, a uno stile di vita. Ma essere sani significa semplicemente non avere patologie, la minore possibilità nel tempo di svilupparne o qualcosa di diverso ancora?

Per chi si trova a convivere con malattie croniche, magari diagnosticate in giovane età, così come per chi sviluppa disturbi mentali, sembra che la propulsione del mondo a migliorarsi appaia quasi come un’offesa, per non dire un delirio di massa (si sono tutti dimenticati che bisogna morire?), un movimento compatto che lo lascia indietro, lo abbandona, perché appunto vive la malattia come uno stigma, che lo rende imperfetto e fin dal segnale di partenza della gara svantaggiato – quindi che senso ha provarci? La ricerca del benessere ha assunto a tutti gli effetti i tratti di quella che appare come una vera e propria religione, un’ancora di salvezza. Siamo intimamente convinti – per via della cultura in cui siamo cresciuti e dell’educazione che ci è stata somministrata – che vivere più a lungo sia per forza la cosa migliore che possiamo desiderare e per vivere più a lungo la cosa migliore è avere abitudini sane. Per tanti quindi la cura, il mantenimento e l’allenamento del corpo, vengono percepiti oggi come le buone azioni calviniste, che ci faranno “meritare la vita”. Per questo la diagnosi di una malattia grave in una persona che si è sempre curata di avere abitudini ineccepibili viene vista come qualcosa di assurdo e profondamente sconvolgente, una sorta di errore, di ingiustizia del fato.

Nel supermercato delle religioni – di cui parlava il sociologo Rodney Stark già negli anni Ottanta – anche il benessere diventa religio, una religione laica. Dagli anni Venti del Novecento anche la spiritualità diventa un bene di consumo, che si spalma su ambiti che prima restavano indipendenti dal suo dominio. Così nel corso dei decenni molte persone sono andate a costruirsi una spiritualità pret-à-porter, facile da indossare, adatta a tutte le occasioni e su misura, che contempla solo ciò che ci riesce meglio, ci fa stare bene e ci dà piacere. Il complesso sistema di norme dogmatiche, necessarie a far rispettare doveri e metodi, come fece notare la sociologa inglese Grace Davie, si è sbriciolato fino a diventare una polvere, atomizzata ma diffusa ovunque, che senza accorgerci continuiamo comunque a respirare. Con le parole di Davie: “Believing without belonging”, crediamo senza appartenere. Anche per questo la cura del sé, promossa da tanti marchi registrati di metodi che affondano le radici nel New Age, ma non solo, viene ormai vista in chiave assolutamente morale e moralista, creando questo paradosso comportamentale del goblin mode, o dell’antisalutista-autolesionista. Eppure se diverse pratiche religiose del passato deviavano bruscamente dalla tangente della sopravvivenza e della riproduzione della vita – basti pensare a tutte quelle pratiche asiatiche per aumentare il tapas – tante altre, la preghiera in primis, si muovevano nel solco della cura del corpo e della mente, nel loro benessere e nel loro proliferare.

Ci si allena, si mangia sano, per riportare in salute un corpo – e una mente – assediato dalla malattia del benessere, ovvero l’abbondanza e la mancanza di limite. Ci si dà ordine, si rinuncia ai grassi – che in effetti a ben vedere per la vita che conduciamo, per chi è seduto per 8 ore alla scrivania, non ci servono più a nulla, se non a produrre più dopamina – in un circolo vizioso letale. Maggior aspettativa di vita, però, non significa benessere, che a sua volta non significa salute. Da un lato c’è chi si impegna ad avere una vita sana per rifuggire l’idea della malattia e della morte; dall’altro c’è chi non se ne cura, canzona gli altri, e anzi fa vanto dei suoi vizi, quasi stesse sfidando la possibilità insita nel suo corredo genetico di andare incontro a una patologia, quasi a voler svalutare il sistema di valori degli altri. Quasi a sfidare la morte andandole incontro più velocemente. D’altronde è questo il movimento spontaneo della vita, degradarsi e infine interrompersi. Non importa se le statistiche parlano chiaro, il proprio futuro corporale e mentale viene di volta in volta messo tra parentesi, si rimanda a data da destinarsi l’appuntamento con la propria ossidazione cellulare, per poi essere colti di sorpresa – al pari dei buoni abitudinari – al momento della resa dei conti.

Si è passati così da un’esclusione di Dio, o degli dei, al considerare come una religione qualsiasi sistema di pensiero che riguardi il senso della vita. In questo calderone le ideologie si mescolano, così come le credenze, le tradizioni, i metodi, i vocabolari e le filosofie, in un pantano indistinto in cui tutti coloro che sono in cerca di fede, di qualsiasi ceto sociale, livello di istruzione od origine, sguazzano indiscriminatamente, alla confusa ricerca di qualcosa che li liberi, gli renda l’esistenza più tollerabile, li faccia sentire felici o almeno li consoli. Così, anche il fitness, o la dieta, si trasformano in religioni, per giunta molto più dogmatiche di tante altre vere religioni. Lo yoga è un esempio eclatante di questo fenomeno.

Quello della salute, nel mondo capitalista, è diventato uno dei tanti business di cui si nutre il sistema, tanto che ormai molte persone vedono vedono sotto una cattiva luce – come scrive Ione Gamble sul Guardian – “la spinta a considerare la nostra salute come un fattore determinante per ogni decisione che compiamo”. Rileggete lentamente questa frase, perché chi l’ha concepita sembra non aver ben presente che la mente è corpo. Siamo invitati a non considerare la nostra salute – e quindi la nostra conservazione – come un fattore determinante rispetto al quale prendere decisioni. Ma allora ci si chiede in base a cosa dovremmo agire e come possiamo fare a capire cosa è bene per noi stessi.

Sicuramente essere sani appare in molti casi come un vero e proprio lusso legato a una condizione di privilegio, dettato dalle condizioni di vita, dall’ambiente in cui si può vivere, dal potere di acquisto, dal livello di istruzione (che a sua volta è correlato al reddito), dalla possibilità di disporre di tempo libero per prendersi cura di sé. Le ricerche condotte da Michael Marmot, medico e professore di Epidemiologia e Salute Pubblica alla University College of London, negli anni Settanta e Ottanta riscontrano tutto ciò e, prima ancora, Jean Baudrillard, ne La società dei consumi, aveva anticipato che la salute e la rinuncia – ai grassi saturi, alla carne, all’accumulo di oggetti – sarebbero diventate, in primis da un punto di vista semiologico, i principali simboli di ricchezza usati dalle élite per distinguersi come nuova “nobiltà”.

Tra gli altri, l’economista Robert Crawford ha fatto notare che negli Stati Uniti (dove affonda le radici questo fenomeno che si è via via diffuso in tutto il mondo) l’attenzione individuale verso la salute si diffuse e divenne popolare negli anni Ottanta, in seguito al fallimento dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, incapaci di ottenere risultati politici concreti e collettivi. L’attivismo subì una profonda crisi e i governi non risposero in alcun modo alle necessità della popolazione, così le persone si ripiegarono su se stesse, sulla loro interiorità e individualità, a causa della sensazione, e in un certo senso della prova provata, di non avere alcun potere per cambiare il mondo.

A oggi c’è molta confusione, e se alcuni rispondono istintivamente alla chiamata del cambiamento, altri, altrettanto istintivamente le resistono. Il tempo per riflettere su questi temi enormi, ma fondamentali, è poco e quindi si finisce per raccogliere le prove a sostegno delle nostre credenze. Forse, in ultima analisi, ciò che davvero distingue l’uomo dagli altri animali è il suo tendere alla religione, la tensione esistenziale che nasce, o riversa, nel suo desiderio di credere in qualcosa che non esiste, per questo chi lavora su sé stesso, senza donare sforzi e impegni agli dei, viene così faticosamente apprezzato, quasi come Ulisse, sono passati i millenni ma il moto interiore è quello di denunciare la hybris dell’uomo che agisce fuori dalla relazione con Dio.

Sicuramente avere un’attitudine religiosa rifiutando l’esistenza del divino è la cosa più ridicola e deleteria in cui possiamo cadere. La fitness culture sicuramente esiste, e come tutte le culture ha dei limiti, eppure comprende numeri irrisori rispetto al totale della popolazione, che invece si comporta come se le proprie azioni e abitudini non avessero conseguenze sul lungo periodo sul proprio stesso corpo. In molti casi ciò è dettato da una sistematica mancanza di tempo e di reddito – effettiva o percepita che sia – che fa sì che anche solo una mezz’ora di attività fisica al giorno, magari da svolgere all’interno della propria casa, risulti impossibile. A maggior ragione il doversi spostare per praticare un’attività, al di là dei costi effettivi, può apparire come qualcosa di estremamente ostico o stressante, così come fare una spesa ponderata per poi cucinarsi un piatto dall’apporto nutrizionale equilibrato. Siamo arrivati a un livello di carico mentale e autosfruttamento di noi stessi causato dalla competizione e dall’inflazione così alto che in molti casi non riusciamo letteralmente a trovare le energie per riuscire a trasformare in abitudini alcune piccole accortezze necessarie per la nostra sopravvivenza, così come in molti casi non rispettiamo le necessarie ore di sonno di cui avremmo bisogno. I working poor sono sempre di più e ci viene fatto credere che anche solo una pausa di pochi minuti per sgranchirci le gambe camminando intorno al tavolo sia una perdita di tempo, vista con sospetto da colleghi e superiori.

Per cambiare questo paradigma, però, non basta sforzarsi di andare in palestra, in uno studio di Pilates, né tantomeno in un centro di yoga. Soffrire, fisicamente o mentalmente, non è mai bello, eppure sembra che per un secolo ci siamo impegnati a costruire passo dopo passo l’idea che la salute sia solo una parte della vita, non la sua condizione d’essere.


LUCIA BRANDOLI HA STUDIATO TECNICHE DELLA NARRAZIONE, ARCHITETTURA E MUSICA. HA PUBBLICATO QUATTRO RACCOLTE DI POESIE – L’ULTIMA DELLE QUALI È DITTICO DELL’ACQUA (INDUSTRIA & LETTERATURA, 2022) – E LA RACCOLTA DI RACCONTI A LETTO NON SI PENSA AL FUTURO (PENDRAGON, 2017). È EDITOR SENIOR DI THE VISION. TRADUCE, INSEGNA YOGA E SI OCCUPA DI FILOSOFIA ASIATICA.

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