La rivoluzione digitale non sono gli ebook, ma internet

L’ecosistema della lettura digitale non è affatto un oggetto di studio unico e ben definito, è semmai un arcipelago complesso e variegato: a un’impostazione tesa a confrontare lettura su carta e lettura digitale per capire “quale funziona meglio” si dovrebbe sostituire un’analisi in cui la maggiore o minore funzionalità dei singoli ambienti di lettura sia presa in esame sulla base di un insieme molto ampio di tratti distintivi.


IN COPERTINA e nel testo, un’opera di magritte

Questo testo è tratto  da  Imago librorum, a cura di Edoardo Barbieri. Ringraziamo Olschki per la gentile concessione.


di Gino Roncaglia

Nel prendere in esame l’evoluzione della forma-libro all’interno dell’ecosistema digitale, il primo tema da discutere è solo apparentemente banale: cosa intendiamo per libro e lettura “digitali”? In che modo – e in che misura – l’aggettivo trasforma il sostantivo che lo precede? 

A rendere complesso l’interrogativo è il fatto che in realtà il termine “digitale” non si riferisce a una qualche caratteristica fisica, riconoscibile, dell’oggetto-libro. Certo, un dispositivo di lettura “digitale” avrà alcune caratteristiche fisiche specifiche: per esempio, la presenza di un microprocessore e di una memoria. Ma nel suo significato più proprio, quando parliamo di testualità digitale ci riferiamo in primo luogo alla modalità di codifica del testo: è solo perché abbiamo trasformato una successione di caratteri in una successione di “0” e “1”, che il nostro testo può essere gestito da un dispositivo informatico. E incontriamo qui una prima differenza essenziale fra “libro digitale” e libro cartaceo: in un libro tradizionale il testo è indissolubilmente legato al supporto di lettura, da cui – una volta stampato – può essere separato solo attraverso un’operazione di astrazione concettuale; in un libro digitale, al contrario, testo e supporto di lettura sono due cose diverse: lo stesso testo può essere letto su supporti di lettura differenti e spesso con impaginazioni diverse, mentre lo stesso supporto di lettura può ospitare e visualizzare testi differenti. 

Giacché il termine “digitale” si riferisce in primo luogo alla modalità di codifica del testo, potremmo addirittura chiederci se un libro a stampa prodotto oggi, e dunque presumibilmente scritto in digitale dal suo autore, rivisto e impaginato in digitale dalla casa editrice, e stampato dalla tipografia partendo dalla versione su file, non sia esso stesso un libro elettronico, trasferito su carta solo per il momento della fruizione e dunque della lettura: con i vantaggi di una messa in pagina più puntualmente calibrata e affidabile, ma lo svantaggio rappresentato dall’impossibilità di conservare l’originaria indipendenza di supporto e contenuto. 

Queste premesse sono essenziali nel riflettere su quali siano, oggi, le nuove frontiere dell’editoria digitale. Alcuni elementi di cornice sono chiari; ne ricordo tre, particolarmente rilevanti per le considerazioni che vorrei svolgere: 

1) Il libro elettronico, a differenza per esempio di Internet, non è stata una innovazione dalla diffusione “esplosiva”, caratterizzata da un incremento rapido e continuo nel numero degli utenti. Piuttosto, ha mostrato la tendenza a una crescita “a gradini”, finora legati principalmente alle caratteristiche dei dispositivi di lettura: un primo gradino intorno al 1999-2000, con i primi dispositivi portatili e utilizzabili in modalità lean back, in poltrona o a letto; un secondo gradino fra il 2007 e il 2011, con la diffusione prima del Kindle e poi dell’iPad, determinanti per il successo rispettivamente degli e-reader a carta elettronica e dei tablet. Negli anni successivi, la diffusione degli e-book è rimasta sostanzialmente stabile:1 aggiornando agli avvenimenti più recenti quanto già ricordato durante il convegno, possiamo osservare come anche la pandemia COVID-19, che limitando per lunghi periodi l’accesso a librerie e biblioteche avrebbe potuto rappresentare una forte spinta verso il passaggio al digitale, non ha modificato se non in piccola parte questo dato. 

2) A loro volta, i libri elettronici aumentati (con contenuti multicodicali e interattivi) hanno conosciuto una diffusione assai limitata, in molti casi affidata a modelli di produzione editoriale che si sono dimostrati poco sostenibili: i costi di produzione sono alti, soprattutto nei casi in cui la ricerca di forme più sofisticate di costruzione dei contenuti ha comportato la necessità di un lavoro di “regia digitale” più elaborato e complesso e di una componente più significativa tanto di programmazione quanto di produzione o acquisizione di contenuti multimediali; d’altro canto, i libri aumentati sono utilizzabili quasi esclusivamente su tablet o smartphone, e dunque solo su un sottoinsieme dei dispositivi di lettura che costituiscono la base tecnologica dei dati di penetrazione – come si è detto, ancora abbastanza limitati – ricordati poc’anzi. Infine, tanto gli editori quanto i lettori, indipendentemente dalla propensione o meno all’uso di dispositivi di lettura digitali, si sono mostrati abbastanza tenacemente (o, a seconda dei punti di vista, pervicacemente) fedeli al modello tradizionale della forma-libro: organizzazione lineare del testo, e uso della testualità alfabetica come codice comunicativo prevalente o esclusivo. Una fedeltà i cui motivi meriterebbero senz’altro un’analisi più approfondita di quella possibile in questa sede, e che – almeno finora – porta alla prevalenza assoluta, anche nel campo dei libri elettronici, di e-book che si limitano a essere trasposizioni digitali del modello di organizzazione testuale e tipografica del libro su carta.

3) La scarsa penetrazione dei libri aumentati e – più in generale – dei libri elettronici si associa però a cambiamenti assai più rilevanti sul fronte della lettura. La grande maggioranza delle lettrici e dei lettori – indipendentemente dalle scelte relative al supporto di lettura, cartaceo o digitale – utilizza comunque la rete, e la utilizza anche per attività che accompagnano e integrano la lettura. Scegliamo un libro sulla base di consigli, opinioni, recensioni, pareri che ci arrivano attraverso strumenti di rete (e in particolare strumenti social), lo acquistiamo sempre più spesso on-line, e dunque attraverso la mediazione delle informazioni fornite da Amazon o dagli altri store in rete (la percentuale dei libri fisici acquistati on-line è superiore a quella dei libri letti in digitale), lo discutiamo e commentiamo in rete. Ma soprattutto – e questo riguarda anche le lettrici e i lettori meno inclini all’uso dei social – pratichiamo diffusamente la pratica della lettura aumentata, approfondendo e integrando il testo attraverso la ricerca di informazioni in rete. Per fare solo qualche esempio: se vogliamo qualche informazione in più sull’autore o se nel libro che stiamo leggendo troviamo un riferimento a un personaggio storico che non conosciamo, andiamo a cercare informazioni in rete; se troviamo un riferimento a un luogo ne cerchiamo immagini o mappe geografiche; se incontriamo un riferimento a un brano musicale lo andiamo ad ascoltare. L’ecosistema di rete permette e sollecita insomma una sorta di esplosione multicodicale della dimensione intertestuale propria di ogni libro, e lo fa ormai per la maggior parte delle lettrici e dei lettori, non solo per quelli che si affidano a dispositivi di lettura digitali. 

In questo contesto, possiamo dire – paradossalmente – che la vera rivoluzione introdotta finora dal digitale riguarda non già il supporto, ma le forme della lettura. È possibile che in un futuro non troppo lontano innovazioni tecnologiche e il naturale processo di sostituzione generazionale faranno superare alla lettura digitale nuovi “scalini”, aumentandone la penetrazione, così come è possibile che questo processo richieda tempi più lunghi e che i vantaggi della carta come supporto di lettura continuino a pesare, nella valutazione degli utenti, più di quelli offerti dai dispositivi digitali. Ma il fronte sul quale il cambiamento è già avvenuto, e ha già conseguenze rilevanti, è quello dell’intorno della lettura, che è ormai pienamente situata all’interno di un ecosistema di cui fa parte a pieno titolo la dimensione di rete. 

Questa considerazione, naturalmente, non ci esime da una valutazione delle caratteristiche e dell’evoluzione della lettura in digitale in senso stretto, e dunque da una discussione del mondo degli e-book e degli e-reader. Una discussione esaustiva di questo tema non è certo possibile nei limiti di un intervento di sintesi, ma proverò a fornire alcune coordinate generali. E anche in questo caso lo farò distinguendo tre dimensioni che credo vadano considerate – e accuratamente differenziate – nel parlare di libri elettronici e di lettura digitale. Partendo proprio dalla considerazione ricordata in apertura: l’indipendenza fra dispositivo di lettura e testo elettronico. 

1) Il dispositivo fisico di lettura costituisce chiaramente la prima dimensione da considerare. Le sue caratteristiche tecnologiche – e in particolare le caratteristiche dello schermo – non sono un mero dettaglio tecnico: pensarlo significherebbe cadere nello stesso errore in cui cadrebbe chi dovesse sottovalutare l’importanza di fattori come il formato del volume, il tipo e lo spessore della carta, le caratteristiche dell’inchiostro, la legatura, nel prendere in esame quel particolare e meraviglioso oggetto non solo culturale ma anche tecnologico che è il libro. Abbiamo già ricordato, nel parlare di libri aumentati, le differenze fra famiglie diverse di dispositivi, e in particolare fra dispositivi basati su carta e inchiostro elettronico (a partire dal primo Kindle) e dispositivi basati su schermi OLED o AMOLED a colori, come i tablet e gli smartphone. A oggi, carta e inchiostro elettronico sono per lo più limitati al bianco e nero, e la velocità di refresh dello schermo non consente la visualizzazione di filmati o di animazioni fluide: non solo un libro aumentato che integri testo, audio e video, ma anche il catalogo di una mostra d’arte sono semplicemente non riproducibili su un dispositivo di questo tipo. Al contrario, tablet e smartphone vanno benissimo per la visualizzazione di immagini a colori e l’integrazione multicodicale, e possono farlo ormai con una risoluzione di tutto rispetto, ma presentano altri svantaggi: emettono luce (un fattore considerato stancante da molti lettori), si leggono male alla luce solare diretta, devono essere ricaricati dopo poche ore di uso. Evoluzioni future, come la tecnologia dell’electrowetting, potrebbero portare a una confluenza di queste due famiglie di dispositivi (condizione credo indispensabile per un vero salto di qualità della lettura digitale), ma al momento non abbiamo garanzie né sui tempi né sulle forme che questa integrazione potrà assumere. Già queste rapidissime considerazioni bastano a capire quanto le caratteristiche del dispositivo di lettura usato influenzino e orientino la tipologia di contenuti che vi può essere letta. Anche in digitale, dunque, le caratteristiche fisiche e tecnologiche del dispositivo di lettura utilizzato non solo non sono neutrali, ma delimitano e contribuiscono a determinare tanto la tipologia dei contenuti quanto la loro organizzazione, e, in ultima analisi, le forme possibili dell’atto di lettura. E lo fanno, se possibile, in modo ancor più rilevante (o almeno: non meno rilevante) di quanto non accada nel caso del libro su carta. 

2) Per quanto riguarda la dimensione “immateriale” del testo elettronico (che comunque, è bene ricordarlo, richiede sempre un supporto non solo per la visualizzazione ma anche per la memorizzazione), possiamo distinguere al suo interno due aspetti che – benché strettamente interrelati – è opportuno non confondere. Da un lato le scelte relative alla rappresentazione “astratta” del testo e dei fenomeni testuali esplicitamente marcati nell’edizione elettronica, e dunque, per fare solo qualche esempio, la strutturazione in sezioni e capitoli, la selezione degli elementi paratestuali considerati, e in generale tutto quel che può essere collegato alla costruzione del “modello” testuale alla base dell’edizione (tutti aspetti rilevanti non solo per le edizioni critiche). Dall’altro le scelte legate alla messa in pagina e dunque alla “tipografia digitale”, che nel caso dei libri elettronici è spesso esplicitamente influenzata dalle scelte del lettore (per esempio su font e dimensione dei caratteri) e dalle caratteristiche del dispositivo usato, ma che dipende anche da scelte operate a livello editoriale; potremmo dire che la messa in pagina, nel caso della lettura digitale, sia il risultato di una sorta di negoziazione fra le indicazioni rappresentazionali predisposte dall’editore e fornite dal file, e le scelte di visualizzazione lato utente. 

3) Le funzionalità del software di lettura, che rappresenta di fatto il punto di contatto fra dispositivo e testo elettronico e determina quali funzionalità di interazione con il testo siano disponibili al lettore, e in che modo: è al software che spetta per esempio determinare il grado di libertà dell’utente nella scelta di alcuni elementi della messa in pagina, come nel caso già ricordato di font e dimensioni dei caratteri, ma anche le funzionalità a sua disposizione relativamente alla navigazione nel testo, alle annotazioni, all’uso di strumenti come vocabolari o dizionari, e così via. 

Nella descrizione di queste tre dimensioni si sarà notato il ricorso ad alcune categorie – come quella di messa in pagina – nate nel mondo gutenberghiano, ma anche la necessità di far riferimento a dimensioni nuove e specificamente legate all’ambiente di lettura digitale. Se la riflessione sulla lettura digitale si limita al confronto con la carta (come avviene purtroppo assai spesso), si rischia di perdere di vista la rilevanza anche di questi aspetti per una corretta comprensione e valutazione di caratteristiche, problemi, linee di sviluppo di questo nuovo ecosistema di lettura. 

Più in particolare, il ruolo esclusivo e totalizzante di questo confronto ha due conseguenze che ne compromettono radicalmente tanto l’interesse quanto i risultati, perfino quando il confronto stesso è condotto in maniera metodologicamente curata (per esempio raccogliendo dati sulle preferenze e le esperienze di lettura di campioni ben descritti e statisticamente significativi di utenti). Per un verso, infatti, si è portati a considerare l’ecosistema della lettura digitale come un ambito uniforme e definito, un oggetto di studio ben individuato, rispetto al quale la determinazione “digitale” si trasforma in una sorta di qualità essenziale, garanzia di esistenza e unicità dell’oggetto dell’indagine. Per altro verso, si è portati a considerare come caratteristiche rilevanti e distintive, pur nella varietà dei modi e delle forme in cui il confronto con la carta è sviluppato, solo quelle rispetto alle quali l’analisi contrastiva fra i due ecosistemi è possibile e sensata. 

Tutte e due queste assunzioni sono, come si sarà capito da quanto detto in precedenza, infondate, e si trasformano facilmente in bias sistematici. Da un lato, infatti, abbiamo visto che il “digitale” in quanto tale è di per sé solo un formato di codifica dell’informazione, del tutto indifferente rispetto ai supporti che possono essere utilizzati: le scelte di cui si è parlato relative a formati, marcatura dei fenomeni testuali e paratestuali, funzionalità del software, e così via, sono rese possibili dal fatto di lavorare in digitale, ma sono successive rispetto alla scelta fondamentale di rappresentare informazione attraverso la codifica binaria. Se parliamo solo di digitale, come se il termine bastasse a dire tutto, e non allarghiamo il discorso e l’attenzione anche (e soprattutto) ai modi in cui uno specifico ecosistema di lettura digitale è di volta in volta organizzato e articolato, rischiamo di capire molto poco della complessità della situazione. D’altro lato, la ricordata varietà dei dispositivi di lettura per testi elettronici, ciascuno con caratteristiche specifiche (difficilmente analizzabili solo attraverso un confronto con il libro su carta), mal si concilia con il tentativo di reductio ad unum imposta dal paradigma della dicotomia carta-digitale. Una dicotomia che rischia anche di nascondere – o quantomeno sottovalutare – il ruolo degli altri fattori che abbiamo sinteticamente considerato, e di lasciare ai margini dell’indagine tutte le forme di testualità elettronica non riducibili alla forma-libro tradizionale, alfabetica e lineare, come i libri elettronici aumentati. 

In altri termini: l’ecosistema della lettura digitale non è affatto un oggetto di studio unico e ben definito, individuabile semplicemente attraverso una sorta di “essenza” comune. È semmai un arcipelago complesso e variegato, che per essere analizzato in maniera metodologicamente fondata richiede la preventiva identificazione di categorie e tratti distintivi non sempre e non facilmente riconducibili a quelli utilizzati nell’ambito della tradizione gutenberghiana. Qualsiasi lavoro serio di analisi e approfondimento in questo campo dovrebbe porsi come obiettivo prioritario proprio quello di identificare e descrivere con attenzione queste categorie e questi tratti distintivi, qui accennati solo in forma assai limitata e sintetica, ricavandoli non solo da un’analisi astratta ma anche da indagini empirico-sperimentali e metodologicamente rigorose dei comportamenti di lettura, delle scelte, delle opinioni dei lettori, utilizzando sia metodologie e strumenti di data analysis sia le possibilità offerte oggi dalla ricerca nel campo delle neuroscienze. 

A una impostazione tutta tesa a confrontare lettura su carta e lettura digitale per capire “quale funziona meglio” si dovrebbe dunque sostituire un’analisi in cui la maggiore o minore funzionalità dei singoli ambienti di lettura sia presa in esame sulla base di un insieme assai ampio di tratti distintivi, che tengano conto sia delle diverse tipologie di testi letti, sia delle caratteristiche dei dispositivi di lettura utilizzati, sia delle scelte fatte a livello di rappresentazione del testo e di messa in pagina, sia, infine, delle diverse funzionalità e possibilità offerte dall’ambiente software di volta in volta utilizzato. Un lavoro in gran parte ancora da fare, che credo possa costituire una prospettiva di ricerca di grande rilievo per chi guarda allo sviluppo dell’ecosistema di lettura digitale non solo in termini di sviluppo tecnologico o di mutamento di mercato, ma come un cambiamento culturale che riguarda direttamente le nostre pratiche di lettura e – in prospettiva – l’evoluzione stessa della forma libro. 


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