La sinistra senza classe: la lunga resa della sinistra al mercato



Negli ultimi trent’anni la sinistra ha rinunciato alla questione di classe, abbracciando un discorso neoliberale che ha trasformato i diritti civili in strumenti di mercato. Il risultato? Un attivismo di marca, un’identità vendibile e una libertà accessibile solo a chi può pagarla.


In copertina: Michelangelo Pistoletto, La mela, Asta Pananti in corso

Questo testo è estratto da Rompere il gioco di Fabrizio Acanfora. Ringraziamo l’autore e Effequ per la gentile concessione.


di Fabrizio Acanfora

Abbiamo visto che quella parte dell’attivismo che nasce nel Sistema e agisce a suo favore – l’attivismo aziendale, un ossimoro, una contraddizione in termini. Eppure oggi il brand activism e il consumer activism sono da moltissime persone considerati vere e proprie forme di advocacy per i diritti civili e le libertà individuali. Abbiamo visto anche l’altra faccia dell’attivismo, quella antisistema, che può anche assumere il volto del populismo di destra, quando quest’ultimo decide di attaccare quella parte del Sistema che identifica come progressista e democratica e che politicamente è orientata verso sinistra, una sinistra che è diventata fragile nel momento in cui, a partire dagli anni Novanta, ha abbracciato senza riserve il discorso neoliberista promosso dalla cosiddetta ‘Terza Via’ di Blair e Clinton. Così facendo, ha finito per rinnegare quei valori che storicamente ne facevano il baluardo della classe lavoratrice, una classe progressivamente eliminata dalla narrazione politica, in particolare dalla sinistra neoliberista. Un esempio emblematico di questo cambiamento è la famigerata frase “siamo tutti classe media” popolarizzata da Tony Blair negli anni Novanta: da quel momento la sinistra ha spostato il suo focus sulle cause di giustizia civile, concentrandosi principalmente sulla difesa delle minoranze, ma perdendo completamente di vista la questione di classe – considerata ormai superata nell’immaginario progressista neoliberista – e i diritti sociali come il diritto alla sanità e all’istruzione pubblica, alla pensione ma anche i servizi socioassistenziali, che sono stati privatizzati nell’ottica antiassistenzialista neoliberista.

La sinistra della Terza Via ha accolto le istanze delle minoranze, istanze identitarie nate in larga parte proprio come reazione a quel processo di normalizzazione e categorizzazione che inizialmente aveva creato e marginalizzato la diversità. Dopo aver etichettato ed escluso questi gruppi, il Sistema ha cominciato a sfruttarli economicamente, trasformando quelle stesse etichette in nicchie di mercato e riserve di forza lavoro a basso costo. Le persone escluse dal discorso sociale, non avendo pari accesso al mondo del lavoro, sono diventate uno dei bersagli delle politiche della Terza Via, che ha finito per utilizzare la loro condizione di marginalizzazione come strumento per abbassare il costo del lavoro, integrando queste minoranze solo nei termini utili al mercato.

La cosiddetta Diversity & Inclusion, quel movimento che opera nelle aziende per favorire l’inclusione lavorativa delle cosiddette persone ‘fragili’ o ‘deboli’ – rese tali dallo stesso sistema che ora cerca di includerle – nasce come risposta a due esigenze fondamentali del mercato del lavoro: da una parte la necessità di trovare nuova forza lavoro di ricambio (come dimostrano i discorsi sull’utilità dell’immigrazione, che tratta i corpi migranti come oggetti funzionali), dall’altra la creazione di un bacino di persone disposte ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare.

Un chiaro esempio di questa dinamica è l’apertura del mercato del lavoro alla disabilità. Nel momento in cui le aziende sono obbligate da leggi sulle quote o incentivate tramite riduzioni fiscali ad assumere una piccola percentuale di persone disabilitate, si rende ‘occupabile’ una parte della popolazione che fino a quel momento era stata esclusa dal mercato del lavoro. Non dimentichiamo che l’idea moderna di disabilità è nata proprio con la standardizzazione del lavoro durante la rivoluzione industriale, che ha reso automaticamente ‘non abili’ (e quindi ‘disabili’) al lavoro le persone con corpi, menti e sensi diversi dalla norma.

Abilitando la disabilità al lavoro, il neoliberismo dei diritti civili ha contribuito ad alimentare quello che Marx definiva “esercito industriale di riserva1”: un bacino di soggetti disoccupati e teoricamente occupabili, la cui esistenza serve a indebolire il potere contrattuale della classe lavoratrice2. Quando la disoccupazione è troppo bassa, infatti, si verificherebbe una situazione in cui i posti di lavoro disponibili eccedono la forza lavoro, e ciò consentirebbe a chi lavora maggiore possibilità di scelta e dunque il potere di negoziare migliori condizioni lavorative. Le aziende, trovandosi costrette ad assumere personale, devono accettare le richieste della classe lavoratrice, mentre in un contesto di maggiore disoccupazione il rapporto di potere si inverte.

Il tasso di disoccupazione fisiologico, noto anche come “tasso naturale di disoccupazione” (proposto da uno dei padri del neoliberismo, l’economista Milton Friedman), è generalmente considerato tra il quattro e il cinque virgola cinque per cento nei paesi sviluppati. Questo livello riflette la percentuale di disoccupazione che si verifica anche in condizioni economiche stabili, a causa di fattori come la mobilità del lavoro, la transizione tra posti di lavoro (disoccupazione frizionale), e la disoccupazione strutturale dovuta a cambiamenti tecnologici o industriali. Fondamentalmente, l’idea è che un certo livello di disoccupazione sia necessario per mantenere un equilibrio tra l’offerta e la domanda di lavoro. Secondo la teoria di Friedman, ridurre la disoccupazione al di sotto di questo livello può portare a un aumento dell’inflazione.

Da una trentina d’anni la sinistra ha quindi accettato di entrare definitivamente nella gestione di questo tipo di potere, ovvero in quello che chiamiamo qui Sistema, il grande gioco che non ammette alternative. E non potendo più attaccare il Sistema da cui dipende tanto quanto la destra, non potendo più lottare per la classe lavoratrice, ha dovuto necessariamente spostare le proprie battaglie di giustizia sociale dai diritti sociali, traslando dalla questione di classe come base delle disuguaglianze del nostro sistema alle battaglie identitarie. Il problema è che, anche se ormai non più nominata, la classe lavoratrice continua a esistere e a essere sfruttata dalla classe capitalista, sfruttamento che ormai avviene in modi sempre più raffinati e disumani, come dimostra la crescita del micolavoro, piccole attività o compiti molto specifici e frammentati, generalmente svolti online, che richiedono poco tempo per essere completati e spesso pagati pochi centesimi a cottimo. Questo tipo di lavoro è una componente chiave dell’economia digitale e delle piattaforme, ed è spesso assegnato attraverso siti come Amazon Mechanical Turk, Clickworker o altre piattaforme di crowdsourcing3. È una dinamica che porta alla distruzione di ogni protezione lavorativa, e trasforma la figura di dipendente in una sorta di microimprenditoria diffusa, composta da persone che, quando va bene, lavorano una giornata intera per due o tre dollari l’ora.

Questo spostamento ha ottenuto alcuni effetti indesiderati. Primo tra tutti, la creazione di una sacca di elettorato composta da una parte della classe lavoratrice che, trovandosi indifesa e non più rappresentata dalla sinistra, ha cominciato a rivolgersi alle destre e al populismo (spesso tra loro aderenti) per trovare protezione. La sinistra, dal canto suo, è stata nel frattempo considerata aderente a quello che, come già visto, è stato definito ‘wokismo’, una maniera di concentrarsi esclusivamente su battaglie culturali e identitarie, trascurando le questioni economiche e materiali che una volta costituivano il cuore della sua agenda. Questo ha creato una frattura con la classe lavoratrice, sempre più lontana da una sinistra percepita come distante dai propri bisogni, spianando la strada alla narrazione populista che invece sa promettere soluzioni immediate e protezione. L’altro effetto indesiderato, come già accennato, è stato la creazione di una nuova macrocategoria di persone che vedendosi rappresentata dalla politica progressista ha abbracciato le proprie identità marginalizzate con orgoglio, mostrandosi al mondo e rivendicando il diritto di decidere liberamente dei propri corpi, delle proprie scelte e dei propri orientamenti.

È qui che il discorso si complica e diventa particolarmente delicato. È proprio a questo punto che, in un curioso paradosso, tanto la destra populista e illiberale quanto ciò che rimane della sinistra più estrema si trovano a coincidere nel condannare le politiche identitarie, etichettandole semplicemente, appunto, come woke. Entrambe le fazioni ridicolizzano queste battaglie, accusandole di concentrarsi su problemi inesistenti o secondari, mentre le vere questioni, come il lavoro e la povertà, rimarrebbero ignorate. Questa critica presenta due facce diverse. Se da una parte, nella sinistra più radicale, la visione si fonda sulla difesa delle questioni economiche alla base delle disuguaglianze, dall’altra, la destra fa un uso strumentale di questa retorica: pur mostrando di accogliere le istanze delle classi subalterne e lavoratrici, nei fatti resta una diretta emanazione del sistema economico che afferma di voler contrastare, e non fa nulla per affrontare i problemi strutturali che generano disparità di opportunità e tutele4.

Il problema in realtà sorge attorno a un concetto cruciale: la libertà. Fin dalla nascita del liberalismo classico nel Diciottesimo secolo – nel contesto delle grandi rivoluzioni come quella francese e americana e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – il concetto di libertà ha iniziato a circolare in una società che stava uscendo, almeno in parte, dalla tirannia delle monarchie assolute e da un ordine sociale ormai decadente, quello feudale. Questo concetto, però, è stato reinterpretato e trasformato, generando tensioni fra una visione emancipativa e una visione economica che continua a dominare il discorso contemporaneo.

Quello di libertà oggi è un concetto che viene strattonato da più parti e che, abbiamo già visto, assume significati diversi a seconda di chi lo utilizza. Secondo la narrazione egemone, cioè il racconto che la classe dominante crea del mondo, la libertà oggi assume un valore non politico ma economico. Ci viene detto che abbiamo la libertà di scegliere: se lavorare o meno, che tipo di lavoro svolgere, cosa e come comprare, dove e come curarci, studiare, cosa mangiare. Ci viene detto da più parti che siamo esseri unici, e che questa unicità merita attenzione, che dobbiamo scegliere per noi solo il meglio, che possiamo essere chi vogliamo essere; nella prassi, tuttavia, questa libertà è concessa solo a chi può permettersi di pagarla. Se non riusciamo a soddisfare le necessità basilari come quella di provvedere al nostro sostentamento, a una casa, alle cure essenziali, tutto il resto rimane un miraggio. Se proveniamo da una famiglia povera, per esempio, la cosa più probabile è che dovremo cominciare a lavorare il prima possibile, con uno stipendio molto basso. È possibile che non abbiamo accesso a un’alimentazione equilibrata e alla possibilità di cure adeguate, come quelle dentistiche, che raramente sono coperte dal sistema sanitario pubblico. È anche probabile che il nostro stile di vita non sarà ideale per la salute e che i livelli di stress dovuti alla situazione in cui viviamo, sia materiale che psicologica, saranno estremamente alti, predisponendoci a malattie di vario tipo. In un quadro del genere, il tipo di libertà pubblicizzata dal Sistema per noi diventa un privilegio, qualcosa che possiamo solo sognare. Aggiungiamo poi la frustrazione di un sistema che continua a dirci che se vogliamo possiamo farcela, che se ci impegniamo possiamo raggiungere qualsiasi obbiettivo, un sistema che ci illude anche attraverso una moderna mitologia fatta di startup nate in fantomatici garage, di multimilionari che hanno fatto fortuna solo grazie alla propria abnegazione, che hanno vinto la propria battaglia contro la procrastinazione, ripetendo sempre lo schema per cui se non hai avuto successo è colpa tua. In alcuni casi poi questa mitologia assume tratti mistici, racconta di persone che hanno fatto fortuna visualizzando il proprio successo, immaginando la propria ricchezza, di rituali per attrarre la fortuna, di vere e proprie leggi cosmiche che narrano un universo benevolo con chi sa chiedere, altro rimando alla responsabilità individuale.

La libertà di cui parla oggi il Sistema è un ossimoro, un paradosso: ci racconta che siamo liberə per privarci della nostra libertà. E il sentimento di passività nei confronti di un sistema ostile verso classi subalterne ma estremamente benevolo nei confronti di chi esercita il potere, soprattutto attraverso la concentrazione di ricchezza economica, è ormai interiorizzato a tal punto da essere diventato naturale.


FABRIZIO ACANFORA è scrittore, attivista e musicista, e responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di Specialisterne Italia, azienda dedicata all’inserimento lavorativo di persone autistiche. È docente presso il Master in Musicoterapia dell’Università di Barcellona e insegna al Master in Tutor Accademico Specializzato in Didattica Musicale inclusiva all’università LUMSA di Roma. Tra le voci più ascoltate sui temi della diversità, con effequ ha pubblicato i libri Eccentrico. L’autismo in un saggio autobiografico (2018 e nuova edizione 2022, vincitore del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica Giancarlo Dosi nel 2019) e In Altre Parole. Dizionario minimo di diversità (2021). È inoltre autore dei libri Di pari passo. Il lavoro oltre l’idea di inclusione (2022) e L’errore. Storia anomala della normalità (2024) e coautore del libro di testo La grammatica che serve (Feltrinelli Scuola, 2025).

0 comments on “La sinistra senza classe: la lunga resa della sinistra al mercato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *