Lo riesci a percepire quel tipo di unto che imbratta le dita e le labbra della persona che mangia davanti a te? Se poi lo osservi bene, potrebbe avere addirittura il potere di toglierti la fame, di innescare un disgusto che nulla ha a che vedere col verbo “nutrire”. Gli altri continueranno a mangiare anche quando qualcosa ti divora ma non è detto che non se ne accorgano tra un boccone e l’altro. Il dolore non è un menù fisso.
IN COPERTINA una illustrazione di Francesco d’isa (immagine generativa, 2026)
di Viviana Veneruso
Da ragazza mi pettinavo in giardino, poi spigliavo i capelli dalle setole della spazzola per sotterrarli in una buca. Sotto una zolla di terriccio avevo tumulato una scatola di latta, di quelle ovali, dai fianchi larghi, in cui la nonna di solito teneva aghi, ditali e involtini di spago. La disseppellivo, le levavo il coperchio e aggiungevo ciocche al mucchio arruffato di capelli che già c’erano. Mentre ripetevo questi gesti, le campanule stavano a guardare, mi sbirciavano dal capo chino in avanti, il collo quasi spezzato. Li detestavo quei fiori, così mogi e inconsolabili.
Ci potresti fare una parrucca nuova nuova, con tutti quei capelli!, mi apostrofava la nonna nel vedermi ripetere tutte le volte la stessa operazione.
Però io non avevo nessuna intenzione di cucire una parrucca. Nel custodire quel tesoro stopposo – un imbroglio di ciuffi spezzati, in trappola tra i canini del pettine – meditavo il ricamo di una nuova pelle. Ma mia nonna certo non poteva arrivarci, lei che se ne andava in giro tutta fiera, col suo corpo sterminato da matrona: non ne aveva mai desiderato un altro. Io invece tutte le notti a quindici anni sognavo di lasciare il mio, abbandonare il vecchio carapace, non sentire più l’arteteca a trottare su per le ossa, i tendini e le fibre di tessuto avvinghiate allo scheletro. Avevo un corpo smanioso, una nonna che non lo capiva e nessun altro a cui affidare le mie confessioni, i miei progetti sinistri di trasformazione.
Non mi piaceva avere il suo sguardo addosso mentre trafficavo coi capelli in giardino. Avrei preferito che pensasse ai suoi, di capelli, alla treccia di filamenti bianchi e grigiastri che le penzolava sulle spalle, affusolata come una pannocchia. O ancora, avrei preferito saperla tutta dedita alla sua ultima fissazione: in quel periodo, a giorni alterni, scoperchiava il divano fino a lasciarlo pelleossa, seminudo, ché era convinta che sotto le doghe si acquattassero decine di lucertole. Le doveva trovare. Per settimane però, nonostante la sua caccia accanita, era riuscita a scovare solo cacche microscopiche – grandi quanto grani di pepe – che le disgraziate lasciavano in giro per casa: rattrappite e secche, sfidavano la forza di gravità aggrappate alla parete, macchie di zozzimma nerastra con una puntina bianca sul bianco stinto della carta da parati.
Io, di contro, non ero troppo interessata a quelle bestie: non m’affascinava per niente la guaina di piastrelle che le rivestiva. In più, il fatto che bellebbuono se la togliessero – o meglio, che si sbarazzassero dei rottami di cotenna vecchia con la facilità sinuosa con cui una mano si spoglia di un guanto – non si combinava con il mio ideale di pelle da amare profondamente e da cui non staccarmi più.
E poi io non volevo solo una pelle vergine, ma vagheggiavo un corpo tutto nuovo in cui traslocare, una volta e per sempre, ché il mio oramai era un relitto, la carcassa di un essere crepato dalla fame e poi spolpato dalla golosità sciacalla degli avvoltoi.
Io ero sia la carogna putrefatta che la carestia che l’aveva affamata.
Mentre mia nonna sgranava rosari di maleparole contro quella supposta invasione, io mi soffermavo su altri animali di cui invidiavo il manto. Studiavo i corpi danzerini dei merli, quasi impercettibili mentre si inseguivano tra i rami di fico; m’incantavo a guardare le piume nere e spigate degli storni e mi dicevo sognante ecco cosa voglio: pesare 70 grammi, becchettare il cuore dolce delle nespole o quello amarognolo delle olive, poi smaltire il tutto librandomi in volo.
Ma ero stanca di meditarlo solamente: di giorno in giorno la smania cresceva, e sentivo nei budelli del mio stomaco – vuoto di tutto e pieno di fame – che era il momento.
Ormai odiavo ogni centimetro quadro del mio corpo.
Di notte strizzavo il diametro delle cosce nelle chele delle mani per farlo sottile come un ramo di betulla, ma quando mollavo la presa tornava sempre largo e smisurato come un tronco. Prima di allentare la pressione, osservavo quante grinze grassose formava la mia pelle nella spremitura di quella stretta. Pure nella penombra riuscivo a vederle con chiarezza e ne rimanevo raccapricciata: era una vista che non sopportavo più.
Avrei voluto macinare i trentasette chili di carne che mi componevano, così la nonna avrebbe potuto farci polpette da impastare assieme a pugni di parmigiano e pane sereticcio bagnato nel latte: ce la vedevo a smanacciare la carne trita delle mie natiche. Del mio interno coscia avrebbe detto ‘la parte più saporita!’, magari roteando il dito contro la guancia, come quando ero bambina e quel gesto nel nostro vocabolario stava per ‘buono’. Chissà se veramente ero buona da mangiare e se si sarebbe divorata pure me, l’orchessa che trangugiava qualunque pietanza accompagnando i bocconi a mugugni soddisfatti.
Mia nonna intingeva i petali di carciofo in pozze di olio sul piatto inclinato, tagliava mattonelle di parmigiana arrotolandosi al dito i fili di mozzarella fondente che si tendevano come elastici tra la teglia e la tavola, accarezzava le terrine coi palmi imburrati, scavava le tartarughe di pane della mollica e poi ne scartava la scorza dura che, sbriciolata, sarebbe servita a concimare i gerani. Quei gusci cavi, abbandonati sul mesale stropicciato a fine pasto, mi ricordavano i teschi del cimitero delle Fontanelle: orfani del proprio scheletro, svuotati del succo e del tessuto degli organi.
Non poteva non essersi resa conto del fatto che, mentre lei continuava a condire masticare succhiare e inghiottire, io non mangiavo più. Eppure non lo dava a vedere.
D’altronde era una sua qualità, credevo allora, quella di essere inamovibile, accentratrice e sempre uguale a sé stessa: cospargeva col suo occhiuto controllo tutte le cose, mentre se ne stava rigida nella sua postura dal petto in fuori, la voce indurita dalla severità di un militare – il carabiniere che arraffa Pinocchio per trascinarlo a scuola -, mai una parola dolce o contenta. E credevo che sarebbe rimasta sempre così, come io la conoscevo: grassa, malmostosa, egoista, incrollabile.
La notte in cui decisi di mettere in atto il mio piano, pronta a dedicarmi al ricamo della mia pelle nuova, per prima cosa andai a recuperare lo scrigno di capelli dal tumulo scavato nella terra. Pareva che le zolle fossero state mosse di recente. Col cuore senza fiato, mi rifugiai in camera per assicurarmi che il mio bottino di grovigli fosse ancora intatto, con ogni gomitolo al proprio posto, dove l’avevo accucciato.
Eppure – scoprii con orrore – la latta era vuota, i capelli spariti. Sul mio comodino, gli aghi del kit da cucito della nonna scintillavano sotto la luce di latte della luna. Li fissavo furiosa all’idea che il piano stesse fallendo; pensai che forse dovevo rinunciare alla mia strategia e non mi restava che ripiegare sulla soluzione più facile: smettere di mangiare del tutto e per sempre, lasciare il mio corpo a disseccarsi senza aggrapparmi a sconclusionati sogni di metamorfosi. Ma la mia delusione non si era ancora arresa, e mi precipitai in camera della nonna per accusarla, ché naturalmente incolpavo le sue mani di quella ignobile sottrazione.

La trovai in piedi davanti a un manichino esilissimo, della mia stessa altezza. Dava le spalle alla porta sotto la quale ero rimasta impalata; da lì, vedevo solo le sue mani muoversi armoniose nel ricamo di un piumaggio fatto del liscio acuminato dei miei capelli intrecciato col crespo dei suoi. Non me ne ero accorta prima di allora ma, rispetto a un tempo, la sua treccia s’era fatta più magra, come me.
Mi fu chiaro quella notte che certo la nonna non li capiva – i bocconi sputati e appallottolati nei tovaglioli, le fitte che mi corrodevano gli stinchi nel camminare, le guance che si stavano impaludando risucchiate dalla cornice d’osso degli zigomi, la fame perenne, i digiuni onnipotenti – e però vedeva la smania che mi lasciavano addosso quei tormenti, e da quella mi voleva liberare.


Ma che bello