La società senza conflitto

C’è un dibattito in corso: quello sulla crisi degli intellettuali. Non è soltanto una questione che riguarda il loro ruolo, al contrario ci riguarda tutti perché potrebbe modificare l’intera società.


In copertina e nel testo opere del pittore jacob Lawrence

di Andrea Colamedici

Gli uomini sono creati per tormentarsi a vicenda.

Fëdor Dostoevskij, L’idiota.

Il transatlantico delle idee sta affondando. La prua è già sott’acqua, la nave è spezzata e i corpi galleggiano ovunque intorno. Mentre tutto si inabissa, validi e lucidi intellettuali continuano affannosamente a «riordinare le sedie a sdraio della ragion cinica a poppa del Titanic». 

È un’immagine ispirata alla prefazione di Timothy Morton per il libro di Federico Campagna Technic and Magic: The Reconstruction of Reality, di prossima pubblicazione per Edizioni Tlon. 

Sembra esserci un’ansia diffusa alla profezia più crudele ed esaustiva, una gara al miglior Tiresia, a chi vede il marcio per primo e più a fondo. Ma cosa muove queste persone, e quale ragione cinica li anima?

Di fronte alla catastrofe del sapere, letteralmente quindi al rovesciamento e al capovolgimento, l’attenzione di una discreta fetta di intellettuali è tutta impegnata in una telecronaca profetica sulle porzioni di superfici del transatlantico in affondamento. Morton descrive bene la postura di questa frangia di pensatori, presi come sono dalla gara a chi terrorizza meglio, intenti «a divertirsi a divorare il futuro non appena ne viene inventato uno nuovo». 

 

Il paradosso della conoscenza

Del resto, come ha teorizzato nel suo paradosso della conoscenza Harari in Homo Deus, «Una conoscenza che non è in grado di modificare i comportamenti è inutile. Ma una conoscenza che sia in grado di farlo, rapidamente vede svanire la sua capacità di far presa sulle cose. Quanti più dati raccogliamo e quanto più profonda è la nostra comprensione della storia, tanto più in fretta la storia muta il suo corso e, corrispondentemente, la nostra conoscenza diventa obsoleta».

Sembra un loop da cui uscire è impossibile e in cui stare è sfibrante: più si studia e si scandaglia il reale generando una conoscenza capace di modificarlo, più si rende irriconoscibile e vecchio tanto il mondo conosciuto quanto la conoscenza acquisita. Più spesso il mondo muta, più velocemente si perde e si riacquista conoscenza. 

È il ribaltamento del pensiero di Edgar Morin, per il quale bisognava «apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza». In questo caso, al contrario, si naviga in un oceano di certezze – la fine sempre più prossima – attraverso arcipelaghi di incertezze – quando e come finirà? – e non si può che guardare con una sorta di eccitato disgusto tanto al mondo quanto al proprio sapere. 

Per i novelli Achille a caccia di una tartaruga-mondo che si slancia più avanti a ogni tentato sorpasso, la conoscenza si rivela quindi sempre meno rito e sempre più rituale.

Si staglia, a guardar bene, anche la figura di un nuovo Sisifo che torna ogni giorno a un nuovo macigno e a una nuova montagna, condannato ora più che mai all’infelicità. Era infatti “Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte” per Camus, a formargli il mondo. Sisifo aveva imparato ad aver bisogno di quella pietra e dei suoi granelli per darsi felicità. Se il masso invece muta senza sosta – se la conoscenza modifica sempre più velocemente il mondo, approssimandosi sempre più a essere essa stessa il mondo senza poterlo mai diventare – la felicità è impossibile per il condannato. Non ha più il tempo di legarsi al reale, costretto com’è ogni volta a ricominciare il proprio ricominciare.

Ragion cinica

Per raccontare l’immagine del Titanic Morton usa il concetto di ragion cinica, messo in campo da Sloterdijk nel suo Critica della ragion cinica. In questo testo magistrale, uno degli ultimi best seller filosofici di portata e caratura internazionale, il filosofo tedesco contrapponeva il cinismo (Zynismus) contemporaneo, una forma di vero e proprio disagio collettivo, al kinismo (Kynismus) dei filosofi cinici dell’Antica Grecia, che sapevano sgonfiare con arte i palloncini delle grandi idee e ambizioni. Non a caso Diogene il kinico, di fronte al paradosso di Achille e la tartaruga, non disse niente e si limitò a camminare, smentendo a suo modo Zenone.

Sloterdijk descrive un tempo in cui essere cinici non è più un vizio del singolo ma una caratteristica fondativa della comunità. Chi getta uno sguardo perennemente sprezzante sul mondo non sente di appartenere a un qualche lato oscuro, né percepisce relazioni con una “malvagità”. «Realisticamente intonata», scrive «la sua è anzi partecipazione al modo di essere collettivo. In generale, tra la bella gente illuminata, si usa badare bene a non far la figura dei fessi. Il che sembrerebbe cosa sana e conforme al principio di autoconservazione: è insomma l’atteggiamento di gente che ha capito quanto siano chiaramente sorpassati i tempi dell’ingenuità».

È in fondo quella che Jacques Derrida annunciò come futura guerra alla pietà: per la ragion cinica la pietà verso l’altro va eliminata, soppressa, rimossa scientificamente alla radice, e il trattamento riservato dagli animali umani agli animali non umani ne è la massima espressione. Viviamo nell’era della suscettibilità verso la suscettibilità, del fastidio che genera ad alcuni la richiesta da parte di “altri” di un cambiamento (della società, del linguaggio, della cultura, di nuovi diritti per umani e non umani).

 

Impotenza riflessiva

Eppure, se questo tipo di cinismo descriveva perfettamente la società degli anni Ottanta della Critica della ragion cinica, oggi l’idea stessa di cambiamento non è più soltanto inaccettabile ma è diventata per molti impensabile. Con Nietzsche, è sempre più diffusa l’idea nichilista negativa che ci sia un solo mondo, «falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso». E con Mark Fisher, è l’impotenza riflessiva a essere una delle caratteristiche fondative del nostro tempo. Il cinismo da liquido si è fatto gassoso.

Scrive a proposito Marco D’Eramo in Dominio, mutuando un passaggio di Realismo capitalista di Fisher: «Nella concezione neoliberista della politica non c’è posto per trasformazioni, l’idea di poter “cambiare il mondo” è del tutto peregrina. Questo è il “realismo capitalista” che suscita (ed è causato da) un’impotenza riflessiva: non apatia, non cinismo, bensì il sapere “che le cose vanno male, ma ancor più sapere che non ci si può fare assolutamente nulla. Ma questa ‘conoscenza’, questa riflessività, non è una passiva osservazione di uno stato delle cose già esistente. È una profezia autorealizzantesi”». 

D’Eramo nel suo testo individua a proposito quattro negazioni ontologiche alla base del nostro tempo: 

  • la società non esiste; 
  • non ci sono dominanti e dominati; 
  • non esistono valori; 
  • non c’è alternativa al capitalismo.

A esistere sono soltanto gli individui, immersi in una concorrenza perenne. Nulla tiene insieme le persone tra loro, non c’è alcun tipo di collante sociale, di scopo comune, di senso condiviso e di valori: non c’è azione che non si giustifichi attraverso il profitto (economico e/o mentale). Le battaglie per i diritti non sono accettabili perché è impensabile che qualcuno abbia a cuore la vita di un altro concorrente. Ogni gesto è mosso da desiderio di conquista: non è concepibile l’atto disinteressato. L’individuo è sempre un proprietario – quantomeno di se stesso. Di conseguenza chiunque è un imprenditore in perenne concorrenza con tutti gli altri imprenditori, e l’azione collettiva è quindi insensata, inutile e in malafede. Con Trasimaco, la giustizia non è altro che l’utile del più forte e l’intellettuale antisistema è costretto a sentirsi o un illuso o un truffatore (o, più spesso, entrambe le cose). È a partire dalle riflessioni contenute nel libro di D’Eramo che in un articolo uscito recentemente su Che Fare, Francesco Pacifico ha descritto l’autosabotaggio perenne degli agitatori culturali contemporanei, spiegando  che oggi «sappiamo come censurare il nostro potenziale/desiderio di cambiamento anche solo personale casomai dovesse disturbare».

Irenismo

Una riflessione che si limiti a individuare nel nuovo cinismo la causa della crisi dell’intera classe intellettuale sarebbe comunque riduttiva. C’è almeno un altro blocco, speculare a questo, che depotenzia la capacità collettiva di pensare e ripensare il mondo: quello degli irenici, perennemente ammalati di compassion fatigue, di ansia da prestazione empatica verso l’altro, atleti dell’altruismo.

Da una parte abbiamo il cinico, l’apocalittico, (verrebbe da dire, irenicamente, il sadico). Scrive Morton:

«Se riesco mostrarti quanto tu sia molto più paralizzato di quanto immaginavi, sono apparentemente più sveglio e più rivoluzionario di te. Ottengo una doppia ricompensa se riesco a mostrarti come il mio rivelare la tua paralisi, estrema e senza speranza, sia anch’esso parte delle forze paralizzanti, poiché in tal modo rafforzo l’impossibilità di trovare una via d’uscita dal presente». In una parola: sei colpevole e non c’è salvezza. Un capitalismo per filosofi.

Dall’altra l’irenico, chi è contrario a qualunque conflitto, chi si fa carico di tutto il dolore altrui (verrebbe da dire, cinicamente, il masochista). Riscrivendo Morton:

«Se riesco a mostrarti quanto tu sia molto più ignaro del dolore altrui di quanto immaginavi, sono apparentemente più sveglio e più rivoluzionario di te. Ottengo una doppia ricompensa se riesco a mostrarti come il mio rivelare il tuo privilegio, estremo e senza speranza, sia anch’esso parte delle forze paralizzanti, poiché in tal modo rafforzo l’impossibilità di trovare una via d’uscita dal presente». In una parola: sei colpevole e non c’è salvezza». Un cristianesimo per le nuove masse.

A unire cinismo e irenismo c’è l’illusione di possedere un unico sé da dover estrarre a forza dal sottosuolo interiore, in cui è contenuto tutto il senso e tutta la verità. «Una singolarità non è mai altro che la piega in cui sono racchiusi i conflitti e le tendenze fondamentali di un’epoca, di un paesaggio, di una situazione», ha scritto a proposito Miguel Benasayag in Elogio del conflitto, mettendo in guardia dal considerare il conflitto come se fosse un tema antropocentrico: al contrario, il conflitto è per il filosofo argentino «consustanziale alla vita, all’esistenza in ogni sua forma; il conflitto è un dispositivo ontologico».

Ciò che siamo somiglia molto più a un mare in tempesta che a un qualche tesoro ben nascosto immobile sotto la sabbia. Come ha indicato Deleuze nel suo Foucault, «la lotta per una soggettività moderna passa attraverso la resistenza alle due forme attuali di assoggettamento, l’una che consiste nell’individuarci in base alle esigenze del potere, l’altra che consiste nel fissare ogni individuo a un’identità saputa e conosciuta, determinata una volta per tutte».

Il cinico e l’irenico, nel mezzo della tempesta, puntano il bastone che apre le acque nel punto sbagliato. Tanto il cinico è ossessionato da sé (e quindi dall’altro), quanto l’irenico è ossessionato dall’altro (e quindi da sé). Entrambi vivono l’impotenza riflessiva, che è innanzi tutto l’incapacità di flettere il proprio sguardo nell’intimo conflitto. Il fatto che dentro non ci sia un Sè non significa che non ci sia nulla. Dentro, al contrario, c’è puro polemos, pistone eterno di contraddizione e dinamismo. 

È quel che intende Benasayag quando fa riferimento alla resistenza come snodo da cui ripartire, vale a dire la presa in carico dei propri conflitti interiori:«una singolarità non è mai altro che la piega in cui sono racchiusi i conflitti e le tendenze fondamentali di un’epoca, di un paesaggio, di una situazione. (…) Per Eraclito, tutto è ordine. Per questo la giustizia, nella sua prospettiva, è ordine cosmico nel quale ciascuno trova il proprio posto: “Polemos, il conflitto, di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re, e gli uni rivela dèi, gli altri umani, gli uni schiavi, gli altri liberi”. La modernità, tuttavia, promuove una nuova concezione della giustizia, rimettendo in discussione l’ordine sociale e immaginando la possibilità di costruire una società e un mondo in cui l’ingiustizia sia sradicata e superata in un ordine sociale di nuovo genere». Come ha scritto Christian Raimo nell’articolo Gli intellettuali e la politica negli anni Venti, lo «spazio del conflitto che il discorso politico ha marginalizzato fino quasi a rimuoverlo non va ritrovato in pamphlet che rivendicano il diritto di offendere, senza affrontare le ragioni per cui esistono offensori e vittime (sì, stiamo parlando dell’Era della suscettibilità di Guia Soncini), ma può ancora essere appannaggio della letteratura».

Mancando questa educazione allo scontro primigenio dentro di sé, venendo meno l’idea eraclitea del polemos come guida e padre di tutte le cose e del conflitto come generatore di incontri, ci si trincera in due mondi fittizi e equamente dannosi, entrambi sprovvisti di conflitto: quello cinico, che ha fatto propria la guerra alla pietà (che punta alla rimozione dei conflitti), e quello irenico, abitato da chi è convinto che lo scopo a cui aspirare sia quello di una società senza dolore (che punta, allo stesso modo, alla rimozione dei conflitti).

Entrambi i mondi incarnano una rinuncia escatologica alla complessità, al conflitto e quindi alla scoperta, e così facendo bloccano qualunque forma di soteriologia. Detto altrimenti, tanto per il cinico quanto per l’irenico non ci si può salvare perché non sono pensabili buone pratiche capaci di migliorare l’oceanomondo fino all’ultima goccia. Il cinico toglie la possibilità di salvezza rimuovendo a monte l’idea stessa di senso e quella di comunità; l’irenico la fa sparire facendola coincidere con la rimozione integrale del dolore, perché solo in pace si è liberi di essere felici. 

Entrambe le istanze mancano di un rapporto attivo con il dolore: l’una perché non se ne cura, l’altra perché se ne cura troppo. 

Algofobia e Polemofobia

Sono, per usare un’espressione di Byung-Chul Han, sguardi algofobici sul reale, pienamente terrorizzati dal dolore. Scrive il filosofo coreano: «Le sofferenze sono cifre di un codice: contengono la chiave per comprendere ogni società. Quindi chiunque voglia criticare la società deve effettuare un’ermeneutica del dolore. Se le sofferenze vengono lasciate solo alla medicina, ci sfugge il loro carattere di segni». Ma se per Han a soffrire di algofobia sono soltanto gli irenici, a ben vedere ne sono vittime allo stesso modo anche i cinici (come lui, verrebbe quasi da dire). Entrambi, infatti, hanno paura del dolore. L’uno vi fugge distaccandosene, l’altro cercandolo con ossessione.

Se, cioè, il cinico non sente più nulla perché ha smesso di immaginare il dolore dell’altro che sollecita in continuazione, l’irenico smette di sentire dolore proprio perché ne prova troppo, perennemente proiettato in una performance addolorata.

Questo accade a causa della formattazione e devitalizzazione dell’essere umano operata dall’attuale versione for dummies della democrazia, caratterizzata dalla rimozione dei conflitti che costituiscono l’essere umano. «Il fermento della rivoluzione», scrive Han, «è il dolore percepito insieme. Il dispositivo neoliberista della felicità lo soffoca sul nascere. La società palliativa spoliticizza il dolore medicalizzandolo e privatizzandolo».

Al fondo dell’algofobia individuata da Han c’è però qualcosa di più pernicioso, quella che potremmo definire la polemofobia, la paura del conflitto che unisce cinici e irenici. 

Il conflitto non solo è necessario ma è intrinseco al nostro essere. Negandolo, ci neghiamo. Bisogna piuttosto imparare a confliggere, arrivando a considerare con Nietzsche «la vita come mezzo della conoscenza: con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! E chi saprebbe ridere e vivere bene, senza intendersi prima di guerra e di vittoria?»


Bibliografia
Federico Campagna, Technic and Magic
Y. N. Harari, Homo Deus
Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro
Albert Camus, Il Mito di Sisifo
Peter Sloterdijk, Critica della ragion cinica
Jacques Derrida, L’animale che dunque sono
Mark Fisher, Realismo capitalista
Marco D’Eramo, Dominio
Timothy Morton, Iperoggetti
Miguel Benasayag, Elogio del conflitto
Gilles Deleuze, Foucault
Byung-Chul Han, La società senza dolore
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

Andrea Colamedici, sofista ed editore, è l’ideatore di Tlon.

 

Ti è piaciuto questo articolo? Da oggi puoi aiutare L’Indiscreto a crescere e continuare a pubblicare approfondimenti, saggi e articoli di qualità: invia una donazione, anche simbolica, alla nostra redazione. Clicca qua sotto (con Paypal, carta di credito / debito)

4 comments on “La società senza conflitto

  1. FABRIZIO LEONE

    Tante troppe generalizzazioni, tanti pregiudizi e categorizzazioni arbitrarie che non corrispondono alla realtà o che perlomeno sono ben lontane dall’esaurirla; si salta allegramente di palo in frasca e alla fine si arriva ad una conclusione non si sa di cosa…
    forse era più interessante riflettere sull’aforisma finale di Nietzsche e basta, scandagliarlo a fondo…

  2. Turci Matteo

    Illuminante parabola di un pantheon ricco d’autori posti come punti d’incrocio d’un chiaro filo rosso.
    “L’eliminazione del conflitto” e il contestuale “rifiuto del dolore” che ne deriva sono i frutti di una generale deorganicizzazione del sapere l’addove molti degli autori citati nell’articolo ne hanno affermato con forza la natura: Morin con la sua filosofia della complessità che fa rima con l’organicità dei sistemi biologici caotici e ordinati al tempo stesso, Deleuze con l’immagine del rizoma e Nietzsche col suo approccio prospettico e genealogico.
    Il paradosso che tale lettura evidenzia apre secondo me ad una più generale perdita di opposti. Pur essendo antitetici nella sostanza infatti, i caratteri del cinico e dell’irenico, l’articolo evidenzia come nei fatti vengano a coincidere.
    La filosfia antica, dalla quale Eraclito è citato e può fungere da evocatore, dava grande valore alle coppie di opposti, i quali fungevano da mappatura del reale. Oggi, insieme alla vittoria del capitalismo, si è consumato il trionfo della sua radice ideologica: l’illuminismo, ma come nei quadri Caravaggioleschi le ombre servivano ad amplificare la luce così, all’inverso, l’eccesso di luce accentua il suo opposto, e per evitare tale effetto indesiderato, si accetta una tenue ed opaca penombra omogenea che si stende su tutto.
    Anche questa è un’immagine efficace che similarmente a quelle evocante nell’articolo parla del rifiuto del conflitto da parte dei partecipanti alla corrente, o all’oceano, del pensiero, e della sua conseguente scomposizione in scontri individuali o tribali. Tale deriva, come quella del Titanic in via di affondamento, per me associabile come topos alla nave di Neurath della ricerca, lungi dal rappresentante una semplice decadenza, può e deve divenire il nuovo segno di una maturità intellettuale dell’umanità. Essa si è finora storicamente incarnata e raccontata come alternanza di epoche di luce, vissute all’asciutto del ponte di una solida imbarcazione, ed epoche buie, vissute immerse sotto la superficie degli abissi. Ora è la stessa nave, affondata per metà, a incarnare entrambe le dimensioni. Si può leggerla come una grigia fase di un semplice inabissamento o cogliere l’invito alla complessità e alla ricomprensione degli opposti nella stessa era del pensiero. Accettare l’ibdridazione e una visione organica e molteplice del reale e dell’uomo come essere in sé stesso costituito di relazione e conflitto.

  3. Monica Grosdi

    Molto interessante

  4. Alessandro Pesaro

    Bel contributo. Solo una critica costruttiva. Mi domando perche’ darsi pena di riportare le fonti iconografiche quando poi si omette la bibliografia e le opere citate sono indicate in modo cosi’ vago. L’autore sembra procedere lanciando costanti allusioni ed ammiccamenti a quanti ne sanno almeno quanto lui. Frasi come “un’espressione di Byung-Chul Han” non e’ che aiutino molto…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *