La soluzione è il desiderio

Nonostante gli anni Sessanta la libertà sessuale femminile non è ancora stata raggiunta, perché imprigionata tra pudicizia e severe risposte sociali. In questo scenario emerge una domanda: discutere del desiderio femminile è ancora un motore di sovversione e decostruzione della realtà o si tratta solo dell’ennesimo argomento prêt-à-porter utile a fare profitti?


 

IN COPERTINA un’opera di Francis Picabia, Tree Woman, 1930

di Sofia Torre

Un paio di anni fa sono uscita per circa sei mesi con un uomo che facevo molto fatica a incasellare in una categoria relazionale. Non mi piaceva abbastanza da descriverlo come il mio ragazzo, ci dormivo insieme senza averci poi molto da dire, quindi non mi sembrava il caso di considerarlo mio “amico”, e di certo non avevo piani di convivenza o di un futuro insieme, quindi non era “il mio fidanzato”. Parlare di sesso e basta non era esaustivo, perché la paura del giudizio altrui mi costringeva a cercare dell’intenzionalità relazionale nella pura intesa fisica, ponendomi un freno a raccontare intenzioni esplicite per evitare di essere incasellata come una ragazza facile, con cui non valeva la pena provare a impegnarsi. Schermare pulsioni naturali con parole neutre come “frequentare” o “un uomo” mi permetteva di non espormi al giudizio che ero sicura avrei ricevuto, ma aveva anche l’effetto perverso di reiterare precise norme sociali, le stesse da cui mi sentivo ingabbiata e che comprendevano una certa sessuofobia di fondo, la stessa su cui lui, quasi sicuramente, non aveva mai dovuto riflettere. La precarietà economica non aiutava quella sentimentale: fare piani con qualcuno senza sapere se lo avrei potuto rivedere, se i nostri tempi di lavoro e di vita sarebbero stati compatibili, mi sembrava poco realistico. Se è vero che sono cambiate le parole che usiamo per descrivere il desiderio, cosa è successo alle dinamiche di potere fra i generi nella gig economy? Discutere del desiderio femminile è ancora un motore di sovversione e decostruzione della realtà o si tratta solo dell’ennesimo argomento prêt-à-porter per profitti maschili? Mentre riflettevo sulle dinamiche che non mi permettevano di scindere la mia situazione economica e la mia crisi sentimentale, mi sono imbattuta nell’ultimo libro di Elisa Cuter, Ripartire dal desiderio (minimum fax), in grado di problematizzare il rapporto fra desiderio, sessuofobia femminile e lotta di classe. Innanzitutto la copertina: una falce e un dildo si stanziano su uno sfondo blu acceso, che nella foto del post di Facebook di presentazione dell’autrice richiamano i colori allegri del suo salotto. Il primo impatto visivo di Ripartire dal desiderio è molto simile a quella di un’opera di Andy Warhol del 1975, Hammer and Sickle with Bread, Hammer and Sickle with Vibrator, l’immagine di copertina di Facebook di Elisa da quando la seguo sui social. Vibratori, arte da rivista da sala d’aspetto, l’eterno spettro dei social media e dell’immagine che diamo di noi: la rivoluzione può essere un fenomeno pop?

Anche nell’epoca del lavoro precario e della tecnologia onnipresente amore e desiderio sono strettamente ancorati ai concetti di giusto e sbagliato, come se innamorarsi fosse un’attività unilaterale, tipo vincere una gara sportiva o partecipare a un concorso: un tassello di una carriera di successo e di conformità, pena l’accusa di devianza e l’esclusione sociale. Chi scrive è l’ennesima giovane donna ansiosissima, cresciuta con la convinzione che le relazioni monogame e durature siano una parte essenziale della vita adulta, da cercare con determinazione e difendere a ogni costo. In quest’ottica, accoppiarsi è un passaggio naturale, ma per ottenere un compagno, una famiglia e una pianta da appartamento bisogna meritarseli simulando controllo di sé, equilibrio, indipendenza dalle proprie pulsioni. Nonostante gli anni Sessanta, insomma, l’amore è ancora un rito del venerdì sera: la libertà sessuale non ha davvero rimodellato le idee sulla sessualità e le donne sono costrette a farsi le scarpe con grazia per non rimanere da sole, con l’aggravante di non poter nemmeno confessare il loro senso di vuoto, pena essere additate come “cattive femministe”. Il sesso occasionale deve essere accettato nella sua natura aleatoria e con tutta la sua componente maschilista, avendo cura di non essere troppo esplicite circa le proprie esperienze e di praticarlo in tempi brevi, finché si è giovani e belle. Qualcuno parla di fine del romanticismo, incolpando il libero mercato del porno, reo di rendere le donne degli oggetti sessuali da comparare e di cui esaurire l’impeto erotico. In quest’ottica catastrofica ed eterodirezionale, la tecnologia e la possibile fine di taboo e i limiti morali contribuiscono a distruggere qualsiasi immaginario umano: perché un uomo interessato solo al sesso dovrebbe prendersi la briga di conoscere una persona quando può aspirare a ricevere prestazioni sessuali su misura da donne ossessionate dalla paura di non piacere? Perché tentare di ricucire la disaffezione sessuale di una coppia, se siamo tutti immediatamente sostituibili con qualcosa di “meglio”?

Un’opera di Marie Laurencin, La prigioniera, del 1917

Come sottolineano pensatrici come Ellen Willis, la rivoluzione sessuale non ha toccato tutti gli aspetti della divisione dei ruoli nella vita quotidiana; non è riuscita a migliorare la routine delle donne che si trovano a essere ancora le uniche depositarie del lavoro di cura, con il suo carico mentale ed emotivo che schiaccia il desiderio e lo trasforma in ansia da prestazione. Contingentato alla quotidianità e alle strutture delle norme sociali, il desiderio non è circoscritto a dinamiche erotiche, sentimentali o estetiche: parlare liberamente delle proprie pulsioni significa parlare di angoscia, inquietudine, di errori e di paura di fallire. Desiderare, insomma, comporta che ci sia spesso un gran casino: gli impulsi erotici, coperti di vergogna, pudore e ansia da prestazione, risentono delle sovrastrutture sociali, vengono soffocati dalla divisione dei ruoli di genere, tanto più subdola perché inconscia. Se è vero che nell’identità sessuale possono esistere oscillazioni, nella società delle norme il nostro genere di nascita produce un campo di intervento in cui non c’è poi così tanto spazio per istanze fuori dagli schemi, nemmeno nella sfera del desiderio dell’erotismo, come sottolinea la narrativa.  

Una prima prerogativa del genere femminile desiderante è l’inquietudine, soffocata da uno strato di passività e di rancore. Patty, la protagonista di Libertà (2010) di Jonathan Franzen, sembra incapace di prendere una qualsiasi decisione e nasconde dietro a una cortina di autodenigrazione la paura di essere respinta. Stuprata a quindici anni da un compagno di classe molto ubriaco, Patty è delusa più che disperata, rinchiusa in una gabbia di passività dal sapore ambivalente. La scelta di chiudersi nel lavoro di cura e di schermare il desiderio con una vita da casalinga insoddisfatta è il ritratto spietato dell’immagine tradizionale del secondo sesso dalla natura docile, amorosa e prudente. La prudenza esclude dal desiderio: ascoltare le proprie pulsioni significa rischiare e il rischio comporta, purtroppo, una clausola ben precisa che vede il fallimento come una sorta di prezzo da pagare alla vita, oltre che una sua parte fondamentale.

Non c’è agency nel desiderio femminile, infantilizzato e derubato della sua componente istintiva. Nella mancata responsabilità sopravvive una componente di sollievo: non prendere decisioni significa non sbagliare, essere vittima degli eventi significa risultare incontestabile dal punto di vista morale. In Libertà è evidente il concetto come di un compromesso fra parti essenzialmente diverse, dal punto di vista dei ruoli rivestiti piuttosto che dal conflitto derivante dai connotati personali di individui diversi. Patty non prende le redini della sua vita, accontentandosi di figurare come la moglie di un uomo da cui è stata scelta: il suo compito è quello di sublimare i suoi desideri nei doveri di moglie, recitando la parte del secondo sesso un po’ mesto, fuori dalle stanze dei bottoni delle sue stesse pulsioni erotiche. Il tema dell’agency femminile è legato alla configurazione di un preciso sistema sociale, in cui solo il riconoscimento di determinate doti conferisce legittimità al soggetto donna: la bellezza, il pudore e, naturalmente, il lavoro di cura, misconosciuto, non retribuito, se egualmente ripartito fra partner, schernito come faccia comica di un processo di ridicola femminilizzazione.  Il fardello della cura, attribuisce a chi se ne occupa in via esclusiva il terrore di essere sostituibili, non importanti, non necessarie. La madre, ruolo prodotto dalla divisione binaria del lavoro, è “il braccio destro del potere del patriarcato”: la gratificazione concessa all’uomo nella vita lavorativa non ha equivalenza nell’universo femminile, portato invece a una tutela nevrotica della sfera privata, che finisce per depersonalizzare chi la svolge, come avviene a Patty in Libertà o a Julia e Jacob, i coniugi infelici di Eccomi (2016) di Jonathan Safran Foer. La disaffezione coniugale è la somma di piccole irritazioni quotidiane, paura della fine dell’attrazione sessuale e, soprattutto, aspettative sociali interiorizzate: incastrata nella cornice di perfezione imposta che la società esige dalle donne, la protagonista femminile non si concede la possibilità di invecchiare, sfiorire, perdere le redini. L’impossibilità di comunicare la debolezza, di ammettere angoscia, paura e senso di vuoto allontana gli individui: se Jacob è un essere umano a tutto tondo, Julia è ridotta ad esponente del suo genere, la depersonalizzazione impedisce la comunicazione.

Come avviene in Libertà, anche in Eccomi l’accumulazione del lavoro di cura ha l’effetto/compito di mortificare il desiderio sessuale della protagonista. Julia è sola e bloccata perché è schiava della sua routine di doveri domestici, della sua incrollabile padronanza di sé e della razionalità che le impedisce di esprimere pulsioni diverse da quelle necessarie a sopravvivere. La frustrazione sessuale, privata del suo potenziale di riflessione collettiva, si traduce in una paura incomunicabile di essere fragile, indesiderabile. Se il marito è nella condizione di pensarsi autonomo, di rivendicare la sua agency sessuale e sociale, quello che rimane a Julia, una volta esaurite le faccende domestiche e gli obblighi di un lavoro part-time è di comprarsi della lingerie che non riesce a indossare per paura di non venire notata. Derubata della sua vita sessuale, la donna subisce quindi un duplice processo di spersonalizzazione, fatto di infantilizzazione, relegamento e uno stato di minorità a cui finisce incatenata per un senso di colpa che limita la sfera sensibile ed erotica femminile.

Un altro esempio narrativo di senso di colpa in termini di dinamiche dei generi è riscontrabile in La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides (2011), che vede nella protagonista femminile il principale strumento per l’educazione sentimentale degli uomini che la circondano e che vengono sedotti dal suo aspetto e dalla sua personalità remissiva e aleatoria. Di estrazione troppo alto-borghese per essere completamente assorbita dal suo futuro economico, troppo ansiosa e romantica per soddisfare gli standard bohemien, Madeline è bella, con gli zigomi alti, i capelli folti e scuri e le ciglia lunghe. Il sesso è un argomento scomodo nella vita della giovane donna, che vorrebbe essere desiderata nonostante il suo aspetto e non in virtù di quello, unico richiamo amoroso effettivo, come quello di so infallibile persino in un ambiente così teoricamente intellettuale. L’agency della protagonista di La trama del matrimonio, ricalca l’immobilità di quella delle protagoniste di Libertà e di Eccomi, ha i confini netti dell’autocontrollo e della disciplina; il “capitale sessuale”, come definito da Eva Illouz e Dana Kaplan, è una forma del retaggio culturale di una società, destinato a riprodurne meccanismi e contraddizioni. In un mondo che sfrutta i corpi delle donne usandoli contro le donne, la possibilità di arroccarsi sulla propria bellezza convenzionale e usarla per trarne piacere produce malinconia, vuoto, senso di colpa. L’estetica canonica è condannata ad assumere le sembianze di una trappola, se a possederla sono le donne. Se è vero, come scrive Anais Nin, che l’innamoramento produce un inevitabile desiderio di rendersi l’oggetto del desiderio di qualcun altro, quello femminile comporta un processo di auto-oggettificazione che è piuttosto una manifestazione di ansia e di terrore del tempo che passa, un modo di conservare infelicità, non sentirsi mai una “brava femminista” e sempre qualcosa di meno di una persona. 

L’ambivalenza fra il voler essere guardata e il non poter andare oltre l’inevitabile compiacimento produce dolore: il desiderio di passività implica narcisismo, scrive Cuter nel suo Ripartire dal desiderio, ma non significa che le donne stiano bene nel ruolo di oggetto. La vita sessuale della protagonista di La trama del matrimonio è un tentativo di essere all’altezza del suo aspetto; fare sesso, in un’ottica di scambio e di conferme, è un compromesso fra il desiderio e la paura della solitudine: per una donna, dopo gli anni Sessanta, il timore di essere etichettata come un’inguaribile romantica appare come l’effetto scomodo della rivoluzione sessuale. A restituire alle donne la loro immagine di sé sono sempre gli occhi di altri: il male gaze si riflette nell’angoscia/speranza di essere desiderabile, unica clausola che può rendere legittimo il desiderio, emblematica nella capacità del personaggio di Eugenides di raggiungere un orgasmo solo quando si sente apprezzata e al sicuro.

Se una pulsione erotica esiste, deve essere decostruita, passata a filo di lama con la psicoanalisi, alla disperata ricerca di una conferma di liberazione. Confidare le proprie fantasie è un atto d’amore e fiducia e non ha niente a che vedere con l’eccitazione, così come soddisfare il piacere sessuale del partner rappresenta una sorta di compensazione al sollievo, castissimo, di avere qualcuno da portare alle cene di famiglia. Contrarie a tutto quello a cui deve essere contraria una femminista giovane e intelligente, poco importa che gli standard siano imposti dagli stessi uomini della sua vita che la rendono infelice.

A seconda delle fasi storiche, il concetto di desiderio femminile ha subito mutamenti, rimanendo però legato a un’ambivalenza che presuppone un legame fra le donne e la sessualità che non le vede mai protagoniste. Tradizionalmente, le donne della letteratura che scelgono di trasgredire le norme vengono fatte a pezzi dal loro desiderio, dal dolore che segue, inevitabilmente, qualsiasi accenno a lasciarsi andare, come sottolinea il celebre esempio di Madame Bovary o quello di Anna Karenina. La ritorsione non è mai un castigo dalle prerogative messianiche, ma ha piuttosto le caratteristiche piccolo-borghesi delle ritorsioni e delle malelingue della città di provincia.

Nonostante il dolore, nella debacle non c’è vittimismo, ma rabbia e una denuncia sociale: i tentativi di ripartire dal desiderio vengono disinnescati dalle conseguenze dell’impudicizia, della sessuofobia diffusa. Il senso dell’osceno va di pari passo con la visibilità concessa dalle norme sociali: alle donne, che da giovani devono reprimere istinti e concedersi con gradualità, non è concesso di invecchiare, di guardare il mondo con dolore e acidità. La vita erotica delle donne è costellata da piccoli e grandi impedimenti, che comprendono il tedio di crescere figli, la monogamia intesa come un compromesso infelice fra amore e solitudine, l’abbandono di ogni sentimento o pulsione. Il desiderio femminile, mediato dalla razionalità, dal senso del dovere e dal carico mentale ed emotivo del lavoro di cura, risente delle aspettative dell’altro e dello sguardo maschile introiettato: le donne finiscono per valutare con freddezza le loro opzioni sentimentali e per scegliere di gerarchizzare i propri bisogni rispetto alle norme sociali. Se la rappresentazione della crisi, dell’astinenza e delle pulsioni erotiche femminili devono venire bilanciate da un aspetto fisico convenzionalmente attraente o da un certo coefficiente di passività per risultare accettabili al grande pubblico, forse il segreto per ripartire dal desiderio è ripensare il concetto di osceno.


SOFIA TORRE È SOCIA FONDATORICE DELL’ASSOCIAZIONE THE BOTTOM UP E SCRIVE PER ALCUNE RIVISTE ONLINE, FRA CUI IL TASCABILETHE VISIONFRAMMENTI E SEXTELLING. HA COLLABORATO A PRIMULE, CATALOGO D’ARTE SULLE QUESTIONI DI GENERE, RADIO CITTÀ FUJIKO E PARTECIPERÀ A UGO – UNIDENTIFIED GABBLING OBJECTS 2019

 


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