La costruzione sociale dei corpi tra genere, potere e mercificazione
Questo articolo è un estratto di «Sorellanza» di Martina Micciché. Ringraziamo l’autrice e l’editore, Il Saggiatore, per la gentile concessione.
IN COPERTINA e lungo il testo opere di paula modersohn-becker
di Martina Micciché
Parti
In seconda media ho assistito alla creazione del mostro di Frankenstein. Della mostra, per la precisione. Nell’assemblaggio della Creatura, c’è finito qualche mio pezzo. Era un pomeriggio normale, a casa di un amico; qualcuno doveva ancora arrivare, qualcuno era già sul divano. A un certo punto, due dei ragazzi presenti hanno iniziato a parlare di come sarebbe stata la loro «tipa» ideale. La faccia di quella, il petto dell’altra, il culo di Tizia, le gambe di Caia. Nel pastone omogeneo della ragazza ideale, mi sono trovata con un paio di parti in meno e un sacco di inadeguatezze puntate alla gola. La Creatura era una dodicenne invisibile, ma pesava su di noi come una profezia, noi premiate nel farne parte, ma anche punite per tutte quelle porzioni di corpo che, no, lì non ci stavano bene. La Creatura però non era solo di corpo, ma anche di spirito. Oltre ai capelli, che tutti volevano rigorosamente lisci, i ragazzi erano concordi sul fatto che dovesse essere simpatica, «presa bene», una «dura» come quella e disponibile come quell’altra. Così, mentre la ragazza ideale veniva costruita pezzo per pezzo, noi imparavamo cosa avevamo di sbagliato e, allo stesso tempo, come avremmo potuto correggerci. La catena era in moto. Dopo smontaggio e assemblaggio, siamo state messe sul nastro, buttate sul letto, «per ridere» ovviamente, e tenute ferme, gli arti tirati e ben separati, «scherzosamente». Toccate, bloccate e poi rilasciate, per far spazio alla successiva. Impilate in una coda in corridoio, nessuna sapeva bene cosa accadeva, ma sentiva i suoni. L’altra, quella già testata, veniva fatta uscire dal balcone che la rigurgitava in cucina. Il gioco cambiava per ognuna, si assestava in quello che oggi assume i tratti dell’esperimento, del test di forza e controllo. In tutto quello smontare e montare, i ragazzi ci avevano preso per dei mattoncini della Lego. Costruzioni da impilare per dare una forma e un senso alla loro virilità. Il modo in cui eravamo divisə in quella casa era già un indicatore di ruoli. Maschi e femmine, chi sceglie e chi spera o teme di essere scelta. Tutto sulla base di un’apparenza fisica incastrata in uno stereotipo. Ma ciò che non posso scrostarmi di dosso è la sensazione che sia partito tutto dalla facilità con cui siamo state fatte metaforicamente a pezzi: petto, coscia, culo, faccia. Nell’arco di poco eravamo diventate porzioni di corpo su un tavolaccio. Perché abitare un corpo femminilizzato significa anche essere costantemente frazionatə e consumatə. A parole, con i fatti, nella carne.
Carol J. Adams, saggista e attivista statunitense, analizza come le soggettività femminilizzate vengano ridotte a «carne», prodotto finale che cancella l’esistenza e la corporeità da cui deriva. La carne diventa così simbolo di un sistema che trasforma vite in oggetti di consumo. Adams mette in relazione la mercificazione dei corpi femminilizzati e quella dei corpi non umani, entrambe frutto di un modello di dominio maschile. Questo meccanismo è reso invisibile dall’espediente del «referente assente», vera e propria cancellazione retorica che consiste nella sostituzione del soggetto con termini neutri, che ne negano appunto la soggettività.
L’oggettificazione permette all’oppressore di vedere un altro essere alla stregua di un oggetto. L’oppressore, quindi, viola l’altro essere con un comportamento di solito riservato agli oggetti: per esempio, lo stupro di una donna che nega la sua libertà di dire no, o la macellazione degli animali che li trasforma da esseri viventi in oggetti morti. Questo processo permette la frammentazione, il brutale smembramento e infine il consumo. Se è occasionale che un uomo mangi letteralmente una donna, noi tutti consumiamo continuamente immagini visive di donne. Il consumo è il compimento dell’oppressione, l’annientamento della volontà, lo smembramento dell’identità.
Gli oggetti sono usati. Sono intrisi di significati e scambiati, rotti, sostituiti, ceduti, acquisiti: in una parola, consumati. Il consumo non è solo materiale, ma anche simbolico perché gli oggetti veicolano valori, status e potere. Una qualsiasi estensione dello status di cosa a un soggetto vivente ne implica necessariamente il consumo. L’acquisto e l’uso di un oggetto lo rendono per definizione fruibile, utilizzabile, disponibile entro una logica di appropriazione fondata sull’interesse di chi ha effettuato la compravendita. Consumando un oggetto, un gruppo può ottenere qualcosa in base a ciò che quell’oggetto rappresenta o a quanto vale. Un corpo reso oggetto diventa così mezzo, strumento e vettore di qualità, nonché di legittimazione del potere stesso. Nella reificazione delle soggettività femminilizzate, umane e non, il potere derivato è quello che nutre e mantiene in essere la virilità. Sarebbe semplice fermarsi qui, usare l’oppressione specista come metafora e reiterare l’ennesimo atto di dominio che estrae ciò che serve e ignora il resto: una semplificazione efficace ma perfettamente funzionale al sistema. La realtà è invece che le oppressioni sono mutualmente interagenti: non si sovrappongono per analogia né si dispongono lungo una scala gerarchica, ma si influenzano in maniera reciproca e non unidirezionale. Per questo, ogni espressione oppressiva deve essere riconosciuta e avversata; e chi la vive deve essere riconosciutə come soggettività resistente. Mangiare corpi non umani è un sacrificio sull’altare dei padri padroni, una conquista di dominio venerata con ogni boccone ingollato e con ogni corpo toccato, molestato e fatto a pezzi. Dalla strada al piatto, dalla casa al macello, dall’allevamento al supermercato, il maschile egemone e padrone si nutre della carne delle soggettività che opprime. Da questo consumo estrae una postura nel mondo, costruito su un cumulo di corpi così alterizzati – definiti cioè come altri, diversi, lontani, meno rilevanti della soggettività dominante – da poter essere definitivamente ridotti allo stato di cose consumabili.
La mercificazione delle soggettività marginalizzate si è intrecciata con un consumismo incessante e dai volumi esorbitanti. Fiumi di merce offerti senza soluzione di continuità fino a intasare le nostre vite, le nostre interazioni sociali e la nostra cultura. Come se consumare ci desse la prova della nostra esistenza, decretando quindi che, nel momento in cui siamo noi ad agire su un oggetto, siamo soggetti. E nel farlo troviamo soddisfazione perché «la consumazione è costantemente codificata come piacere e il piacere è continuamente mercificato».
I dispositivi di controllo delle soggettività alterizzate sono tanti e passano proprio dalla divisione manichea in categorie, riassumibile nell’opposizione tra consumatori e consumabili. L’oggettificazione, la frammentazione e il consumo agiscono su più livelli, intrecciandosi morbosamente nelle modalità più feroci, incapsulando persone femminilizzate, queer, soggettività non umane, corporeità non conformi, dissidenti, disabilizzate, razzializzate, povere, immigrate, sfruttate in una serie di etichette con tanto di cartellino del prezzo.
I corpi oggettificati diventano un potente strumento pubblicitario – la loro sessualizzazione diventa motore di istigazione all’acquisto –, ma anche il tema centrale di campagne politiche orchestrate attorno a un corpo ridotto al silenzio. L’immagine dei corpi viene utilizzata per suscitare un sentimento funzionale a costruire narrazioni che, in realtà, finiscono per riaffermare lo status quo e dargli vigore. Nel mentre, il controllo dei corpi continua a svolgere il suo ruolo produttivo essenziale che riduce la libertà delle soggettività femminilizzate sfruttando proprio i costrutti di genere.
Che una persona socializzata donna diventi madre non è una semplice possibilità, ma un progetto sociale. Un modello di comportamento instillato che favorisce i meccanismi di produzione a discapito della libertà sessuale e progettuale di chi rientra nella categoria, ascrivibile all’epoca moderna. Proprio in quel periodo storico, infatti, «la repressione del desiderio femminile veniva […] posta al servizio di obiettivi utilitaristici, come la soddisfazione dei bisogni sessuali degli uomini e soprattutto la procreazione di un’abbondante forza lavoro», con la giustificazione che, in fondo, non è nulla di diverso da ciò che fanno lə altrə animalə. Una comunanza di comodo, che improvvisamente accetta la bestialità, ma solo come mezzo per un doppio fine: sottomissione e protezione della sottomissione stessa. I corpi sono insigniti di forme e significati già in fase di formazione, prima ancora che quei corpi abbiano cognizione di esistere. È l’ideologia dell’eteronorma che attribuisce il genere, quindi un dispositivo valoriale, a corpi che interpreta per riaffermarsi. Di fatto, i genitali sono diversi, particolari, molto più vari, eppure la normatività li osserva e ne mutua il significato per disporre le persone sulle linee dei generi. L’interpretazione culturale dominante viene assimilata alla forma genitale e al sistema riproduttivo a essa associato, ascrivendo la persona a un’aspettativa di conformità assoluta. M o F. Un segno su un foglio ospedaliero che censisce e recide le vite di tante persone.
La determinazione di genere e sesso alla nascita è un atto artificiale, coatto, ben accessoriato. Infatti, oltre a decidere chi è una «femmina» e chi no, si decide arbitrariamente che a questa debbano piacere le gonne, i trucchi e i «maschi». Inutile dire che, alla maggior parte delle persone, certi vestiti non scelti stanno più che stretti: sono soffocanti. Diventano una seconda pelle a presa stagna, che non fa che corrodere e comprimere quello che c’è sotto nel tentativo di modellarlo. Principi o principesse. La spada o il fiore. Il cavallo o la torre. L’avventura o l’attesa. Il genere non è una semplice categoria culturale, ma un vero e proprio produttore di norme e regole, un dispositivo che determina conformità e non conformità: una politica di controllo che agisce per mezzo del corpo. Il binarismo è il modello di genere e di specie prescelto per appiattire la diversità e, soprattutto, far credere che esistano un bene e una malvagità atavici. In questo modo, maschile e femminile sono insigniti anche di un significato qualitativo che fa del femminile l’indesiderabile onta del maschile, la personificazione della sua debolezza, la tentazione costante, la fragilità da allontanare, il corpo di cui disporre. Le persone umane femminilizzate subiscono un’ulteriore subordinazione tramite la loro svalutazione cognitiva. Le espressioni cognitive femminilizzate sono derubricate come meno adulte – infantilizzate –, meno adeguate e meno umane. «Donne» diventa una parola-funzione che racchiude una pluralità virtualmente infinita di esperienze restituite come stereotipo sociale, come ruolo, bestializzato per poterne mantenere il controllo. «Siamo così semplicistici che attribuiamo un comportamento al maschio e uno alla femmina […] Se ci guardiamo intorno, che si tratti degli esseri umani o di qualsiasi altro animale, capiamo che non tutti gli individui si comportano allo stesso modo» spiega Catherine Dulac, docente di biologia cellulare e molecolare alla Harvard University. Se il binarismo è così radicato è anche perché esso viene rinforzato dall’interpretazione scientifica. Maschilità e femminilità sono prodotti artificiali umani calati sull’intera varietà animale del nostro pianeta, allo scopo di normare ulteriormente le relazioni tra soggettività umane. Non è un caso che la biologia evolutiva abbia rispettato la morale vittoriana, spesso commettendo gravi errori di valutazione, solo per affermare che esiste un diritto naturale alla gerarchia maschile. Un bias così feroce che, se messo in discussione da altrə scienziatə, porta a bollarlə come «politicizzatə» o «femministə» (intendendo con questo «faziosə»).
Persino spermatozoi e ovuli hanno subito un processo di infiltrazione. L’antropologa Emily Martin, nel suo «The Egg and the Sperm», descrive come i gameti siano stati romantizzati e giudicati in base al valore o al disvalore che si voleva attribuire loro a partire dall’interpretazione culturale del corpo (genere) in cui esistono: lo spermatozoo viene descritto come attivo e l’ovulo come passivo. In realtà, l’ovulo agisce sullo spermatozoo perché possa entrare nella sua membrana. Una volta attivata la fase di fecondazione, gli altri spermatozoi non entrano più. Ma la scienza binaria e sessuata dipinge queste cellule come portatrici di significati sociali. Calare gli stereotipi di genere fin nelle nostre cellule può sembrare un atto sconsiderato, ma è in verità indicativo di una tendenza che appanna alcune scienze: la tendenza a voler legittimare lo stato delle cose. Il bias di conferma funziona esattamente così: interpreta una caratteristica come prova del significato che le era già stato attribuito, e così finisce per legittimare il diverso valore sociale che le è stato assegnato.
L’essere umano ci tiene a distinguersi dallə animalə e a stabilire una gerarchia: l’Uomo – maschile universale – è il dominatore il padrone, il centro del mondo, mentre l’animale – e tutte le soggettività animalizzate – gli deve essere inferiore, contorno e strumento, al massimo, se va bene compagno. I primati della maschilità sulla femminilità e sulla bestialità sono andati a braccetto, scrivendo una storia di genere oculatamente sbilanciata. Dal dominio di Adamo, fino all’esclusività maschile del logos di Aristotele, passando per la bestializzazione operata da Platone che concedeva un’educazione simile a quella maschile alle donne «delle classi superiori», appaiandole alle «femmine dei cani da guardia», la scissione di genere ha tenuto salda una differenziazione di possibilità che ancora oggi è tangibile in un mondo in cui la maschilità egemone rimane lo standard, cui donne e bestie devono rifarsi e ambire.




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