La specie danzante: come il ballo ci rende umani



La danza è un rito presente in tutte le epoche e i luoghi: il motivo potrebbe risiedere nel suo importante ruolo nel dare forma al cervello umano.


In copertina: Hans Hartung, P1967-107 (1967), Asta Pananti in corso

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Kimererer LaMothe

Tutti gli esseri umani ballano, ma perché? Si tratta di una forma espressiva presente in tutte le culture umane; è centrale per quelle con una storia più antica; è evidente sin dalle più antiche incisioni rupestri dalla Francia al Sudafrica alle Americhe, ed è racchiusa nel DNA di ogni bambino che inventa movimenti in risposta al ritmo e al canto, molto prima di poter camminare, parlare o pensare a sé come un “io”. La danza è una pratica diffusa in tutto il mondo, nei quartieri urbani, sui palcoscenici, come elemento rituale e nelle rivoluzioni politiche. Nonostante gli sforzi compiuti in più di cinquecento anni dai colonizzatori cristiani europei e americani per sradicare le tradizioni danzanti indigene e per emarginare la danza all’interno della propria società, questa continua a fiorire ovunque ci siano degli esseri umani. Qualsiasi risposta alla domanda sul perché gli umani danzano deve spiegare la sua ubiquità e tenacia. Nel farlo, ogni risposta metterà in discussione le nozioni occidentali di persona, in cui si privilegia la mente sul corpo come sede della propria attività e identità.

Le analisi contemporanee delle cause della danza tendono a seguire uno di questi due approcci. Il primo, tipico degli ambienti psicologici e filosofici, parte dall’idea di un essere umano come individuo che sceglie di ballare (o meno) per divertimento, per fare dell’esercizio fisico, come espressione artistica o per qualche altra ragione personale. Tale approccio presuppone che la danza sia un’attività come altre, che offre a un individuo dei benefici desiderabili ma non necessari. L’approccio alternativo risiede in una serie di spiegazioni sociologiche e antropologiche che si concentrano sulla comunità, affermando che la danza è uno dei principali mezzi con cui i primi esseri umani hanno solidificato dei forti legami sociali indipendenti dalle parentele di sangue. In queste versioni, la danza viene sostituita da strumenti più razionali ed efficaci per favorire la socializzazione, come la lingua, la morale e la religione. Mentre il primo ragionamento si sforza di spiegare perché tanti esseri umani scelgono di ballare, il secondo si sforza di spiegare perché continuano a ballare. Ma che cosa manca da questi racconti?

E se gli esseri umani fossero dei primati la cui capacità di danzare (condivisa da alcuni uccelli e mammiferi) ha permesso l’evoluzione di un cervello più grande e interconnesso, un’attitudine empatica e una notevole adattabilità? Se la danza giocasse questo ruolo non solo nella preistoria, ma anche nel presente? Se gli esseri umani fossero creature che si sono evolute per danzare per sviluppare la loro identità fisica?

Recentemente sono emerse varie prove a supporto di questa tesi. I ricercatori stanno scoprendo l’importante ruolo del movimento corporeo non solo nell’evoluzione della specie umana, ma anche nello sviluppo sociale e psicologico degli individui. Non è solo il movimento a essere vitale, ma una triplice capacità: notare e ricreare modelli di movimento; ricordare e condividere i modelli di movimento; mobilitare questi modelli come mezzo per percepire e rispondere a ciò che si vede. Questa triplice capacità è esattamente ciò che esercita una qualunque ogni tecnica di danza.

HANS HARTUNG, P1967-107 (1967)

Secondo il neuroscienziato della New York University Rodolfo Llinás, autore di I of the Vortex (2001), il movimento corporeo costruisce il cervello. La mente prende forma mentre registra i modelli di coordinazione neuromuscolare, e in seguito ricorda i risultati in termini di dolore o piacere, etichette emotive che aiutano a valutare se attivare nuovamente quel movimento, e, se sì, come.

Nella misura in cui i movimenti corporei costruiscono il cervello, ogni gesto è importante. Ogni ripetizione di un movimento approfondisce e rafforza il modello di coordinazione mente-corpo richiesto dalla realizzazione di quel moto, e la ripetizione definisce anche i percorsi lungo i quali si concentrerà l’attenzione in futuro. Ogni movimento, fatto e ricordato, modella il modo in cui un organismo cresce, ciò che sente e come risponde agli stimoli. Da questa prospettiva, ogni aspetto dell’io corporeo – dalla coppia cromosomica, all’organo di senso, alla forma dell’arto – è una capacità di movimento che si sviluppa attraverso lo stesso moto. Un braccio, per esempio, si sviluppa per quel che è in virtù dei movimenti che compie a partire dall’utero. Questi gesti danno forma alle ossa e ai muscoli, mentre la contrazione delle cellule plasma le forme fisiologiche necessarie a soddisfare specifiche esigenze.

In questo senso, un essere umano è quel che chiamo un “ritmo corporeo in divenire”. Una persona crea sempre dei modelli di movimento corporeo, in cui ogni nuovo gesto si svolge lungo una traiettoria aperta che è stata resa possibile dai movimenti passati. Il ballo può essere visto come un mezzo per partecipare a questo ritmo corporeo in divenire.

Un ulteriore supporto a questa tesi viene da antropologi e psicologi dello sviluppo che hanno documentato l’importanza del movimento per la sopravvivenza infantile. Come afferma l’antropologa americana Sarah Blaffer Hrdy nel suo libro Mothers and Others (2009), i neonati umani nascono prematuri, rispetto ai loro cugini primati: un feto umano, prima di emergere dall’utero possiede la maturità neuromuscolare di uno scimpanzé se rimanesse nell’utero per ventuno mesi. I neonati umani, invece, essendo disperatamente dipendenti dai genitori, devono avere la capacità di farsi capire e per farlo devono ricreare e ricordare quei modelli di movimento che li collegano alle proprie fonti di nutrimento. In una visione condivisa da Hrdy e altri, questa capacità di creazione reattiva del movimento corporeo costituisce le radici dell’intersoggettività umana. In altre parole, i neonati costruiscono il loro cervello al di fuori del grembo materno in relazione al movimento altrui, esercitando così la capacità di danzare.

La recente ricerca sui neuroni specchio sostiene ulteriormente l’idea che gli esseri umani hanno una capacità unica di notare, ricreare e ricordare i modelli di movimento. Più abbondanti nel cervello umano che in quello di qualsiasi altro cervello di mammifero, i neuroni specchio si accendono quando una persona nota un movimento, ricreando il modello di coordinazione neuromuscolare necessario per fare quel medesimo gesto. In questo modo gli umani possono imparare a ricreare il movimento altrui – non solo di altri umani, ma anche di alberi e giraffe, predatori e prede, del fuoco, dei fiumi e del Sole. Come scrive il neuroscienziato V S Ramachandrandran nel suo libro The Tell-Tale Brain (2011), i neuroni specchio “sembrano essere la chiave evolutiva per il raggiungimento di una vera e propria cultura”, consentendo agli esseri umani “di adottare il punto di vista altrui”.

Tuttavia, il termine “specchio” è fuorviante, nasconde il lato attivo del movimento corporeo. Un cervello non fornisce una riflessione passiva. Mentre gli occhi registrano il movimento, quel che una persona vede è informato dalla consapevolezza sensoriale che i movimenti precedenti hanno aiutato a sviluppare. Egli risponde lungo traiettorie di attenzione create dai movimenti precedenti. Da questo punto di vista, la danza è una capacità tipicamente umana, non un’attività tra le altre. È una capacità che deve essere esercitata per costruire un cervello e un corpo in grado di creare delle relazioni con le fonti di sostentamento disponibili in un dato contesto culturale o ambientale. Danzare è umano.

In questa luce, ogni tecnica di danza appare come un flusso di conoscenza – una collezione in continua evoluzione di modelli di movimento, scoperti e ricordati per quanto affinare la capacità umana di agire. La danza offre all’uomo l’opportunità di imparare l’importanza dei suoi movimenti. Gli umani possono rendersi conto di come i movimenti che compiono li stanno addestrando – o meno – a coltivare una  consapevolezza sensoriale necessaria per empatizzare tra le specie e con la Terra. La danza rimane dunque un’arte vitale. Dal punto di vista dello sviluppo corporeo, gli esseri umani non possono non ballare.


Kimererer LaMothe è una filosofa, ballerina e studiosa di religione. È autrice di sei libri, tra cui Why We Dance: A Philosophy of Bodily Becoming (2015). Precedentemente alla facoltà dell’Università di Harvard, vive attualmente nello stato di New York.

1 comment on “La specie danzante: come il ballo ci rende umani

  1. È espressione sia di malessere o di benessere sia di buon raccolto o altro ; è espressione. È IMPORTANTE COME TUTTE LE FORME DI ARTE per la persona stessa che la crea ma senza fare del male ha se o ha gli altri

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