La speranza dell’altezza



Grant era oltre il Purgatorio. Ansimava, aggrappato a uno sperone di roccia, e guardava in basso. C’era un vento circolare che lo spingeva e lo schiacciava contro la parete, aveva il suono di un ventaglio fatto di lame di metallo. Le folate disperdevano la neve e tra gli spiragli Grant vide l’incendio. Le fiamme piegavano gli abeti, guizzavano e schioccavano, annerivano la base della parete”


In copertina opere di caspar david friedrich

di Andrea Cassini

Kyaah.

Grant teneva la roccia tra pollice, indice e medio della mano destra, aveva agguantato una sporgenza che assomigliava a una verruca sulla faccia della montagna e la stringeva come se volesse spaccarla, spremerla e fare uscire tutto il pus. Con la sinistra annaspava verso un punto indefinito, più in alto di lui, sapeva che l’appiglio era lì ma non riusciva a individuarlo col tatto, allora protendeva tutto il corpo, distendeva gli addominali e tastava la parete con le dita. La magnesite gli piovve sulla faccia e lui sbatté le palpebre, poi chiuse gli occhi e scosse la testa per scacciare gli ultimi granelli. Quando li riaprì, la poiana fischiava volando in cerchio sopra di lui. Kyaah. Aveva cominciato a scalare prima dell’alba ma adesso era mattino inoltrato, e il cielo della California, a quell’ora, era di un blu di un’unica sfumatura, che sembrava steso con un tratto di pennarello. La poiana era una sagoma nera, in due dimensioni, stagliata sullo sfondo. Grant pensò che assomigliasse a una mosca che picchiava la testa contro il vetro, incollata com’era alla teca del cielo, non fosse stato per le tre penne remiganti che si aprivano come dita dal profilo delle ali, l’impronta del rapace. Forse me lo meriterei anche, che il mio animale guida fosse una mosca. Sempre che io mi meriti di avercelo, un animale guida. Sam non ce l’aveva. Perché io dovrei averlo?

Abbassò il braccio sinistro e infilò la mano nel sacchetto della magnesite. Doveva far circolare di nuovo il sangue nelle dita, e già che c’era recuperare il respiro. Era ben oltre metà della scalata, ma mancava ancora il tratto più difficile e lui era al limite. Lo capiva dalle vene nelle braccia, talmente grosse che sembravano bassorilievi. Gonfiò il petto, tre, quattro, cinque volte, e ad ogni espirazione sibilò un’imprecazione nuova. Non era quello il punto dove aveva programmato di riposare, gli appoggi non erano in totale sicurezza, aveva l’alluce in tensione e il ventre tanto appiccicato alla roccia da lasciarci una macchia di sudore. Ma appena l’effetto dell’adrenalina era terminato, si era rassegnato. Niente andava come aveva programmato. Così non va. Questa cazzo di montagna non è come sulla cartina. E la cartina l’ha fatta Sam, quindi non può essere sbagliata. Sarà questa montagna del cazzo che nel frattempo è cambiata. Cambia ogni volta che ci salgo, per farmi dannare.

Grant strinse più forte con la mano destra. Si sarebbe dato la spinta e avrebbe saltato, la sporgenza che cercava doveva essere appena oltre il suo sguardo, l’avrebbe afferrata al volo. E già che c’era l’avrebbe sgretolato, quel brufolo di pietra, avrebbe sbriciolato il granito pezzo per pezzo se non fosse riuscito a salire in cima. Se non poteva conquistarla, la montagna, l’avrebbe tirata giù. Kyaah. La poiana lo chiamò e lui alzò la testa, gli venne in mente di tracciare una linea che scendeva dal centro del cerchio in cui volava l’uccello e lì, come illuminato da un fascio di luce, c’era l’appiglio che cercava. Una tasca dove infilare tutta la mano, comoda e spaziosa come nelle note della cartina di Sam, e da lì un tratto dove la pendenza diminuiva e si potevano persino mettere in fila due passi su una cengia. Dicono che tutti quelli che vanno in montagna hanno un animale guida. Perché a me, che la odio, è toccata una poiana e Sam, che la adorava come la montagna adorava lui, non aveva neanche una cornacchia che gli gracchiasse nelle orecchie prima che mettesse il piede in fallo? 

Kyaah. La poiana sottolineò il pensiero fischiando di nuovo, e lui giurò che sarebbe salito in cima, l’avrebbe raggiunta e avrebbe saltato tanto in alto da prendere quell’uccello per le zampe. O almeno, le avrebbe stanato il nido sul crinale e l’avrebbe fatto a pezzi. Non mancava molto. Bastava superare il Purgatorio.

L’avevano chiamato così, quel passaggio, perché secondo Sam apriva le porte del Paradiso, e perché per superarlo servivano sette movimenti in rapida successione, ciascuno perfetto. Grant sistemò bene gli appoggi, puntellò i piedi e prima di partire saggiò il granito col palmo della mano. Toccare le cose non gli trasmetteva più sensazioni da tempo. Aveva una tale scorza di calli e cicatrici rimarginate che era come se la mano non fosse più sua. Chissà se è rimasta qualche cellula di Sam qui sopra. Chissà se ci sono ancora le sue impronte digitali nel punto dove ha perso l’appiglio. Chissà se posso strofinarlo e grattarlo fino a sfogliarlo. È la fine che farebbe comunque, questa montagna che sembra un dito medio di roccia. Accelererei semplicemente l’erosione. Alzò lo sguardo, ma da lì la cima non si vedeva. Il Purgatorio era un faraglione appeso alla montagna, a cercarli bene si distinguevano i sette anelli dove fare presa con le mani, una crosta di pietra che per qualche motivo era rimasta attaccata alla parete e rubava spazio al cielo. Era il punto più esposto dell’arrampicata. Per superarlo serviva scendere a compromessi con la gravità, accettare qualche grado di orizzontalità e dare la schiena al vuoto. Grant strizzò gli occhi e se li stropicciò. Gli lacrimavano di nuovo ma stavolta non era la magnesite. Cenere, e un sottile odore salato di fumo. Non indagò oltre, aveva il Purgatorio sopra di sé. Trattenne il fiato. Piedi e mani, mani e piedi, sempre tre punti per fare leva, tenersi dentro un triangolo immaginario. Sette movimenti perfetti, veloci, per non subire il peso della gravità. Dopo il terzo sentì scivolare il piede sinistro. Buttò lo sguardo in aria, una frazione di secondo. Kyaah. La poiana fischiava, forse gli indicava la via, ma lui non la vedeva. Cadde. Poco male, volerò come lei. Volerò più in alto di lei. Più in alto di questa cazzo di montagna. Come dev’essere piccola e inutile la montagna, vista da lassù.

La corda gli riportò il respiro nel petto con uno strattone. Si lasciò penzolare per un po’, poi tornò sulla parete. Non posso volare, ci sto, ma cazzo, non mi è permesso nemmeno cadere. Doveva riprovare. Perché la prossima volta, senza corde, avrebbe dovuto passare il Purgatorio alla prima. Trattenne il fiato. Si scostò la cenere appiccicata sulla fronte. Attaccò.

Ci riuscì al terzo tentativo. Da lì, in venti minuti scarsi, arrivò in cima senza difficoltà. Non era stanco, le dita e i polsi gli avevano fatto più male dopo certe sessioni in palestra. Ma la montagna, e quella montagna più delle altre, aveva altri modi per sfiancarlo. La cima era una spianata brulla, lasciò correre lo sguardo ma trovò il tutto poco interessante. Pensò a Sam, che sorrideva sempre quando arrivava in vetta, e si sforzò di sollevare gli angoli della bocca. Desistette. Lui non ce l’aveva quella cosa, quella speranza dell’altezza. Non riusciva a credere che in cima alle montagne avrebbe sempre trovato un mondo più bello. Sospettava che l’avrebbe capito soltanto salendo in free solo, senza corde, come Sam.

Il cielo aveva cominciato a stingere nel bianco del pomeriggio, la poiana mandò un kyaah da lontano e poi andò a nascondersi dietro qualche altro sasso. Aveva esaurito il suo compito, evidentemente. Lassù l’odore di fumo era più penetrante, gli faceva pizzicare il naso e gli occhi, e di tanto in tanto il vento portava folate di cenere. A nord c’era una macchia di abeti avvolta da una nebbia fuligginosa, il fumo saliva annodandosi come un serpente. Tutto intorno, altri scheletri di abeti anneriti. L’estate era finita in California, ma gli incendi continuavano. Se ci volasse sopra una poiana gigante, potrebbe spegnerlo pisciando. Grant si sbottonò i pantaloni, si sporse sopra il precipizio e si svuotò la vescica. Guardò il rivolo di urina scendere sulla parete e poi frammentarsi in gocce che rimbalzavano tra le rocce. Se venissi a pisciare quassù tutti i giorni per qualche milione di anni, ci scaverei un fiume talmente largo da piantarci dentro un ascensore.

Dopo essere sceso, rimase ai piedi della parete, a guardarla. Si era promesso di non tornare al camper doveva viveva prima che facesse buio, principalmente perché si era promesso anche di non accendere il telefono prima di essere tornato a casa. La montagna aveva tanti nomi, chiunque si sentiva in diritto di dargliene uno, gli indiani tra quelle rocce ci vedevano la faccia di qualche vecchia e gli avevano dato un nome di donna, che Grant non sapeva pronunciare e nemmeno ci provava, ma erano tutti buoni a vederci delle immagini guardandola da lontano. Avrebbe voluto sfidarli a scalarla, quegli indiani, per vedere se col naso appiccicato alla parete avrebbero pensato ancora che fosse la faccia di una vecchia. E poi la montagna era un uomo, non una donna. Per Sam, e per tutta la comunità degli arrampicatori del resto, era Paradise Nest. Lui però la chiamava The Flip, perché era un enorme dito medio di granito che si alzava dalla foresta appositamente per mandare al diavolo chi si avvicinava. Ma fosse per me le darei il nome di Sam, anzi darei il nome di Sam a tutte le montagne del mondo, le avrebbe scalate meglio di chiunque altro. Nella luce grigia del pomeriggio che sfumava nella sera, Grant camminò lungo il perimetro della parete, trovò il punto in fondo alla scarpata dove avevano ritrovato Sam, si scrollò dalla maglia e dai pantaloni la polvere e la sporcizia dell’arrampicata, e abbandonò a terra tutte le sue corde e l’imbragatura. Poi tagliò nella foresta per tornare al camper. Gli incendi non avevano ancora intaccato quella parte di bosco, e sotto le fronde aghiformi degli abeti sembrava che fosse già scesa la notte odorosa di resina. Tradì la promessa, accese il telefono prima di entrare nel camper, e fu accolto da una musichetta troppo umana per le sue orecchie abituate ai suoni della foresta. Un paio di uccelli volarono via spaventati, ghiandaie, forse. Per manovrare il touchscreen usava il polpastrello del mignolo, quello con meno calli. Chiamate perse, trenta, tutte da Kayleen. Dieci volte tanto i miei tentativi per superare il Purgatorio. Kayleen che, al contrario mio, lo supererebbe alla prima, ma che non vuole provarci. Perché al contrario mio non ha mai voluto bene a Sam e non ha mai odiato questa montagna. Non abbastanza, nessuna delle due cose.

***

Aveva guidato per due ore nella notte per arrivare a casa di Kayleen. Non se l’era scelta per caso una ragazza che abitasse alle porte del parco di Yosemite – e non che se la fosse scelta più di tanto, è che frequentando le stesse pareti finiva per trovarsela sempre tra i piedi. Finché un giorno aveva cominciato a trovarsela tra i piedi sempre più spesso, e da lì era nato il dubbio che la cosa fosse volontaria.

Grant parcheggiò il camper nel vialetto e il motore tossì un paio di volte prima di spegnersi. Kayleen lo aspettava sulla porta, indossava solo una canottiera anche se era una notte d’autunno. Teneva le braccia incrociate, e mentre si avvicinava col passo più lento di cui era capace Grant rifletté che le braccia di lei s’intonavano piuttosto bene al taglio maschile della canottiera che indossava. Sospettava che bicipiti e deltoidi fossero più larghi dei suoi, per questo evitava di starle fianco a fianco. La pelle chiara era screziata da graffi e cicatrici, le vene e i muscoli correvano sopra e sotto il gomito come creste di un canyon, le dita avevano le nocche ingrossate e nella falange storta dell’anulare sinistro riconobbe quella volta che erano caduti insieme; l’ultima volta che avevano scalato insieme. Da lì in poi, Grant non era più riuscito a sopportare la vergogna per essere così inferiore a lei.

“Dove sono le tue corde?”

Grant deglutì, lei sembrava non avere bisogno di sbattere le palpebre. “Nel camper” mentì.

“Hai scalato con le corde oggi?”

“Sì, certo”.

Kayleen prese un respiro profondo, il primo che Grant le aveva visto fare quella sera. Allentò la tensione nelle braccia, ma non le sciolse.

“Hai finito con quella parete quindi? Sei arrivato in cima?”

Grant prese tempo. Si grattò la nuca e nel farlo si accorse di quanto gli puzzassero le ascelle. Fece un passo indietro.

“Sì, ma voglio tornarci. Devo rivedere qualche passaggio”.

“Quando? Sempre con le corde, spero”.

Stavolta fu Grant a prendere un respiro, ma gli rimase a metà nella gola. “Non lo so, Kay. Non lo so. Dopodomani, forse”. 

Lei attese qualche secondo, sporgendo il mento in avanti. Quando vide che la seconda metà della risposta non sarebbe arrivata, balzò nel vialetto e gli prese le guance tra le mani. Grant temeva che volesse stritolarlo. La guardava dritto negli occhi, era di poco più bassa di lui.

“Sempre con le corde, spero” ripeté, scandendo ogni sillaba e omettendo il tono interrogativo. Grant abbassò gli occhi. Non la capiva. Kay era l’arrampicatrice più brava che conoscesse, in parete era forte come un toro e concentrata come una macchina. Lui era in un limbo, poco sopra la mediocrità ma non così scarso da restare tra i dilettanti. Lei invece era l’eccellenza, lo dicevano anche le copertine delle riviste del settore. Era la Sam dell’arrampicata femminile. Era in grado di chiudere El Capitan o Half Dome: Paradise Nest per lei era una passeggiata. Eppure si rifiutava di scalarla senza corde. Diceva che non avrebbe mai provato il free solo finché il cervello le avesse funzionato. E Grant stringeva i denti e la odiava quando lo diceva. E Sam, allora, cos’aveva? Il cervello bacato?

Grant provò a togliersi le mani di lei dalla faccia, ma Kayleen faceva resistenza con gli avambracci. “Non capisco che male c’è, Kay. Devo provarci, devo farlo per Sam. Se anche mi succedesse qualcosa, non ne parlerebbe nessuno. Sono solo un arrampicatore mediocre”. Immagino già i titoli delle riviste: muore compagno della famosa arrampicatrice Kayleen Thompson, tentava di scalare in free solo una via per cui era palesemente troppo scarso.

Kayleen gli strinse le dita sugli zigomi come una morsa. Poi inclinò la testa e la sua rabbia sembrò placarsi.

“È questo tutto quello che sei? Un tizio che si arrampica su una parete? Non sei nient’altro?”

Sì, che altro posso essere? E tu dovresti saperlo meglio di tutti, visto che ti sei messa in mezzo alla mia strada e mi hai scelto. E ora mi vuoi legare a terra con un filo perché a te piace così. Che ci faccio io coi piedi per terra? Grant non rispose niente.

Kayleen si staccò da lui. Allargò le braccia per invitarlo a guardarsi intorno. “Non sei da solo a questo mondo. Yosemite sta bruciando. Cazzo, l’intera California sta bruciando, e tu stai lì a scalare una parete. Non ti sei accorto di quanto faccia caldo per essere autunno? Non le hai lette le notizie?”

In effetti era un autunno caldissimo, persino per le medie della California, ma Grant non capiva come fosse un suo problema: anzi, in questo modo aveva più giorni buoni per arrampicare prima dell’inverno. 

“Ti sembro uno che legge le notizie, Kay?” disse. “Sono uno che vive sul camper e che legge solo i tre libri che ho lì dentro, a rotazione”. E uno lo tengo solo perché è buono da mettere sul pedale del freno al posto di un mattone, e gli altri li tengo solo perché me li aveva regalati Sam, uno è un poema vecchissimo, italiano credo, e l’altro è un libretto di massime taoiste di cui l’unica cosa che ho capito è che la vita è un gioco, potremmo essere una farfalla che sogna di essere un uomo, e dato che è un gioco non c’è niente di male nel morire mentre si fa la cosa che più ci piace in assoluto; anzi, è la più desiderabile delle morti.

Kayleen gli balzò di nuovo accanto e Grant si protesse la faccia, ma un attimo dopo si ritrovò stretto in un abbraccio, la testa di lei appoggiata sulla sua clavicola. Provò ad abbracciarla a sua volta, ma non era sicuro di dove intrecciare le mani e alla fine desistette. Le accarezzò due volte la schiena, però.

“Mi fai paura, perché non hai paura” disse lei, senza alzare la testa. Ti sbagli, Kay, ti sbagli eccome. Ho tantissima paura. Quando sono lassù mi sento il cuore scoppiare nelle tempie.

“Ti sei messo in testa di fare questa cosa, ma non sai nemmeno accettare la morte di un amico. Vorrei solo che tu provassi a essere felice. Anche senza di me, fa lo stesso”. Forse è solo che non m’interessano così tanto le conseguenze, Kay. E non m’interessa neanche questa felicità. Che vantaggi ha mai portato, la felicità? Grant aprì la bocca per parlare. Almeno uno dei suoi pensieri avrebbe dovuto dirlo. Sarebbe stato giusto dirlo. Con te o senza di te, Kay, questo non lo decido io. Hai fatto tutto da sola. Sei tu che ti leghi a me come se fossimo sempre in cordata.

Non pronunciò nemmeno due sillabe, che lei l’aveva già interrotto. Gli indagava di nuovo la faccia con le mani, gli passava le dita sul mento, sulle orecchie, tra i capelli. “Sei esausto. Da quanto tempo non fai una doccia?”

Poi appoggiò la punta del naso contro il suo e lo scrutò negli occhi. Grant dovette sforzarsi per tenerli aperti, gli bruciavano. Lei glieli ispezionò toccandone gli angoli e le palpebre con l’indice. Grant fece una smorfia. Per quanto ti sforzi, Kay, questi polpastrelli non sono fatti per le carezze. Sono ruvidi. Sono abrasivi. Forse sei tu che hai un problema ad accettare quello che sei, non io.

“Dio, da quanto tempo non dormi, Grant? Devi riposare”.

Secondo l’esperienza di Grant, era difficile vedere una poiana che volasse di notte, così lontano dal centro del parco, eppure la sua sagoma nera, con le tre penne remiganti che si aprivano come dita dalla punta delle ali, era appena entrata nel suo campo visivo. Riusciva a distinguerla bene perché volava a nord, sopra Yosemite, dove gli strati più bassi del cielo erano arroventati dal rosso degli incendi. Girava in cerchio. Kyaah. Il richiamo era debole, lontanissimo, ma Grant lo udì con chiarezza. Avrebbe voluto essere come quella poiana, guidata soltanto dal cieco istinto. La poiana non aveva nessuno che la tenesse schiacciata a terra con un masso.

Grant si sciolse dall’abbraccio, prese le mani di Kayleen nelle sue e vi appoggiò un bacio. Non distingueva le sue labbra dalla pelle di lei, entrambe secche, screpolate.

“Hai ragione, Kay. Hai ragione”. Scosse la testa, la salutò con l’accenno di un sorriso e s’incamminò verso il camper. “Vado in un posto tranquillo per riposarmi e ci sentiamo domani, ok? Vedrai che andrà meglio, parleremo meglio. Ora ho proprio bisogno di dormire”. Ora devo scalare The Flip, prima che sia troppo tardi.

 

***

 

Grant stava già per attaccare la parete quando si accorse dei fari della macchina alle sue spalle. Illuminarono la roccia con un alone bianco e vi disegnarono sopra la sua ombra. Kayleen scese dall’auto, aveva guidato il pick-up sullo sterrato pur di arrivare ai piedi della montagna, ed era stata brava a seguirlo da una certa distanza perché Grant non si era accorto che fosse sulle sue tracce. Kayleen ora correva verso di lui, ma non ce n’era bisogno. Grant aveva tirato un sospiro, aveva spento la lampada frontale e aveva dato le spalle alla montagna. Senza dire niente, Kayleen lo centrò sul mento con una via di mezzo tra uno schiaffo e un pugno. Grant sentì la mandibola rintoccare come una campana, e più scrollava la testa, più gli si annebbiava la vista. La prima cosa che vide, quando le sue pupille tornano capaci di mettere a fuoco, furono gli occhi di lei. Spalancati, furibondi, grandi come una luna piena, che ferivano l’aria più delle scintille dell’incendio alle sue spalle. Il petto si gonfiava e si sgonfiava, lei soffiava dalla bocca aperta, non l’aveva mai vista ansimare così nemmeno al colmo dello sforzo, in cima a una parete. E nemmeno quando facevano sesso.

“Io lo so cosa pensi” gli disse. “Tu stai di merda, io sto di merda, chiunque conosceva Sam sta di merda, ma tu pensi che salirai lassù e tutto andrà a posto, oppure cadrai, ti spezzerai il collo e tutto andrà a posto lo stesso”. Gli puntò l’indice sul petto.

“Invece, ti dico io cosa succederà. Non sei Sam. Non lo sarai mai. Non è che se scali questa cazzo di parete senza corde diventerai all’improvviso come lui. Ti sentirai esattamente la stessa merda di adesso. Se invece ti ammazzerai, farai sentire me di merda da qui all’eternità. In ogni caso ci perdi”.

“Oppure vinco” disse lui, a mezza voce. “Se arrivo in cima, vinco”. Se vinco posso fare quello che voglio alla montagna. Posso sbriciolarla, sgretolarla, farla detonare con la dinamite, eroderla a forza di sputi, finché nessuno ci potrà più salire sopra.

Il respiro di Kayleen stava tornando regolare. Abbassò lo sguardo. “Lo so che ti manca. Lo so che volevi più bene a lui che a me. Ma non funziona così. Non è che la vittoria giustifica qualsiasi gesto da stronzo. Qui non si vince. Con la montagna non vince nessuno”.

Grant si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Nel silenzio, si sentiva solo l’accartocciarsi lontano delle fiamme, qualche tronco che si spezzava, un precipitare di fronde, lo squittio di roditori in fuga. Kay non capiva. Il suo animale guida doveva essere un coniglio, perché non aveva un briciolo di coraggio e senza coraggio non si costruisce il mondo. Grant doveva averlo detto a voce alta, perché lei gli rispose.

“Tu non vuoi costruire, vuoi solo distruggere. Distruggere e bruciare”. Gli si fece vicino e alzò di nuovo le mani, ma stavolta per prenderlo dietro la nuca e tirarlo a sé. Appoggiò la fronte sulla sua. “Devi smetterla di dannarti per Sam. Alla fine, è morto facendo quello che lo rendeva felice. Era già alle porte del paradiso qui, no?” Kay era pessima a sorridere. Le labbra troppo tese, i denti troppo bianchi. Era pessima a fare le battute, ad abbracciare, ad accarezzare e a consolare. Ma la cosa peggiore era che non voleva vendicare Sam pur essendo la più qualificata a farlo, e così toccava a lui conquistare The Flip, lui che non ne era capace, e per giunta con la zavorra di Kay addosso. Stava per sputarle addosso tutto quanto, l’avrebbe insultata ma non aveva ancora scelto con quali parole. Kyaah. La poiana gli suggerì un’altra strada, come quando gli indicava una via più agevole sulle pareti. È per questo che devo vendicare Sam, sono stato scelto. La montagna non è nostra e non appartiene neanche ai sassi di granito. Appartiene alle creature della foresta. La poiana volò dritta sopra il bosco e lui seppe cosa fare. Prese Kayleen per mano.

“Hai ragione, hai ragione, hai ragione. Non so cosa mi è passato per la testa, sono ancora sconvolto per Sam, probabilmente. Ma sto iniziando a capire. Voglio farmi perdonare. Qual è una cosa che ti rende felice, Kay? Quella che ti rende più felice di tutte?” 

Lei ebbe un sussulto, lo percepì dalle pulsazioni del cuore attraverso le vene della mano. Era pessima anche a capire quando lui le mentiva. Kay non aveva idea di come funzionassero i sentimenti, era esattamente come lui, era fatta per scalare e conquistare e sbriciolare sassi, solo che non se ne rendeva conto. Kayleen abbassò lo sguardo e apparve di colpo più piccola, più femminile.

“Adesso?” balbettò. “Adesso… Non mi serve molto, lo sai. Mi basterebbe stare con te senza preoccuparmi. Camminare in un bel bosco, mano nella mano, come adesso”.

Grant combatté contro la mandibola dolorante, gli occhi che pizzicavano e la fronte pesante per la mancanza di sonno, e sfoderò il migliore sorriso di cui era capace. Le indicò la strada con l’indice della mano libera e s’incamminò. “Andiamo” disse.

“Qui?” fece lei. “Sei matto? Sta bruciando tutto, Grant”.

Il secondo sorriso aveva meno forza del primo, ma fu sufficiente. “Allora sbrighiamoci. Qui le fiamme non sono ancora arrivate”.

In effetti, sotto le fronde degli abeti le uniche tracce dell’incendio erano il puzzo salato del fumo e il rumore di fondo, un borbottio che copriva i suoni del sottobosco cancellando la vita animale. Il cielo rosseggiante non si vedeva, sotto quei rami altissimi sembrava di stare dentro una scatola. Soltanto la montagna spuntava a occupare la vista, nei rari attimi in cui tra gli alberi si apriva uno spazio aperto. Un dito medio dritto in faccia, per l’appunto. Non dissero nulla mentre camminavano. Grant si concentrò sulla mano di lei, che poco per volta si rilassava e allentava la presa. Si fermarono in uno spiazzo, si guardarono e condivisero un sorriso. Con la coda dell’occhio, Grant seguiva la poiana. Li aveva accompagnati volando bassa, e ora si era posata su un sasso. Un sasso che aveva le giuste dimensioni e il giusto peso per essere raccolto con una mano. Glielo indicò col becco, poi scosse le penne brune e volò ad appollaiarsi sull’albero più vicino.

“Sei felice adesso, Kay?” chiese Grant. 

Lei rispose senza esitare. “Sì. Lo vedi che non ci vuole tanto. Potremmo essere così…” 

Lui le mise un dito sulle labbra. “È il tuo momento più felice di sempre, Kay?”

Spiazzata, si allontanò di un passo. “Non lo so… non saprei” disse. “Ma sono felice. Questo sì. È questo ciò che conta, no?”

Grant si piegò sulle ginocchia e si allungò fino a raccogliere il sasso, lo sollevò e la colpì sulla tempia. Poi al centro del cranio, poi alla base del collo, poi sugli zigomi e sulla bocca e sul naso. Quando Kay fu a terra, stesa tra gli aghi verdi degli abeti, le lasciò cadere il sasso sulla fronte. Tornò sui suoi passi correndo più veloce che poteva, verso la parete, lontano dal fronte delle fiamme in avanzamento, doveva partire prima che arrivasse l’alba. Senza zavorra, lo vedrete come lo supero il Purgatorio. Sette movimenti, tutti perfetti, nessun errore, sarò leggero come un uccello, cazzo. E finalmente potremo morire tutti facendo quello che ci piace.

593447 ; (add.info.: ); out of copyright

***

L’autunno doveva essere davvero impazzito quell’anno, perché abbarbicato sulla parete Grant provava un freddo di cui non aveva memoria. Era salito velocissimo, senza il peso di Kay sulle spalle volava sulla parete e ogni passaggio, ogni appoggio, ogni nicchia dove infilare le dita e ogni lembo dove fare leva con i piedi era, finalmente, nel punto esatto dove Sam l’aveva segnato sulla cartina. E quella cartina la conosceva a memoria, avrebbe potuto arrampicare a occhi chiusi. Però quel freddo gli intirizziva i peli sulle braccia e lo distraeva, gli faceva battere più veloce il cuore. Ne sentiva il tambureggiare nelle orecchie e nelle tempie; l’incendio doveva essere avanzato fino a lambire la parete perché il ruggito delle fiamme inghiottiva ogni altro rumore. Soltanto il richiamo stridulo della poiana riusciva a penetrarlo. Kyaah. Sostava a mezz’aria a pochi palmi da lui, ghermiva una stalagmite di roccia e poi piegava il becco per guardarlo, come un gargoyle, lo anticipava verso l’alto e lo accompagnava su ogni passaggio. L’aura rossa che le vampate innalzavano alle sue spalle stingeva sulla parete stemperando la bianchezza della pietra; sembrava granito rosa baciato dalla luce di un’alba occidentale e incandescente. Com’è possibile che faccia così freddo, in mezzo all’incendio? È come una pozza di ghiaccio al centro dell’Inferno.

Grant superò uno spigolo, sistemò il piede in un incastro e si fermò. Si concesse un istante per riflettere sulla salita, ripercorse ogni movimento. Era stato perfetto, ma senza sforzarsi di esserlo. Non aveva provato paura, ma senza mai pensare al pericolo di essere senza assicurazioni. Ora capiva perché a Sam piacesse tanto arrampicare in free solo. La ricerca della perfezione assoluta era l’unico modo per sconfiggere la montagna, e finché si contempla una singola possibilità di errore non può esistere la perfezione. Guardò in alto. Era quello che gli diceva Sam ogni volta che arrampicavano insieme. Superato quel camino, gli sarebbe rimasto soltanto il Purgatorio da scalare. Guarda sempre in alto. Devi riversare tutto te stesso nell’altezza, nella speranza che lassù ci sarà qualcosa di meraviglioso, ma per rendere solida questa speranza, devi accettare il fatto che perdendola, perderai tutto. Grant si svuotò i polmoni con due lunghi respiri, poi si strinse le braccia al corpo. Nonostante il freddo che sentiva sotto la pelle, il fiato non si condensava in nuvole di vapore. Emise soltanto due piccoli sbuffi, che si confusero nella nebbia fuligginosa dell’incendio. Piede sinistro sull’appoggio, mano destra salda sull’appiglio, strinse forte con indice e medio, si tirò su, attaccò il Purgatorio. La schiena perdeva verticalità, accettava il richiamo del centro della terra, ma ora lui era più leggero e restava aderente alla roccia. Inspirare, espirare, inspirare, trattenere il fiato e poi buttarlo fuori per massimizzare lo sforzo mentre si flette il bicipite. Tre movimenti, ciascuno perfetto. Poi una fitta di freddo, come se qualcuno l’avesse colpito al fegato con un coltello gelato, e Grant alzò lo sguardo. Un turbinio di neve, tanto vicina che poteva distinguere la forma di ogni fiocco. Si scioglieva appena gli si posava sulla pelle, gli offuscava gli occhi e premeva per entrargli nella bocca. Era finito in mezzo a una bufera bianca, ora capiva perché avesse tanto freddo, e doveva essere colpa di Kay. Per forza, si stava vendicando su di lui. Doveva sempre trovare il modo di appesantirlo, di tirarlo giù, non era capace di ringraziarlo nemmeno adesso che le aveva regalato la più desiderabile delle morti; forse l’animale guida era qualche strana falena che stava nascosta tra le nubi e adesso l’aveva mandata a riscuotere il riscatto. Grant scrollò la testa. Cercò una sagoma nera al centro della tempesta bianca, ma il suo, di animale guida, era scomparso. Chiuse gli occhi, erano inutili, e pensò alla cartina di Sam. Non poteva più perdere altro tempo. Inspirare, espirare. Appoggio, incastro, appiglio, tre punti come se fossi dentro un triangolo. Altri tre movimenti perfetti. Sorrise. Gli erano sembrati facili. Chissà come aveva fatto Sam a cadere proprio lì? Si allungò verso sinistra e stese il braccio. Aprì e chiuse due volte il palmo della mano, protese tutte le dita. L’appiglio non era lì. Riaprì gli occhi e la foresta lo chiamò a se, strattonandolo per la schiena. Grant si ancorò alla parete come poté, ma non era quello il punto dove riposare. Tutto il suo peso gravava sulla punta dell’alluce, e sotto il vuoto. Poi gli sibilò intorno una raffica di fumo e neve più violenta delle altre, il fumo salato gli entrò nel naso e gli uscì dagli occhi, avrebbe voluto cavarseli da quanto bruciavano, la gola protestò, ferita, e lo obbligò a tossire. Grant allargò ogni arto e si appiccicò alla parete. La abbracciò. Lasciati amare, stronza. Tienimi su ancora un altro po’. Kyaah. Kyaah. Kyaaaah! Un ultimo strillo, stridente come una sirena. Grant si sforzò di aprire un occhio, solo il sinistro, la poiana era un’ombra lontana, le tre penne remiganti sulla punta delle ali che vorticavano oltre la neve, ma poi un fascio di luce disegnò una linea in mezzo alla foschia seguendo la direzione della sua voce, rispondendo al suo richiamo. C’era una lama, una scaglia di roccia da poter afferrare. Grant la prese con tutta la mano e stritolò il granito. Lo sentì scricchiolare, cedere e fendersi dalla base in tanti minuscoli cristalli di carbonio. Se devo cadere, ti porterò giù con me. Si tirò su. L’ultimo colpo di tosse si trasformò in un grido che gli sparse per la bocca il sapore del sangue.

Grant era oltre il Purgatorio. Ansimava, aggrappato a uno sperone di roccia, e guardava in basso. C’era un vento circolare che lo spingeva e lo schiacciava contro la parete, aveva il suono di un ventaglio fatto di lame di metallo. Le folate disperdevano la neve e tra gli spiragli Grant vide l’incendio. Le fiamme piegavano gli abeti, guizzavano e schioccavano, annerivano la base della parete. Pensò a Kayleen, là sotto. Al suo camper e al pick-up di lei. Alle corde che aveva abbandonato laggiù. Alla tomba di Sam, in fondo alla scarpata. Illuminati dall’alba rossa, i fiocchi di neve gli sembrarono piuttosto dei coriandoli di cenere grigia. Il calore del fuoco gli scottò la pelle, e non ebbe più freddo. La poiana era scesa alla sua altezza. Il fascio di luce che prima gli aveva mostrato la via adesso era un faro puntato contro, ritagliava un cerchio bianco intorno alla sua figura sullo sfondo del granito rosa. Vista da vicino, la poiana era diventata grande come un elicottero, nero, le tre penne remiganti, aperte come dita, erano le pale del rotore che ruggivano per farla restare lì, sospesa a mezz’aria, ad attenderlo e catturarlo. 


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere). “Non tutto il male” (Effequ) è il suo primo romanzo

 

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