La storia ha bisogno del cinismo


Quattro brevi scritti sul cinismo in epoca contemporanea: da un’intervista a Michele Serra fino all’anti-politica di Beppe Grillo, passando per Gesù e la Critica della ragion cinica.


di Enrico Pitzianti

Serra, il cinismo e l’ironia

In un’intervista uscita qualche tempo fa su Il Foglio, Salvatore Merlo si è sentito rispondere da Michele Serra: “La mia lotta adesso è non diventare cinico. Uno è moralista da giovane, poi diventa disilluso, infine rischia di diventare cinico”.

La frase di Serra mi è rimasta in mente più a lungo del resto del pezzo. Il sottotesto dell’intervista era quello di due giornalisti che a pranzo si incontrano di modo che uno esprima all’altro il suo punto di vista sul “com’è che van le cose” – eppure la frase di Serra oltrepassa i limiti del discorso sullo stato di salute dell’opposizione italiana, provando a elencare le fasi di vita che ne caratterizzano i frequentatori.


Sono tendenze storiche quelle che vedono oggi l’ironia fare il brutto e il cattivo tempo al posto di quella che un tempo fu l’appartenenza politica.


Le fasi sarebbero tre: moralismo, disillusione e cinismo. Tutte coincidenti con una certa fase della vita, la giovinezza, l’età adulta e la vecchiaia – e a elencarle si sente il sapore dell’ovvietà garantita da un iter sociale ben oliato. Da qui viene il desiderio di Serra di non sopperire al dovere impostogli dalle fasi politiche dell’età. Ma c’è un però: Serra è un umorista, è quello della satira preventiva e di Tutti i santi giorni, uno che per buona parte dell’intervista si riferisce ai tumulti interni al mondo nuovo della politica italiana, il M5S di Beppe Grillo – non a caso anche lui un umorista.

E allora, se le fasi sono tre, e dal moralismo idealista si passa al cinismo calpestando un po’ di disillusione – il dubbio è che queste fasi dipendano da strutture ben più importanti: tendenze storiche, politiche ed economiche che forgiano il nostro tempo, imbuti attraverso cui tutti noi passiamo. Sono queste tendenze a creare i presupposti per le fasi descritte da Michele Serra.

Sono tendenze storiche quelle che vedono oggi l’ironia fare il brutto e il cattivo tempo al posto di quella che un tempo fu l’appartenenza politica. E sono queste stesse spinte storiche a far sì che un umorista come Serra sia oggi una voce autorevole, che un comico come Grillo sia capo dell’opposizione, lo Sgargabonzi eccellenza retorica nostrana e così via fino al nostro stesso tendere a un’informalità retorica che si sporge verso una simpatia simile a un clickbait ormai geneticamente acquisito.

Le fasi di vita canoniche a cui si riferisce Serra sono da considerarsi degli effetti dovuti a cause più generali – i fattori economici e politici su tutti, ma anche il livello di avanzamento tecnologico. Siamo innanzitutto disillusi e pigri figliatori, spesso troppo poveri per esaudire le nostre ambizioni e troppo ricchi per abbandonarle, siamo poi – da una prospettiva più lontana – i primi umani a venire a patti col dominio della tecnica, i primi a farci andar giù il boccone amaro della disoccupazione strutturale; progressisti che cominciano pian piano a divenire reazionari per via di un timore del futuro che non è più uno scandalo ammettere. È questa fase di crisi, post-crisi, pre-crisi e così via, a determinare la disillusione una volta adulti. Passata la cuccagna ideologica giovanile e crollate le certezze etiche davanti alla complessità del mondo si sente ogni azione personale muoversi all’interno della stringa di possibilità offerteci da questa fase storica.

Cinismo e umorismo sono legati. Serra lo sa perché è il suo mestiere. Diventare o meno cinico però non dipenderà da lui, ma da quello che circonda tutti noi. Quando Spinoza.it (quello delle battute) ci farà meno ridere, Charlie Hebdo e Umore Maligno smetteranno di scandalizzarci, quando il linguaggio di Grillo sarà meno consono all’epoca retorico-politica, allora forse Serra potrà preoccuparsi meno di cinismi e delle disillusioni che potrebbero inghiottirlo – ma anche lui, da umorista, probabilmente si vedrà ridimensionato e all’aprire Il Foglio non ci sarà la sua intervista.

Il signor Sloterdjikil che inventò il cinismo

Sempre a proposito di cinismo contemporaneo, Peter Sloterdijk, be’, lui se l’è proprio inventato. Meglio detto: il filosofo e rettore dell’Università di Karlsruhe lo ha riformulato in chiave teorica con Critica della ragion cinica, testo pubblicato nel 1983 con un ottimo riscontro di pubblico e di critica – tanto che Jürgen Habermas lo descrisse come «l’evento più importante nella storia delle idee dall’altra parte del Reno dal 1945».

Secondo Sloterdijk la storia ha lasciato sull’umanità contemporanea una traccia che è proprio quella del cinismo. La perdita di fiducia nei confronti dei valori assoluti, evidente, ad esempio, con il nichilismo, avrebbe origine nell’illuminismo, fenomeno scortato sin dagli albori da un forte atteggiamento scettico e impudente, insomma: cinico.

Sloterdijk arriva anche a tracciare una linea di demarcazione all’interno del fenomeno stesso affiancando due concetti che, pur avendo fondamento comune, appaiono contrapposti: il cinicismo, la tendenza ad essere cinici ritenuta dal Sloterdijk prevalente nella realtà contemporanea, e il kinicismo, quello della scuola filosofica cinica greca di Diogene “il Cinico” che il filosofo tedesco difende come valida alternativa al primo.

Secondo Sloterdijk, l’illuminismo avrebbe portato con sé, in un progetto anti-idealista, la distruzione di ogni ideale e di ogni valore assoluto. La filosofia illuminista, da questa prospettiva, appare come un lento e scoraggiato cammino verso la malinconia – un’inerzia che spinge verso il mantenimento di una condizione di pigrizia, sciattezza e debolezza.

La soluzione per far fronte a tanta rassegnazione (che starebbe portando inevitabilmente alla stagnazione politica) sarebbe il contrapporre un’ideale “gaia scienza” alla musoneria della scienza illuminista. La tristezza deriverebbe proprio dai miti abbattuti dall’illuminismo, da ciò che, una volta distrutto, ha lasciato un vuoto culturale incolmabile manifestando, verrebbe da aggiungere, la necessità di ciò che è ormai perduto. Hai buttato via i giochi dell’infanzia? E ora te ne penti.


La tesi è che ogni classe sociale sviluppa una morale ritagliata per essere consona ai propri interessi, ma, nel momento in cui si agisce sotto la guida di una certa morale non perché utile, quanto perché rispecchia gli interessi di chi ne trae beneficio, ecco che viene a galla il primo cinismo moderno, negativo e gretto.


Lo slancio kinico, quello che fu fondamentale per Diogene e il suo rapporto con la Antica Stoa (quella fondata da Zenone di Cizio), è la correzione della traiettoria cinica contemporanea, diciamo pure la sua versione moderata. Si tratta di un moto quasi rivoluzionario, tanto che tra i disturbatori kinici si può citare lo stesso Gesù di Nazareth e tutti coloro che, intrepidi e disillusi, hanno guardato agli eventi e alla storia come iter modificabili e scalfibili.

In qualche modo questa visione si sposa con un certo funzionalismo dell’irrazionalità, come Peirce sosteneva riferendosi al fenomeno religioso, gli usi culturali basati su credenze irragionevoli possono avere diverse finalità che rischiano di sfuggire facilmente allo sguardo tipicamente funzionalista dell’uomo contemporaneo. Ma qui c’è una fondamentale differenza rispetto al funzionalismo peirciano: le religioni sono, secondo Sloterdijk, fondate sul terrore imposto ai fedeli e ciò farebbe parte, ovviamente, di un atteggiamento cinico, perché tradisce lo scopo essenziale delle religioni, ovvero sedare l’inquietudine dovuta all’appartenere all’unica specie animale consapevole della propria impotenza al cospetto della natura – oltre che cosciente della propria inevitabile morte. Le religioni sono quindi artefatti ideologici, utili a far mantenere il potere a chi già lo detiene, dei mostri politici posti a guardia del tradizionalismo – delle degenerazioni di quelli che furono ottimi escamotage volti a vivere con meno ansia.

L’origine del cinismo per Sloterdijk si trova solo in una prospettiva politica. La tesi è che ogni classe sociale sviluppa una morale ritagliata per essere consona ai propri interessi, ma, nel momento in cui si agisce sotto la guida di una certa morale non perché utile, quanto perché rispecchia gli interessi di chi ne trae beneficio, ecco che viene a galla il primo cinismo moderno, negativo e gretto. Un cinismo decisamente diverso da quello che lo ha preceduto, quello greco, così legato alla satira, alla beffa e alla risata, un cinismo vitale e allegro (come quello dei Cinici come Diogene di Sinope), così differente da l’andazzo pessimista odierno.

Ecco quindi qual è la definizione di cinismo in Sloterdijk: una falsa coscienza illuminata figlia di un progresso manchevole. Un modus vivendi che ci porta a mettere in discussione i principi assoluti, ma al contempo non ci consente di trovare delle basi solide e utili ad affrontare la quotidianità, portandoci inevitabilmente a una sorta di depressione diffusa. La mancanza di convinzioni profonde e stabili, proprio come quelle religiose, porta a un’indecisione e una schizofrenia estesa – reazioni spontanee alla enorme varietà delle possibilità di condurre la nostra esistenza e alla mancanza del conforto tipico del sentirsi destinati a un numero ristretto di queste stesse possibilità. C’è troppo da fare, troppi modi di farlo e nell’indecisione rimaniamo perennemente titubanti e, conseguentemente, insoddisfatti.

Va da sé che tale cinismo sia tipico di chi gode di questa varietà di prospettive e – cosa non scontata – comprende di averle. Parliamo cioè di prospettive economiche, quelle materiali, di cui disporre in compresenza di un’educazione medio-alta che permetta di valutarne la varietà. Per farla breve: è un problema borghese ed è un problema occidentale.

Diogene di Sinope, fondatore della scuola filosofica cinica insieme ad Antistene, era, per l’appunto, un cinico, ma tutto l’opposto di un triste esistenzialista. Diogene viveva in una botte, si masturbava in pubblico senza alcun ritegno e non rispettava la proprietà privata – arrivò persino a rispondere insolentemente ad Alessandro Magno in persona. Questo tipo di cinismo “antico” è quello di cui si auspica il ritorno. La sfacciataggine come sentimento vitale da utilizzare, coscientemente, come arma per affrontare il vuoto noioso della prospettiva della miriade di possibili vite ed esperienze.

Sloterdijk direbbe che bisogna essere kinici e non cinici, peccato che si sia tutti cinici e i kinici siano oggi declassati a maleducati, inopportuni e magari addirittura vanitosi, situazionisti o folli. Sia il kinico che il cinico sono consapevoli che si sono abbandonati i valori e le certezze del mondo idealista, quello delle appartenenze politiche e ideologiche e delle dicotomie, ma reagiscono in modo opposto visto che i kinici porgono beffardi l’altra guancia all’insicurezza moderna e i cinici si chiudono nell’ossessività dei dubbi, nella difficoltà delle scelte e in balia della complessità del mondo.

Per Sloterdijk, la costante mutilazione degli impulsi impertinenti, un po’ perbenista e un po’ pudica, sarebbe la prova di un modello culturale cinico e di una serietà di stato che vi corrisponde. Il risultato è un broncio conformista, supponente e controproducente. Facciamo i rispettabili, un po’ come i nobili che si atteggiavano a migliori dei borghesi, ma siamo in ultima analisi la fotografia di una seriosa schizofrenia.

Il politico, kinico o cinico?

Da un punto di vista politico, la differenza tra il cinico e il kinico esplode in un’opposizione valoriale. A osservare il riscontro fattuale di un atteggiamento kinico e al confrontarlo con uno cinico, si intravede lo scontro – peraltro attualissimo – tra credibilità e ipocrisia retorica, tra l’agognato amore per il “dire la verità” e l’atteggiamento artefatto di chi, per convenienza personale, interpreta e legge gli eventi a proprio piacere. Su una dicotomia simile, oggi, in Italia, si rischiano di vincere le elezioni.

Il kinico, beffardo, rappresenta la verità e la voglia di agire sulla realtà: si pone nella fiaba politica contemporanea come l’eroe che affronta il suo nemico con l’obiettivo di combattere (a suon di tutti-a-casa) la casta, i professoroni, i pagati, i corrotti e così via, insomma espugnare i palazzi dal feroce e cinico antieroe. Tutto ciò facendo leva sull’arma della schiettezza, della sincerità tradotta spesso in populismo, condito con un pizzico di retorica dell’informazione dal basso, quella autodefinitasi “libera”, che insinua una narrazione alternativa attraverso la retorica del quello-che-non-vogliono-che-tu-sappia.

L’antipolitica si propone quindi come kinica, intrinsecamente sincera e coraggiosa, pronta a combattere un nemico più forte (la politica, appunto) che da una posizione di superiorità si arrocca nei palazzi e nei salotti per sfuggire alle taglienti parole della nuova informalità.

La storia va a cicli e l’antipolitica non è certo nata con Beppe Grillo. Anche Umberto Bossi, col suo vestiario popolare, l’attaccamento al territorio, l’ostentato anti-intellettualismo e gli slogan come “Roma ladrona” faceva parte della stessa categoria retorica. E i Bossi di ieri sono i Trump di oggi.

Al solo focalizzarsi su cosa comportano scelte retoriche del genere si scorge quello che è oggi l’orizzonte politico del bel paese: lo slogan “onestà”, infatti, non è lontano da essere sinonimo di “verità” o di “sincerità”. Tutt’altro. Lo stesso si può dire per il barzellettismo berlusconiano e la “rivoluzione liberale” di cui si fece portatore il cavaliere di Arcore.

Il gioco retorico però sincero non lo è, visto che il semplicismo necessario a ragionare in termini di dicotomie come quelle “rivoluzionarie” del bene contrapposto al male è lo stesso che spiana la strada al populismo, all’inaffrontabilità dei problemi complessi, a una sconfitta annunciata davanti ai casi in cui è necessario scindere, riferirsi ai dettagli e non banalizzare –  non minimizzare ciò che minimo non è.

Insomma: i “nuovi” rivoltosi in campo politico, più che una rivalsa del kinismo sincero e sfacciato sono il sintomo dell’ascesa di una politica sguaiata e dell’affermazione del pensiero cinico. A questo porta l’ipocrisia, il mantenimento dello status quo ottenuto attraverso cambiamenti di facciata.

Forse forse, caro cinismo

A pensare al cinismo così, come una linea di tendenza su cui si muove – consapevolmente o meno – la nostra società, viene da apprezzare l’idea di una sostituzione del cinismo tardo capitalista con un kinismo rivoluzionario. Sembrerebbe quasi che si possa rovesciare la figura cupa e negativa che si è cucita addosso al cinismo stesso.

Sloterdijk, da inventore del cinismo ragionato e pensatore autorevole, sbaglia, probabilmente, sul metodo. Decidendo di separare due aspetti del cinismo che valuta provenienti dalla stessa radice storica (l’illuminismo) e dalla stessa radice filosofico-politica, (la consapevolezza “fredda” della crisi di valori tipica della modernità) compie una scissione dicotomica di un fenomeno complesso, che merita di essere osservato nella sua interezza. Scindendo un oggetto culturale come il cinismo, si applicano categorie rifiutate e sbeffeggiate dallo stesso kinismo, il “cinismo buono” di cui auspica il ritorno lo stesso filosofo. L’aspetto positivo e l’aspetto negativo del fenomeno cinico fanno capo alla stessa disillusione, alla stessa aspra presa di coscienza, per provare, in tempi di dominio tecnologico, a tener testa alla realtà attraverso il pensiero storico-politico – e farne un buon uso proponendo modelli culturali capaci di tenere distante la temuta catastrofe.

Il cinico non è un kinico né un musone, ma entrambi: sia cinico che kinico, sia cosciente anti-idealista che rassegnato anti-idealista, sia sbeffeggiatore testardo che musone autocommiserato, sia triste che felice. Il cinico è complesso, e la sua inquietudine, così come la sua serenità, sono ormai difficili da mettere in relazione con una radice malvagia e fatalista nata con l’illuminismo.

Colui che è consapevole della complessità del mondo è capace di scherzare “kinicamente”, con sfacciataggine cosciente dell’arbitrarietà delle regole e degli usi, proprio perché consapevole del vuoto “triste” che descrive Sloterdijk. Non bisogna dimenticare che grazie a tale “dubbio perenne” si è imposto il metodo scientifico e la logica meritocratica, seppur a prezzo di un assoluta consapevolezza della propria fine.

A voler  godere del cinismo come distacco dalle emozioni, risultato di una visione del mondo razionale utile a mitigare gli istinti, si deve accettare l’effetto collaterale di una musoneria a intermittenza – pena una società di illusi.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.

2 comments on “La storia ha bisogno del cinismo

  1. Pingback: Il prisma meta-ironico | L'indiscreto

  2. Eccellente, e basta. marco vespa

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