La storia del mondo in tre oggetti



Gli oggetti definiscono la nostra storia quanto e più degli eventi. Ad esempio, la borraccia, la lampadina e i rifiuti hanno plasmato e plasmano l’evoluzione dell’uomo: ecco come.


In copertina e nel testo, DAniel Spoerri, Tavola dei Molfettini (2006) – Assemblaggio polimaterico su legno, Asta Pananti in corso

di Marco Mattei

“Vicino a noi ci sono quelle che noi chiamiamo cose, eppure nonostante la conquista di ogni distanza, la vicinanza delle cose rimane assente”

Martin Heidegger

Nel raccontare la storia del mondo, l’alternarsi delle ere e le influenze che queste ebbero sulle civiltà umane, grande attenzione è da sempre posta sugli eventi: dalle guerre di indipendenza alle glaciazioni, queste occasioni hanno fortemente influenzato lo sviluppo del pianeta. Eppure, c’è un altro elemento importante che spesso viene ingiustamente trascurato, ma che forse più di ogni altra cosa ha diverse volte determinato il destino degli esseri umani. Sto parlando dell’altra grande categoria ontologica che tradizionalmente la filosofia riconosce insieme agli eventi: gli oggetti

E’ un fatto che la vita umana, la società e l’evoluzione sarebbero state molto diverse senza di loro, tuttavia queste relazioni tra esseri umani e oggetti, questo engagement materiale – come l’ha chiamato qualcuno è spesso stato sottovalutato. 

Questo articolo allora parlerà delle cose. In questo viaggio nel mondo delle materialità, partiremo da un oggetto incredibilmente comune – una borraccia – e da lì arriveremo nella preistoria, nel futuro più lontano e poi torneremo nel presente. Dalla borraccia alla lampadina, dalla lampadina allo smartphone, dallo smartphone all’immondizia fino ad arrivare alle scorie nucleari: così facendo, esploreremo ciò che le cose possono fare per la mente, come l’evoluzione dell’uomo sia stata fondamentalmente influenzata dagli oggetti che lo circondavano, come le cose di oggi siano incredibilmente diverse dalle cose di ieri e, infine, esploreremo il tempo, ossia la persistenza degli oggetti. 

Le cose, infatti, se non fosse già evidente, durano nel tempo, persistono e insistono a volte a scapito stesso della natura: basti pensare alle innumerevoli bottiglie di plastica, per fare un solo esempio, che impiega circa 450 anni a decomporsi. In prospettiva, una bottiglietta in plastica gettata l’anno di nascita di Caravaggio sarebbe durata fino a pochi mesi fa. Eppure questa durata non dovrebbe fare essere di particolare effetto: siamo abituati a scrivere libri che durano anche mille anni; anzi, lo scopo della scrittura è proprio quello di far permanere nel tempo i suoi oggetti. 

Natura morta con cinque bottiglie, Van Gogh

La borraccia

La mente è sempre stata inestricabilmente accoppiata con le forme materiali che gli esseri umani hanno creato. Ma esattamente cosa fanno le cose per la mente? Il filosofo e archeologo inglese Lambros Malafouris sostiene che la domanda “Che cos’è la mente?” sia inseparabile dalla domanda “Che cos’è un oggetto?”. Questo perché come aveva già intuito il filosofo tedesco Heidegger, la materialità degli oggetti gioca un ruolo costitutivo nello sviluppo delle nostre pratiche cognitive, funzionando come estensioni del nostro corpo, della nostra percezione e della nostra mente. 

In particolare, per comprendere appieno la forza di questa riflessione, dobbiamo fare un passo indietro fino all’inizio di tutto, fino agli albori della specie homo. Ci troviamo circa 2 milioni di anni indietro, e Homo Erectus ha appena fatto la sua comparsa.

Una delle più famose teorie sull’evoluzione umana si basa sull’ipotesi della corsa di resistenza. La maggior parte degli animali non può – costituzionalmente – compiere sforzi intensi (come correre) per un lungo periodo di tempo. Questo perché a causa della loro anatomia, la respirazione nei mammiferi quadrupedi è influenzata dalle sollecitazioni scheletriche e muscolari generate dal movimento della corsa. Le ossa e i muscoli della cavità toracica non sono solo responsabili dell’assorbimento degli urti, ma sono anche sottoposti a continue compressioni ed espansioni durante il ciclo di corsa. A causa di questo movimento, i quadrupedi sono limitati a un respiro per ciclo locomotorio, e quindi devono coordinare l’andatura di corsa e il tasso di respirazione. 

In altre parole, la posizione orizzontale del diaframma, nel bel mezzo dei muscoli che regolano la locomozione li costringe a una specifica velocità di corsa che è energeticamente più favorevole. In più, essendo ricoperti di pelo, la maggior parte dei quadrupedi non suda con tutto il corpo: per regolare la temperatura corporea devono far entrare in contatto con l’aria la lingua, respirando a bocca aperta e dunque fermandosi. Ed era in quel momento – mentre l’animale ormai con il fiato spezzato doveva per forza fermarsi – che questi esseri apparentemente instancabili e temibili,  i primi umani bipedi apparivano all’orizzonte. Per la preda stremata non c’era più nulla da fare. 

Di fatto, la storia viene tradizionalmente raccontata così. L’orientamento eretto degli ominidi bipedi li liberava da ogni restrizione di respirazione e di andatura. Poiché le loro cavità toraciche non erano direttamente compresse o coinvolte nel movimento della corsa, gli ominidi erano perfettamente in grado di variare il ritmo respiratorio con l’andatura, e questa flessibilità nella frequenza di respirazione fece sì che i primi uomini avessero un vantaggio schiacciante negli sforzi prolungati. Il punto di svolta però, fu la perdita del pelo: così facendo le ghiandole sudoripare poterono distribuirsi lungo tutto il corpo, determinando una sudorazione copiosa e dunque un ottimo meccanismo termoregolatore. Evaporando da tutto il corpo, il sudore riusciva a mantenere una temperatura costante senza che gli ominidi dovessero fermarsi per riprendere fiato, concedendo loro un vantaggio strategico immenso nelle battute di caccia.

Vi starete chiedendo perché ho raccontato questa storia e cosa c’entra con gli oggetti. Ebbene, in realtà, sudare copiosamente da tutto il corpo non è un tratto intuitivamente vantaggioso: come sanno anche i corridori amatoriali a forza di sudare si perdono liquidi e sali minerali, elementi imprescindibili nel corpo umano. Considerato che una battuta di caccia poteva durare ore se non giorni non si riesce a comprendere come questi cacciatori potessero sopravvivere. O meglio, il fenomeno è inspiegabile a meno che non si prende in considerazione un oggetto fondamentale: la borraccia. 

La possibilità di raccogliere liquidi e trasportarli per consumarli quando se ne ha bisogno cambiò radicalmente il corso dell’evoluzione umana. Precisamente, trasformò quella che fu una mutazione genetica probabilmente letale in un’arma potentissima da usare a proprio favore. Senza una costante disponibilità di liquidi una eccessiva sudorazione non sarebbe stato un così grande vantaggio per l’uomo, mentre – grazie alla tecnologia – divenne il suo punto di forza. 

A pensarci bene, l’impatto della creazione di un oggetto semplicissimo come un contenitore d’acqua fu spaventoso. Quando mai però gli oggetti entrano nella spiegazione biologica dei fenomeni? L’importanza degli oggetti e della tecnologia, nell’evoluzione delle specie, è stata recentemente rivalutata nel paradigma che viene chiamato costruzione di nicchia. La costruzione di nicchia è il processo attraverso il quale gli organismi alterano gli stati ambientali, modificando così le condizioni che essi, e altri organismi, sperimentano, e le fonti della selezione naturale nei loro ambienti. Trasformando le pressioni della selezione naturale, la costruzione di nicchia genera un ciclo di feedback positivo nell’evoluzione. 

Secondo Laland e O’Brien, due importanti biologi, “In questo modo, gli organismi co-dirigono la propria evoluzione, spesso ma non esclusivamente in un modo che si adatta ai loro genotipi, modificando i modelli di selezione che agiscono su se stessi e sulle altre specie che abitano il loro ambiente”.

In breve, gli organismi non sono solo oggetti passivi dell’evoluzione, ma anche soggetti attivi. Tutti gli organismi viventi costruiscono vari aspetti del loro mondo, pensate ad esempio alle dighe dei castori. Così facendo, essi non solo rispondono passivamente all’ambiente, bensì modellano nuove forze, cambiando l’ambiente in cui si sviluppano e vivono, spesso in modi che riscrivono il modello della selezione naturale nella loro nicchia ecologica. 

Gli oggetti di cui ci circondiamo, dunque, ci modellano tanto quanto noi modelliamo loro. Questo è il vero volto della tecnologia: una pratica, un processo di modellazione di cui siamo tanto soggetti quando oggetti. Grazie a questa capacità, alcuni filosofi hanno parlato non di “costruzione di nicchia ecologica” ma di “costruzione di nicchia culturale”. La costruzione di oggetti, e la successiva modificazione dell’ambiente genera cultura: ossia un insieme di pratiche che – tramandate di generazione in generazione – assumono dei significati. Per esempio, nasce così la pratica artistica o l’artigianato; o, più in generale, la pratica della ricerca scientifica.  

Sebbene la cultura materiale e la tecnologia abbiano sempre avuto un importante impatto positivo sull’evoluzione della specie umana, negli ultimi trent’anni – da quando si parla di antropocene – la costruzione di nicchia effettuata dall’uomo è diventata profondamente distruttiva. Gestita dalle forze di mercato e non più da effettivi bisogni, da biologica questa potenza si è trasformata in geologica, andando ad alterare la conformazione dello stesso pianeta. 

Dalla borraccia, è arrivato il momento di passare al secondo oggetto: la lampadina. 

Light bulb, Walter Battiss

La lampadina

Vayomer Elohim yehi-or vayehi-or. Dio disse sia fatta la luce e la luce fu.
La luce è considerata l’elemento ontologicamente primo nella metafisica occidentale. è dalla luce che si è generato tutto. Non a caso la luminosità è diventato simbolo di purezza, di appartenenza ad un regno superiore. Parliamo di illuminazione non solo per indicare le condizioni di luce in un ambiente, ma anche per quella particolare condizione di saggezza che eleva l’individuo al di sopra della sua forma terrena.
Secondo alcuni, la storia della creazione dalla luce non è solo metaforica ma è anche letteralmente uno dei maggiori fattori di sviluppo della socialità umana. Kim Sterenly, un importante filosofo della biologia australiano, ha avanzato l’ipotesi che la domesticazione del fuoco è stato uno dei fattori materiali che hanno influenzato l’acquisizione di una cognizione sociale nell’uomo. Questo perché la vita dei primi ominidi, così come quella dei mammiferi, ruotava intorno alla luce: i ritmi circadiani si basano sull’alternanza luce/buio, e un più esteso periodo di luce vuol dire un aumento di disponibilità di tempo attivo. La maggior parte degli animali giornalieri dormono per la maggior parte delle ore di buio, minimizzando così il dispendio energetico e riducendo l’esposizione ai predatori notturni. I nostri ritmi di sonno e veglia, invece, sono molto più brevi. C’è ovviamente molta variazione personale e culturale, ma in generale gli ominidi avevano, dopo la scoperta del fuoco, circa quattro ore di luce al giorno in più per mangiare, socializzare, imparare gli uni dagli altri nei mesi più bui. Dunque, nella misura in cui il fuoco era un bene condiviso, questi ha addestrato e selezionato i nostri antenati per la tolleranza sociale. Fuoco significa luce e calore. Ma luce e calore richiedono risorse e tecnica per essere mantenuti, dunque il focolare era un luogo condiviso. E, quando il fuoco è condiviso, gli ominidi dovevano passare periodi prolungati in stretta vicinanza. Così il fuoco (la luce) ha rimodellato il nostro ambiente sociale, non solo la nostra alimentazione: letteralmente modificando il cervello che ancora portiamo dentro la scatola cranica. 

La prima lampadina a incandescenza venne inventata all’inizio dell’800. L’idea fu quella di far passare un po’ di corrente elettrica in un filo conduttore che, scaldandosi, diveniva incandescente, illuminando l’ambiente. Il problema di queste lampadine era che – letteralmente – bruciavano. Il filamento interno, infatti, arrivava anche a più di 2500 gradi centigradi, poco meno della metà della temperatura superficiale del Sole. A questa temperatura, le lampade a incandescenza erano più che altro modi per scaldare l’ambiente, da cui la luce veniva generata come prodotto di scarto, Ed infatti, questi oggetti sono incredibilmente poco efficienti: solo il 5% circa dell’energia elettrica viene trasformata in energia luminosa; il resto si disperde in calore. Non è dunque una tecnologia molto diversa dal fuoco. Viste le altissime temperature raggiunte, la  maggior parte dei materiali con cui era composto il filamento si disintegravano in poche ore; la lampadina non era più conveniente di una candela. 

Negli anni 40 l’astronomo inglese Warren De La Rue ebbe l’idea di inserire intorno al filamento un bulbo da cui si sarebbe successivamente sottratto l’ossigeno, in modo tale che non ci sarebbe stata alcuna combustione e il filamento sarebbe durato di più. Nel 1879, Thomas Edison migliorò ancor di più il design della lampadina, utilizzando un filamento di cotone, che poteva bruciare per 14 ore. Da lì, lo sviluppo di questo oggetto tanto insignificante quanto importante subì uno sviluppo repentino: dal cotone al carbonio, dal carbonio al tungsteno, una lampadina all’inizio del 1900 poteva arrivare a durare anche 2500 ore, poco più di tre mesi. 

C’è però un mistero che aleggia intorno al 1901: quell’anno fu inventata una lampadina eterna. Uno strumento di luce perpetua, che non si sarebbe mai più spenta. Ed in effetti, così sembra: dopo 121 anni, questa lampadina è ancora accesa. 

Una domanda allora sorge spontanea: perché, se la tecnologia della luce infinita è stata sviluppata il secolo scorso, al giorno d’oggi ancora utilizziamo lampade esauribili? 

La questione è legittima. Un complottista, per dirne una, potrebbe suggerire che un bene di prima necessità inesauribile, un prodotto indistruttibile, è un pessimo modello di business. Che ne sarà del mercato della lampade, una volta che la domanda verrà esaurita da una luce che non si spegnerà mai? Cosa si inventerebbero le industrie di lampadine? Che fine farebbero i lavoratori e le lavoratrici del settore? Il complottista, questa volta, non sarebbe andato troppo lontano dalla verità. 

E’ il 1924, un freddo giorno d’inverno poco prima di natale. Ci troviamo a Ginevra, in Svizzera. A breve, verrà tenuto un segretissimo incontro tra gli amministratori delegati delle maggiori aziende di produzione di prodotti d’illuminazione: Philips, International General Electric, Tokyo Electric, OSRAM, e AEI. Lì venne formato il Cartello Phoebus – da Febo, il dio greco della luce. Ciò che venne deciso, da questo gruppo di imprenditori senza scrupoli, fu che il cartello avrebbe attivamente controllato la produzione e la distribuzione mondiale delle lampadine. Il grande problema riguardava le vendite: OSRAM, per esempio, aveva venduto nel 1923 68 milioni di lampade, mentre nel 1924 solamente 28 milioni. Non è difficile capire perché. La durata di una lampadina eccedeva di gran lunga i dodici mesi. Quello di OSRAM non era un modello di business efficiente: i suoi prodotti erano di qualità troppo alta. Il Cartello decise all’unanimità che una lampadina non doveva durare più di 1000 ore, dimezzando ampiamente quella che era la durata media dell’epoca. Il Cartello istituì anche un sistema di controllo e sorveglianza per assicurarsi che nessuna compagnia vendesse segretamente lampadine che duravano di più. I migliori ingegneri del mondo dunque, vennero impiegati per peggiorare il design della lampadina, al fine di farla durare di meno. Quattro anni più tardi, la vita media di un filamento era stata ridotta a 1200 ore, raddoppiando le vendite per le aziende e quadruplicando i profitti: avendo peggiorato i materiali di costruzione, le aziende spendevano sempre meno per fabbricare nuovi prodotti, ma i prezzi per i clienti rimasero intoccati. 

Fu il primo caso di obsolescenza programmata. Una storia simile toccò anche alle calze di nylon: quando, negli anni trenta del novecento, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti. Poiché la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari, la DuPont incaricò i propri tecnici di indebolire la fibra stessa che avevano creato. In un curioso film degli anni 50 chiamato “Lo scandalo del vestito bianco”, questa storia viene raccontata in un modo tale che favorisce il progressivo ampliarsi dell’obsolescenza programmata nell’opinione pubblica: il protagonista è uno scienziato che crea uno straordinario tessuto, indistruttibile e impossibile da sporcare, però gli industriali per cui lavora gli si oppongono e cercano di costringerlo a distruggere la fibra perché i vestiti impossibili da sciupare avrebbero verosimilmente determinato il crollo dell’industria tessile.

Il giornalista John Harris scrive sul Guardian “Immaginate che 20 anni fa qualcuno proveniente dal futuro vi avesse mostrato uno smartphone dicendo: ‘Ecco questa cosa, sarà fantastica e costerà 1.000 dollari. Ma i produttori ci incolleranno la batteria, così dovrai sbarazzartene quando la batteria si consumerà”. Avreste pensato che fosse un’idea folle”. L’articolo di Harris è del 16 aprile 2020. Eppure nel 2003, due anni prima della nascita di YouTube, l’artista e videomaker Casey Neistat gira un video che verrà ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, in un’epoca in cui i social media ancora non esistevano. Nel breve film, Neistat registra una sua telefonata al centro assistenza Apple, dove chiede una riparazione per la batteria – ormai rotta – del suo iPod, dopo soli 18 mesi dall’acquisto. Se state pensando che però, alla fine, diciotto mesi sono tanti, be’… siete vittime dell’obsolescenza programmata. Nel 2003 che un prodotto innovativo durasse così poco era inconcepibile. Quello che l’operatore dice a Neistat però è ancora più incredibile: la batteria dell’iPod non è sostituibile, deve comprarne uno nuovo. Il video mostra dunque Neistat andare in giro a coprire i manifesti pubblicitari della compagnia con la scritta “iPod’s unreplaceable battery only lasts 18 months”. Dal video di Neistat all’articolo di Harris sono passati 17 anni, ma niente è cambiato. 

Questa tendenza del progresso tecnologico di creare prodotti fintamente nuovi, di render vecchi prodotti che non sono invecchiati viene anche chiamata obsolescenza simbolica. Il gioco è tutto sull’effetto psicologico della pubblicità: si aggiungono accorgimenti estetici inutili o non richiesti – come togliere i cavi dalle cuffie per l’iPhone, o rilasciare un’automobile in una nuova colorazione prima non disponibile – e poi si spinge sulla novità di questa immagine di fatto rendendo obsoleto il modello precedente senza che sia cambiato nulla. Altrove ho parlato di sciencepunk come quel movimento che riappropriandosi dello sviluppo tecnico e scientifico sposti il progresso e la ricerca dagli interessi di mercato verso degli obiettivi che siano realmente auspicabili. Uno dei punti cardine di questo movimento potrebbe essere il diritto alla riparazione, ossia una serie di leggi che impedirebbero alle grandi corporazioni di produrre oggetti irreparabili, e dunque da sostituire ogni paio d’anni. Una sostanziale differenza fra le tecnologie del presente e le tecnologie del passato è l’opacità delle prime: la gran parte degli oggetti del passato possono essere facilmente “retro-ingegnerizzati”. Ora c’è una divisione molto più netta tra tecnologia fisica e informatica. Molti dispositivi contemporanei sono irrimediabilmente inadatti a servire come modelli per la loro stessa costruzione; le materie prime sono profondamente lavorate e i dispositivi stessi sono spesso complessi, causalmente opachi, e non resistenti agli errori. Molti sono in grado di funzionare solo come parte di una rete industriale: hanno bisogno di carburante, batterie, fonti di alimentazione, lubrificanti. In più, le varie parti componenti sono sempre più spesso sigillate, quindi fondamentalmente irreparabili. Di conseguenza, siamo sempre più dipendenti da grandi catene di distribuzione e ingegnerizzazione che sfruttano manodopera a bassissimo costo e distruggono risorse naturali come fossero infinite. Le politiche sui brevetti poi – come si sta tristemente notando con i vaccini – impediscono di rendere accessibili a tutti le tecnologie, facendo alzare i prezzi a favore del profitto e a scapito della qualità. Purtroppo, nessuna tecnologia magica risolverà questi problemi, è inutile cercare soluzioni nell’ultima startup green di riciclo di litio. Ovviamente, ci sono servizi encomiabili che vanno in questa direzione, come Ecosia e Fairphone. Tuttavia, sono soluzioni particolaristiche ad un problema sistemico: per affrontarlo bisognerà utilizzare il vecchio metodo… la politica. Dobbiamo sì immaginare un mondo alimentato da energia solare ed ecologicamente maturo, ma avremo comunque ancora bisogno del punk… lungi da qualsiasi ipocrisia liberale, dunque, un cambiamento significativo può venire solo da connessioni forti e profonde tra individui da permettere loro di costruire vere infrastrutture che rendano migliore la loro vita – non fare tendenza su Twitter. Da questo punto di vista, alcune narrazioni contemporanee come il solarpunk sono davvero rivoluzionarie. Il solarpunk, ad esempio, non è un’estetica dell’ottimismo; è un’estetica della speranza. Il suo messaggio non è che tutto andrà bene, ma che le cose possono cambiare, se si agisce nella giusta maniera. La sua lezione è che dobbiamo essere allo stesso tempo immaginari e pratici, estetici e politici, designer e attori.

L’attuale progresso della tecnica è dunque orientato verso un punk futuro o ristagna in un eterno presente? In altre parole, qual è il ruolo della scienza e della tecnica nell’arrivare all’Utopia?

DAniel Spoerri, Tavola dei Molfettini (2006) – Assemblaggio polimaterico su legno, Asta Pananti in corso

I rifiuti

Immaginiamo uno scenario futuro. La civiltà umana è finita, almeno per quanto ne abbiamo conoscenza. Dopo la Sesta Grande Estinzione, il genere umano ha sofferto ed è stato esposto a grandi pericoli. Il numero dei sopravvissuti non era abbastanza significativo per ricostruire una nuova società e un mondo a venire. Ciò che irrimediabilmente mancava era la capacità di intessere relazioni sociali – fare kin, non bambini! I sopravvissuti si sono trovati ad essere incommensurabilmente distanti tra loro, la comunicazione e l’incontro erano impossibili. Sovraccaricato dai flussi di informazioni e incapace di esprimere solidarietà invece che competizione, il genere umano non ebbe mai la forza di ricostruire un nuovo mondo, e il magniloquente mito della civiltà decadde incredibilmente in fretta. La progressiva scomparsa della scrittura ha avvolse i secoli del crollo in una nebbia sconcertante. Alla fine della storia, ciò che rimane sono rovine di qualcosa che si è perso eternamente nel tempo.

C’è una differenza fondamentale fra una rovina e uno scarto: entrambe indicano ciò che rimane di una civiltà perduta, ma le prime avevano un valore per il popolo di quella civiltà – si parla di templi, case, oggetti cari – mentre i secondi sono ciò che quel popolo non valutava, e per questo ha gettato via. Gli scarti giungono a noi, nonostante il loro essere gettati via. Nello spirito della fiction speculativa all’inizio, dunque, quali saranno i nostri scarti? L’obsolescenza programmata, l’impossibilità di riparare i prodotti tecnologici e l’utilizzo di plastiche e materiali sintetici a basso costo faranno sì che ciò che rimarrà di noi saranno principalmente frammenti più o meno conservati di telefoni, elettrodomestici, pc e server. Timothy Morton, in Noi, Esseri Ecologici, spiega che uno dei punti centrali del pensiero ecologico è la comprensione che “non esiste alcun altrove”. Nel momento in cui un rifiuto viene gettato via, “riciclato”, non esiste un luogo dove lo scarto influenzare e interagire con il mondo circostante – in parole povere, inquinare. Nel sistema capitalistico, noi siamo abituati a mettere i rifiuti dove non possiamo vederli, ma ci dice Morton, questo altrove è illusorio: pensare ecologicamente vuol dire pensare tutto come profondamente ed essenzialmente interconnesso. Se non esiste altrove spaziale, la plastica ed in generale gli scarti ci insegnano che non esiste nemmeno un altrove temporale. Il litio della batteria scartata non occupa e inquina solo uno spazio, ma un tempo: un tempo che noi non vivremo ma che qualcun’altro vivrà. Un’interconnessione tra spazio e tempo da cui non c’è scampo. Nel loro articolo “Anatomia di un sistema AI” in AI & Conflicts, Kate Crawford e Vladan Joler inquadrano la questione proprio sotto questo aspetto spaziotemporale. Loro propongono di vedere le tecnologie digitali e i media non come un prolungamento dei sensi umani – come nella prospettiva di Marshall McLuhan – bensì come un’estensione della Terra. “Le tecnologie dei media” scrivono “dovrebbero essere comprese nel contesto dei fenomeni geologici, dai processi di trasformazione e creazione, ai movimenti degli elementi naturali con cui i media vengono fabbricati. Pensare ai media nella prospettiva dei processi geologici ci consente di considerare il profondo sfruttamento di risorse non rinnovabili necessario per far funzionare le tecnologie del presente […] ciascun elemento […] dalle batterie ai microfoni, è costruito usando materiali che richiedono miliardi di anni per essere prodotti”. Dal punto di vista delle temporalità geologiche estraiamo la storia della Terra per utilizzarla per utilizzarla per tempi brevissimi; la Consumer Technology Association, per esempio, nota che la vita media degli smartphone è di 4,7 anni. Questo ciclo di obsolescenza alimenta l’acquisto di più dispositivi, fa salire i profitti e aumenta gli incentivi per l’uso di pratiche di estrazione non sostenibili. Da un lento processo di sviluppo degli elementi, questi elementi e materiali passano attraverso un periodo straordinariamente rapido di scavo, fusione, miscelazione e trasporto logistico – attraversando migliaia di chilometri nella loro trasformazione. I processi geologici segnano sia l’inizio che la fine di questo periodo, dall’estrazione del minerale alla deposizione del materiale in una discarica elettronica. Per questo motivo, la nostra mappa inizia e finisce con la crosta terrestre. Ci fa notare Alessandro Y. Longo su Filosofia dal Futuro che “È necessaria una intera civiltà per costruire un iPhone. Il design e il progetto vengono dalla assolata California, il chip audio viene dal Texas e lo schermo da un’azienda del Kentucky che tuttavia produce in Giappone e a Taiwan. I materiali che creano i campi magnetici, le terre rare, vengono dalle miniere della Mongolia. I 5-10 grammi di cobalto necessari provengono invece probabilmente dalle miniere del Congo, in Africa centrale, estratto a mano usando di frequente manodopera minorile. Ingegneri coreani lavorano ai microchip che Apple usa e alle funzionalità touch dello schermo mentre un’azienda franco-italiana in Svizzera lavora sul giroscopio, il sensore di movimento del dispositivo. Tutte queste componenti vengono messe insieme efficientemente dalle fabbriche in Cina, come quella della Foxconn, dove i lavoratori e le lavoratrici dormono dentro gli stabilimenti”. Un punto di ripartenza, per superare questa cultura dello scarto, potrebbe essere il salvagepunk. Questo termine, coniato dall’autore di fantascienza China Miéville, gioca sul significato dell’inglese salvage: questa parola, come nome, significa “resti”, “rottami” mentre come verbo può essere tradotto con “salvare”, “mettere al sicuro qualcosa di danneggiato”. 

“Il salvagepunk è sia un genere letterario che un’attitudine verso i disastri del passato e del futuro: esemplificato da film come Mad Max o dai romanzi dello stesso Miéville, il salvagepunk immagina mondi futuri in cui l’umanità riparte dagli scarti della nostra società, crea strategie creative di adattamento post-collasso e ricostruire una nuova tecnica. Come il progetto Collapse OS o Low-Tech Magazine dimostrano, ci sono tecnologie abbandonate nel passato da cui possiamo ancora imparare molto: l’immondizia potrebbe essere la via maestra per la rivoluzione. Serve una civiltà per costruire l’iPhone: una civiltà fragile, materiale, ingiusta ed ecocida. Da questa civiltà, possiamo ancora uscire vivi. Quando la distopia si trova nei rapporti ufficiali dei governi o delle agenzie per il clima, è ai limiti della nostra cronostoria che dobbiamo cercare l’utopia e la speranza. Rovistando tra questi limiti, potremmo concretizzare e progettare la nostra fuga.” In opposizione al pastiche postmoderno, in cui ogni segno può essere giustapposto a qualsiasi altro in uno spazio senza attrito, il salvagepunk dunque mantiene la specificità degli oggetti culturali, anche se li avvita insieme in nuovi assemblaggi. Questo proprio perché il salvagepunk ha a che fare con oggetti piuttosto che con segni. Mentre i segni sono intercambiabili, gli oggetti hanno proprietà, texture e tendenze particolari, e l’arte del recupero consiste nel sapere quali oggetti possono essere attaccati insieme per formare costruzioni praticabili.

Mettendo le cose in prospettiva, al mondo ci sono più di 7 miliardi di persone. 3 miliardi risiedono in aeree urbane e producono 1.3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi ogni anno. Secondo le stime, se la popolazione continua sullo stesso trend, nel 2025 la produzione di rifiuti salirà a 2.2 miliardi di tonnellate annue. Tradizionalmente, la spazzatura è sempre stata scaricata nelle discariche di solito situate nelle periferie delle città o in aree rurali poco popolate. E’ il modo più semplice di sbarazzarsi di avanzi inutili e disgustosi: metterli dove non li si può vedere. Lo smaltimento dei rifiuti non è mai stato né una professione ben rispettata né altamente pagata, così i trasportatori hanno prestato poca o nessuna attenzione all’impatto ambientale. Un cambiamento drastico ci fu con la crescente preoccupazione per le scorie nucleari sepolte negli anni ’70, che ha provocato uno sguardo più attento ai luoghi di sepoltura dei rifiuti: ben presto si scoprì che in molti luoghi le sostanze chimiche tossiche trasudavano da queste discariche e finivano nelle acque sotterranee già da decenni oramai. Non solo queste sostanze erano nocive per il naso e per gli occhi, ma furono riconosciute per la prima volta anche come responsabili di difetti alla nascita, cancro e malattie respiratorie. 

Fu proprio a causa dei rifiuti nucleari che l’umanità si interrogò davvero per la prima volta riguardo il tempo profondo futuro, e scoprì una dimensione completamente nuova del weird e dell’eerie. Nel 1973, a circa 42 km ad est di Carlsbad, nel Nuovo Messico (USA), venne costruito il Waste Isolation Pilot Plant (impianto pilota per l’isolamento dei rifiuti) o WIPP, un sito di deposito geologico profondo per conservare prodotti di scarto transuranici derivati dalla fabbricazione di armi nucleari degli Stati Uniti. Rifiuti di questo tipo impiegano circa diecimila anni per essere smaltiti, diecimila anni durante i quali continuano ad essere profondamente radioattivi e dannosi per l’essere umano e qualsiasi altra creatura vivente. Il problema, dunque, era progettare un messaggio che sarebbe stato in grado di durare e  rimanere comprensibile per tutto quel tempo. Il fisico e scrittore Gregory Benford, chiamato per lavorare a tale compito, afferma che è impossibile, semplicemente non si può mantenere un significato per così tanto tempo: diecimila anni fa ci trovavamo all’inizio dell’Olocene, la quarta estinzione di massa stava iniziando, il mammooth e la tigre dai denti a sciabola ancora giravano sul pianeta e in Mesopotamia l’essere umano stava per scoprire l’agricoltura. Cosa ci è rimasto dei simboli di quel periodo? Sostanzialmente nulla. Ecco, il compito che Benford e il suo team era chiamato ad affrontare era questo: immaginare di essere un uomo della Mesopotamia preistorica e dover trovare un modo per comunicare con noi. Nessun simbolo, nessun significato è durato così tanto, nessuna istituzione né cultura: l’ebraismo, forse la religione più antica tuttora esistente, ha poco meno di tremila anni. Così, una prima proposta, fu quella di utilizzare una serie di immagini sequenziali – da mettere nei dintorni del wipp – che mostrassero legami di causa effetto: ad esempio disegnare il wipp e un uomo che, avvicinandosi, man mano si corrode fino a morire. Design di questo tipo, però, sono ancora ricchi di assunzioni umane troppo umane: ad esempio, per indicare i collegamenti di causa-effetto bisogna assumere che la direzione di lettura della specie che esisterà fra diecimila anni sarà da sinistra-destra come la nostra oggi (e pensare che nemmeno tutto il mondo contemporaneo legge da sinistra a destra). Un’altra idea fu quella di modificare lo stesso progetto del wipp, inserendo elementi giganteschi e terribili, volti a instillare orrore e paura a chiunque vi si avvicinasse: spine, campi di stalagmiti letali e affilate, gigantesche torri, enormi blocchi e piramidi per bloccare gli ingressi. Il design stesso del luogo doveva sfruttare istinti naturali come quello della paura e dell’ansia, per scoraggiare la presenza futura in quei luoghi. Eppure, i designer stessi non riuscirono a decidere se tali temibili strutture avessero funzionato davvero come architetture della paura o se avessero instillato un profondo fascino come degli antichissimi monumenti misteriosi – pensate alle piramidi o a stonehenge adesso. Come scrive Vincenzo Grasso in un articolo per Il Tascabile sui tentativi falliti di comunicazione tra umani e non-umani “Dopo questa panoramica di tentativi votati al fallimento, nasce un dubbio: che nell’imbarazzante solitudine dell’Antropocene non siamo effettivamente alla ricerca di una forma di vita extraterrestre (estremamente simile alla nostra), ma che stiamo, in realtà, ancora alla ricerca di noi stessi”. La stessa cosa si applica al nostro caso. Se i simboli non vanno bene, le illustrazioni non possono funzionare, e le strutture fisiche sono da scartare, cosa rimane per mandare un messaggio nel futuro? Nel 1984, il German Journal of Semiotics, pubblicò un inquietante documento con la soluzione a questo enigma. Tra gli accademici che vi presero parte, c’erano il linguista Thomas Sebeok, lo scrittore Stanisław Lem e i filosofi Paolo Fabbri e Francois Bastide. Insieme formarono quella che viene chiamata la Human Interference Task Force. Questo gruppo notò che l’unica cosa che può durare così tanto tempo sono le pratiche: la cultura materiale di una civiltà. Come già detto, l’ebraismo è durato quasi tremila anni, e le pratiche – le tradizioni – vengono tramandate di generazione in generazione. Thomas Sebeok dunque propose la creazione di una Chiesa Atomica, un gruppo di esperti i cui membri verrebbero sostituiti tramite nomine da un consiglio. Simile alla Chiesa Cattolica – che ha conservato e autorizzato il suo messaggio per quasi 2000 anni – questa Chiesa Atomica avrebbe dovuto preservare la conoscenza dei luoghi e dei pericoli delle scorie radioattive creando riti e miti sulle aree proibite e le successive conseguenze. 

La soluzione di Fabbri e Bastide, invece, era ancora più speculativa. I due accademici proposero lo sviluppo di cosiddetti “gatti bioluminescenti“. I gatti hanno una lunga storia di convivenza con gli esseri umani, resistono dall’Antico Egitto ad oggi, più di quanto qualsiasi altra cosa sia durata, e questo approccio presuppone che il loro addomesticamento continuerà indefinitamente. Dunque, questi gatti bioluminescenti avrebbero dovuto cambiare significativamente di colore quando si sarebbero avvicinati alle emissioni radioattive e servivano come indicatori di pericolo viventi. Tuttavia, per rendere il modello funzionante, l’importanza dei gatti sarebbe dovuta essere fissata nella coscienza collettiva attraverso fiabe e miti, a loro volta trasmessi attraverso la poesia, la musica e la pittura. Proprio come lo Human Security System di Nick Land, la Human Interference Task Force trovò nella cultura ciò che protegge l’essere umano dalla dissoluzione. 

Conclusione

Come ha scritto Vittorio Gallese, importantissimo neuroscienziato italiano “Il capitolo l’Alba dell’Uomo, con cui si apre il film 2001 Odissea nello Spazio, mostra con la potenza visiva dell’arte di Stanley Kubrick il momento in cui l’ominide vede per la prima volta il femore di un animale morto come un potenziale utensile. Nel suo lungo cammino evolutivo, la cultura umana è strettamente intrecciata allo sviluppo tecnologico, che è il risultato dell’umana tecnologia cognitiva. Come ha mostrato Gilbert Simondon, la tecnologia fa parte della natura umana e va oltre il mero scopo utilitaristico, perché è una rete di relazioni. Nel corso dell’evoluzione culturale umana, dall’utensile si origina il simbolo”. E senza simbolo, senza simbolo materiale, non si ha cultura e dunque viene meno la sfera collettiva. Sotto questa ottica, il corpo è la tecnologia per eccellenza: “cosa può un corpo?” chiede la famosa domanda spinoziana. Legacy Russell, artista e autrice del manifesto del femminismo glitch, Russell afferma che i corpi sono attrezzi da worldbuilding. Tramite il corpo infatti, diamo realtà alle idee, producendo strumenti, opere d’arte, tecnologie: usiamo il corpo per dare materialità all’astratto. Questa capacità di creazione ex nihilo è ciò che rende il corpo cosmico. Ed infatti – tornando all’inizio di questo testo – tale idea è confermata dalla costruzione di nicchia. Senza il corpo non ci sarebbero oggetti, tecnologie e quindi non ci sarebbe storia né cognizione: forse è questo il vero senso dell’embodiment. E ovviamente, come tutte le tecnologie, le frontiere del corpo sono negoziabili: ad esempio, lo smartphone per miliardi di esseri umani è ormai una vera e propria tecno-protesi corporea, uno schermo-pelle, strumento di una nuova visione performativa, scandita dal movimento delle dita sullo schermo. Così il corpo si estende tramite il bastone di un cieco, ma anche tramite le tecnologie digitali che utilizziamo tutti i giorni. 

Così una borraccia può diventare una forza biologica in grado di modificare l’evoluzione della vita, una lampadina diventa una potente arma di distruzione del mercato e le scorie di un processo chimico-fisico la base per la costruzione di una religione. 

Gli oggetti si mostrano così per quello che sono davvero: inesauribili, profondissimi – come direbbe Harman – ma soprattutto delle agency profondamente inumane e potenti.


MARCO MATTEI (FROSINONE, 1997 – TORINO, ANCORA PER MOLTO) HA TANTE IDEE MA SCRIVE RARAMENTE. I SUOI TESTI SONO APPARSI SU KAIAK, RADIO 3, LEGANERD E COSMOS.ART. HA COLLABORATO CON L’INSTITUTE OF THE COSMOS PER LA BIENNALE DI RIGA ED È TRA LE FIRME DEL PROGETTO INSTAGRAM REINCANTAMENTO. SI INTERESSA DI MENTE, NATURA E SOCIETÀ, MA SOPRATTUTTO DI PATAFISICA.

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