La storia del primo vero studioso di vita extraterrestre

Nel corso del XVII secolo, con l’aumento delle conoscenze sull’Universo, si sono moltiplicate le speculazioni sulla vita extraterrestre. Una di queste fu ad opera dell’astronomo e matematico olandese Christiaan Huygens, il cui lavoro sulle probabilità ha aperto alle idee su come potrebbe apparire la vita aliena.


in copertina un ritratto di christiaan Huygens.

Questo articolo è apparso in inglese su Public Domain Review, che ringraziamo per la gentile concessione.

 

di Hugh Aldersey-Williams

Quando le cose nel mondo sembrano difficili, è naturale volgere la mente e la fantasia ad altri mondi. Questo perlomeno è quel che fece l’astronomo olandese Christiaan Huygens, attorno al 1680. Aveva perso il suo incarico di scienziato di stato di Luigi XIV a Parigi e si trovava isolato nella città di provincia dell’Aia, spesso depresso e febbricitante, senza la compagnia del fratello Constantijn, che lavorava come segretario del re olandese Guglielmo III in Inghilterra.

Fu allora che Huygens cominciò a scrivere Cosmotheoros, un libro di speculazioni sulla possibile vita su altri pianeti, il primo mai scritto basandosi sulle recenti conoscenze scientifiche piuttosto che su congetture filosofiche o argomentazioni religiose. Per timore della censura e di “coloro la cui ignoranza o il cui zelo è troppo grande “, Huygens incaricò il fratello di pubblicare l’opera solo dopo la sua morte, cosa che fece nel 1698. Originariamente scritta in latino, Cosmotheoros fu rapidamente tradotta in olandese e in altre lingue. Nello stesso anno apparve una traduzione in inglese con un titolo audace, The Celestial Worlds Discover’d.

I filosofi naturalmente avevano già pensato all’esistenza della vita fuori dalla Terra. Aristotele lo escludeva, credendo che la Terra fosse unica e che gli altri corpi celesti fossero pure entità geometriche. Ma gli atomisti, tra cui Democrito ed Epicuro, accettarono la nozione di una pluralità di mondi, un po’ per analogia con l’idea dell’esistenza di materia di vario tipo sparsa nello spazio. I pensatori medievali hanno ripreso questo dibattito, ma non potevano che aggiungervi le loro preoccupazioni sulle implicazioni di una visione o dell’altra per la dottrina della Chiesa, che di conseguenza ha ostacolato la nascita di nuove idee.

La rivelazione che esistevano più corpi nel sistema solare di quelli noti fin dall’antichità, che arrivò con la scoperta di Galileo delle quattro lune di Giove nel 1610, aggiunse una dimensione inaspettata al dibattito. E quando nel 1655 Huygens scoprì il primo satellite di un altro pianeta, Saturno, la diatriba scientifica subì un altro scossone.

Diagramma delle orbite lunari della Terra e Saturno, da uno scritto di Huygens: “The Celestial Worlds Discover’d” (1722)

Huygens raggiunse la fama nel 1650 per la scoperta del primo satellite di Saturno (poi chiamato Titano) e dell’anello del pianeta (poi si scoprì che erano più di uno) e come creatore del primo accurato orologio a pendolo. Inventò anche numerosi altri dispositivi, tra cui una “lanterna magica”, una sorta di primitivo proiettore di diapositive, e diede importanti contributi alla matematica, soprattutto nei campi della geometria e della probabilità, dove introdusse formule matematiche per esprimere i rapporti tra quantità nei problemi fisici, come ad esempio la velocità e la massa. Tutte queste conquiste lo rendono, di fatto, il più grande scienziato del periodo che separa Galileo da Newton.

Christiaan Huygens fu affascinato dal mondo fisico sin da bambino, quando costruiva piccole macchine e si dilettava a risolvere enigmi matematici, tanto che la gente cominciava a riferirsi a lui come all'”Archimede olandese”. Rifiutava la vita da cortigiano e diplomatico perseguita da suo padre e dai suoi fratelli, e ben presto si distinse in fisica, matematica e astronomia. Dopo le sue scoperte su Saturno e gli orologi, i suoi esperimenti con gli oggetti in movimento lo portarono a concludere che tutto il movimento è relativo (cosa che più tardi si guadagnò l’ammirazione di Einstein). Negli anni ’70 del 1600 ideò una teoria della luce basata su delle “onde”, che era sostanzialmente corretta ma che fu trascurata per quasi 150 anni fino a quando non poté essere confermata da un esperimento.

A differenza di alcuni suoi illustri contemporanei, lo studioso mantenne un’attenzione sistematica sui problemi che analizzava, e spesso fu capace di riconoscere l’importanza congiunta dei loro aspetti pratici e teorici, rallegrandosi quando questi si rinforzavano l’un l’altro. Sebbene, come ogni filosofo naturale del XVII secolo, Huygens lavorò su temi che che sembrerebbero irrimediabilmente ampi a uno specialista moderno, la particolarità è che non si lasciò trascinare – come fece Newton – dall’alchimia, dall’occultismo o dalla religione.

Huygens era un vero internazionalista, e lo era ancor prima che la parola “internazionalismo” venisse inventata. Cercò di migliorare i suoi orologi a pendolo con l’obiettivo di poter calcolare la longitudine in mare, e lo fece in collaborazione con degli inventori scozzesi. Più volte scambiò le sue idee sulla pompa ad aria utilizzata per studiare le proprietà del vuoto con l’irlandese Robert Boyle. Altre volte si trovò coinvolto in dure dispute con l’inglese Robert Hooke per via dell’invenzione della spirale del bilanciere utile a regolare il cronometraggio degli orologi portatili. Volle anche confrontare dei suoi progetti di telescopi e osservazioni planetarie con il polacco Johannes Hevelius e l’italiano Giovanni Domenico Cassini, e si potrebbe continuare con la lista ancora a lungo. Ma l’aneddoto più interessante è un altro: fu Huygens a insegnare matematica al giovane filosofo tedesco Gottfried Leibniz (prima che lo studente superasse il maestro e rivoluzionasse il mondo della matematica e della filosofia).

Nel 1663, Huygens divenne il primo straniero ad essere eletto alla Royal Society, la celebre associazione scientifica e accademica britannica. Inoltre il suo ruolo fu determinante per la fondazione dell’Accademia Francese delle Scienze più o meno nello stesso periodo, cosa che secondo un suo biografo fece di lui “il leader riconosciuto della scienza europea”.

La scoperta dell’anello di Saturno da parte di Huygens nel 1656 avvenne grazie ad anni e anni di paziente osservazione del pianeta con un telescopio inventato da lui stesso. Durante questo periodo, la forma apparente del pianeta cambiò spesso, portando a molte interpretazioni diverse. Fu poi la precisione della misurazione ottica di Huygens, insieme al suo istinto matematico su ciò che era fisicamente più probabile, che lo portò alla corretta interpretazione.

Disegno di Saturno, da Systema Saturnium (1659)

Le sue prime speculazioni sulla vita su altri pianeti risalgono a questo periodo. Scrivendo dell’anello, nel suo trattato su Saturno, Huygens aggiunse con nonchalance un paragrafo in cui esprimeva il suo stupore davanti agli “effetti che l’anello che lo circonda deve avere su coloro che lo abitano”. Da successive lettere a suo fratello, sembra che Christiaan abbia liberamente discusso di tali questioni con Constantijn mentre insieme osservavano dal telescopio. Eppure ci vollero altri quarant’anni perché i suoi pensieri apparissero in forma stampata.

A quel tempo Cassini aveva scoperto le quattro lune di Saturno oltre al Titano di Huygens e alle quattro “stelle medicee” che Galileo aveva individuato in orbita intorno a Giove nel 1610. Il sistema solare cominciava ad avere un aspetto molto diverso da quello immaginato dagli antichi greci, o anche dagli astronomi di una o due generazioni precedenti, come Galileo o Keplero.

Anche se gli atomisti si aspettavano che ci fosse una pluralità di mondi sia all’interno del sistema solare che al di fuori di esso, erano divisi su come fossero fatti, questi mondi alieni. Accettavano che alcuni potessero essere abitati da creature viventi di vario tipo, mentre altri potessero essere privi di vita e di acqua. Pitagora, per esempio, credeva che la luna fosse abitata da animali più grandi e piante più belle di quelle della Terra, mentre altri insistevano che fosse sterile.

Gli studiosi medievali si sentivano in dovere di considerare tali questioni nel contesto della creazione divina. Nel 1318 il celebre Guglielmo di Ockham tenne delle conferenze a Oxford affermando la sua convinzione che “Dio poteva rendere un altro mondo migliore di questo e con specie diverse”. Ma le sue idee suscitarono una tale opposizione che dall’istituzione non gli fu concessa la laurea. Un secolo dopo, Nicola Cusano andò oltre, supponendo che almeno alcune delle specie extraterrestri dovevano essere superiori agli umani, ma che tuttavia tutte dovevano la loro origine a “Dio, che è il centro e la circonferenza di tutte le regioni stellari”.

Due grandi idee, entrambe talmente vaste nelle loro implicazioni che ci è voluto più di un secolo per confutarle, diedero un nuovo stimolo a queste speculazioni nel XVI secolo. La prima fu la teoria eliocentrica del sistema solare di Copernico, che retrocedeva la Terra ad uno status pari a quello degli altri pianeti. La seconda fu la “scoperta” europea delle Americhe, che ampliò le idee sulla diversità delle specie che ci si potrebbe aspettare di trovare nei nuovi mondi. Questi sconvolgimenti concettuali scatenarono una nuova ondata di letteratura popolare decisamente fantasiosa sulla vita su altri mondi, con idee che non dipendevano né da ortodossie scolastiche né da osservazioni astronomiche aggiornate.

L’avvento del telescopio portò una ancora maggiore attenzione a queste congetture. La scoperta che la Luna non era una sfera “liscia”, ma segnata da catene montuose proprio come la Terra, incoraggiò per esempio il chierico John Wilkins a dedurre che fosse abitata, come scrisse in La scoperta di un mondo nella Luna (1638). 

Una delle nove acqueforti della collezione, risalente al XVIII secolo, dell’artista italiano Filippo Morghen, raffigurante il viaggio lunare descritto da John Wilkins. Qui vediamo “Zucche usate come abitazioni per proteggersi dalle bestie selvatiche”.

Anche Keplero credeva che tutti i tipi di corpi celesti – pianeti, lune e persino soli – potessero avere abitanti, sulla base di osservazioni astronomiche simili. Lo scienziato andò oltre gli autori precedenti, usando la sua conoscenza delle leggi fisiche (che si presume operino universalmente) per considerare la forma che questi esseri potrebbero assumere. Sulla Luna avrebbero “un corpo e una durezza di temperamento di gran lunga maggiori del nostro”, a causa della lunghezza dei giorni e delle temperature estreme.

In Somnium, un prototipo di romanzo di fantascienza in cui il protagonista viene rapito dai demoni e portato sulla Luna, Keplero si dilunga sulla natura degli abitanti della Luna, dividendoli in due gruppi a seconda che vivano nel lato oscuro o in quello illuminato. Questi ultimi naturalmente considerano la Terra come la loro Luna, e Keplero offrì un’impressione scientificamente informata di come la Terra sarebbe apparsa dal suo satellite. Tuttavia, Somnium non è esattamente un libro di piacevole lettura, pieno com’è di confronti tra periodi orbitali e di altre variabili astronomiche sui due corpi celesti.

Il principale stimolo all’azione di Huygens è stato probabilmente un’altra opera, dello scrittore Bernard le Bovier de Fontenelle, pubblicata nel 1686. Il libro fu di grande successo Entretiens sur la pluralité des mondes, era un dialogo tra un’ingenua marchesa e un saggio filosofo. Scritto in un francese semplice, affinché piacesse a chi non aveva alcuna conoscenza scientifica offriva un’introduzione alle attuali teorie astronomiche, oltre a una visione divertente della vita sulla luna, sui pianeti e sulle stelle al di là del nostro sistema solare.

Pur non essendo concepito così a regola d’arte come l’opera di Fontenelle, Cosmotheoros ne è il corrispettivo in termini letterari, ma è anche, secondo lo scrittore scientifico Philip Ball, il “primo tentativo di creare una rigorosa ipotesi scientifica per la vita su altri mondi senza danneggiare la scrittura”. La serietà d’intenti di Huygens si evince dal fatto che considerava l’opera come un volume di un “libro dei pianeti” mai completato. Scriveva in latino per rivolgersi a un pubblico colto, ma il fatto che sia stato subito tradotto nelle lingue parlate dimostra che raggiunse un pubblico ben oltre questo target.

Parte degli sforzi scientifici di Huygens furono di confutare lo studioso gesuita tedesco Athanasius Kircher, che nel 1656 aveva pubblicato il suo dialogo mistico sui viaggi spaziali, Itinerarium exstaticum, che Huygens aveva letto e trovato manchevole di tutto ciò che considerava probabile in merito agli altri pianeti, includendo inoltre “una serie di cose oziose e irragionevoli”. Huygens metteva molta più attenzione per altri scrittori, citava Nicola Cusano, Tycho Brahe, Giordano Bruno e Giovanni Keplero, sebbene essi, a suo avviso, si fossero avventurati troppo poco nei dettagli sulle forme che la vita extraterrestre avrebbe potuto assumere.

Huygens fondò le sue argomentazioni ragionando per probabilità. Iniziando così: “Un uomo che è dell’opinione di Copernico, che questa nostra Terra è un Pianeta, che gira intorno al Sole ed è illuminato da esso come il resto dei Pianeti, non può che pensare che non è improbabile che il resto dei Pianeti abbia i suoi Vestiti e i suoi Mobili, e forse anche i suoi Abitanti “. La frase chiave è “non è improbabile”, che si richiama alle indagini giovanili di Huygens sulla statistica. Come aveva avvertito i suoi lettori infatti: “non posso fingere di affermare nulla di positivo e vero (per quanto possibile), ma solo suggerire una cosa probabile, di cui ognuno è libero di esaminare la verità”.

Pensava che fosse molto improbabile che ci fosse un’atmosfera sulla Luna, per esempio, e quindi escludeva il tipo di vita che Keplero e Wilkins immaginavano. Ma appoggiava volentieri l’idea della vita sui pianeti all’interno del nostro sistema solare e nei sistemi solari che circondano altre stelle. La scoperta, durante la sua vita, che la velocità della luce è finita, lo ha incoraggiato ad andare oltre e a suggerire che potrebbero esserci stelle così lontane che la loro luce non ci ha ancora raggiunto.

Un’illustrazione di Bernard de Fontenelle presa da “Entretiens sur la pluralité des mondes” (1686)

I suoi pensieri sulla probabile natura di ogni pianeta sono fondati su ciò che si poteva imparare su di loro attraverso un telescopio. Sosteneva che se si potesse dimostrare che un pianeta è simile alla Terra, allora aumenterebbero notevolmente le possibilità che lo siano anche degli altri – una logica che ancora oggi guida la Ricerca dell’Intelligenza Extraterrestre (SETI). Usando le prove che aveva sulla peculiarità di un pianeta rispetto ad un altro – in termini di dimensioni, distanza dal sole, durata dei giorni e aspetto – è stato in grado di arricchire la visione della vita extraterrestre che ha poi presentato ai suoi lettori. 

Le idee di Huygens su piante e animali si basavano su ragionevoli proiezioni di ciò che allora si sapeva esistere sulla Terra, recentemente ampliate da notizie di specie esotiche riportate in Europa dalle navi degli esploratori. Meravigliandosi per la ricchezza e l’idoneità delle specie “così ben adattate” alla vita sulla Terra, egli sosteneva che se negassimo questa abbondanza ad altri pianeti, allora “dovremmo metterli sotto la Terra in Bellezza e Dignità; una cosa molto irragionevole”.

Che forma potrebbe assumere questa vita extraterrestre? Sulla base delle nuove informazioni, secondo cui le specie americane erano diverse, ma abbastanza simili a quelle del Vecchio Mondo, Huygens presumeva una generale somiglianza con le specie terrestri. Ma prestava una certa attenzione alle diverse condizioni fisiche che possono prevalere su altri pianeti. L’atmosfera potrebbe essere più densa, per esempio, il che si addice a una maggiore varietà di creature volanti. Anche la gravità potrebbe essere diversa, anche se si trovano sue stime della forza gravitazionale su ciascuno dei pianeti, e in ogni caso Huygens respingeva la nozione di una semplice correlazione tra le dimensioni di un pianeta e la scala della sua flora e della sua fauna. “Potremmo avere una razza di pigmei della grandezza di rane e topi su altri pianeti”, scrisse, anche se lo riteneva improbabile.

Per Huygens, però, il punto principale e più interessante di questa ricerca sugli altri pianeti è… “includere alcuni spettatori in queste nuove scoperte, per godere di queste Creature e per ammirare la loro bellezza e varietà”. Evidentemente stava sduggerendo che questi osservatori intelligenti potrebbero non essere uomini, ma altri tipi di “Creature sopportate dalla Ragione”. Alcuni pianeti, infatti, potrebbero essere in grado di ospitare diverse specie di “Creature razionali possedute da diversi gradi di Ragione e di Senso”.

La natura della ragione e della morale sarebbe la stessa della Terra. Queste creature sarebbero sociali, e avrebbero delle case per ripararsi dalle intemperie. Huygens ha però faticato molto a immaginare il loro aspetto: voleva indicare che forse non erano umanoidi, eppure, disse, dovevano avere sicuramente mani e piedi e stare in posizione eretta. Ma forse avrebbero avuto esoscheletri, come le aragoste. Dopo tutto, “è un’opinione ridicola, che la gente comune ha spesso, quella secondo cui è impossibile che un’Anima razionale possa abitare in una forma diversa dalla nostra”. Tali congetture riecheggiavano quelle di Keplero nel suo Somnium, ma erano più salde, e guidate dalla conoscenza di Huygens dei probabili vincoli fisici.

Huygens rivolse poi la sua attenzione all’intelligenza e alla tecnologia. I suoi extraterrestri avrebbero sicuramente avuto la scienza, e soprattutto l’astronomia, perché si diceva che fosse una disciplina sorta come conseguenza della paura delle eclissi, cioè qualcosa di comune anche su altri pianeti. Gli alieni avrebbero senza dubbio disposto di alcune delle nostre invenzioni, “ma il fatto che le abbiano tutte non è credibile”. In particolare, Huygens non poteva credere che avrebbero posseduto dei telescopi, poiché considerava quelli che lui stesso aveva usato così belli che altre intelligenze non sarebbero mai state in grado di eguagliarli. Per qualche ragione, però, immaginava gli alieni con una vista di gran lunga superiore alla nostra.

Nel 1600, Giordano Bruno era stato bruciato sul rogo di Campo de’ Fiori a Roma dall’Inquisizione per le sue “eresie”, compresa la sua insistenza sulla pluralità dei mondi potenzialmente abitati. Un secolo dopo, Huygens per fortuna era al sicuro da un tale destino. Tuttavia lo scienziato cercò di prevenire qualsiasi critica da parte della Chiesa, facendosi forte dell’idea che il cielo e la Terra a cui si riferiscono le sacre scritture devono applicarsi alla totalità dell’universo e non esclusivamente al pianeta Terra. Così, di fatto, rifiutò di concedere all’uomo un posto speciale nella Creazione. A differenza di alcune opere rivali, specialmente quelle con un’agenda utopica o satirica, Cosmotheoros non proponeva una gerarchia tra le creature in cui l’uomo sarebbe stato superiore o inferiore. cosa che evidentemente Huygens non credeva.

Cosmotheoros godette di un lungo periodo di popolarità per tutto il XVIII secolo, e le idee dello studioso sulla vita sui pianeti e in altri sistemi solari divennero importanti addirittura per Immanuel Kant nella sua Storia Naturale Universale e Teoria dei Cieli del 1755. La scoperta di Urano da parte di William Herschel, nel 1781, causò un nuovo ulteriore aumento di interesse su questi temi, ma da quel momento in poi gli astronomi cominciarono a trattare le idee di Huygens con meno ammirazione.

Recentemente, però, Cosmotheoros è stato rivalutato dagli storici della scienza, che riconoscono a Huygens una grande determinazione e lungimiranza, grazie alle quali ebbe la possibilità di esplorare l’argomento della vita extraterrestre. Questa determinazione non era affatto una tendenza comune ai tempi di Huygens: molti pensatori, come il sacerdote inglese Joseph Glanvill, vedevano nell’accettazione di cose non note un pericolo che avrebbe aperto il mondo all’ateismo. Il poeta scozzese William Drummond (in A Cypress Grove) disse che sia il copernicanesimo sia l’idea di vita extraterrestre erano casi in cui “le scienze sono diventate opinioni, anzi errori, e abbandonano l’immaginazione in mille labirinti”.

Tuttavia, oggi è evidente che il più grande dono di Huygens alle generazioni successive di scienziati è stato proprio la volontà di lavorare con l’incertezza. Avendo gettato le basi matematiche dello studio delle probabilità, nessuno come lui è stato in una posizione migliore per applicare le proprie teorie a concrete questioni scientifiche. Naturalmente non significò arrendersi all’irragionevolezza, ma fu invece un modo per aprire nuove porte al pensiero creativo. Come scriveva Huygens stesso nel suo Cosmotheoros: “È una gloria arrivare alla Probabilità, e la ricerca stessa ricompensa i dolori. Ma ci sono molti gradi di probabilità, alcuni più vicini alla verità di altri, nel determinare quale sia il principale esercizio del nostro Giudizio”.


Hugh Aldersey-Williams è scrittore e curatore. autore di Dutch Light: Christiaan Huygens and the Making of Science in Europe (Picador, 2020), così come di The Adventures of Sir Thomas Browne in the 21st Century (Granta, 2015).

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