La storia della bruttezza ne dimostra l’inesistenza


Considerato che l’etichetta ‘brutto’ può essere attaccata praticamente a qualunque cosa, la parola ci informa più sull’osservatore che sull’osservato. Come cantava Frank Zappa, la ‘parte più brutta del tuo corpo non è il naso o le dita dei piedi, ma la tua mente’.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon, che ringraziamo)

Nel 19 ° secolo, un’irsuta donna aborigena messicana, di nome Julia Pastrana, è stata proclamata nel circuito dei freak-show come ‘La Donna più Brutta del Mondo’. Portata in Europa, si è esibita secondo le norme vittoriane: cantare, ballare, parlare lingue straniere, sottoporsi a controlli medici pubblici e altri intrattenimenti. Sia in vita che dopo la morte, è stata etichettata come ‘Brutta’.

Questa parola ha radici nordiche medievali e significa ‘da temere o temuto’. Il termine ‘brutto’ si porta dietro una lunga lista di compagni: mostruoso, grottesco, deforme, freak, degenerato, handicappato. Lungo la storia, la bruttezza si accresce di varie fonti: Aristotele, che ha definito le donne degli uomini ‘deformi’, i racconti medievali su streghe che si trasformano in fanciulle bellissime, le caricature del 18 ° secolo, i ‘Freak Show’ del 19° secolo, l’arte degenerata del 20° secolo, l’architettura Brutalista e via dicendo. La bruttezza ha da sempre posto una sfida all’estetica e al gusto, e complicato la definizione di bello.

Julia Pastrana
Julia Pastrana

Le tradizioni occidentali vedono spesso la bruttezza in opposizione alla bellezza, ma questo concetto ha dei significati positivi in altri contesti culturali. Il concetto giapponese wabi-sabi, ad esempio, che significa imperfezione e impermanenza, è legato a qualità che potrebbero essere ritenute ‘brutte’ in un’altra cultura. Bruttezza e la bellezza sono come stelle gemelle che subiscono l’una nella gravità dell’altra, orbitandosi attorno nel bel mezzo del firmamento.

‘Brutto’ di solito è considerato un’offesa, ma negli ultimi decenni le categorie estetiche sono state trattate con sospetto crescente. ‘Non possiamo considerare innocente la bellezza’, scrive il filosofo Kathleen Marie Higgins, se ‘il sublime splendore del fungo atomico accompagna un male morale.’ I dibattiti mutano col mutare del mondo, così come  i significati di ‘bello’ e ‘brutto’. Nel 2007, un video chiamato ‘la donna più brutta del mondo’ è diventato virale. Invece di Pastrana, mostrava Lizzie Velasquez, allora di 17 anni, texana, cieca da un occhio e con una malattia rara che le impedisce di aumentare di peso. I commenti pubblici la chiamavano un ‘mostro’, finanche a suggerirle: ‘ucciditi’. L’esperienza ha portato Velásquez a fare un documentario contro cyberbullismo, uscito nel 2015, sollevando la questione se ‘brutto’ possa essere una definizione che calzava meglio ai suoi aggressori.

All’estremo opposto, la ‘bruttezza’ è diventata un grido di battaglia. In tempi e luoghi diversi, chiunque potrebbe essere stato considerato brutto: dai capelli rossi agli occhi azzurri, dal mancino al naso aquilino, dal gobbo al menomato. È facile trasformare una qualsiasi caratteristica esterna in un segno di bruttezza (e molto più difficile andare nella direzione opposta), o ridurre la storia della bruttezza a una serie casi senza considerarne la storia.

Nell’antica Grecia, i sinonimi di brutto connotano il male, il disonore e l’handicap. Ci sono eccezioni (il brutto ma saggio filosofo Socrate, il narratore schiavo e deforme di Esopo), ma le caratteristiche esterne tendono a essere viste come un riflesso di un valore interno o un presagio. L’antica pseudo-scienza della fisionomia vede il bene e il male morale in associazione alle caratteristiche belle e brutte. Le favole medievali di belle trasformate in bestie dimostrano le connotazioni negative della bruttezza lungo i secoli. Ai confini degli imperi coloniali nascono nuovi mostri per semplice ignoranza. Gli esploratori europei, per esempio, considerano ‘brutte’ le sculture delle divinità indiane e le interpretano come presagi apocalittici proprio perché le leggono attraverso le narrazioni cristiane per le quali non erano destinate.

I secoli 18° e 19° hanno continuato a mostrare la fragile linea di demarcazione tra bellezza e bruttezza. Le caricature esagerano le caratteristiche in un periodo in cui ‘bruttezza’ e ‘deformità’ sono definite sinonimiche. il parlamentare inglese William Hay, che era gobbo, ha cercato di districare la ‘deformità’ dal suo significato negativo e ha sostenuto che il suo corpo deforme non era lo specchio un’anima brutta. Anche se i significati tradizionali vengono contestati, i freak show portano la bruttezza verso nuove vette, al fianco dei musei di anatomia e le fiere mondiali che mostravano casi umani e modelli etnici.

La prima guerra mondiale fa saltare le vecchie nozioni di bruttezza. Non appena la guerra raggiunge nuovi livelli di meccanizzazione, dei giovani uomini, un tempo belli, vengono resi brutti dalla violenza delle granate, i gas tossici e i carri armati. Alcuni soldati, come les Gueules cassées (o ‘facce rotte’) si associano perché ‘il nostro volto orribile’ diventi ‘un educatore morale’ che ‘ci restituisca la dignità’. Sebbene la maggior parte di loro siano morti o si siano ritirati dalla vita pubblica, lo shock visivo è stato riproposto da artisti e inserzionisti allo scopo di creare un nuovo ordine mondiale. Nel 1930, la Germania nazista ha sostenuto un’estetica nazionale per censurare il brutto in termini di ‘degenerato’, indicando sia opere che gruppi culturali come bersagli di persecuzione e di sterminio.

Shitao, Ten Thousand Ugly Inkblots
Shitao, Ten Thousand Ugly Inkblots

Durante i periodi di conflitto, qualsiasi minaccia o nemico può essere considerato brutto. Un individuo può essere inserito nel gruppo del ‘brutto’ per una caratteristica arbitraria – un bracciale giallo o un foulard nero – a seconda dell’occhio di chi guarda. Considerato che l’etichetta ‘brutto’ può essere attaccata a praticamente qualsiasi cosa, la scivolosa eredità della parola informa più sull’osservatore che sull’osservato. Come cantava Frank Zappa, la ‘parte più brutta del tuo corpo non è il naso o le dita dei piedi, ma la tua mente’.

Alla fine del 1930, Kenneth e Mamie Clark viaggiano in Sud America per studiare gli effetti psicologici della discriminazione razziale e della segregazione, chiedendo ai bambini di scegliere tra bambole bianche e nere. La bambola bianca viene considerata dalla stragrande maggioranza come ‘bella’, la bambola nera come ‘brutta’, con un seguito di qualità derivate, come ‘buono’ e ‘cattivo’, ‘pulito’ e ‘sporco’. Un tema simile si trova nel romanzo L’occhio più azzurro (1970), di Toni Morrison, che ha descritto degli effetti del razzismo sulla famiglia Breedlove:

Era come se qualche misterioso maestro onnisciente avesse dato a ciascuno un mantello di bruttezza da indossare […] Il maestro aveva detto: ‘Voi siete persone brutte.’ Si erano guardati e non videro nulla per contraddire questa affermazione; videro piuttosto delle conferme di questa definizione su ogni cartellone, ogni film, ogni sguardo.

L’arte è uno specchio del mutare degli atteggiamenti. Soggetti un tempo derisi come ‘brutti’ a volte vengono rivalutati. L’impressionismo del 19 ° secolo – ora visibile nei più grandi musei – è stato inizialmente paragonato al cibo cattivo e alla carne in putrefazione. Quando le opere di Henri Matisse vengono esibite negli Stati Uniti presso l’Armory Show del 1913, i critici criticano aspramente la sua arte come ‘brutta’, mentre gli studenti d’arte di Chicago bruciano un’effige del suo Nudo Blu di fronte all’Istituto d’Arte. La stessa istituzione ha allestito una grande retrospettiva della sua opera un secolo più tardi. Jazz e rock, una volta erano considerati musica ‘brutta’, che avrebbe danneggiato intere generazioni.

Matisse, Nudo Blu
Matisse, Nudo Blu

Di fronte a accuse di ‘brutto’, alcuni artisti hanno accolto il termine di buon grado. Il pittore Paul Gauguin chiama la bruttezza ‘la pietra di paragone della nostra arte moderna’. Il poeta e traduttore Ezra Pound incoraggia un ‘culto della bruttezza’. Il compositore Charles H. H. Parry elogia la bruttezza nella musica, senza la quale ‘non ci sarebbe alcun progresso in campo sociale o artistico’. Il critico Clement Greenberg loda l’espressionismo astratto di Jackson Pollock come qualcosa che ‘non ha paura di essere brutto – tutta l’arte profondamente originale sembra brutta in un primo momento’.

L’appropriazione della parola contribuisce a diffondere la sua carica negativa. Il pittore cinese del 17 ° secolo Shitao sembra anticipare le pennellate energiche di Pollock quando intitola un suo quadro Diecimila Brutte Macchie d’inchiostro. Una forma tradizionale di poesia medievale araba riformula positivamente le condizioni umane legate alla malattia e alla disabilità ‘bruttizzando la bellezza e abbellendo la bruttezza’. Il termine jolie laide francese, o ‘bello brutto’, nasce nel 18 ° secolo, quando emergono dei ‘club di brutti’ in Gran Bretagna e negli Stati Uniti come di organizzazioni di volontariato, i cui membri scherzano sul proprio eterogeneo gruppo di nasoni, doppi menti e occhi strabici. Molti club sono parodici e di breve durata, ma altri – come la Festa dei Brutti in Italia – sono sopravvissuti, per cercare di affrontare le discriminazioni basate sull’apparenza.

Anche se la politica e i social media dibattono ancora sul ‘brutto’, l’intrattenimento popolare ha ormai abbracciato la bruttezza. Il programma televisivo Ugly Betty (2006-10) conduce una campagna sull’ ‘essere brutto’, e Shrek ha come sottotitolo ‘Bringing Ugly Back!’. I popolari giocattoli per bambini Uglydolls hanno il motto: ‘Il brutto è il nuovo stupendo!’. In molti portano avanti la bandiera della bruttezza, come il romanzo di Robert Hoge Ugly (2013) e quello di fantascienza di Scott Westerfeld Uglies (2005), incoraggiando le persone a guardare oltre l’aspetto fisico. Un’organizzazione anti-bullismo ha riformulato UGLY come un acronimo: ‘Unique, Gifted, Loveable, You’. Dopo essere stato isolato socialmente, il ‘brutto’ si è rivoltato per sfidare significati ereditari e confrontarsi con le ingiustizie.

Quando chiamiamo qualcosa ‘brutto’, diciamo qualcosa su noi stessi – e su ciò che temiamo. I gestori e il pubblico dei freak show del 19° secolo che hanno definito Pastrana ‘brutta’ si sono ritirati all’ombra delle quinte. I suoi resti sono stati rimpatriati in Messico nel 2012, quando il Comitato Nazionale Norvegese per la Ricerca Etica sui Resti umani ha invertito l’etichetta chiamando quei gestori e spettatori ‘grotteschi’. La domanda rimane: come si fa a percepire e a reagire a situazioni simili? Come si fa a preparare il terreno per il futuro? Victor Hugo ha offerto una buona definizione del brutto quando ha scritto che ‘il bello’ è ‘semplicemente un forma ritenuta nel suo aspetto più semplice’, mentre ‘il brutto’ è ‘un dettaglio di un complesso che ci sfugge e che è in armonia, non con l’uomo, ma con tutta la creazione’. Mentre le stelle gemelle di bruttezza e bellezza restano in orbita nel nostro universo in espansione, potremmo considerare le stelle che oscillano intorno a loro come potenziali nuove costellazioni.

di Gretchen E. Anderson 

This article was originally published at Aeon and has been republished under Creative Commons.


Gretchen E Henderson insegna presso la Georgetown University ed è membra del Hodson Trust-JCB Fellow presso la Brown University. Il suo ultimo libro è: Ugliness: A Cultural History.
Traduzione italiana di Francesco D’Isa. Immagine di copertina: Disfigured men returning from WW1 became a common sight. From H.P. Pickerill’s Facial Surgery 1924/Wellcome Images

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2 comments on “La storia della bruttezza ne dimostra l’inesistenza

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  2. ROMOLO MAZZILLI

    uN ANALISI ATTENTA , DETTAGLIATA E PERSPICUA DEL TEMA . DAVVERO ORIGINALE E DIRIMENTE .

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