La storia di Benjamin Lay: «profeta incontenibile» e primo abolizionista moderno

Quando nei primi decenni del Settecento l’ex marinaio Benjamin Lay inizia la sua battaglia contro l’Olocausto nero, gran parte del mondo considera la schiavitù una realtà naturale e immutabile. Benjamin – un quacchero gobbo e affetto nanismo – vuole la libertà, e la vuole subito: nasce così il primo movimento sociale del mondo moderno.


IN COPERTINA: William Williams, ritratto di Benjamin Lay (1790)

Questo testo è tratto da “Il piantagrane: storia di Benjamin Lay” di Markus Rediker. Ringraziamo Eleuthera per la gentile concessione.


di Markus Rediker

Il 19 settembre 1738, Benjamin Lay entrò a falcate decise in un’ampia sala di Burlington, nel New Jersey, dove un gran numero di quaccheri si era riunito per assistere a un importante incontro dell’Assemblea annuale di Philadelphia. Per arrivarci, quattro giorni prima Benjamin aveva intrapreso un lungo viaggio a piedi di quasi cinquanta chilometri, nutrendosi soltanto di «pesche e ghiande». Presiedevano la riunione John Kinsey, segretario dell’Assemblea annuale di Philadelphia, e Israel Pemberton Sr., vice segretario, nonché esponente di rilievo della Società degli Amici di Philadelphia e dell’assemblea legislativa della Pennsylvania, a maggioranza quacchera. Benjamin aveva un messaggio da comunicare a loro e all’intero consesso.

Dopo aver studiato la sala, scelse un posto bene in vista. Indossava un cappotto ampio e lungo sotto il quale celava un’uniforme militare e una spada, ceduta da confratelli quaccheri che nel 1660 avevano abbracciato la «testimonianza di pace», ovvero il rifiuto radicale di ogni tipo di arma e di conflitto armato. E sempre nel cappotto nascondeva un libro, con le pagine tagliate per ricavarne un comparto segreto in cui custodiva una vescica di animale, chiusa con lo spago e riempita con succo di sanguinella color rosso vivido. I quaccheri non hanno pastori ufficiali o cerimonie liturgiche. Chiunque si senta animato dallo Spirito può prendere la parola. Benjamin, un uomo di spirito puro e ribelle, attese il suo turno.

Quando si alzò si rivolse ai «maggiorenti quaccheri» lì presenti, molti dei quali proprietari di schiavi. In Pennsylvania e nel New Jersey i quaccheri si erano arricchiti con il commercio atlantico e molti erano compratori di merce umana. Davanti a un tale consesso Benjamin lanciò la sua agghiacciante profezia, annunciando con voce stentorea che agli occhi di Dio onnipotente ogni essere umano ha pari dignità: i ricchi e i poveri, gli uomini e le donne, i bianchi e i neri. Dichiarò poi che non esisteva peccato paragonabile a quello del possesso di schiavi, ponendo a tutti la seguente domanda: come possono persone che professano la Regola Aurea tenere in catene i propri simili? Infine si levò il cappotto rivelando ai correligionari attoniti la tenuta militare, la spada e il libro. Un mormorio allarmato riempì la sala. In un crescendo di emozione, il profeta proclamò a gran voce la sua sentenza: «Così Dio verserà il sangue di chi riduce in schiavitù suo fratello». Sguainò la spada, sollevò il libro in aria e lo trapassò con la lama. I presenti sussultarono vedendo il fiotto di liquido scarlatto che gli scorreva lungo il braccio; molte donne svennero. Nello shock generale, Benjamin asperse con il «sangue» le teste e i corpi dei proprietari di schiavi, ai quali profetizzò un futuro violento e oscuro: i quaccheri che non avessero prestato ascolto all’avvertimento del profeta sarebbero andati incontro alla morte fisica, morale e spirituale.

In sala scoppiò il caos, ma Benjamin restò muto e immobile «come una statua», avrebbe poi osservato Kinsey. Molti quaccheri circondarono il soldato armato di Dio, lo sollevarono e lo trascinarono fuori dall’edificio. Benjamin non oppose resistenza. Ciò che doveva dire l’aveva detto. E grazie al suo intervento niente poteva tornare alla «ordinaria amministrazione» fintanto che i quaccheri si fossero ostinati a tenere schiavi. I suoi fratelli e sorelle avevano stretto un patto con il demonio, perciò lui aveva usato il proprio corpo per sovvertire le loro routine pie e ipocrite.

Quella spettacolare performance profetica fu solo un esempio tra i tanti del suo «teatro di guerriglia». A più riprese Benjamin mise in scena l’ingiustizia che si era insediata nella Società degli Amici in particolare e nel mondo in generale. Per un quarto di secolo condannò lo schiavismo in innumerevoli riunioni quacchere a Philadelphia e dintorni, denunciando i proprietari e i mercanti di schiavi con una furia che era l’esatto opposto della mitezza quacchera. Ogni volta che inscenava questo teatro di guerriglia, i confratelli lo scacciavano a forza accusandolo di essere un «piantagrane» o uno «squilibrato», com’era accaduto a Burlington. Lui non si opponeva all’espulsione, ma continuava a tornare, ancora e ancora, senza lasciarsi scoraggiare, anzi più determinato che mai. Portò il suo teatro di indignazione apocalittica nei luoghi pubblici, sulle strade e nei mercati cittadini. Rifiutò di piegarsi alle pressioni dei ricchi e dei potenti, continuando a dire chiaro e tondo ciò che pensava. In altre parole, praticava quella che gli antichi greci chiamavano parrhesia – il discorso libero e indomito, pronunciato in faccia al potere a prescindere dalle conseguenze personali – insistendo sull’assoluta depravazione ed empietà dei «ladri di uomini», che considerava letteralmente progenie di Satana. Riteneva quindi un dovere sacro smascherarli e bandirli. L’aggressività dei suoi metodi suscitò un vasto dibattito: sulla sua persona, sulle sue idee, sulla natura del quaccherismo e del cristianesimo, ma soprattutto sullo schiavismo. Il suo primo biografo, Benjamin Rush (medico, riformatore, abolizionista e tra i firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza), osservò che «c’è stato un tempo in cui in Pennsylvania il nome di questo celebre Filosofo Cristiano […] era noto a ogni uomo, donna o persino bambino». Pro o contro, tutti parlavano di Benjamin Lay.

Nello zelo del suo attivismo, Lay si avvalse anche della stampa, pubblicando nel 1738 uno dei primi libri della storia a esigere l’abolizione della schiavitù: All Slave-Keepers That Keep the Innocent in Bondage, Apostates [Tutti i proprietari di schiavi che tengono in catene gli innocenti sono apostati]. Poiché tutti gli schiavi erano vittime innocenti, l’appello di Benjamin era per un’emancipazione immediata e incondizionata, senza risarcimento ai proprietari. E poiché lo schiavismo violava i principi fondamentali del quaccherismo in particolare e del cristianesimo in generale, chi lo esercitava andava scomunicato. Al tempo in cui pubblicò quel libro, gran parte del mondo considerava lo schiavismo una realtà naturale e immutabile quanto il sole, la luna e le stelle del firmamento. Nessuno aveva mai preso una posizione così militante, intransigente e universale contro lo schiavismo, né sulla stampa né nelle azioni. Benjamin voleva la libertà, e la voleva subito.

Forse a causa dei suoi studi modesti, nella stesura del libro Benjamin ignorò le regole convenzionali, perciò il testo era e resta atipico, ma al tempo stesso è una vera miniera per gli storici: è infatti al tempo stesso un’autobiografia; un pamphlet antischiavista scritto nei toni dei profeti biblici; un taccuino che raccoglie citazioni di libri altrui e annotazioni su una vasta gamma di argomenti, secondo la tradizione del commonplace book; un reportage drammatico e inquietante della schiavitù a Barbados; una bibliografia ragionata delle letture di Benjamin; e un resoconto vivido e aspro della sua lotta contro i proprietari di schiavi nella comunità quacchera. Di fatto, è il testo fondante dell’abolizionismo atlantico.

Benjamin sapeva che Kinsey, Pemberton e gli altri membri del Consiglio dei Supervisori – cui spettava l’imprimatur per ogni tipo di pubblicazione quacchera – non avrebbero mai autorizzato l’uscita del suo libro. D’altronde, erano in gran parte proprietari di schiavi. Così si rivolse al suo amico Benjamin Franklin, chiedendogli di stamparlo nella sua tipografia. Alla vista della scatola stracolma di pagine accumulate alla rinfusa, Franklin, perplesso, gli chiese quale fosse l’ordine di stampa. E Lay rispose: «Comincia a stampare da dove ti pare». La sequenza, per lui, non aveva importanza. Come avrebbe osservato un lettore esasperato dalla struttura disorientante del volume, «la testa potrebbe servire da coda, la coda da corpo, il corpo per la testa, l’una o l’altra estremità per la parte centrale, e quella centrale per l’una o l’altra estremità; il libro non soffrirebbe nemmeno a rovesciarlo come un guanto». (A suo modo, Lay fu uno dei primi postmoderni della storia). Franklin accettò di pubblicare il dirompente proclama contro lo schiavismo ben sapendo che avrebbe suscitato una levata di scudi da parte dei quaccheri facoltosi. E dunque, con discrezione, evitò di precisare il nome dello stampatore sul frontespizio.

L’impatto del suo teatro di guerriglia in parte dipendeva dalla peculiarità del suo aspetto fisico. Benjamin Lay era affetto da nanismo, era una «persona di piccola statura» alta non più di un metro e venti. I contemporanei lo definivano anche «gobbo», dunque soffriva di una curvatura abnorme delle vertebre toraciche, una patologia detta cifosi. Secondo un confratello quacchero:

La testa era grossa rispetto al corpo, i tratti del volto marcati, la postura solenne ma benevola. Era gobbo, con il petto prominente e la parte inferiore del corpo meno sviluppata. Le gambe erano così sottili da apparire quasi inadeguate a reggerlo, per quanto minuta fosse la persona rispetto all’ordinaria statura umana. La sua abitudine di stare in piedi in una posizione contorta, con una mano sul fianco sinistro, e l’effetto della folta barba bianca, che non tagliava da anni, contribuivano a rendere la sua figura del tutto unica.

Anche la moglie di Benjamin, Sarah, era una «persona di piccola statura», fatto che sorprese e deliziò gli africani a Barbados: «Quel piccolo uomo backarar [bianco] avrà girato il mondo intero per trovare una donna backarar adatta a lui». Ma Sarah era più di una semplice compagna: era anche lei una convinta abolizionista. Nella terminologia di oggi, Benjamin potrebbe essere definito un disabile o un handicappato, ma io non ho trovato alcun indizio che lui si sentisse sminuito dal suo aspetto fisico, o che questo potesse ostacolare le sue azioni. In effetti, parlava apertamente di sé come del «piccolo Benjamin», ma equiparandosi al «piccolo Davide» che aveva ucciso Golia. Non gli mancava dunque la fiducia in se stesso o nelle sue convinzioni.

Benjamin Lay è poco noto agli storici. Nella storiografia dell’abolizionismo è citato solo di tanto in tanto, e in genere come personaggio secondario e pittoresco, oltre che di dubbia salute mentale. Nell’Ottocento fu definito dapprima «disturbato» e poi «mentecatto». In larga parte questa immagine ha persistito anche nella storiografia moderna. Anzi, David Brion Davis, illustre storico dell’abolizionismo, arriva al punto di liquidarlo come un folle e ossessivo «gobbetto». Benjamin ha avuto miglior fortuna presso gli storici quaccheri non accademici, che lo hanno incluso nel proprio pantheon di santi abolizionisti, e presso i migliori storici accademici che si sono occupati di quaccherismo. Ma al vasto pubblico resta quasi del tutto ignoto.

A differenza degli storici che li avrebbero studiati, gli abolizionisti del suo tempo lo conoscevano invece molto bene. Nel corso di un viaggio negli Stati Uniti intrapreso nel 1788, quasi tre decenni dopo la morte di Benjamin, il rivoluzionario francese Jacques Pierre Brissot de Warville raccolse una quantità di aneddoti sul suo conto. Scrisse che Benjamin «vestiva in modo semplice e si esprimeva con fervore; e quando parlava di schiavismo era mosso da un sacro fuoco». In questo Benjamin aveva precorso di un secolo il leader abolizionista William Lloyd Garrison, che a sua volta era mosso dal «sacro fuoco» contro la schiavitù. Quando Thomas Clarkson scrisse la storia del movimento che nel 1808 portò all’abolizione del commercio di schiavi in Inghilterra, vero momento di gloria per quel paese, attribuì a Lay il merito di avere «risvegliato l’attenzione di molti alla causa». Per lui, Lay era un uomo di «solido intelletto e grande integrità», e tuttavia «peculiare» ed «eccentrico». Sempre secondo Clarkson, le efferatezze di cui era stato testimone a Barbados tra il 1718 e il 1720 lo avevano «sconvolto». Nel tracciare il suo celebre disegno della genealogia del movimento, una mappa fluviale dell’abolizionismo, Clarkson diede a un importante affluente il nome di «Benjamin Lay». Sull’altra sponda dell’Atlantico, negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, oltre settant’anni dopo la morte di Lay, gli abolizionisti americani Benjamin Lundy e Lydia Maria Child lo riscoprirono, ripubblicarono la sua biografia, stamparono un suo ritratto riprendendolo da un’incisione e così ravvivarono il suo ricordo nel movimento.

Benjamin non era il tipico rappresentante delle élite di cui in genere si occupano le biografie. Proveniva da un ambiente umile e restò povero per tutta la vita, sia per i mestieri che svolgeva sia per scelta. Viveva, come disse lui stesso, «del Lavoro delle mie Mani». I contemporanei lo consideravano un filosofo e lo equiparavano a Diogene, schiavo affrancato che nell’antica Grecia era noto per le verità scomode dette in faccia ai potenti. (Diogene aveva rifiutato la definizione di «cittadino ateniese», insistendo che lui era «cittadino del mondo»). Benjamin condusse una vita itinerante, solcando spesso l’oceano tra l’Inghilterra, Barbados e la Pennsylvania, un’esperienza che plasmò il suo pensiero cosmopolita. E, diversamente dalla gran parte dei poveri, lasciò una documentazione di prima mano delle sue idee.

Nello scrivere una storia intellettuale di Benjamin «dal basso» abbiamo avuto l’insolita fortuna di poterci avvalere di tre distinte fonti. La prima è il suo libro All Slave-Keepers…, un testo ricco e notevole da ogni punto di vista. La seconda fonte consiste nei documenti quaccheri redatti a Colchester, Londra, Philadelphia e Abington, luoghi in cui Benjamin visse e praticò la sua religione. Sulla scia delle riforme attuate da George Fox negli anni Sessanta e Settanta del Seicento, le congregazioni quacchere iniziarono a tenere registri, in parte proprio per disciplinare gli spiriti ribelli come Benjamin. La terza fonte rimanda al suo teatro di guerriglia, che generò un’infinità di racconti. Alcuni di questi furono pubblicati su vari giornali dopo la sua morte. A inizio Ottocento il suo secondo biografo, il filantropo quacchero Roberts Vaux, intervistò alcuni confratelli anziani che l’avevano conosciuto. Nati negli anni Trenta del Settecento, quei quaccheri avevano incrociato Benjamin quando erano bambini, adolescenti o giovani adulti. Questa rara ricchezza di fonti ci ha permesso di indagare in dettaglio i pensieri e le azioni di un uomo che aveva compreso, con lucida preveggenza, come la schiavitù andasse abolita.

La «fune» che reggeva il suo radicalismo era formata dall’intreccio di cinque fasci distinti: Benjamin era un quacchero, un filosofo, un marinaio, un abolizionista e un commoner. Da libero pensatore trasse ispirazione da una varietà di libri e tradizioni intellettuali, combinandoli in modo creativo al servizio dei suoi valori e dei suoi scopi. Innanzi tutto fu un antinomiano radicale, convinto che la salvezza fosse conseguibile solo attraverso la grazia e che il rapporto diretto con Dio ponesse il credente al di sopra delle leggi umane. L’antinomismo, parola derivata dal greco e che significa «contro ogni legge», era emerso nel pieno della rivoluzione e della guerra civile inglesi. Secondo la definizione dell’eresiografo Ephraim Pagitt, che nel 1647 scrisse un testo sui movimenti religiosi radicali come i Levellers, i Diggers e i Seekers, «gli Antinomiani sono chiamati così […] perché vorrebbero l’abolizione della Legge». La loro fu una profonda critica del potere in ogni sua forma sullo sfondo di quel «mondo alla rovescia», nella definizione di Christopher Hill, che caratterizzava l’epoca rivoluzionaria nella quale si erano trovati a vivere. Erano quindi contrari alle istituzioni, allo Stato e a ogni «forma esteriore»: per loro la coscienza regnava sovrana. In breve, Benjamin era uno spirito libero, e l’antinomismo era il fondamento del suo pensiero.

Ma Lay combinò il quaccherismo e l’abolizionismo con altre idee e pratiche insolite per il suo tempo e che ben pochi suoi contemporanei avevano messo in relazione: vegetarianesimo, diritti animali, opposizione alla pena di morte, ambientalismo e consumo consapevole. Nell’ultimo terzo della sua vita abitò in una grotta, coltivando il proprio cibo e confezionandosi da sé gli abiti. Per lui tutte queste convinzioni e pratiche facevano parte di un’unica visione del mondo: una visione coerente, integrata ed etica in grado di redimere un pianeta alla disperata ricerca della salvezza. Dimostrò così che una singola coscienza può abbracciare una molteplicità di forme e tradizioni radicali. Era infatti convinto che l’abolizione della schiavitù dovesse informare un ripensamento rivoluzionario di ogni aspetto della vita, fondato sul rifiuto dei valori capitalisti del mercato. Sotto molti aspetti, Lay fu un uomo curiosamente moderno la cui storia non è mai stata raccontata appieno come merita. È insomma un sovversivo che parla al nostro tempo.

Oggi che i movimenti abolizionisti hanno in gran parte raggiunto i loro obiettivi e quasi tutti giudicano moralmente ingiustificabile la schiavitù passata e presente, non è facile rendere l’idea della profonda ostilità che Benjamin dovette affrontare per avere abbracciato la fede abolizionista a inizio Settecento. Lui stesso racconta di come la gente si infuriasse sentendo i suoi discorsi contro la schiavitù. Veniva schernito, ingiuriato, deriso. Molti lo liquidavano come un minorato mentale o un folle per questo suo opporsi al «senso comune» dell’epoca, largamente prevalente. Quel disprezzo era certamente motivato dagli interessi economici e dal pregiudizio razziale, ma anche la discriminazione contro un uomo di piccola statura aveva una sua parte. Ciascuno di questi elementi rafforzava gli altri, alimentando crudeltà e rancore.

Si cominciò a prendere coscienza di quanto difficile fosse la sua lotta solo dopo la sua morte. Un abolizionista del New Jersey che si firmava con lo pseudonimo di «Armintor» fece notare nel 1774 quanto fossero state rare le voci che si erano levate in difesa degli africani, «questa povera parte oppressa del Creato». E indicò come «la più importante» quella del «disprezzato Benjamin Lay». La quacchera Ann Emlen, moglie dell’abolizionista Warner Mifflin, osservò nel 1785 che la Società degli Amici aveva opposto una strenua resistenza nelle riunioni agli esuberanti metodi di Lay, sebbene lui dicesse «la verità» sulla schiavitù.

Roberts Vaux fece dell’ostilità incontrata da Benjamin uno dei temi principali della biografia da lui data alle stampe nel 1815. Anzi, scrisse quel memoriale con lo scopo preciso di sconfessare i giudizi che avevano oscurato e infangato il ricordo dell’attivista. A sua volta filantropo e abolizionista, Vaux si impegnò a ristabilire la verità storica tra i confratelli quaccheri e presso il pubblico generale. E usò parole forti per descrivere nel dettaglio ciò che Lay aveva dovuto sopportare nel rendere testimonianza contro la mostruosità dello schiavismo: antagonismo, antipatia, pregiudizio, scherno, ostilità, intolleranza, persecuzione, oppressione e violenza. Come sottolineò, Benjamin si era scontrato con «un’opposizione veemente su ogni fronte», trovandosi «a combattere quasi da solo su un campo di battaglia in cui il pregiudizio e l’avidità avevano schierato contro di lui i propri eserciti».

A suo avviso, la reazione dei confratelli quaccheri fu «talmente unanime e intensa» che sarebbe bastata «a spingere un uomo saggio alla follia». Nel 1738 Benjamin Lay fu l’ultimo quacchero a essere espulso dalla congregazione per aver protestato contro lo schiavismo. Ci sarebbero voluti altri vent’anni perché i quaccheri cominciassero anche solo a ipotizzare di poter espellere un membro della comunità per il commercio di schiavi e altri diciotto perché iniziassero a bandire i proprietari di schiavi. La vita non è mai facile per chi è tanto in anticipo sui propri tempi.

Il pregiudizio si tramutò presto in repressione. La Società degli Amici non solo mise all’indice il suo libro contro lo schiavismo ma gli negò il diritto di parlare sull’argomento alle proprie riunioni. Come Kinsey affermò in modo esplicito nel 1737, i vertici dell’Assemblea annuale di Philadelphia gli contestarono la «presunzione di predicare» ai «raduni pubblici». Un tempo noti proprio per la «predicazione popolare» aperta a tutti, i confratelli avevano ora deciso che «non si poteva autorizzare il suo Ministero». Ciò che Lay andava dicendo era semplicemente intollerabile.

Prima di lui anche altri avevano predicato contro lo schiavismo ma, diversamente da Benjamin, avevano poi ceduto alle pressioni. Secondo il quacchero John Forman, nel 1717-1718 un altro confratello, John Farmer, anche lui originario dell’Essex come Benjamin, aveva reso «una potente testimonianza contro l’oppressione dei negri». Durante il suo discorso a una congregazione quacchera di Philadelphia, «un uomo importante e proprietario di negri […] si alzò e incitò gli Amici a considerarlo come un nemico giurato del paese». Molti confratelli si pronunciarono contro Farmer, e infine lo costrinsero «ad ammettere in qualche modo» di essersi sbagliato. L’episodio ebbe un effetto devastante: Farmer «ne fu piegato» e «rinunciò al privilegio» della predicazione. Non fece mai più ritorno in Inghilterra. Sul letto di morte dichiarò di avere «la coscienza tranquilla» per tutto ciò che aveva fatto in vita, salvo il fatto di essersi «lasciato intimorire al punto da ritrattare la sua testimonianza in quell’occasione e in quel modo».

Benjamin fu sottoposto a pressioni ben più forti e protratte, cumulate alla derisione per il suo aspetto fisico, eppure non si lasciò mai piegare, intimidire o spaventare, né mai ritrattò. Al tempo stesso la sua determinazione e convinzione lo rendevano una persona a dir poco difficile e ruvida. Se era amabile con gli amici, era un vero flagello per chi dissentiva da lui. E in effetti era non solo aggressivo e polemico ma anche testardo e restio ad ammettere i propri errori. La fede antinomiana basata sul rapporto diretto con Dio lo rendeva intransigente e a volte intollerante. Più incontrava resistenza (o, secondo la sua visione, più Dio metteva alla prova la sua fede) e più si convinceva di essere nel giusto. Aveva motivi sia religiosi sia opportunistici per comportarsi così: era certo che la sua irruenza fosse essenziale per sconfiggere il male profondo dello schiavismo.

La malevolenza nei suoi confronti tanto a Barbados quanto in Pennsylvania proveniva sia dall’alto sia dal basso, ovvero sia dai vertici politici e religiosi come Kinsey sia dalla gente comune, peraltro tutti favorevoli, in vario modo, all’istituzione schiavistica. Per illustrare questa doppia avversione Vaux citò il grande poeta latino Orazio, scelta che Benjamin avrebbe senz’altro approvato in quanto amava gli autori classici:

L’uomo giusto e saldo nel proposito suo

non è mai turbato nei principi in cui crede

dal furore popolare che impone

il male, dalle minacce di un tiranno.

[Orazio, Odi, iii, 3, trad. Mario Ramous, Garzanti, Milano, 1988, p. 465]

Servivano coraggio e forza d’animo per sostenere il livello di opposizione che Benjamin dovette affrontare negli ultimi quarant’anni della sua vita. Per fortuna sua e dei posteri, quelle virtù non gli fecero mai difetto. Benjamin dimostrò quanto forti si potesse diventare dicendo «no» alla schiavitù. La sua vita è una storia di lotta impavida per la causa.


Marcus Rediker insegna storia all’Università di Pittsburgh (USA) e si è in particolare occupato dei tanti protagonisti che hanno popolato la storia dell’oceano Atlantico dopo la scoperta dell’America: marinai, schiavi e, appunto, pirati.

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