La tana del bianconiglio: teorie del complotto e gnosticismo

Il meme di Matrix ci insegna che dietro a ogni complottista può nascondersi uno gnostico animato da un “incandescente desiderio di libertà”.


in copertina e nel testo opere di paul wackers

di Gianluca Didino

Donnie: «Perché indossi quello stupido costume da coniglio?»
Frank: «Perché indossi quello stupido costume da uomo?»
Donnie Darko

 

Qualche settimana fa su Twitter è andato in scena un siparietto divertente che potrebbe anche essere inquietante o viceversa. Il 17 maggio Elon Musk ha twittato un criptico «Take the red pill!», «Prendi la pillola rossa!» ai sui 34 milioni di followers. A cosa si riferisse non è chiaro, ma la citazione era ovviamente la famosa scena del primo Matrix, quello del 1999, in cui Morpheus offre a Neo una scelta binaria: prendere la pillola blu e tornare alla vita di tutti i giorni, quella che Neo crede essere la realtà (e che invece scopriremo essere una simulazione informatica), o prendere la pillola rossa, rimanere nel «paese delle meraviglie» e scoprire «quanto è profonda la tana del Bianconiglio». Apparentemente niente di strano, visto che il tweet viene da uno che si dice convinto che ci sia «una possibilità su miliardi» che non viviamo in una simulazione informatica allestita da una superintelligenza artificiale. Il problema è che il suo messaggio è stato subito ritwittato da Ivanka Trump, figlia e Senior Advisor del Presidente degli Stati Uniti.

Il fatto che Ivanka Trump condividesse il meme della pillola rossa, per giunta commentando con un entusiastico «Taken!», «Presa!», ha fatto arricciare il naso a più commentatori: non solo perché il padre di Ivanka alimenta da anni le più improbabili teorie del complotto, e non solo perché la sua paranoia sembra essere peggiorata man mano che il Covid-19 colpiva gli Stati Uniti, ma anche e soprattutto perché da qualche anno la metafora della pillola rossa si è diffusa tra gli ambienti dell’Alt-Right, tanto che l’espressione “being red-pilled” è arrivata a indicare l’avvenuta presa di coscienza del (supposto) complotto ai danni dei maschi bianchi da parte delle minoranze etniche, del mondo LGBT e della politica liberale.

La storia della penetrazione del meme nel sottobosco di internet è stata ricostruita da Wired, che ha raccontato come la pillola rossa sia passata dalle comunità di appassionati di videogiochi al centro del Gamergate per arrivare all’endorsement di Donald Trump fatto sempre via Twitter da Kanye West nel 2018, endorsement che ha incluso l’appoggio alle idee dell’attivista pro-Trump Candace Owens, nota per il suo canale YouTube Red Pill Black nel quale la pillola rossa viene proposta come antidoto alle (sempre supposte) cospirazioni di una fantomatica Alt-Left. Non stupisce quindi che diversi commentatori si siano mostrati insospettiti dallo scambio di battute: quella di Musk era una generica citazione sci-fi o una dichiarazione di solidarietà nei confronti dei suprematisti bianchi? Elon Musk è stato “red-pilled”? E se uno come Elon Musk è stato “red-pilled” non faremmo meglio a preoccuparci?

A risolvere la controversia ci ha pensato Lilly Wachowski con un terzo tweet dal tono inequivocabile: «Fuck both of you», «Fottetevi tutti e due», messaggio a cui seguiva un link al sito della Brave Space Alliance, un’associazione LGBTQ di Chicago impegnata nella lotta per i diritti delle persone nere e trans, insomma proprio la minoranza che secondo i cospirazionisti dell’Alt-Right si è data come scopo la distruzione del maschio bianco. Com’è noto Lilly Wachowski (nata Andy) è insieme alla sorella Lana (nata Larry) la co-creatrice di Matrix (ai tempi il duo era noto come i fratelli Wachowski). Nello spazio di tre tweet abbiamo visto un meme trasformarsi due volte: dal suo significato originale in Matrix alla recente appropriazione da parte dell’Alt-Right e poi, in un percorso inverso, alla rivendicazione da parte del suo creatore originale. La teoria del complotto proposta in Matrix (questo mondo è una simulazione mantenuta in piedi dal Capitale per sfruttare gli uomini) è stata ribaltata nel suo opposto (questo mondo è una cospirazione delle minoranze a scapito dei maschi bianchi) per venir ribaltata nuovamente (c’è una cospirazione in atto da parte delle forze dell’Alt-Right contro le minoranze). Quando si dice tutto ciò che può essere contenuto in uno scambio di tweet.

Al di là della polemica in sé, comunque, il battibecco ha messo in mostra un fenomeno a cui stiamo assistendo sempre più spesso: la capacità di uno stesso meme di assumere significati diametralmente opposti in contesti diversi e la guerra per il controllo dell’informazione che questa fluidità semantica comporta. In questo caso il meme (la pillola rossa) è solo la punta dell’iceberg di un discorso molto più ampio e stratificato che può essere riassunto nel mondo seguente: il mondo che consideriamo “reale” non è altro che una costruzione creata e manipolata da forze occulte che si nascondono nell’ombra, cospirazione che può essere svelata da uno o più iniziati possessori di una conoscenza speciale. I cospirazionisti dell’Alt-Right, Lilly Wachowski e probabilmente Elon Musk hanno opinioni diverse sulla natura esatta di questo mondo contraffatto e delle entità che lo manipolano, ma tutti e tre concordano sul fatto che un processo di questo genere è in atto. 

Questo modo di pensare al mondo e all’informazione è un modo propriamente gnostico. Esso si basa cioè sui tre capisaldi della mitologia gnostica così come ci è stata tramandata nei secoli: il mondo che conosciamo è in realtà falso, una simulazione fabbricata da un Demiurgo di qualche tipo; oltre a questo mondo ne esiste un altro, il mondo “reale”, naturalmente migliore di questo, a cui è possibile accedere attraverso un’informazione-chiave, la gnosis; questa informazione viene tramandata a una cerchia ristretta di eletti, iniziati di un culto esoterico che conoscono la verità che si nasconde dietro l’illusione. 

Come vedremo nel corso dell’articolo, il ritorno prepotente di questa mitologia gnostica oggi ha a che vedere essenzialmente con tre fattori. Innanzitutto il carattere mediato della nostra conoscenza (il fatto cioè che viviamo sempre in mondi mediaticamente simulati) ci dà l’impressione non del tutto errata che ogni mondo sia sempre “costruito”. In secondo luogo, la natura sempre più implausibile del mondo in cui viviamo (il fatto cioè che ci sembra impossibile credere che tutto questo sia reale) ci fa dubitare che questa realtà sia quella vera. Infine il ruolo giocato dall’informazione nel processo di “risveglio” dal sonno rende internet un luogo particolarmente adatto alla disseminazione di memi capaci di “hackerare” la realtà per mostrarne la matrice sottostante, un punto che, come vedremo, ha anche qualcosa a che vedere con la percezione di trovarci in tempi apocalittici. Prima di affrontare questi tre punti è però necessario comprendere almeno a grandi linee cosa sia stato lo gnosticismo e come la sua dottrina sopravviva ancora oggi.

Sebbene le sue origini siano controverse, lo gnosticismo raggiunse il picco della sua diffusione tra il II e il IV secolo d.C. principalmente a Roma e ad Alessandria d’Egitto, dunque nei luoghi e nei tempi chiave della prima cristianità, di cui rappresenta una frangia eretica. Lo storico delle religioni rumeno Ioan Petru Couliano, uno dei principali studiosi di gnosticismo europei, inquadra le dottrine protognostiche e gnostiche nell’ambito dei dualismi d’Occidente, come dal nome del suo importante libro sul tema. I dualismi, scrive Couliano, oppongono due principi, uno “buono” e l’altro “malvagio”, e sono accomunati da tratti quali l’anticosmismo («la convinzione che questo mondo sia cattivo») e l’antisomatismo («la convinzione che il corpo sia cattivo»). Da un lato la derivazione platonica di questo pensiero è evidente: come in Platone infatti l’uomo si trova a vivere in un mondo “decaduto” rispetto al reame perfetto delle idee e imprigionato nella materia (al neoplatonico Plotino si deve ad esempio l’espressione del corpo come «cadavere addobbato»). Tuttavia Couliano mostra come la differenza tra il platonismo e la sensibilità propriamente gnostica derivi da un diverso atteggiamento nei confronti del mondo, che se in Platone non è malvagio in sé, negli gnostici è un vero e proprio luogo degli orrori, il prodotto mostruoso di un dio folle. 

Al centro del pensiero gnostico c’è un mito che ricorre in tutte le tradizioni prese in esame da Couliano, da quelle propriamente gnostiche (in Valentino e nei Manichei, ad esempio) a quelle pseudo-gnostiche come i miti degli indiani Maidu della California. Secondo questo mito un dio o una dea avrebbero infranto una legge, spesso identificata con un peccato di tipo sessuale come l’accoppiamento con sé stessi o l’autofecondazione. Da questo atto contrario alla legge sarebbe nato un dio decaduto, spesso rappresentato come ignorante e spaccone e talvolta identificato con la figura del trickster, che avrebbe dato vita al mondo. Questo mondo è dunque «se non nettamente cattivo pur sempre un prodotto inutile costruito dal Demiurgo sulla base del fantasma archetipale inscritto nel suo inconscio, il sogno di un sogno, un’illusione destinata a scomparire nel nulla». Il dio o la dea originari, inorridendo di fronte all’opera del proprio figlio abominevole e sentendosi in colpa per il destino di dolore toccato agli esseri da lui creati, avrebbero deciso di aiutare gli uomini con la luce della gnosi, l’unico strumento che permetta loro di fuggire la prigione del mondo materiale per ricongiungersi con gli dei.

Questa visione del mondo può apparire pessimista, ma Couliano dimostra come al pessimismo nei confronti della natura del mondo corrisponda nel pensiero gnostico un ottimismo antropologico che, dice lo storico rumeno, non ha eguali nelle religioni occidentali. Si tratta di un punto importante. Nel cristianesimo ufficiale, infatti, vigeva il «principio antropico» secondo il quale il mondo sarebbe stato creato per l’uomo e l’uomo per il mondo. Per gli gnostici, al contrario, «l’uomo è stato creato contro il mondo», e dunque «l’uomo è superiore ai suoi creatori». È evidente come questo pensiero attribuisca grande valore all’opera dell’uomo nel mondo e dunque al suo libero arbitrio. Il destino dell’uomo non è predeterminato: esso può salvarsi dalla prigione della materia decidendo di accogliere in sé la gnosi. Proprio come Neo in Matrix, esso può scegliere di prendere la pillola rossa invece di quella blu.

È per questa ragione che Couliano arriva a fare una delle affermazioni più sorprendenti di tutto il suo libro, quella per cui lo gnosticismo sarebbe una forma di controcultura del proprio tempo. L’applicazione di un concetto moderno all’antichità cristiana sembra meno forzata se esploriamo il carattere antagonista del pensiero gnostico a livello dottrinale, ad esempio nel modo in cui gli gnostici leggevano l’Antico Testamento e la Genesi. Se il Dio della Genesi infatti crea il mondo, chi altri può essere se non il Demiurgo? Non solo dal punto di vista dell’ortodossia cristiana considerare Dio alla stregua di un essere malvagio, spaccone e incompetente che ha creato il mondo in preda alla follia è blasfemo, ma comporta anche un ribaltamento totale di prospettiva sulla realtà, un vero e proprio “hackeraggio” della dottrina cristiana dall’interno. Questa «esegesi inversa», che avrebbe avuto una lunga storia nella cultura occidentale (pensiamo solo all’Urizen di William Blake), è una controcultura nel senso pieno del termine: un pensiero autonomo portatore di una visione del mondo alternativa e contrapposta a quella dominante.

Collegandomi a questo punto lascio per un attimo da parte Couliano per tornare al presente. Pochi giorni dopo lo scambio di tweet sulla pillola rossa mi sono imbattuto in un articolo sulla inquietante sovrapposizione tra ambienti della cultura hippy e New Age e il suprematismo bianco. La penetrazione delle teorie di gruppi come QAnon nell’apparentemente placido mondo dei ritiri di yoga si deve secondo l’autore dell’articolo, Julian Walker, al fatto che la cultura New Age è profondamente intrisa di sospetto nei confronti della narrazione “ufficiale” del mondo, proprio come l’Alt-Right. Questo sospetto si concentra principalmente sulla salute: la medicina occidentale viene accusata di «renderci più malati, tratta solo i sintomi, è “innaturale” ed […] è il prodotto di una grande bugia perpetrata nei nostri confronti in una maniera cospiratoria al fine di mantenerci in uno stato di malattia perenne». Inoltre, continua Walker, negli ambienti New Age è diffusa la tendenza (tipica del New Thought) a cercare una forma di ordine superiore del mondo che trascende la contingenza, così che eventi spiacevoli possano essere inquadrati in una più alta verità secondo la quale «nulla è veramente malvagio, o triste, o doloroso, perché è tutta una lezione perfettamente progettata […] per il curriculum spirituale di cui abbiamo bisogno nel nostro percorso verso il risveglio». Da qui la necessità di dare un senso a eventi che sembrano non averlo, anche a costo di cadere nel complottismo. 

Non solo questa continuità tra ambienti della controcultura e pensiero gnostico non è sorprendente per le ragioni viste sopra, ma fornisce un’interessante chiave di lettura per comprendere come i miti gnostici siano arrivati fino al presente e a internet passando per gli psichedelici, il DIY hippy o l’opera di scrittori culto della controcultura come William Burroughs o Philip K. Dick.

L’articolo di Walker mi è arrivato attraverso un tweet di Erik Davis, uno dei più importanti studiosi della controcultura californiana viventi. Già nel 1998, nel suo libro di culto Techgnosis, Davis elaborava il tema della cosiddetta “gnosi dei media”, cioè il substrato mistico-religioso di carattere spiccatamente gnostico che permea molta della storia dei media digitali, soprattutto nella linea che va dall’inventore del concetto di noosfera Teilhard De Chardin a Marshall McLuhan al teorico dell’intelligenza collettiva Pierre Lévy, tre autori più o meno dichiaratamente religiosi. Al centro di questa corrente, che attraversa tutta la storia dell’informatica, si trova una forma tecnologicamente aggiornata di antisomatismo e l’idea che lo scopo ultimo dei media digitali sia quello di liberarci dalla prigione del corpo e ricongiungerci con il puro spirito. In questo mito gnostico contemporaneo, la dematerializzazione operata dal digitale sarebbe quindi il primo passo per liberare l’anima dalla materia (il “ghost” dalla “shell” in cui è contenuto) e avvicinarci a Dio, sia esso inteso nella maniera propriamente cristiana come in Teilhard o nella forma tecnologicamente avanzata di una Singolarità informatica come in Lévy.

Davis nota la singolare coincidenza (per i tecno-gnostici, naturalmente, non affatto una coincidenza) che situa la nascita della moderna teoria dell’informazione nello stesso anno della scoperta dei Codici di Nag Hammadi, l’importante corpus di testi gnostici che fu rinvenuto in Egitto nel 1945. Non ci sono prove che i pionieri dell’informatica furono effettivamente influenzati dai testi di Nag Hammadi, ma il substrato gnostico della cultura cyber, emersa dal ricco milieu di spiritualità alternativa, psichedelici, ideologie libertarie e imprenditorialità DIY nella California degli anni Sessanta e Settanta, è decisamente evidente. In altre parole nel suo libro Davis ricostruisce il momento fondamentale in cui il mito gnostico (naturalmente presente nella controcultura californiana) passa alla nascente cybercultura. A caratterizzare questo passaggio sono fattori come «la trascendenza attraverso la tecnologia, una sete per l’estasi dell’informazione, una spinta a ingegnerizzare e perfezionare la scintilla incorporea del Sé». A questo principio positivo rappresentato dall’informazione incorporea, si contrappone il potere demiurgico delle «tecnologie della sorveglianza e i calcoli invisibili della manipolazione mediatica orditi per controllare la società e mantenere le persone addormentate».

 

Davis sottolinea un punto fondamentale per il nostro discorso, il rapporto tra pensiero gnostico e le teorie del complotto. Già Couliano scriveva che «lo gnosticismo è un’ermeneutica platonica così sospettosa della tradizione che è restia a rimanere nei confini di ogni tradizione, compresa la propria». «Questa ermeneutica del sospetto», commenta Davis, «cerca senza sosta le crepe di ogni storia» allo scopo di smascherare il carattere “costruito” del mondo e metterne a nudo l’illusione. Il primo esempio di questo atteggiamento si trova nel Vangelo Apocrifo di Giovanni, uno dei codici di Nag Hammadi. Qui l’Eden viene visto come una realtà costruita dal Demiurgo nel quale (e qui sta l’aspetto più interessante) Cristo penetra sotto forma di serpente per offrire ad Adamo ed Eva la scintilla della conoscenza, la pillola rossa che permetterà loro di liberarsi dalle catene dell’ignoranza. Questa rilettura del mito della caduta, che Davis definisce «la prima teoria del complotto metafisica della storia», ci aiuta a comprendere il carattere politicamente eversivo dello gnosticismo, che «aborriva il mondo materiale in parte perché aborriva quei poteri – fisici, istituzionali, politici – che impedivano al Sé di realizzare il proprio potenziale […]. Nascosto nell’ostilità paranoica verso il proprio ambiente, si trova un incandescente desiderio di libertà».

Il percorso tracciato da Davis mi sembra che spieghi in maniera convincente la diffusione enorme, anche se spesso non percepita come tale, della mitologia gnostica nel cinema (soprattutto di fantascienza) degli ultimi vent’anni, una tradizione ricostruita da Paolo Ribieri nella sua analisi dei «messaggi gnostici nel cinema». Al di là delle Wachowski, vere e proprie campionesse del pensiero gnostico nel cinema mainstream (oltre alla trilogia di Matrix Ribieri mostra efficacemente come anche Jupiter e V per Vendetta contengano elementi riconducibili allo gnosticismo), e ovviamente a David Lynch, nella cui opera le influenza gnostiche sono esplicite (pensiamo al carattere “fabbricato” dei mondi e dei personaggi dei suoi film e alla presenza costante di Demiurgi come Marietta in Cuore selvaggio o il Pompiere nella terza stagione di Twin Peaks, il cui protagonista, l’agente Cooper, è evidentemente aiutato nella sua lotta contro il Male dalla scintilla della gnosi), Ribieri rintraccia un’origine gnostica esplicita e una coincidenza talvolta letterale tra i vangeli apocrifi e film come Donnie Darko, Fight Club o Noah e in una serie TV come Westworld.

Insomma ci troviamo di fronte a una discendenza di questo tipo: il pensiero gnostico delle origini ha attraversato i secoli grazie a una fascinazione per l’esegesi inversa che ha toccato periodi e autori diversi (abbiamo detto di Blake e dei Romantici, ma molto nota è anche l’interpretazione dell’esistenzialismo come nuovo gnosticismo fornita da Hans Jonas) fino ad approdare alla controcultura degli anni Sessanta e Settanta. Da qui il mito gnostico è entrato nel nascente discorso sulle tecnologie informatiche e, attraverso il cyberpunk, al cinema mainstream e a internet. Ma dove affonda oggi le sue radici il nuovo gnosticismo?

Come ha fatto notare Roberto Paura proprio qui sulle pagine dell’Indiscreto, la risposta va ricercata a un primo livello nel rapporto sempre più instabile che nel nostro mondo intercorre tra realtà e finzione: tra notizie false diffuse di proposito, video deepfake e meme utilizzati come armi di guerriglia, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso è sempre più difficile. Un grosso problema a riguardo deriva dal fatto che il cervello elabora la realtà come fiction e viceversa, un dato biologico che era vero anche milioni di anni fa ma che diventa di cruciale importanza in un mondo in cui viviamo costantemente immersi in fiction mediatiche. Come già sapeva Baudrillard (pensiamo ad esempio il suo The Gulf War Did Not Take Place del 1991), ogni cosiddetto “fatto”, se ne facciamo esperienza attraverso i media, soggiace alle regole dello storytelling. Ogni fatto che ci arriva attraverso i media è dunque “costruito”, che sia vero o meno. Poiché oggi del mondo facciamo solo in minima parte esperienza diretta, vedendolo e percependolo con i nostri organi di senso, mentre nella stragrande maggioranza dei casi ci arriva mediato da qualche forma di tecnologia (dalle notizie in TV alle storie degli amici su Instagram), non è necessario essere dei complottisti o degli gnostici per dire che il nostro mondo è sempre comunque “costruito”.

In secondo luogo credo che il ritorno delle mitologie gnostiche sia dovuto al carattere sempre più strano e implausibile della nostra realtà, nella quale capitano eventi tanto improbabili che è talvolta più facile credere alla fiction piuttosto che immaginare che tutto ciò stia succedendo davvero: d’altra parte chi avrebbe potuto immaginare, solo dieci anni fa, Trump alla Casa Bianca, Brexit, i razzi Falcon-X di Elon Musk? Chi avrebbe potuto prevedere l’epidemia di Covid-19? O che il riscaldamento globale avanzasse a una velocità tanto più rapida rispetto alle previsioni più catastrofiche da mettere seriamente a rischio la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra? Qualcuno poteva, certo, e l’ha fatto, ma non è stato ascoltato. Perché? Proprio perché la realtà sembra meno plausibile dello storytelling attraverso cui ci viene raccontata, che è politicamente, socialmente e culturalmente “costruito”. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio bias della conferma, a causa del quale realtà considerate troppo fuori dall’ordinario sono più difficili da considerare “vere” di un racconto della realtà che si adegua alle nostre aspettative anche se non ha più alcuna attinenza con il mondo reale.

Qui Baudrillard ci torna ancora in aiuto. Il sociologo francese identificava infatti in luoghi come Disneyland l’incarnazione perfetta dell’iperrealtà, una dimensione finzionale in cui ci immergiamo per sottrarci all’orrore della vita nel materialismo occidentale, ma per quanto assurda e improbabile possa sembrare Disneyland o un mondo come quello del tardocapitalismo modellato sull’idea di Disneyland, ancora più impossibile è pensare che viviamo in quello che in Matrix viene chiamato, proprio citando Baudrillard, il «deserto del Reale»: è vero che un mondo simulato in cui si può imparare a schivare i proiettili sembra poco plausibile, ma rimane ugualmente più plausibile di una realtà in cui gli uomini vengono utilizzati come energia da una razza di alieni che li hanno ridotti in schiavitù, i loro cervelli collegati alla “matrice” che fa credere loro di essere vivi quando sono in realtà morti. Il problema qui è quello della costruzione di senso: di fronte all’insensatezza del mondo reale siamo naturalmente portati a creare fiction che giustifichino ciò che non siamo in grado di comprendere altrimenti, e poco importa che queste fiction siano fantasiose

Proprio l’illusione di credersi vivi quando siamo in realtà morti ci porta anche al terzo e ultimo punto del nostro discorso, quello del ruolo giocato dall’informazione nel pensiero gnostico. E lo fa attraverso l’opera di quello che è forse il più grande gnostico moderno, Philip K. Dick.

Dick era gnostico nel senso pieno del termine («Penso che qualsiasi esperto di gnosticismo che leggerà i miei appunti dirà: tu sei uno gnostico», scrisse una volta. «Non ne sono felice, ma è così»). Cristiano eretico, era convinto che la realtà fosse una simulazione costruita da un’entità demiurgica che nel corso della vita andò via via sempre più associando con i poteri forti dell’America nixoniana, mentre nella “realtà autentica” ci trovavamo ancora a Roma nel I secolo d.C. Scopo della simulazione era impedire alle forze del Bene (inteso in senso strettamente religioso) di ribellarsi a quelle del Male (intenso in senso perlopiù politico). Dick stesso ricevette infine la gnosi sotto forma di un flusso di informazione proveniente dal satellite VALIS, dal quale ricevette un’illuminazione che si tradusse nelle migliaia di pagine della sua Esegesi.

La storia dell’esegesi dickiana evidenzia uno dei punti chiave del discorso di Davis, che non per niente si è occupato spesso di Philip Dick (non solo in Techgnosis ma anche, e più approfonditamente, nel recente High Weirdness): nello gnosticismo storico, così come in quello contemporaneo, l’informazione gioca un ruolo chiave nel risvegliare il soggetto addormentato. Quella di Dick è a tutti gli effetti una illuminazione info-gnostica, in cui un fascio di dati divini mostra al prescelto la vera natura del mondo. Anche nello gnosticismo storico gli adepti ricevevano la gnosi attraverso un passaggio controllato e ritualizzato di un’informazione-chiave, così che quello gnostico era a tutti gli effetti un insegnamento esoterico e la gnosi una faccenda riservata a pochi iniziati. Davis scriveva agli albori della cultura di internet, ma è chiaro che pochi ambienti come la memesfera si prestano al passaggio di un’informazione capace di “risvegliare” le cellule dormienti dei cripto-gnostici contemporanei. Cosa più di un meme divide il mondo in dormienti (coloro che vedono in Pepe the Frog solo un cartone animato, ad esempio) e risvegliati (coloro che ci vedono una chiamata alle armi negli eserciti del suprematismo bianco)?

Poniamoci nella mente dell’utente di internet che ha la percezione vaga ma persistente che ci sia qualcosa che non torna nel mondo che vede intorno a sé. Ciò che gli arriva attraverso i suoi contatti Facebook è un mondo un po’ troppo strano per essere plausibile e un po’ troppo indistinguibile da un prodotto mediatico (un film catastrofista, un videogioco sparatutto) per non fargli sospettare che sia stato costruito ad arte da qualcuno. Spesso, in effetti, il suo mondo è stato costruito da qualcuno, le sue percezioni e le sue opinioni manipolate da entità occulte che si aggirano nell’ombra delle identità digitali. Il mondo così come gli viene raccontato è una finzione, una storia nei confronti della quale non è più in grado di sospendere l’incredulità. A questo punto il nostro utente è un iniziato pronto a ricevere la gnosi: sta già inconsciamente cercando il tassello di informazione-chiave capace di hackerare la sua visione del mondo e di invertire la sua esegesi del reale. 

Questo processo, credo, viene ulteriormente enfatizzato dalla percezione (vera o presunta) di trovarci alla fine dei tempi, cioè a cospetto con l’apocalisse. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un grande tema gnostico. Il significato greco del termine apokálypsi è infatti quello di “rivelazione”: l’apocalisse è la rivelazione di Dio all’uomo, «un vero e proprio percorso iniziatico», come fa notare Ribieri, consistente nel passaggio di un tassello di informazione (la consapevolezza che la fine dei tempi è giunta e, spesso, anche le sue circostanze) dalla divinità all’adepto. In tempi apocalittici, in altre parole, il mondo è sempre sul punto di svelare il proprio carattere fittizio o, per dirla con heidegger, di “demondificarsi”. Quello dell’apocalisse è un processo che funziona attraverso meccanismi di feedback: la demondificazione apre crepe nel reale, ma a sua volta la rivelazione dell’apocalisse ha bisogno di profeti per realizzarsi, così che ogni nuova crepa porta la nascita di un nuovo profeta impegnato nell’opera di debunking del mondo, che sotto il peso di questa esegesi continua, si demondifica sempre di più. Il risultato è che le rivelazioni proliferano e con esse tutte le apocalissi possibili.

L’adepto, sia esso un semplice convertito dalla gnosi o un vero e proprio profeta della fine dei tempi, si risveglia così al mondo reale. “Vede” la cospirazione che regge il mondo, identifica il Demiurgo, traccia un percorso escatologico di salvezza e crea la propria chiesa. Senonché a pochi metri da lui un altro iniziato ha ingoiato una pillola rossa del tutto diversa e si è risvegliato su un’altra realtà e, siccome il mondo è un posto ampio nel quale l’informazione prolifera incontrollata, la sua teoria del complotto confligge con tutte le altre, la sua apocalisse non è assoluta ma relativa. Più che Matrix sembra Inception: per ogni pillola rossa che ingoiamo è impossibile sapere se ci siamo davvero risvegliati o siamo sprofondati sempre più a fondo nel sogno. Oppure sembra quell’allucinata metafora gnostica che è Inland Empire di Lynch, in cui la tana del Bianconiglio è senza fine, ha la struttura di un rizoma deleuziano ed è tanto ramificata che ognuno può vivere nel proprio tunnel convinto che sia l’unica realtà possibile.

Ma, per quanto il nuovo gnosticismo finisca alla fine per avvitarsi su sé stesso, producendo una esegesi inversa infinita in cui ogni mondo è la teoria del complotto di un altro mondo, e per quanto i risultati di un’opera esegetica fuori controllo siano spesso deliranti, rimane il fatto che esso tocca le corde di una verità più profonda di quella letterale, come capita a tutte le esegesi: la percezione che questo mondo, così com’è, non va bene; che è fasullo, corrotto, impossibile e persino incomprensibile se non viene spiegato come il prodotto di un dio pazzo. In ogni esegesi gnostica c’è quell’«incandescente desiderio di libertà» di cui parlava Davis, oggi come un tempo, quel rifiuto del mondo com’è e quella spinta verso una dimensione più elevata dell’esistenza. Nel migliore dei casi (quando, cioè, non sfoga la propria carica pulsionale su un capro espiatorio casuale) la spinta gnostica ci porta a un momento di vero misticismo, in cui siamo costretti a mettere in discussione la natura del mondo e il nostro posto al suo interno. 

Nella scena culmine di Donnie Darko, Donnie incontra Frank, il coniglio gigante che gli porta la rivelazione dell’apocalisse. «Perché indossi quello stupido costume da coniglio?», gli chiede Donnie, al che Frank risponde: «Perché indossi quello stupido costume da uomo?» Al che Donnie non può far altro che rimanere in silenzio e comprendere.


gianluca didino è nato nel 1985 in Piemonte. I suoi articoli sono stati pubblicati su IL, Studio, Nuovi Argomenti. Ha curato la rubrica VALIS sul Mucchio Selvaggio e attualmente collabora con minima&moralia e Doppiozero.

1 comment on “La tana del bianconiglio: teorie del complotto e gnosticismo

  1. Leonello Cecchitelli

    Bellissimo articolo, e sono contento di averlo trovato, oggi, Bloomday, 16 giugno joyceano, per suggerire il critico letterario Bloom, e la sua interessante disamina del fantasy, di cui è anche autore. Ad ogni modo, complimenti e buona vita!!

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