La tecnologia moderna è simile alla metafisica dei Vedanta



La tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, sembrano essere il ponte che può finalmente permettere la diffusione, in Occidente, delle filosofie orientali.


In copertina, e lungo il testo, opere di Eugen Prokop

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Akhandadhi Das

traduzione di Francesco D’Isa

Si potrebbe sostenere che le tecnologie digitali, considerate spesso come un prodotto dell'”Occidente”, accelerino la divergenza tra la filosofia orientale e quella occidentale. Ma nello studio del Vedanta, un’antica scuola di pensiero indiana, si può notare un effetto opposto. Grazie alla crescente familiarità con l’informatica, la realtà virtuale (RV) e l’intelligenza artificiale (IA), infatti, le società ‘moderne’ sono in grado ora più che mai di cogliere le intuizioni di questa antica tradizione.

Il Vedanta riassume la metafisica delle Upanishad, una serie di testi religiosi sanscriti, scritti probabilmente tra l’800 e il 500 a.C.. Essi costituiscono la base delle varie tradizioni filosofiche, spirituali e mistiche del subcontinente indiano. Le Upanishad sono state anche fonte di ispirazione per alcuni scienziati moderni, tra cui Albert Einstein, Erwin Schrödinger e Werner Heisenberg, che si sono impegnati a dare un senso alla fisica quantistica del ventesimo secolo.

La ricerca vedantica inizia da quello che considera il punto di partenza più logico: la nostra coscienza. Come possiamo fidarci delle conclusioni su quel che osserviamo e analizziamo se non capiamo ciò che opera l’osservazione e l’analisi? Il progresso dell’IA, delle reti neurali e il deep learning hanno indotto alcuni osservatori contemporanei a sostenere che la mente umana è solo un’intricata macchina di elaborazione organica – e che la coscienza, se esiste, potrebbe semplicemente essere una proprietà emergente della complessità dell’informazione. Questa visione tuttavia non riesce a spiegare questioni come il sé soggettivo e la nostra esperienza di qualia: le esperienze mentali come il ‘rosso’ o la ‘dolcezza’ che sperimentiamo durante la consapevolezza cosciente. Capire come la materia può produrre una coscienza fenomenica è il cosiddetto ‘problema difficile della coscienza’.

Il Vedanta ci offre un modello per integrare la coscienza soggettiva e i sistemi di elaborazione delle informazioni del nostro corpo e cervello. Il pensiero vedantico separa il cervello e i sensi dalla mente. Inoltre distingue la mente dalla funzione della coscienza, che viene definita come la capacità di esperire gli output mentali. Abbiamo familiarità con questa nozione per via dei nostri dispositivi digitali. Una macchina fotografica, un microfono o altri sensori collegati a un computer raccolgono informazioni sul mondo e convertono le varie forme di energia fisica – onde luminose, pressione atmosferica e così via – in dati digitali, proprio come fanno i nostri sensi corporei. L’unità centrale di elaborazione analizza questi dati e produce i relativi output. Lo stesso vale per il nostro cervello. In entrambi i contesti, sembra che ci sia poco spazio per l’esperienza soggettiva.

Sebbene i computer possano operare svariati processi senza il nostro aiuto, li corrediamo di uno schermo che funzioni da interfaccia tra noi e loro. Allo stesso modo, il Vedanta postula che l’entità cosciente – detto atma – è l’osservatore dell’output della mente. L’atma possiede (e si dice che sia composto da) la proprietà fondamentale della coscienza. È un concetto esplorato in molte pratiche meditative delle tradizioni orientali.

Potete pensare all’atma in questo modo: immaginate di guardare un film al cinema, è un thriller e siete tesi per il destino del protagonista, intrappolato in una stanza. Improvvisamente, nel film si si apre una porta e… ecco che sobbalzate come davanti a un vero pericolo. Ma dov’è la minaccia reale, non c’è, se non il rischio di far cadere i popcorn. Sospendendo la consapevolezza del vostro corpo, e identificandovi con il personaggio che appare sullo schermo, permettete al film di manipolare il vostro stato emotivo. Il Vedanta suggerisce che l’atma, il sé cosciente, si identifica con il mondo fisico in un modo analogo.

Questa idea può essere esplorata anche grazie alla realtà virtuale. Entrando in un gioco, ci potrebbe venir chiesto di scegliere un personaggio o un avatar – originariamente parola sanscrita, piuttosto appropriata, che significa “uno che discende da una dimensione superiore”. Nei testi più antichi, invece, il termine si riferisce spesso alle incarnazioni divine. Tuttavia, l’etimologia calza bene anche sul giocatore, che sceglie di scendere dalla realtà ‘normale’ ed entrare nel mondo della RV. Dopo aver specificato il genere, le caratteristiche corporee, gli attributi e le abilità del nostro avatar, impariamo come controllarne gli arti e gli strumenti. La nostra consapevolezza devia così dal nostro sé fisico alle capacità virtuali dell’avatar.

Nella psicologia Vedanta, questo è il momento in cui l’atma adotta la persona/sé psicologica chiamata ahankara, o ‘pseudo-ego’. Invece di un osservatore cosciente e distaccato, scegliamo di definirci in termini di connessioni sociali e caratteristiche fisiche. Così, consideriamo la nostra identità sulla base di genere, etnia, dimensione, età e così via, insieme ai ruoli e alle responsabilità della famiglia, del lavoro e della comunità. Condizionati da tali identificazioni, ci si immedesima nelle appropriate emozioni – alcune positive, altre difficili o angoscianti – che sono prodotte dalle circostanze di cui siamo testimoni.

All’interno della RV, il nostro avatar rappresenta una pallida imitazione del nostro io e delle sue relazioni. Nelle nostre interazioni con l’avatar degli altri, potremmo rivelare poco della nostra vera personalità o sentimenti, e di conseguenza sapere poco degli altri. In effetti, gli incontri tra avatar – soprattutto quando sono competitivi o combattivi – sono per lo più aggressivi, apparentemente svincolati dall’empatia per i sentimenti delle persone che stanno dietro di essi. Le connessioni che nascono in un gioco online non sono un sostituto delle altre relazioni. Come hanno notato i ricercatori della Johns Hopkins University, i giocatori con un’attiva vita sociale nel mondo reale hanno meno probabilità di cadere in preda alla dipendenza dal gioco e alla depressione.

Queste osservazioni rispecchiano l’affermazione del Vedanta secondo cui la nostra capacità di formare relazioni significative è diminuita dall’assorbimento nell’ahankara, lo pseudo-ego. Più mi considero come un’entità fisica che richiede varie forme di gratificazione sensuale, più è probabile che io sia in grado di oggettivare coloro che possono soddisfare i miei desideri, e di forgiare relazioni basate sul reciproco egoismo. Ma il Vedanta suggerisce che l’amore dovrebbe nascere dalla parte più profonda del sé, non dalla sua presunta personalità. L’amore, sostiene, è un’esperienza anima-a-anima. Le interazioni con gli altri sulla base dell’ahankara offrono solo una parodia dell’affetto.

Come atma, il sé soggettivo rimane identico per tutta la vita. Il nostro corpo, la nostra mentalità e la nostra personalità cambiano drasticamente – ma nonostante questo, sappiamo di essere un osservatore costante. Tuttavia, vedendo che tutto intorno a noi cambia, sospettiamo di essere soggetti al mutamento, all’invecchiamento e all’annientamento. Lo yoga, così come lo ha sistematizzato Patanjali – un autore singolo o collettivo, al modo di Omero, vissuto nel II secolo a.C. – vuole essere un metodo pratico per liberare l’atma da una tormentosa tribolazione mentale, per essere collocato correttamente nella realtà della pura coscienza.

Nella realtà virtuale siamo spesso chiamati a combattere contro le forze del male, affrontando il pericolo e la morte (virtuale) lungo il nostro cammino. Nonostante i nostri sforzi, l’inevitabile accade quasi sempre: il nostro avatar viene ucciso. Game over. I giocatori, soprattutto quelli patologici, sono profondamente attaccati ai loro avatar e possono soffrire molto quando i loro avatar vengono danneggiati. Fortunatamente, di solito ci viene offerta un’altra possibilità: vuoi giocare di nuovo? Certo che sì. Così creiamo un nuovo avatar, uno più adatto, scelto sulla base delle lezioni apprese l’ultima volta. Questo rispecchia il concetto Vedantico di reincarnazione, in particolare nella sua forma di metempsicosi: la trasmigrazione del sé cosciente in un nuovo veicolo fisico.

Alcuni commentatori sostengono che secondo il Vedanta non esiste un mondo reale, e che tutto ciò che esiste è la consapevolezza cosciente. Tuttavia, una visione più ampia dei testi Vedanta li rende assimilabili alla realtà virtuale. Il mondo della realtà virtuale è completamente digitale, ma diventa ‘reale’ quando quell’informazione si manifesta ai nostri sensi come immagini e suoni, sullo schermo o attraverso un auricolare. Allo stesso modo, per il Vedanta, è la manifestazione transitoria del mondo esterno in veste di oggetti osservabili che lo rende meno “reale” della natura perpetua e immutabile della coscienza che lo osserva.

Per i saggi di un tempo, immergersi nel mondo effimero significa permettere all’atma di soccombere a un’illusione: che la nostra coscienza sia in qualche modo parte di un mondo esterno, e che debba soffrire o godere insieme a esso. È divertente pensare a cosa direbbero Patanjali e i padri del Vedanta della realtà virtuale: è forse un’illusione all’interno di un’illusione, ma che potrebbe aiutarci a cogliere la potenza del loro messaggio.


Akhandadhi Das è filosofo e teologo. Direttore del Buckland Hall e membro di Science and Philosophy Initiative. Per l’emittente BBC si occupa di filosofia, tradizioni e spiritualità indiana.

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