La verità e la menzogna nel Paese delle fazioni



Lo mostrano la Bibbia, la Divina Commedia e persino Sciacia: la verità non è un concetto astratto, semmai è il pilastro principale della nostra idea di ragione e di quella di giustizia. Per capire perché, però, bisogna guardare alla menzogna e alla faziosità.


in copertina e nel testo opere di David Hockney

di Eduardo Savarese

Nel Vangelo secondo Giovanni, giunti al confronto tra Ponzio Pilato e Gesù, il primo pone al secondo una domanda fatidica: “Cos’è la verità?”. 

Lo fa perché, nella battuta precedente di questo dialogo ambiguo, il profeta ormai prossimo alla condanna a morte ha proclamato lo scopo della sua missione tra gli uomini, cioè la diffusione della verità. Agli occhi di Pilato la determinazione assertiva del Nazareno ha il sapore di quello stesso fanatismo che oppone i Giudei al potere di Roma e del quale, nella scena successiva del racconto evangelico, si vedrà un esempio nella scelta di liberare Barabba, criminale certo, e di invocare la condanna a morte in croce di Gesù, criminale molto incerto. Una scelta di pura faziosità, eretta sulla falsificazione dei dati dell’esperienza e sull’estremizzazione del lato ideologico della faccenda (la divinità che il Cristo si auto-attribuisce). 

Eppure il governatore si turba (Anatole France lo racconta inarrivabilmente ne Il procuratore della Giudea), come già si è turbato Erode quando ascolta Giovanni il Battista, come si turba in genere il potere se gli si oppone un’istanza di verità, tanto più se quest’ultima non pratica la violenza dei fatti, ma il vigore della parola. 

Il realismo politico, la conduzione degli affari umani, la stessa libertà di essere e agire oltre ogni appartenenza gruppale e principio di autorità – la quale anima il percorso dell’individualismo occidentale con le sue Carte dei diritti -, sono tre fattori militanti nel senso di relativizzare l’assunto della verità, quanto meno quello di una sola verità, oltre la quale non si dia salvezza.

Allo stesso tempo l’istanza di verità – di una certa forma di verità – anima la scienza, la filosofia, il rapporto tra la realtà e il linguaggio, la storiografia, il diritto con la celebrazione dei processi. Tante verità quante le discipline del sapere. Verità specialistiche e, per alcuni o secondo una certa prospettiva, tecnocratiche. 

Il punto critico, anzi il punto tragico – tema coltivato con acribia dai discorsi morali di ogni tempo – sta nell’evenienza o nell’insieme di circostanze, stratificate nel tempo, in forza delle quali la verità non è soltanto relativizzata, bensì rinnegata ma non per mezzo di esplicite prese di posizione. Al contrario, la verità è fatta oggetto di travisamento, secondo il meccanismo doloso, di più, premeditato, della menzogna, la quale pretende di affermarsi come verità ed esalta dunque, della verità, tutte le virtù e le benemerenze. 

L’essenza di questo processo di edificazione della menzogna come verità sta nell’allontanamento sistematico dai fatti, dall’umiltà del ragionamento in termini di esperienza e dubbio, dalla corrispondenza, quantomeno dal tentativo di corrispondenza, tra parole e realtà. La menzogna spacciata per verità è la più totalizzante, estremista e radicale delle istanze di verità. Essa si nutre di contrapposizioni accese create ad arte, alligna e prospera, più propriamente, nella faziosità, la quale fornisce la materia prima irrinunciabile alla maschera della menzogna stessa. 

Questo processo aggrava le sorti italiane in pressoché ogni settore della vita pubblica da centinaia di anni. E se vogliamo godere di una sua rappresentazione nuda e sincera, la letteratura ci soccorre, dandosi accesso a due prospettive di cui in questo 2021 si festeggiano gli anniversari: quelle di Dante Alighieri e Leonardo Sciascia. Il primo mi limiterò a usarlo come apripista e sponda per alcune riflessioni sulla verità e la menzogna che trovano in Sciascia un’espressione vivacissima, e amara. 

 

Il canto esemplare è il VI dell’Inferno, e da qui partiamo. 

Incontrando Ciacco che si rivolta nella melma dei dannati per il vizio della gola, Dante raccoglie informazioni sulla deprecabile situazione fiorentina. Ciacco delinea il quadro desolante della faziosità più cieca e feroce, e fa scoccare la sua sentenza: “ira, avarizia, superbia sono/le tre faville c’hanno i cuori accesi”. Faville che animano altrettanti peccati e che danno fuoco a ogni speranza di un progetto politico non solo pacifico, ma fruttuoso per la comunità. Tre attitudini della persona che rendono impossibile un discorso quale che sia di verità, ma che sono fatalmente capaci di imbastire poderose menzogne collettive, in cui i gruppi si compiacciono di ritrovare la propria identità pretendendo di accreditarne purezza e giustizia, alternando guerriglia e tregue perché, al fondo, nulla possa mutare.

Dopo circa sette secoli, è dentro questo quadro fazioso di gente mascherata da alti ideali che si muove il commissario Rogas, protagonista de Il contesto, che Sciascia pubblica nel 1970. Il Paese dove l’azione si svolge è immaginario, non abbiamo però difficoltà a riconoscere, sorridendo della finzione platealmente – e ironicamente – riconoscibile, l’Italia della fine degli anni ’60 e, per moltissimi versi, l’Italia di oggi. E a proposito di questo Paese, e della endemica distonia in cui Rogas vive le sue giornate di commissario rispetto al contesto generale, subito apprendiamo una premessa sostanziale: “Ma Rogas aveva dei principi, in un paese in cui nessuno ne aveva”. 

Nella sua ricerca della verità attorno a una serie di delitti di giudici, Rogas si immette su una pista di ragionevolezza (tracciata dalla rilevanza del movente), e cerca di ricostruire il profilo di un uomo che abbia subito qualche torto grave a causa di un errore giudiziario. Si imbatte allora nelle carte dei processi, nella famosa verità documentale, dal cui esame “trasse la convinzione di quanto non fosse difficile, in fondo, distinguere anche sulle morte carte, nelle morte parole, la verità dalla menzogna; e che un qualsiasi fatto, una volta fermato nella parola scritta, ripetesse il problema che i professori ritengono s’appartenga soltanto all’arte, alla poesia”. E tra gli elementi che condussero i giudici a condannare, a suo avviso sbagliando, Rogas nota il peso dei precedenti. Sciascia lo fa commentare: “(…) sempre coi precedenti alla mano, in un paese che invece godeva di tutta una letteratura per gli umori imprevedibili, le contraddizioni, i gesti gratuiti e i radicali mutamenti cui le persone erano soggette”. 

Che non sia difficile, in fondo, distinguere la verità dalla menzogna è affermazione fondata su un principio di fiducia nelle capacità umane di intelletto, inteso nel senso più alto con cui lo intende, ad esempio, Giordano Bruno negli Eroici Furori, cioè come propagazione della comprensione oltre la sola ragione, verso l’intelligenza più compiuta delle realtà ideali, realizzata col concorso della visione, della meditazione profonda, della memoria. 

Per Sciascia questa attitudine sapienziale non esige gli eroici furori del Nolano, la si ritrova infatti nel dolore di gente comune, e in un dolore speciale, quello dei condannati all’esito di processi penali macchiati dall’ombra dell’errore giudiziario. Rogas, ad esempio, ne incontra due nelle sue indagini sul colpevole dei delitti contro i giudici. Il primo gli fa una lezione a metà strada tra stoicismo e cinismo: “Mi sono fatto cinquantadue anni di vita ingiustamente. I quattro che ho passato in carcere non mi pesano poi tanto. Il carcere è sicuro”. 

Al che Rogas pone il quesito fatidico: “E la libertà?”. 

Qui il detenuto per errore aggiunge una lezione da maestro Yoga: “La libertà sta qui – disse l’uomo puntandosi un dito al centro della fronte”. Ma quando Rogas resta a pensarci tra sé e sé, dopo mezza pagina, sente di dover aggiustare il tiro: “Eh no, finisce che non ti lasciano nemmeno quella”. 

Il secondo incontro di Rogas è ancora più emblematico, niente frasi a effetto, niente sapienza generalista, piuttosto constatazione lucida di cosa sia il processo in tribunale in termini di verità e menzogna. Anche il secondo incontro è segnato da un passato di errore giudiziario. Rogas intinge il dito nella piaga: che effetto ti fa sapere che sono stati ammazzati giudici che ti condannarono anche se eri innocente? “Nessuno. Era un ingranaggio, e io ci sono capitato dentro. Poteva stritolarmi. E invece ne sono uscito vivo”. 

Un ingranaggio, quindi, potenzialmente mortale. Un ingranaggio nel quale l’imputato non può mai consentirsi due cose: il buon senso e l’ironia. Che sono invece il faro del pensiero e dell’azione di Rogas, e la filigrana su cui Sciascia va stampando la sua scrittura. 

Più tardi, nel racconto della stesura dei rapporti di polizia, Sciascia evidenzierà che il suo protagonista vive in un “paese negato all’ironia”, ma nonostante ciò “Rogas si divertiva ugualmente ad usarla”. E, a proposito della rabbia dei giovani che vogliono cambiare lo stato delle cose, subito dopo aggiungerà: “E non che non ci fosse da essere arrabbiati e da disprezzare. Ma c’era anche da ridere”. 

Insomma, Rogas è convinto che a uccidere i giudici sia Cres, uno che ha scontato la pena per il tentato omicidio della moglie, e che il commissario, letti gli atti, appurati certi avvenimenti e sentito uno dei migliori amici del reo, si convince essere innocente e dunque ingiustamente incarcerato. Questa pista di indagine è osteggiata e anzi derisa dai suoi superiori, dal Ministro, da alcuni giornali, i quali invece non hanno dubbi che gli artefici dei massacri provengano dalle fila di “gruppuscoli rivoluzionari”. 

Un’articolazione vincente delle strategie della menzogna consiste nel perseguimento di un duplice obiettivo: delegittimare il buon senso, la ragionevolezza dell’indagine che si voglia edificare su un certosino lavoro di intelletto (bruniano) e, aspetto che è poi faccia della stessa medaglia, radicalizzare la risposta di verità, scaricandola sull’opposizione alla fazione avversa, sul nemico. Questa logica del potere si è inverata endemicamente nella storia italiana, anche recente, e nella stessa storia della giustizia in Italia. Il Ciacco dantesco sta lì a indicarlo. 

Che il tempo della storia sia tutto sommato un fattore di rilevanza solo illusoria per dipingere il quadro della verità e della menzogna, poiché i mutamenti del contesto storico non toccano gli essentialia del rapporto tra le due, lo raffigura proprio Sciascia mediante una precisa opzione stilistica. Egli sceglie di cospargere la pagina di improvvise citazioni da fonti antiche, accostate a scene del tempo presente, sì da farne emergere una somiglianza talmente ferrea da indurci a ammettere che sotto il sole non c’è nulla di nuovo, o che forse il tempo lineare non esiste, esistiamo invece sub specie aeternitatis (quando accenna al fatto che i testimoni dell’omicidio del procuratore Perro fossero giovani di un certo tipo, di una certa tendenza – lo si comprende “dalla capigliatura e dall’abbigliamento” – cita i capelli lunghi, le barbe, i baffi dei giovinastri descritti nella Storia segreta di Procopio di Cesarea).

C’è un elemento narrativo intrigante nel tratteggiare il commissario Rogas, il fatto che legga tanto, si intenda di letteratura, e scriva rapporti in una lingua non impestata dai ritualismi della burocrazia. Un collega della sezione politica (uno di quelli che parteggia per la colpevolezza dei gruppuscoli rivoluzionari) a un certo punto “con tono che voleva essere cattivante ma lasciava trasparire scherzo e disprezzo” lo apostrofa così: “Lei è un quasi letterato”. 

Questo passaggio introduce a sua volta un particolare spaccato del rapporto tra verità e menzogna, che ha che fare col discorso sull’autorità del sapere e le competenze. Perché il collega della sezione politica è sprezzante verso Rogas? Forse perché non si intende di letteratura e, come spesso accade, se non ti intendi di qualcosa – oggettivamente reputato di rilievo intellettuale e culturale – puoi, per invidia o senso di inferiorità o per entrambi, sottostimarlo e sminuirlo. Credo però che il collega della sezione politica sia insofferente della commistione, in una sola persona, di diverse “competenze”, le quali anzi sembrano tanto diverse da far assurgere il loro abbinamento, la loro coesistenza e addirittura la reciproca cooperazione dentro un sol uomo a un fenomeno mostruoso, una specie di incesto, insomma. 

Qui l’incesto si consuma tra mondo investigativo-giudiziario e mondo letterario. Ed è questo che fondamentalmente disgusta il poliziotto della sezione politica, l’insostenibile ibridazione tra ambiti non solo diversi, ma lontani e forse antitetici. Quest’atteggiamento sottende a sua volta il convincimento che sia bene che ognuno faccia ciò che sa fare nel rispettivo ambito di competenza, e che si esprima nella misura in cui può esibire una specifica “patente” di autorevolezza. 

Devo dire che mi trovo spesso nei panni del commissario Rogas: nel mondo letterario è capitato e capita di esser visto come un intruso (omaggio tributato alla rivista che mi ospita) che spazia con indiscrezione in campi non suoi (visto che il lavoro che mi sostenta è il fare il magistrato). Nel mondo della scrittura giuridica (soprattutto accademica), capita d’altro canto che mi si rimproveri un ricorso azzardato, e anzi insopportabile, a termini “atecnici” (cioè non rispondenti ai polverosi codici comunicativi del giuridichese italiota). La parentesi che mi affretto a chiudere riguarda pur sempre il rapporto tra verità e menzogna: implicito al modo di porgersi del poliziotto della sezione politica nei confronti del “quasi letterato” Rogas, vi è l’assunto che un commissario capace di scrivere rapporti così letterari, così immuni dai vizi del linguaggio burocratico, è allo stesso tempo verosimilmente poco atto al suo vero lavoro, tanto da smarrire la strada della verità verso i sentieri della menzogna o, comunque, di posizioni poco credibili, ancor meno attendibili. 

La parentesi è stravagante fino a un certo punto. Nel corso delle sue personali indagini, Rogas si imbatte in uno scrittore, Nocio, il quale è additato dalle riviste letterarie rivoluzionarie come un pigro autore borghese. Nocio è giustamente furibondo, soprattutto perché i primi a nutrirsi di comfort (alto)borghesi sono proprio i redattori e coordinatori di quelle riviste (in particolare, la rivista cui ci si riferisce si chiama “Rivoluzione permanente”, essa contiene una rubrica che si intitola “L’Indice” dove vengono additati al ludibrio dei veri intellettuali i libri reazionari, tra i quali vi sono tutti i romanzi scritti dal povero Nocio). 

A questo proposito Nocio prorompe in uno sfogo straordinariamente efficace: riferendosi agli intellettuali della Rivoluzione, reputa che “sono dei cattolici. Sono dei cattolici vecchi, fanatici, funerari: e non lo sanno. Che peccato che la chiesa cattolica abbia tanta fretta di adeguarsi ai tempi: se si arroccasse, se tornasse ad essere chiusa e feroce come ai tempi di Filippo II, dell’Inquisizione, della controriforma, costoro correrebbero dentro a sciami. Proibire, inquisire, punire: ecco quello che vogliono”. 

Ora, questi ultimi tre verbi colpiscono al viso come altrettanti ceffoni e, oltre a ricordare il titolo del capolavoro foucaultiano, Sorvegliare e punire, oltre a evocare la parabola inevitabile del potere che si struttura in forme istituzionali (quale che ne sia il campo d’azione), a me personalmente ha fatto pensare allo stato di crisi gravissima che vive la magistratura italiana, dilaniata da un correntismo associativo infiltratosi in ogni stanza del potere incidente sulla vita dei magistrati e, indirettamente, dei cittadini e, alla fine dei giochi, capace solo di tentare di sopprimere il libero esercizio della giurisdizione. 

Ma senza indugiare su questo (potrei esser tacciato di versare in conflitto d’interessi), la triade proibizione/inquisizione/punizione è la strategia impeccabile che la menzogna pratica per mettere in sordina, più o meno violentemente, le voci reali, quelle che emergono dal farsi effettivo della storia umana, delle storie umane. 

Tale attitudine del potere (in questo caso culturale) non è peraltro una fissazione del povero Nocio, se accade che, invece, Rogas si imbatta in una scena di vita reale la quale dimostra, come per un teorema, che il potere politico, culturale, giudiziario, istituzionale si salda nelle ore di una piacevole serata tra amici, a casa dell’influente imprenditore (socialmente impegnato) Narco. È in quest’occasione che Rogas si avvede del rapporto cordialissimo tra il Ministro dell’Interno, il padrone di casa e il direttore di “Rivoluzione Permanente”, Galano.

“-Caro ispettore- salutò allegramente Galano. E rivolgendosi al ministro – Ti debbo dire, mio carissimo Evaristo, che sei un gran bugiardo: hai sempre negato che la polizia controlli i nostri telefoni; e invece li controlla, e come! La presenza dell’ispettore qui ne è la prova più sicura.

Evaristo impallidì. Domandò a Rogas – È vero?

Rogas disse – Non mi risulta.”. 

Lo spaccato dipinto da Sciascia corrisponde a quello tipico di molte capitali del potere politico, giudiziario, amministrativo, culturale. Certamente, in Italia, a quello romano. La sua quintessenza sta nella commistione, anzi nella vera e propria osmosi tra le varie articolazioni di quel potere, le quali tendono a confondersi al punto che, a guardarli già solo a una distanza di qualche metro, il quadro rappresenta all’osservatore un organismo unitario, amalgamato, dalle componenti individuabili ma, per così dire, armonizzate come membra di un tutt’uno. Membra servizievoli, le quali al momento opportuno reciteranno la parte più funzionale alla sopravvivenza dell’organismo unitario, a costo di sacrificare la verità e mentire secondo un’abitudine talmente inveterata da offuscare la consapevolezza della menzogna, e anzi da imprimere il convincimento di agire secondo verità e di dire la verità. 

Da qui discende una delle più angoscianti constatazioni che Sciascia mette in bocca al commissario Rogas: “In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro”.

Commentando Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana su uno degli spaccati più tragici della storia italiana dello stragismo (appunto negli anni di pubblicazione de Il contesto), Eugenio Scalfari rileva: “La destra estrema, la sinistra estrema, lo Stato deviato: questi sono stati i punti essenziali di quel triangolo che ha impestato il Paese per mezzo secolo, impedendo alla democrazia italiana di crescere e di metter salde radici e condannandola a una perenne fragilità”. Inoltre: “Tutti i paesi hanno difetti e debolezze ma hanno anche sistemi immunitari che producono anticorpi con l’incarico di neutralizzare i virus che attaccano quotidianamente gli organismi. Da noi il sistema immunitario è stato il vero obiettivo della strategia della tensione e di chi ne ha alimentato e rafforzato l’esistenza”.

Di quel periodo, e delle successive stragi di mafia, attendiamo ancora di apprendere il discrimine – stritolato tra la stucchevole posa delle fazioni e lo “Stato detenuto” – fra verità e menzogna.

Una delle armi con le quali la detenzione delle istituzioni pubbliche viene praticata in modo da ottunderne la consapevolezza nella comunità governata può essere il diritto, il corpo delle leggi e delle regole, la stessa invocazione del principio di legalità. In mancanza di scelte politiche trasparenti che soggiacciano a un principio di responsabilità immediatamente e costantemente attuabile e verificabile, infatti, il diritto, le leggi, ogni sorta di regola si prestano alla funzione di un oppiaceo, di un anestetico, sicché il ricorso ad essi si intinge di mala fede e costituisce anzi un’aggravante della condotta dei detentori dei poteri che mantengono lo Stato (e l’intera comunità) “detenuto”. 

Questo meccanismo è svelato dalla sintesi perfetta di una terzina dantesca. Ancora un Canto VI, stavolta del Purgatorio. Nel corso dell’invettiva contro l’Italia, “serva” e “di dolore ostello”, “nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”, Dante adopera largamente la metafora del cavallo e al verso 88 pone la questione: 

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

Sanz’esso fora la vergogna meno. 

In questa terzina si annidano densissimi concetti, e tra essi l’idea dell’autore circa il presupposto di un rapporto salutare tra politica e diritto. Soltanto un potere politico saldo e chiaro nei suoi assetti, nelle sue origini, nelle sue espressioni (rappresentato da chi occupa la sella), può dare significato effettuale alle leggi (rappresentate da Giustiniano). Ma queste ultime si riducono a un freno più che vano, più che ingannevole, quando sulla sella non siede nessuno: si fanno fonte di vergogna. Non l’attualità, ma la vera e propria intramontabilità del vigore descrittivo delle sorti italiane che questa terzina contiene lascia quasi tramortiti. Oggi, stabilire chi e con quale legittimazione sieda sulla sella di questo Paese è talmente difficile da farci pensare che la “sella è vòta” tuttora. 

Il passaggio ulteriore, però, il quale è sottinteso dallo stesso Dante (come la lettura dell’intero Canto VI del Purgatorio rivela coi suoi riferimenti al potere religioso, prima, e alla situazione di Firenze, poi), sta nella constatazione che la sella è sì vuota di un potere salutare in quanto unico, chiaro, trasparente (per Dante l’imperatore, per noi…non so), ma è al contempo abusivamente occupata da una pletora di micropoteri consociati nell’opacità delle istituzioni e delle cointeressenze politiche, ed oggi soprattutto economiche (la Chiesa e le fazioni dei Comuni, per Dante, per noi citeremo, a mo’ di esemplificazione non esaustiva, la mescolanza acritica di pezzi di partiti, scampoli di movimenti, uomini delle Istituzioni, tecnici e tecnocrati, manager salvifici, cantori sprovveduti dell’unità d’Europa). 

La magniloquenza delle norme giuridiche viene così a nascondere la natura sfuggente dei centri di potere e di imputazione delle responsabilità. Un’indagine di verità diventa allora pressoché impossibile, la menzogna avanza travestita da centinaia di migliaia di emendamenti, decretazioni d’urgenza, regolamenti assunti per il bene comune. A questo proposito, Dante fende l’aria purgatoriale con un’altra mirabile sciabolata. Riferendosi stavolta alla specifica situazione di Firenze, e rivolgendosi alla città e al suo governo, sarcasticamente si complimenta per il fatto che “(…)fai tanto sottili/provvedimenti, ch’a mezzo novembre/non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Ancora una volta, non è necessario aggiungere altro per cogliere il valore tutto italiano, e ab immemorabili, di questa volatilità normativa.

In tale vuoto di potere, in questo trionfo vuoto e illusorio, se non criminogeno, del legalismo, alligna il vero male, che Dante addita nel Canto VI dell’Inferno quando identifica nei vizi capitali dell’ira, dell’invidia e della superbia le cause del malgoverno fiorentino, e che, nel Purgatorio, assume le vesti meno infuocate, ma più angoscianti, dell’odio reciproco, della faziosità più accesa. 

Chiedendo all’imperatore tedesco di scendere in Italia per mettere ordine e impugnare le redini del potere, Dante si infiamma nel ricorso agli strumenti della più vivida arte oratoria: 

 

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama. 

 

Il punto più dolente, la radice dell’infiammazione dell’intero organismo sta nel disamore tra la gente, un disamore che non può non muovere a pietà.

Il tema della faziosità cieca, dell’annegamento della verità nelle menzogne proclamate per mestiere politico appartiene vigorosamente al compositore che, con le sue opere per il teatro lirico, volle essere partecipe e anzi promotore del processo risorgimentale italiano. La grande scena che chiude il primo atto di Simon Boccanegra (prima rappresentazione al teatro La Fenice il 12 marzo 1857 e, con partitura rimaneggiata e libretto modificato da Boito, alla Scala il 24 marzo 1881) dà modo a Giuseppe Verdi di usare gli aspri dissidi della Genova del XIV secolo per comunicare il suo dolore tutto contemporaneo per l’Italia ancora divisa, ancora debole, ancora in cerca d’identità politica. 

Simone, doge di Genova, deve fronteggiare la ribellione popolare contro i patrizi nel momento in cui la plebe irrompe nella sala del consiglio del Palazzo degli Abati al grido di “Morte al Doge!”. Tutti sguainano le spade, tutti sono pronti a combattersi l’un l’altro fino all’ultimo rantolo. 

È qui che il Doge canta la sua condanna e la sua preghiera di pace. Palpitanti di un profondo afflato etico risuonano i versi di Boito nella voce baritonale del protagonista (e imbevuti da par suo di reminiscenze letterarie trecentesche ondeggianti tra Dante e Petrarca, il quale proprio in questa scena viene evocato come “il romito di Sorga”):

Plebe! Patrizi! ~ Popolo  

dalla feroce storia!

Erede sol dell’odio

dei Spinola e dei D’Oria,

mentre v’invita estatico

il regno ampio dei mari,

voi nei fraterni lari

vi lacerate il cuor.

Piango su voi, sul placido

raggio del vostro clivo

là dove invan germoglia

il ramo dell’ ulivo.

Piango sulla mendace

festa dei vostri fior,

e vo gridando: pace!

e vo gridando: amor!

 

Sebbene ammansiti sul momento, le trame politiche delle fazioni riprenderanno subito dopo, portando al vile avvelenamento dello stesso Boccanegra. La festa dei fiori è solo menzogna, lo splendore argentato degli ulivi è vano, così come il grido di pace e di amore: resta soltanto l’odio a lacerare i cuori. 

La linea che congiunge questa invocazione ai versi del VI Canto del Purgatorio è evidente in un modo che commuove. Ed è la stessa linea che attraversa le ideazioni narrative di Sciascia, quella che segue con cocciutaggine il commissario Rogas, non disposto ad arrendersi all’impermeabilità ottusa del contesto. Arriva un punto di svolta, superato il quale Rogas non può più tornare indietro. Mentre i giudici continuano ad essere uccisi e la polizia politica prosegue imperterrita la pantomima dell’indagine sui “gruppuscoli rivoluzionari”, Rogas comprende che la menzogna al cui riparo il potere si è posizionato può essere combattuta – o almeno lo si può tentare – soltanto attraverso il contatto col mondo politico. È per questo che intende incontrare Amar, capo politico del partito rivoluzionario, è per questo che chiede all’intellettuale Cusan, suo amico di lunga data, di fare da intermediario col partito per organizzare l’incontro. 

Dopo aver appreso – con una linearità narrativa implacabile, persino crudele – una notizia riguardante Rogas (non la sveleremo a beneficio di chi non abbia letto ancora questo capolavoro), Cusan ripensa al pranzo con l’amico commissario e teme per la sua vita. In quel pranzo, era aleggiata tra loro la domanda fatale, la domanda di chi irride all’illusione che il contesto possa essere scalfito dalle azioni trasparenti di un uomo: “La delizia del luogo, del cibo, del vino; le buone e care immagini paterne e materne in atto di ripetere il ‘chi te lo fa fare?’ che due millenni di storia del paese rendevano fatidico e vaticinante; il vagheggiamento delle cose ancora da capire, del mondo ancora da vedere, dei libri ancora da leggere nella prospettiva della maturità e serenità cui si sentivano avviati (cancro o infarto permettendo): tutto concorreva a volgere le loro menti a quel filo di salvezza, di oblio”. 

In queste righe perfette, Sciascia dipinge il destino di chi si è ormai esclusivamente concentrato sugli anni della propria esistenza, sulle letture e i viaggi da intraprendere, sulle esperienze personali da programmare purché innocue, da vivere a patto di non impelagarsi nel tentativo ridicolo di cambiare donchisciottescamente il mondo.

Sullo sfondo, il “chi te lo fa fare?” che ogni giorno ci si ripete mettendo i piedi a terra prima di iniziare la giornata.

Quando Cusan affronta il segretario del partito, pone delle domande critiche su una certa versione di fatti. E il segretario gli risponde: “La ragion di Stato, signor Cusan: c’è ancora, come ai tempi di Richelieu”. 

Cusan tenta allora l’ultima, flebile obiezione: “Ma la ragion di Partito…Voi…La menzogna, la verità: insomma…”.

 

La menzogna, la verità

La parabola di Rogas realizza il motto terenziano: Veritas odium parit. La verità intesa come procedimento di conoscenza, come critica costante al farsi dell’umano, al suo farsi in un’indagine, in un processo, in una conversazione, in una scelta editoriale, nell’assegnazione di un premio, quando si adotta una legge, in una comunità che elegge da chi e come essere rappresentata. La verità come antidoto alla nebbia densa delle fazioni, laddove nell’indistinzione si coagula l’impunità delle scelte quotidianamente inique. 

Nella Nota che segue il romanzo, Sciascia spiega che aveva iniziato per gioco a scriverlo, e noi lo percepiamo questo sentimento giocoso per via di una certa bonomia iniziale, coi suoi riferimenti al buon senso, all’ironia, al ridere per non piangere… egli poi spiega che, scrivendo, lo spirito del gioco è andato smarrendosi. E noi che leggiamo, questa trasformazione di stato d’animo, di visione sul mondo la sentiamo avanzare lentamente, e ne siamo atterriti. 

“Ciò mi porta a dire che, praticamente, ho tenuto per più di due anni questa parodia nel cassetto. Perché? Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più”.


eduardo savarese è magistrato e studioso di diritto internazionale. ha  pubblicato con minimum fax “le cose di prima” e con edizioni e/o i romanzi “Non passare per il sangue” (2012), “Le inutili vergogne” (2014), e il saggio-racconto “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma” (2015). Tiene un corso di scrittura creativa per diversamente abili presso l’associazione Onlus A Ruota Libera e collabora con Il Corriere del Mezzogiorno.

 

 

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