L’abito del patriarcato

Gli abiti possono essere simboli. Sia di una società in cui si vive che di una costrizione. Mantelli, gonne corte, travestimenti: tutti strumenti di espressioni che ci determinano.


in copertina un’opera di fausto pirandello, “nudo disteso” all’asta da pananti casa d’aste.

di Francesca Matteoni

“L’unicorno nero non è 
libero”
Audre Lorde

 

L’abito 

Ogni volta che arriva la notizia di una donna uccisa dal compagno o ex compagno quasi istintivamente indosso la mia gonna di jeans più corta, su cui sono appuntate le spille di Jet Girl e di Mononoke, principessa degli spiriti vendicativi, che cavalca i fratelli lupi. Le nostre parole di rivolta sono anche gli abiti che indossiamo, a ribadire un fermo “no” a ogni condizionamento sociale che ci vorrebbe caute, “normali”, normalmente sconvolte per il protrarsi dei femminicidi. Ho quasi cinquant’anni e continuerò a indossare una mini finché ne avrò voglia, indipendentemente dalle mode e dagli sguardi altrui. Specialmente quando abbiamo paura o dovremmo averne. Paura dei giudizi estetici, delle ossessioni altrui, di un sistema normativo e decoroso che io non ricordo di aver mai sottoscritto. Paura di essersela cercata o, parafrasando le orribili parole di un certo personaggio televisivo, del “lupo”, mentre è dell’umano, dell’uomo, che dovremmo diffidare. Non lo dimenticate questo lupo. Perché riapparirà. Riappare sempre.

Quando Elena Cecchettin, sorella di Giulia, rompe lo stereotipo della vittima – e dei suoi familiari –  invitandoci a uscire dal paradigma del mostro, per stare invece nella questione del patriarcato e dei suoi figli sani, la ferita personale diventa spaccatura sociale. Elena è scandalosa. Non tace. Per di più ha un look inquietante, nota il consigliere regionale veneto Stefano Valdegamberi, esponente della Lega, che la definisce satanista a causa del suo stile gotico. Valdegamberi non è il solo. In poco tempo la shitstorm avanza sui social con le teorie più imbarazzanti su cimiteri e film horror apprezzati dalla giovane donna, ovvero chiari segni del suo squilibrio e della sua pericolosità. Quello che non si comprende va ridicolizzato, spinto fuori, massacrato. È l’unicorno nero della poesia di Audre Lorde, che esce dal suo contesto di genere, etnia, colonialismo, scalciando per chiunque ogni giorno abita la sua differenza. Di fatto le culture divergenti, spesso considerate alla stregua di mode giovanili, quelle per cui si viene etichettate come tossicodipendenti, strane, anormali, non coltivano il seme della frustrazione e dell’arrivismo che invece troviamo nella cosiddetta norma, nella buona famiglia, negli abiti che indicano potere economico e appartenenza alla società maggioritaria. Ma, a livello profondo, ben lontano da idee sataniste che albergano solo nella mente di ignoranti cresciuti male in una tradizione formalmente cattolica, la repulsione per la moda gotica, per chi conosce la fascinazione delle ombre, dei luoghi oscuri, indica una diffusa paura dei nostri limiti mortali, della nostra fragilità o del fatto che il primo giorno della nostra vita è anche il primo giorno del nostro morire. Prospettive. Nel modello patriarcale e capitalista basato su competizione e vittorie – e dunque vinti silenziosi – questa prospettiva, lei sì, naturalissima, è inaccettabile.

Si dice: è un momento, è la risposta mediatica che grida per qualche giorno, settimana, poi tutto tornerà come prima fino alla prossima volta. Allora, questa volta, ricordiamo altri momenti (ognuna, sono certa, ha i suoi), altre vite estranee che sono entrate morendo per mano del sistema nella nostra, per non andarsene più. 

È l’11 agosto 2007, a Bacup, cittadina di circa tredicimila abitanti nel Lancashire, Inghilterra nord-occidentale. Sophie Lancaster e il suo ragazzo, Robert Maltby, vengono aggrediti brutalmente da un gruppo di adolescenti in un parco. Quando viene portata in ospedale, Sophie mostra i segni della scarpa di uno degli aggressori sul volto tumefatto. Muore tredici giorni dopo. Ha vent’anni. In quel periodo si concentrano nel paese una serie di omicidi, dove sia le vittime sia gli assassini sono poco più che adolescenti. I media riportano però questo caso sottolineando lo stile dei due ragazzi: attaccati perché goth, Sophie uccisa perché goth. Il poeta Simon Armitage nel 2012 scrive un poemetto in prosa Black Roses, ispirato al caso per la radio della BBC, i cui proventi vanno in parte alla Sophie Lancaster Foundation, organizzazione voluta dalla madre di Sophie, Sylvia, per combattere ogni forma di discriminazione. Ho indossato il braccialetto di gomma con la scritta S.O.P.H.I.E (STAMP OUT PREJUDICE, HATRED AND INTOLERANCE EVERYWHERE) fino all’usura. Ho contemporaneamente nutrito a lungo un pensiero di tristezza non assolutoria per gli assassini. Anni dopo, nel 2017, trovo una risposta nelle parole di Maltby che, in un’intervista al Guardian, dichiara il suo disagio per l’insistenza sul look di Sophie, una forma di victim-blaming, per quanto a fin di bene, dove la responsabilità implicita è dell’uccisa. “Perché non ci chiediamo cosa non va in coloro che decidono di uccidere qualcuno? E non cosa caratterizza coloro che vengono uccisi”. 

Ti vesti strana? Hai piercing e dreadlocks? Beh, te la sei cercata. In realtà te la sei cercata anche se vesti abiti comuni, un paio di jeans, un cappotto senza fronzoli, in realtà te la sei cercata perché esisti, che tu abbia undici anni o venti oppure ottanta, e perché ognuna (ognuno), che lo sappia o meno, è potenziale portatrice di divergenza. E se spostassimo lo sguardo sui carnefici? Il sistema non fa cortocircuito in chi diverge – chi diverge è la persona che espone il cortocircuito.  

Mettiamo via gli abiti per un po’. Febbraio 2014, Raleigh, North Carolina, Stati Uniti. Viene riportata la notizia del tentato suicidio di Michael Morones, undici anni, esasperato dai compagni di scuola che lo bullizzano perché fan della serie a cartoni animati “My Little Pony. Friendship is Magic”. Le parole possiamo intuirle: se ti piacciono i My Little Pony sei gay. Il bambino tenta l’impiccagione: viene soccorso dal patrigno, ma si risveglia riportando danni cerebrali permanenti che ne causeranno la morte nell’ottobre del 2021. Guardo la mia collezione di mini pony, acquistata da adulta grazie a mercatini online. Metto la foto di Michael sul profilo social per qualche mese. Di nuovo: se sei maschio e ti piace Pinky Pie tutta rosa e un po’ pazzerella, te la sei cercata. Oppure se un maschio guarda cartoni da femmina, che almeno stia zitto. 

Sparire. Conformarsi. Quando una donna viene uccisa rispondere mostrando ciò che i media vogliono veicolare: la disperazione, il pianto per l’ennesima vittima sacrificale. Perché chi non si conforma verrà additato, umiliato, condotto alla negazione di sé o accusata di voler calcare le scene. E il problema resta dell’individuo, non del sistema che nutre tutto questo, per poi però stupirsi dei mostri, dei pazzi, della folla di casi isolati che spuntano chissà come fuori da famiglie e quartieri qualsiasi dove non ci si capacita di come sia accaduto. Già, come è accaduto? Se vogliamo stabilire cosa sia una norma, forse scopriremo che il modo più semplice è visualizzare qualcosa di fermo, né modificabile né trasgredibile, fino alla stagnazione. Nell’impossibilità di decidere cosa sia normale, la norma è il normato. Dall’identità alla società. E il capitalismo patriarcale di conseguenza non esiste, perché questo è la norma, l’acqua che ci sostiene o meglio ci stordisce per poi annegarci gradualmente.

 

Spazi insicuri

Scrivo partendo dall’essere donna potenzialmente marginalizzata in ogni ambito del vivere comune. In più una donna che non tace – né a parole né nel suo abbigliamento. Da qui immagino di raggiungere le vite di chiunque si ritrovi nella condizione di non volersi aggiustare secondo gli schemi diffusi, di non sopportare i recinti, di non aderire a un linguaggio appiattente, di ritrovarsi ad alzare la testa dall’acqua per cercare aria e di non accontentarsi di una sola boccata. E soprattutto nella condizione di dire: no, non me la vado cercando e lo rivendico. Rivendico i miei mini pony, rivendico un look cimiteriale, o una gonna con spille, rivendico l’aver esplorato percorsi non tradizionali, rivendico la mia persona in continuo mutamento. Siete voi, là fuori, con i vestiti giusti e le identità chiuse, ad azzittire, soffocare. Rivendico la volontà, non il desiderio, di essere libera. E lo rivendico anche e soprattutto per coloro che la paura ha reso mute, isolate. Perché la paura si agghinda del senso di colpa, perché le parole di chi opprime, anche quando le sappiamo sbagliate e insidiose come la violenza fisica, comunque sedimentano in noi. Anche noi siamo in questo sistema. Cerchiamo spiragli, cerchiamo qualcuna che sappia raccoglierci per tutte le occasioni in cui il male ci ha lasciato sbigottite, incapaci di reagire e abbracciare il nostro valore. Nei luoghi dedicati alle donne, gestiti da donne, si sente spesso parlare di spazio sicuro. A me sembra ancora un concetto non troppo meditato, non davvero in connessione con la cura che potremmo coltivare le une per le altre e gli altri. Il mio corpo è il primo a mostrare insofferenza. Il mio corpo non è uno spazio sicuro e non vuole esserlo: ha una sua storia che non sarà del tutto contenuta dalle mie parole. Ha una sua memoria che mette in condivisione con i corpi altrui. Il mio corpo continuerà a essere quando io non potrò raccontarlo. Si evolverà in forme di racconto nuove: terra, liquido, cenere, polvere che finisce nella bocca di un altro essere. Mentre ci vuole accoglienza per chi decide di fidarsi, la logica sottesa nello spazio sicuro è la stessa di un abbigliamento che non sfidi troppo il senso comune; la stessa insomma del “parla pure, ma di nascosto e solo in mezzo a chi ti è simile”. Ma ecco, le mie simili amano stare negli spazi insicuri, nelle soglie dove siamo attraversate dal mondo e solo così, cominciamo a guarire. Le mie simili cercano oceani non piscine. Non spazi sicuri che si risolvono in un’uguaglianza di facciata dove è difficile prendersi il tempo per una riflessione profonda, un ascolto dell’altra. Perché spazio sicuro può essere anche lo spazio dove le specificità non emergono, così da non destabilizzare troppo il cerchio, il quadrato, le mura, lasciando che lo stile sia superficie non messaggio. Spazio sicuro. Decoro. Tempi scanditi. Esclusione. Accolgo il “bruciate tutto” della poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres-Cáceres, citata da Elena con forza ammirevole. Lo accolgo come invito a uscire dagli spazi, a porci nel conflitto perfino dentro le nostre vicende personali, a prenderci il tempo lunghissimo, in questa società con il fiato corto, per una decostruzione degli immaginari. Per una rivolta autentica dovremmo rivendicare le identità precarie, il proseguire del dialogo e infine la fiducia. Ristabilire un’uguaglianza in negativo dove niente è certo: possiamo invece trasformarci le une con gli altri consapevolmente. 

Indossare l’altro

L’abito come strumento di essere in divenire, persona non inseribile in una regola prestabilita, si accorda con il concetto di transindividualità teorizzato dalla filosofa Chiara Bottici nel suo Manifesto Anarca-femminista. Il transindividuale sfida le gerarchie, sia patriarcali sia matriarcali, sfida il comando, per ricollocare le identità quali processi in atto, determinati da movimenti inter e intra relazionali. Non esseri dati a prescindere, ma esseri che divengono, accettando mutazione e fragilità, nel loro potenziale di disvelamento. 

È un’idea che si coniuga con l’ecofemminismo, libero da ogni sacralità della Natura con la n maiuscola, o della donna sacralizzata nel suo ruolo di grembo fruttifero – quindi ancora in posizione escludente verso tutte le donne che non procreano. Aggiungo che l’ecotransfemminismo così inteso è vicinissimo alle tradizioni animiste reinterpretate dall’antropologia moderna alla luce della relazione. Non si tratta di spiriti disincarnati, ma di persone altre rispetto all’umano (in un cosmo in cui solo alcune persone sono umane), che si riconoscono entrando in contatto. Esseri che stringono legami, viaggiano, mantengono le distinzioni mentre rielaboriamo il confine quale apertura alla possibilità dell’altro che non ci disintegri nell’altro. In questo modo, spiega ancora Bottici, si esce dalla dominazione, ogni oggetto si mostra quale eventuale soggettività: umano, animale, vegetale, materia e perfino il sedimento stratificato su cui camminiamo, composto dai resti di miliardi di vite perdute, che ancora sostengono le nostre. 

Attraversiamo l’altro indossandolo perché ci dica qualcosa di noi stesse. 

Con un sorriso vago ricordo che l’identità, specialmente quella femminile, è rischiosa e soggetta a travestimenti speciali nel panorama delle fiabe dei popoli umani, un tessuto multiforme di oralità, segni e scrittura che ci apparenta. Le fiabe migrano, si adattano ai paesi, si addolciscono o affilano nelle epoche, vengono riscritte da donne contemporanee che vedono, oltre il presunto lieto fine di matrimoni e ritorni, camere di sangue e compagnie selvagge. Travalicano i confini come gli umani, come le ragazze che ne sono le protagoniste, come i lupi. Già. Quei lupi non umiliati nello spauracchio mediatico, non sviliti in umanissimi mostri. E a volte, come in una Cappuccetto Rosso che la sa più lunga dei suoi addomesticatori, sono le donne a vestire la pelle dei lupi. Una felpa con cappuccio. Un trucco notevole. Un’infanzia che cerca il suo branco e non si piega alle imposizioni. Qualcuno che esce dallo spazio sicuro e cerca una via oltre le mappe. Come i lupi queste donne fanno paura, devono essere annientate. 

Non tutte le donne o le persone discriminate hanno look o passioni anticonformiste, non tutte divergono. Eppure per tutte vale lo stigma implicito: in quanto donna, in quanto bella, in quanto vecchia o inutile, in quanto possedimento che non può ritrarsi dal suo possessore, in quanto inferiore. Lo stigma fissa la persona in un ruolo da cui per nessuna ragione può uscire. Chi lo mette in discussione lo fa per tutte e tutti. Perché, sì, esiste un abito che in un dato momento tutte portiamo, che ci protegge o espone, che spinge l’aggressore sistemico alla ritorsione. È un abito che parla, anche quando restiamo in silenzio. Parla nel suo odore, nella sua consistenza, nella trasformazione come mezzo di fuga o di autodeterminazione. E non viene sbranato dai lupi delle fantasie patriarcali. È il lupo. 

Poiché tutto si tiene, torniamo al principio. Il consigliere Valdegamberi è lo stesso pronto a cacciare lupi e ambientalisti con la sua aquila, ripetendo che la visione fiabesca del lupo non c’entra nulla con la minaccia “reale” posta dal predatore. Chissà quali fiabe pensa di aver letto, il consigliere. Per lui, come per chiunque desideri la gerarchia non ci devono essere ragazze che deviano o parlano (fa lo stesso), non ci devono essere lupi che modificano la relazione fra umano e animale, mettono in discussione il nostro primato – devastante – sul territorio, la nostra idea di sicurezza.

La parentela simbolica fra donne e lupi è stata meravigliosamente raccontata da Clarissa Pinkola Estés, nel suo Donne che corrono coi lupi e a chiunque lo abbia letto capita di riaprirne le pagine per cantare sulle ossa della nostra origine, così da evocare per loro carne, capelli, un abito che ci conduca là fuori. Abito che nelle fiabe è non di rado pelle animale: di foca, d’orso, di gatto, di lupo. La pelle bestiale indica l’essenza metamorfica e irriducibile della protagonista, che viene rubata e negata dall’oppressore (o sposo) di turno; oppure, nelle storie letterarie come Pelle d’Asino, un travestimento scelto dalla ragazza per sfuggire all’oppressore (in questo caso il padre incestuoso). In entrambi i casi la pelle situa la protagonista fuori dalla società normata e le permette di fare la sua esperienza autonoma. Se nelle fiabe scritte nella tarda età moderna in Europa alla fine la pelle viene gettata per rivelare la donna, in quelle che resistono nelle tradizioni popolari, la pelle è ciò che infine viene riconquistato, una forma di liberazione e indipendenza. In un saggio contenuto nell’antologia americana Intimate nature. The Bond Between Women and Animals (1998), curata da Linda Hogan, Deena Metzger e Brenda Peterson, l’attivista Reneè Askins, il cui lavoro ha portato alla reintroduzione dei lupi a Yellowstone nel 1995, scrive a partire dal manto dei lupi, sfumato in tonalità di grigio. Queste variazioni sono in controtendenza con una società, quella statunitense e quella occidentale, che ambisce a divisioni nette: o bianco o nero. I lupi prendono il colore delle terre oniriche, delle soglie tra la loro versione addomesticata nel cane e l’altra, più antica, elusiva nelle foreste. Rivelano la selvatichezza, che non ha niente dell’icona ammansita nelle gabbie, piuttosto ha a che vedere con “la reciprocità fra la selvatichezza nel mondo e quella dentro di noi”, fra “la conoscenza del selvatico e la conoscenza di noi stesse”. È per alcuni paura di perdere il controllo sugli altri e su sé stessi. È per altre imparare il perdersi così da risignificare il controllo, o il sentiero.  

Questa selvatichezza ci appartiene. Invoca la nostra divergenza: capacità di spostare la prospettiva dal vecchio sistema esausto e costrittivo verso la continua ibridazione dei confini. Niente è certo, niente è sicuro – lo scenario migliore per cercare alleanze, usare la nostra radicale solitudine per una coralità trasversale nelle specie, nei generi e nei tempi.

Allora vai ragazza, spargi dalle tasche la cenere di ogni creatura sorella che andandosene ti abbia fatto un dono. Restituiscila alle altre che come te sorgeranno nella sete da questa landa furiosa, furiosamente saccheggiata da sciocchi che non sapranno mai nulla né mai nulla vorranno sapere di te o di sé stessi – non fa differenza. Ma se ne andranno, alla fine. Cala sulla testa il cappuccio, lascia un po’ di luce per gli occhi. Altre vedranno, riconosceranno, altri – non importa e a quale distanza. Prima o poi torniamo sulle vecchie piste e le facciamo cantare. Ululare. Niente è dimenticato. Tieni la voce limpida per quando viene il momento. Adornati delle tue cose preferite, riprendile da dove le hanno gettate. Ti sosterranno come ossa. Sogna. Accarezza il tuo manto di lupa. 


Francesca Matteoni (1975), è poeta e scrittrice. Cura pubblicazioni illustrate su magia e tarocchi per il progetto Vivida dell’editore White Star. Ha all’attivo pubblicazioni accademiche in italiano e inglese. Ha scritto il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019) e un saggio sulle piante sacre nel volume La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico Di Vita. Le sue ultime pubblicazioni sono il libro di poesia Ciò che il mondo separa (Marcos y Marcos, 2021); il libro Io sarò il rovo. Fiabe di un paese silenzioso (effequ, 2021), il romanzo Tundra e Peive (nottetempo 2023) e la riedizione aggiornata di Appunti dal parco (Vydia, 2023). Collabora alle riviste online L’indiscreto e Kobo. Il suo ripostiglio si trova qui.

1 comment on “L’abito del patriarcato

  1. Giorgio

    Sono completamente d’accordo con il contenuto di questo piccolo saggio. Vorrei anche comprendere cosa succede nella testa di chi compie certi misfatti che, in genere, vengono commessi in gruppo. Oltre a colpire una persona perché non è “nella norma” quando si veste o quando ha certi gusti, quali altri motivi spingono a deridere, picchiare, uccidere? È possibile che non solo la diversità scateni la violenza, ma anche che ci sia un piacere nella violenza per cui la diversità diventa pretestuosa? Oppure c’è un rifiuto del diverso, della donna vestita in un modo ritenuto non consono; un rifiuto talmente forte da comportare perfino l’omicidio? E questo rifiuto da dove nasce? Da quali abissi psichici, culturali e ideologici?

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