L’agonia dei ghiacciai può riconnetterci alla crisi climatica



Perché, nonostante tutto il sapere accumulato sugli avvenimenti in corso, non siamo in grado di correggere la nostra condotta? Il sapere può avere delle reali ricadute nella vita? La silenziosa agonia dei ghiacciai potrebbe aiutarci a rispondere a queste domande.


In copertina: The Snow Queen on the Throne of Ice, di Edmund Dulac

 

di Matteo Oreggioni

Quando si scrive, si avverte talvolta la sensazione di aver messo un punto fermo ai propri pensieri, come se si fosse raggiunto un tratto di terraferma nel mare in tempesta. Tuttavia quell’apparente momento di quiete si rivela essere un’illusione provocata dalla cristallizzazione del pensiero, dal suo addensarsi concettuale. Un grafo, una piega, una frase, un libro. Dalle caverne di Lascaux alla Divina Commedia sino ai giorni nostri l’inganno ha la stessa matrice: la seduzione del segno, che mentre taglia il divenire mostra la potenza della parola. La forza del segno risiede propriamente nella sua efficacia pratica, ma non, si badi, nel suo dire la verità. Il sapere è efficace ma non è vero; non è, in altre parole, in grado di fare chiarezza sul reale, che sempre sfugge e sempre si nasconde. La sua utilità è indiscutibile, ma è importante comprendere sin da subito che si tratta di un inganno, di un’utile ed efficace menzogna. 

Ed è così che commettiamo l’errore di ammantare di verità ciò che verità non è, ossia il carattere pratico e funzionale insito nella parola, il suo essere rivolta all’azione. Le parole non dicono le cose e siamo tutti figli del naufragato tentativo socratico di ricerca di un’unità nel sapere. Da qui deriva la consapevolezza dell’impossibilità del sapere. Abitiamo in un paradosso: il sapere è nulla, sebbene parli sempre e sempre si esponga. Ciò significa che il nostro sapere non può che essere assolutamente relativo e relativamente assoluto. Chiarire sin da subito da quale luogo il soggetto parla si configura quindi come un atto di onestà nei confronti di se stessi e di chi legge. 

Parte del problema del tempo che ci è capitato in sorte poggia proprio su questo paradosso silente che alimenta l’agire quotidiano, sia individuale che collettivo: per quale ragione, nonostante tutto il sapere accumulato sugli avvenimenti in corso, non siamo in grado di correggere la nostra condotta? Il sapere può avere delle reali ricadute nella vita? Siamo davvero sicuri che la nostra condotta sia consapevole? 

Quello di cui intendo parlare è la silenziosa agonia dei ghiacciai assunta come occasione speculativa, dunque queste righe potrebbero sembrare una divagazione. Tuttavia sono una premessa necessaria, poiché tali sono la consapevolezza e il particolare sentire che costituiscono il sottosuolo di chi scrive, nonché il terreno da cui prendono avvio queste riflessioni. Esse mostrano, nel loro dispiegarsi in modo apparentemente confuso, la difficoltà della questione presa in esame, che chiede se il nostro parziale accesso alla realtà, che per il proprio costitutivo prospettivismo nega la realtà stessa, non sia alla base dell’incapacità di comunicare quello che accade con la giusta forza esplicativa e di conseguenza dell’impossibilità di modificare le pratiche individuali e collettive. Si tratta di un nodo fondamentale, dal momento che tra la vita e il sapere c’è sempre uno scarto incolmabile: questa differenza costitutiva tra i due poli è precisamente ciò che sta alla base dell’incapacità di agire concretamente sul mondo e di cambiare la traiettoria delle azioni. 

Se questo scarto c’è sempre, non vi è nessuna tregua, nessuna possibilità di sapere, e, d’altro canto, è proprio di questa impossibilità che  si alimenta la impasse appena mostrata. Ed è precisamente in questo terreno poco stabile che ciascuno è chiamato a fare esercizio di pensiero, nella ferma consapevolezza che non si tratterà di un lavoro dato una volta per tutte, ma inevitabilmente inadeguato e prospettico. 

È quindi necessario ricordarsi che, quando scriviamo, lo facciamo animati da una necessità esistenziale che mira non a chiarire, perché di fatto l’accesso alla realtà delle cose è bloccato, ma a chiarirci mentre viviamo attivamente il nostro prospettivismo: il tutto è il sogno della parte. Occorre interrogare le figure di relazione che abitiamo vivendo, il concatenamento dei nostri abiti di risposta, il luogo sempre presente della genesi del soggetto. L’interrogazione si fa allora duplice e circolare: mentre interrogo i fatti del mondo, interrogo anche me stesso rispetto ai fatti e al mio stesso interrogarmi su di essi. 

Detto ciò, non si può negare che il mettere nero su bianco pensieri e concatenamenti è solo parzialmente efficace. Pensare è simile all’atto di disegnare una mappa; quest’ultima non è mai la realtà, ma sempre e soltanto una sua lettura che in fondo non è altro che lo specchio del suo interrogarci, il risultato del modo in cui la realtà mi interpella. Queste precisazioni permettono di affrontare con maggiore lucidità il grande problema che giace nel fondo della questione ambientale. Un’immensa quantità di studi, dati, grafici, pubblicazioni ha da tempo tratteggiato la tragicità degli scenari futuri, eppure ciò non ha attivato azioni pratiche di contromisura volte a invertire la rotta.  Il percorso epistemologico è di fatto concluso: conosciamo il meccanismo del cambiamento climatico, sappiamo dove ci sta portando e chi è il responsabile, ma nonostante ciò si prosegue senza esitazione nella riproposizione quotidiana di quello che a tutti gli effetti oggi ci si mostra come un rovesciamento. Ciò che nelle passate generazioni era percepito come un’instancabile marcia di successi alimentati dal progresso tecnologico e da fonti di energia inimmaginabili nei secoli precedenti, si rivela oggi come lo scenario inquietante della notte più buia per la nostra specie: una trappola evolutiva. Da qui deriva l’estrema urgenza di un esercizio che metta in questione la contraddizione che incarniamo vivendo come individui e come collettività. 

Uno sguardo filosoficamente attento coglie in quello che si sta verificando l’essenza stessa dell’incomunicabilità del sapere: il sapere dice la realtà per inerzia, in quanto la somma totale delle azioni permette di riflettere su di esse soltanto a giochi già fatti, si potrebbe sostenere che il pensiero è sempre postumo rispetto a ciò che accade. Di fronte alla crisi ecologica del clima, il sapere stesso si mostra per quello che è: un gioco linguistico efficace in termini di comprensione, ma non di azione. 

Com’è possibile che la conoscenza non sia in grado di spronarci ad azioni radicali? Secondo Amitav Ghosh l’uomo attuale si trova di fronte a un deficit di narrazione. La società del presente ragiona e vive con schemi interpretativi mutuati dallo sguardo borghese che concepisce la natura come mero sfondo, e non come interlocutore al quale siamo inevitabilmente legati all’interno di una tessitura fitta e ineliminabile che ci determina e costituisce. Altri sottolineano l’importanza di uscire dal paradigma antropocentrico abbandonando l’ego-centrismo in favore di un eco-centrismo; e altri ancora sono alla ricerca di uno stare nel mondo che si faccia carico della profonda ecologia che lega la biosfera tutta, oppure propongono di riconcettualizzare in termini geologici l’esperienza della nostra specie sulla terra.

Ciò che qui si vuole sostenere è che posture di questo tipo non fanno i conti con il fondamento del sapere, con la sua genesi e la sua costituzione, e sono di fatto inefficaci per superare la impasse che ha legato il suicido economico al suicidio ecologico e viceversa. È invece esattamente all’interno dello scarto tra vita e sapere che occorre indagare. Quanto scrivo procede in questa direzione, offrendo delle note, brevi postille che permettono di orientare il pensiero e che possono costituire il punto di partenza per nuove riflessioni o per una rilettura di vecchie questioni. Il superamento dell’incapacità di e del sapere sopra discussa è possibile non nel terreno di un’unica forma di conoscenza, quanto piuttosto sulla soglia del suo punto di incontro con altri saperi e con l’esistenza vissuta soggettivamente, lontana dal sapere matematico calcolante che di fatto oggi, per la forma umana attuale, è l’unica garanzia di oggettività. La posta in gioco è quindi del tutto prospettica.

Cercherò ora di mostrare dove dimora quel luogo liminare, quella soglia, la dorsale che ha la possibilità di aprire la via a una comprensione forse più precisa e fertile degli accadimenti in corso. Prendendo in prestito l’aforisma eracliteo «una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù», metterò in dialogo i movimenti narrativi di due testi. Il mio Filosofia tra i ghiacci edito da Meltemi e Il mondo dove è bianco di Jemma Wadhan, edito da Aboca. Entrambi sono una testimonianza diretta del fenomeno della fusione dei ghiacciai, ma il movimento e l’espediente narrativo che li anima è differente. Dalla vita alla scienza passando attraverso la filosofia nel primo caso, mentre nel secondo il movimento si articola attraverso una direttrice che dalla scienza procede verso la vita. Da questo dialogo cercherò di mostrare che vi è un’area di intersezione tra i due domini, ovvero il luogo da cui prende avvio la riflessione del soggetto. Questa terra di mezzo è il piano esistenziale su cui si aprirà una riflessione più organica, poiché lì si raggiunge la massima comunicabilità e sembra farsi possibile un rimedio, per quanto limitato e insufficiente, alla disfatta del sapere in termini operativi. 

Se vogliamo superare questa presunta incapacità del sapere prima della decomposizione definitiva del senso dell’azione, occorre fare un tentativo che miri a ripristinare quella che potremmo chiamare un’ecologia della presenza, in modo da colmare l’evidente povertà che caratterizza l’esperienza della presenza contemporanea. È infatti questa povertà di senso che preclude un accesso consapevole alla reale portata dell’evento stesso e della sua significazione. Più concretamente, senza un senso del sacro o, più laicamente, senza una coscienza dell’interrelazione di tutte le cose, siamo orfani di mondo: viviamo, in altre parole, in una povertà della presenza, e anche se sembriamo apparentemente ben informati su tutto ciò che accade, restiamo senza un orientamento generale capace di avere ricadute concrete nel mondo.

Il punto di contatto tra la via che porta dal sapere alla vita e quella che porta dalla vita al sapere è un elemento materico e dinamico: il ghiaccio. La dinamicità, in particolare, è concretamente mostrata dalla sua silenziosa agonia, dalla decomposizione della criosfera e dalle conseguenze che ne derivano non tanto in termini di ricadute fisiche quanto piuttosto di senso. Dobbiamo chiederci come risuona in noi l’esperienza concreta della nostra visione emotiva e cosciente al cospetto di questi giganti morenti. Quali sono le ricadute in termini esistenziali del nostro stare di fronte a questo venir meno materico? In altre parole, è il cuore dell’esperienza vissuta e prospettica che va indagato, prestando attenzione all’evidenza di senso che si genera: al suo significato.

Quest’apertura è ciò che ho indagato in Filosofia tra i ghiacci, dove la filosofia vissuta esistenzialmente nella pratica e nella fatica dello studio dei ghiacciai – chi scrive, oltre che filosofo, è operatore del Servizio Glaciologico Lombardo – apre il varco a un’interpretazione dei fenomeni fisici che non può non avere anche ricadute in termini di una maggiore comprensione di un fenomeno che ci trascende sia in termini spaziali che temporali. Le scienze umanistiche vengono quindi in aiuto delle cosiddette scienze dure generando un maggiore grado di consapevolezza dell’evento, mostrando un’apertura di senso nella direzione di una riflessione più organica in grado di tenere conto della portata esistenziale delle nostre scelte. In altre parole la filosofia in dialogo con il glacialismo apre a nuove riflessioni capaci di estendere il concetto di ghiacciaio potenziandone la forza comunicativa rispetto a ciò che sta accadendo e alle sue ricadute esistenziali. Si potrebbe sostenere che il glacialismo senza una reale caduta esistenziale spiega ma non mostra, mentre quello di cui abbiamo bisogno, alla luce dell’immobilismo nel quale siamo immersi, è metterci in ascolto dell’evento stesso, in un risuonare emotivo che il pensiero tecnico annichilisce. 

Da qui si articolano una serie di ulteriori riflessioni che mirano ad affermare una nozione più estesa di ghiacciaio disvelando la sua potenza esplicativa e concettuale nel dramma della crisi ecologica e climatica che stiamo vivendo. La morte dei ghiacciai, in accelerazione e silente, si configura come metafora dello stress termico e perturbativo alimentato dalla nostra condotta ecologica, che progressivamente e silenziosamente distrugge la vita. La Sesta estinzione di massa è un’apocalisse a rate, una silenziosa agonia, un impoverimento afono verso il collasso sistemico dell’interrelazione che sostiene la vita.

Il ghiacciaio è un formidabile narratore degli avvenimenti in corso; la sua potenza esplicativa aiuta a cogliere pienamente il dramma della traiettoria da un punto di vista esistenziale, capace cioè di produrre effetti nella nostra stessa esistenza. Perché in fondo ciò che ci muove è la qualità della nostra vita, ma fino a quando il pericolo non è percepito concretamente è come se non esistesse. I ghiacciai raccontano invece che il pericolo è già qui e da tempo opera per annichilire le prospettive future. Il futuro arriva ed è sufficiente confrontarsi con la letteratura di riferimento che tratteggia i diversi scenari futuribili in base alle gradazioni delle emissioni climalteranti per tentare un lavoro di immaginazione; di certo non un compito facile, dal momento che una generalizzata presa di coscienza su ciò che ci attende, ovvero un pianeta ostile e inabitabile, mette di fronte al pericolo concreto di depressione, ansia e panico. È interessante notare che le informazioni che parlano del rischio di una decomposizione del futuro si fanno sempre più presenti. La crisi ecologica e climatica appare nelle cronache quotidiane, mostrando eventi climatici sempre più insistenti, potenti e distruttivi: le fasce climatiche si mischiano, le foreste bruciano, i deserti avanzano, la siccità assedia milioni di persone e un virus, dopo un salto di specie, ha fatto il giro del pianeta ristrutturando il nostro modo di stare al mondo. 

La via all’ingiù risulta quindi un’esplosione di senso, di dubbi e di fantasmi che chiedono di spingersi più a fondo nell’indagine dell’abisso climatico ed ecologico. La genesi di questa apertura è un tutt’uno con chi scrive, poiché si radica in una vita concreta che porta i suoi saperi vissuti al cospetto dell’evento ghiacciaio e si interroga esistenzialmente su di esso incarnando l’incontro tra glacialismo e filosofia. Il terreno comune è la vita, il sentimento che anima chi scrive, in un processo di auto-problematizzazione empatica. Infatti soltanto abitando e pensando la relazione empatica con l’inumano apriamo la possibilità di un’uscita dal vicolo cieco dell’incapacità del sapere. Tutto è uno, tutto è correlato, tutto è parte della stessa maglia della vita che intreccia la biosfera con i suoi cicli e i suoi equilibri sempre precari. Questo è quello che si mostra a una lettura filosoficamente fondata del glacialismo. Occorre quindi recuperare una narrazione di senso in grado di mostrare l’intima correlazione di tutte le cose e uscire dall’alessitimia che ci condanna all’inazione. 

Veniamo ora alla via all’ingiù, che ci porta a transitare sulla direttrice diametralmente opposta rispetto a quella appena percorsa: dalla scienza alla vita. Leggere Il mondo dove è bianco di Jemma Wadhan, è stata un’esperienza ricca di spunti di riflessione che anche dopo la prima lettura hanno continuato ad animare i miei pensieri per diverse ragioni. Pur essendo un testo divulgativo, esso permette infatti di cogliere, grazie ad alcune calzanti e incisive metafore, i fondamenti del glacialismo. La grande forza divulgativa del libro deriva proprio dal fatto che le sue metafore prendono le mosse da esempi concreti, raccolti sul campo dell’importante esperienza dell’autrice. E già qui è possibile individuare un ricamo tra scienza e vita vissuta, tra scienza ed esperienza concreta, quest’ultima non priva di ripercussioni esistenziali ed emotive: sin da subito la posta in gioco è l’esperienza diretta ed entusiasta che anima i quesiti dell’autrice. 

Un altro nodo centrale è l’intreccio dell’elemento temporale, che corrisponde al dispiegamento progressivo di una carriera accademica, con l’elemento spaziale, ove la criosfera tutta diventa una geografia sinceramente sentita: la trama che si dipana è data dalla sedimentazione dei saperi e dei luoghi che sottendono l’indagine e lo studio, in un divenire narrativo che si fa storia di una vita, con i suoi traguardi e le sue sconfitte, le sue paure e le sue gioie. Ed è qui che il ghiaccio si delinea come metafora del rispecchiamento materico della grazia e della sventura di una vita. 

Il filo intorno a cui si muove la narrazione è la vita stessa dell’autrice, che oltre a fornirci lungo le pagine del libro un’introduzione suggestiva al glacialismo in tutte le sue forme e manifestazioni – dalle Alpi alle Svalbard, dalla Groenlandia all’Antartico, dalle Andre alla Patagonia ed infine all’Himalaya -, ci mostra di rovescio il lavorio di modellamento che queste esperienze hanno esercitato sulla sua vita. Emergono in questo modo un legame empatico e un patire comune che arricchiscono la consapevolezza scientifica dell’importanza dei ghiacciai come interlocutori inumani di quello che sta accadendo. I ghiacciai, da questo punto di vista, non appaiono come oggetti isolati o semplici riserve idriche, ma come oggetti complessi che si relazionano e contribuiscono alla vita stessa. Ciò che qui preme sottolineare non è però tanto il loro contributo alla vita, bensì essenzialmente il crescere della consapevolezza dell’interrelazione serrata e costante del Sistema Terra, di cui anche noi siamo coautori, in tutti i suoi aspetti. Ed è da questo concetto più ampio di ghiacciaio intimamente legato alla vita che emerge nell’esperienza dell’autrice quel di-più-di-senso che apre ad ulteriori riflessioni sul destino della nostra specie.

Quello mi interessa sottolineare è propriamente che questa funzione è resa possibile dal contatto tra l’esperienza di vita pratica ed empatica dell’autrice e la silenziosa agonia dei giganti di ghiaccio; questi ultimi le appaiono come un tessuto di senso che anche attraverso la sua degradazione mostra l’inaggirabile interconnessione tra la vita e la materia. 

In questo lavoro, ciò che più risuona è il valore dell’esperienza soggettiva, che incarna la sua verità in quanto vissuta e praticata concretamente. Il punto d’incontro che ci permette di aprire una via verso una maggiore comprensione del tempo presente non può fare a meno delle figure che soggettivamente incarniamo mentre viviamo. Ed è così che la vita stessa diviene un terreno comune per patire insieme un senso condiviso, dove ha luogo il com-patire l’alterità umana e non umana.

Da qui riemerge prepotentemente l’incapacità di cui parlavo nelle prime righe: la distanza tra la vita e il sapere. Ma ciò che appare come il concretizzarsi di due poli che il linguaggio isola e cristallizza, di fatto fa parte di un unico divenire. È evidente che siamo di fronte al tentativo di mettersi in ascolto. Ed è in questo che la nostra postura esistenziale apre a una riflessione portatrice di significato. Vi è di fatto un’esplosione di senso soggettivo, che lavora sull’interrogante ben al di là di un’analisi o una diagnosi, prettamente scientifica. In altre parole ci si mette in ascolto, si recupera lo scollamento; siamo quindi chiamati a dilatare la domanda dello sguardo che incarniamo ed esperiamo. Questo movimento costituisce il fondamento del processo di soggettivazione: mentre produce il soggetto in divenire, nel suo farsi, esso produce senso e poli di significazione. Il valore aggiunto di questa verità che ci si mostra incarnata nella vita stessa diviene così metro di paragone per l’esistenza di ciascuno di noi, e appare come la costruzione di un ponte che, per quanto instabile e insufficiente, conduce verso una maggiore comprensione di quello che accade. Di fronte a questa precarietà ognuno di noi può salvarsi da solo, e soltanto se sarà capace di mettersi in ascolto.


Matteo Oreggioni è dottore in Scienze filosofiche, insegnante e divulgatore scientifico. Dal 2017 è operatore glaciologico del Servizio Glaciologico Lombardo, per il quale studia, monitora e pensa i ghiacciai. Per Meltemi ha scritto “Filosofia tra i ghiacci”.

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