L’amicizia deve tornare a essere il pilastro della società

Non è un rapporto secondario all’amore, ma l’unica possibilità di ampliare la nostra sfera di affetti oltre quella della famiglia tradizionale. Solo l’idea di amicizia può farci ripensare l’idea di città e di convivenza, lo sostiene Franco La Cecla, urbanista e antropologo.


In copertina: Hans Thoma , Luna. Illustrazione da “Festkalender”.

di Riccardo Papacci

Nelle argomentazioni dei primitivisti, in particolare in quelle di John Zerzan, ricorre l’urgenza di dimostrare come anche nelle comunità più primitive emergano chiari ed evidenti segni di amicizia. Molti studi, basati sul ritrovamento di ciotole o utensili rinvenuti nei pressi di focolari, portano esempi di pasti condivisi all’insegna dell’uguaglianza, suggerendo una convivenza pacifica che precede qualsiasi forma di civiltà comunemente intesa. Col passare dei secoli, è proprio mediante l’amicizia che si sono venute a costituire le fondamenta dell’edificio civile, pure molto traballante, che accoglie noi tutti.

L’antropologia moderna è una disciplina che nasce in età positivista, quindi con un impianto epistemologico che, almeno nelle pretese, prendeva a modello le scienze fisiche, ciò che ne spiega i frequenti ed emblematici contatti con la frenologia e altre amenità. Con il passare del tempo, questa ha assunto connotazioni sempre più umanistiche, con l’intento di studiare l’essere umano in tutte le sue manifestazioni nelle differenti circostanze storiche e geografiche.

È anche compito dell’antropologo, per questo, studiare il fenomeno dell’amicizia che, una volta abbandonate le pretese di oggettività del paradigma originario, diviene la condizione di possibilità dell’osservazione partecipante, la pratica che caratterizza questo tipo di indagine. O meglio, nella ricerca antropologica è necessario stabilire dei rapporti amichevoli e di simpatia per essere accolti nella comunità che si vuole osservare, o quantomeno fare in modo che questi si stabiliscano tra il ricercatore e almeno uno degli abitanti del villaggio.

Un interessante focus sull’amicizia dal punto di vista antropologico si trova in Essere amici (Einaudi, 2019) di Franco La Cecla. L’autore è antropologo, architetto, urbanista e, coinvolto in molti progetti sparsi per il mondo, è da diversi anni impegnato nella demistificazione dei luoghi comuni che le diverse culture si attribuiscono reciprocamente. Tra questi stereotipi ce n’è uno che proprio in questi ultimi anni va sempre più diffondendosi: eleggere il cibo a valore morale e prodotto di sopraffina cultura. Incontro La Cecla proprio in occasione di una conferenza sul tema del cibo, al MAXXI di Roma, dove espone forti critiche nei confronti dell’insistente boutiquizzazione del cibo che sta avvenendo in molte parti del mondo. Si parla anche di come oggi si dà più attenzione agli chef stellati che alla sempre più frequente decontestualizzazione del cibo, ovvero allo smarrimento del suo grande potenziale di relazionalità e convivialità. Il concetto di “Street food”, giunto oramai alla sua piena e completa brandizzazione, ha paradossalmente causato la sparizione del vero e proprio cibo di strada; erano questi d’altronde i temi affrontati nel suo Babel Food (Il Mulino, 2016). “Bisognerebbe ripensare l’urbanistica in relazione alla gastronomia”, mi dice. Quest’idea non gli è venuta di certo parlando con me – anche perché il cibo è solo uno dei motivi per cui bisognerebbe ripensare questa disciplina -, nel 2015 scrisse un libro dal titolo eloquente: Contro l’urbanistica (Einaudi).

“Scrissi quel libro partendo da una constatazione: non esisteva già più, mio malgrado, una cosa chiamata urbanistica. Questa purtroppo era stata ormai da tempo completamente screditata, e soprattutto non si era mai rinnovata negli strumenti.

Nel libro dicevo, e credo sia vero tutt’ora, che l’urbanistica sarebbe una gran buona idea se solo ci fosse una formazione decente e se si avesse l’ambizione di farla diventare una scienza umana. Se in qualche modo si preoccupasse non soltanto di statistiche e calcoli, ma anche di tecniche di rilevazione del reale – cosa che evidentemente non fa, perché alla fine il vissuto dell’abitare non viene mai fuori. È assurdo perché oggi sarebbe facilissimo farlo, ci sono moltissimi strumenti a disposizione.L’urbanistica, tra le scienze della progettazione, è quella che meno si è rinnovata e messa in discussione. Quasi più nessuno si affida agli urbanisti, potremmo tranquillamente dire che è una scienza al tramonto”.

Hans Thoma , Luna. Illustrazione da “Festkalender”.

Una delle spiacevoli conseguenze è lo sbilanciamento, sempre più accentuato, del potere con una forte predisposizione alla diseguaglianza, banalmente rinvenibile nel concetto di periferia. “Ogni volta che mi parlano di periferia io rispondo che non si tratta di un fatto naturale. La periferia non è il margine della città, perché, se si ragiona anche solo da un punto di vista storico, il margine della città è rappresentato dai sobborghi. Per essere più precisi, vi è una città e poi una serie di villaggi che la città ingloba quando si allarga. La periferia è quindi un’invenzione mostruosa dell’intenzione riformatrice che attraversa tutta l’Europa venendo dall’est negli anni del dopoguerra: si tratta di una vera e propria follia. È la teorizzazione di qualcosa che si definisce come non-centro, la cui forma e sostanza risiede proprio nella mancanza di centro. Una specie di satellite che in qualche modo dovrebbe avere una funzione ma poi alla fine non basta mai a sé stessa.

Le periferie andrebbero fatte sparire. Certo, la gente è costretta a viverci, non tutti hanno la possibilità di vivere in centro, quindi è complicato, ma il concetto è completamente sbagliato. Si tratta del risultato di un errore completo di valutazione”.

Il concetto di periferia non risponde certamente alle esigenze del cittadino che ci vive. Il mito dello starsene tranquilli e lontani dal caos del centro non ripaga minimamente lo sconforto del trovarsi contornati da strutture fatiscenti, o direttamente abbandonate. La parte ricca della popolazione è protetta da palazzi curati e da scuole che affacciano sui monumenti che raccontano la storia del paese, mentre i meno fortunati sono trincerati in non-luoghi che tendono a spingersi sempre più verso l’esterno. La città espansa, lo sprawl urbano, crea ghetti per ricchi e quartieri che si dimensionano attorno a spettacolarizzazioni architettoniche avulse da qualsiasi bozza di progetto a misura di cittadino. È il caso di Milano, capitale italiana dell’industria e della finanza, pure unica città italiana scelta dalla BBC per il suo programma radiofonico The Arts Hour on Tour, che ogni mese racconta una città del mondo. Nonostante questo, “Milano è piena di cose scandalose, ad esempio i marciapiedi sono asfaltati. La cosa strana è che nessuno pensa sia folle non trasformare il marciapiede in un elemento di decoro urbano”.

C’è un tema economico e politico alla base del fallimento urbanistico, quel neoliberismo predatorio che è grosso modo lo stesso che aveva ispirato La Cecla a scrivere nel 2008 Contro l’architettura (Bollati Boringhieri). Se infatti nessuno si affida più all’urbanistica per pianificare qualsivoglia modello di convivenza urbana, la finta artisticità delle archistar può approfittare di costosi progetti che servono esclusivamente a creare trend o a sviluppare reti di marketing senza prefigurare la trasformazione globale della città, con tutte le conseguenze che ne derivano. La pianificazione territoriale oggi è sempre più spesso ideata da architetti, e altro non è che una formalità per accelerare l’accaparrarsi di opere pubbliche senza senso, spesso attraverso la modalità del “mordi e fuggi”.

Questo processo modifica le caratteristiche della quotidianità urbana. Si pensi al concetto di quartiere, un luogo che per definizione dovrebbe essere familiare a chi lo vive, cavaliere tra il privato e il pubblico. Eppure, quale dei quartieri che conosciamo risponde a questa descrizione? Quando parliamo di quartieri non pensiamo a nessuna di queste caratteristiche, ma a spazi freddi, ostili all’incontro con l’altro e allo stesso tempo poco intimi e familiari. “Bisogna chiedersi, che cos’è un quartiere oggi?

Sicuramente c’è un ritorno al localismo un po’ dappertutto, almeno in Europa e soprattutto in Italia, per cui un ritorno a un’identità di un’area ben precisa. Ma questo è definito da cosa? Non lo so.

Bisognerebbe capire cosa definisce oggi un quartiere, perché sicuramente non sono più i luoghi di lavoro. Senz’altro è un tipo nuovo d’identità che sussiste, e che ha molto a che fare con la ridefinizione del concetto di strada. Credo sia in atto una ripresa della riconquista più che della piazza e dello spazio, proprio delle strade. Una riconquista però molto timida, dal momento che dietro non c’è alcun tipo di pensiero o progetto. È come se il tema della ripresa dei quartieri ad oggi abbia più a che fare con meccanismi di partecipazione, e molto meno con meccanismi che reinventino gli strumenti spaziali come, appunto, la strada, il marciapiede, il decoro urbano”.

La città intesa in questo modo dimentica completamente l’urbanità – che è ben diversa dall’urbanistica – ovvero il modo di vivere la città con il corpo, creando relazioni, reciprocità e legami, oltre che conflitti. La città è infatti costruita in funzione dell’automobile, incentivata dal credo di una prosperità urbana infinitamente crescente, senza pensare che se non esistesse la ruralità il mondo sarebbe già collassato nella sua cementificazione – come di fatto sta accadendo. “Mancano visioni generali, non c’è più nessuno che faccia un diorama di come potrebbe essere una città in cui le strade non abbiano come priorità le automobili, ma che consideri anche l’esistenza di altri elementi. Quello è proprio un difetto di fantasia enorme”. Effettivamente La Cecla, essendo urbanista, si è formato sui testi di Petr Alekseevic Kropotkin e di Lewis Mumford, fautori di un’interdisciplinarietà che spaziava dalle scienze dure a quelle sociali: “Purtroppo l’urbanistica, a differenza di altre discipline strettamente coinvolte con il sociale, è stata letteralmente divorata e usata a loro comodo dagli esperti di proiezioni statistiche. Originariamente però, l’urbanistica nasceva proprio in quell’ambito libertario-anarchico di gente come Patrick Geddes, in quel mondo anglosassone che metteva in discussione tutta una serie di fattori e tematiche ponendo grande attenzione nei confronti dell’ecologia o della pedagogia, con una predisposizione umanista. Quel mondo però non c’è più ed è stato completamente rimosso negli anni Settanta e Ottanta”.

Se si fa riferimento all’urbanistica si sfocia facilmente nella riflessione sulla società e in particolare sulla biopolitica. Se l’urbanistica è divenuta miope rispetto alla vita quotidiana significa che è più facile da parte di chi esercita il potere legare i corpi e allontanarli dalla libertà urbana. Quello che sta succedendo nel Mediterraneo non è evidentemente la prima di queste manifestazioni repressive, dal momento che lo stesso La Cecla il 15 dicembre 2004, in partenza per il Senegal, fu arrestato all’aeroporto di Parigi, per incitamento alla rivolta e per aver ostacolato la partenza di un volo di linea, avendo assistito al procedere violento e brutale di alcuni poliziotti che tenevano a bada un clandestino congolese espulso. È assurdo pensare come ancora oggi il semplice fatto di calpestare un suolo possa rappresentare un gesto che fa scaldare, un atto politico o di contropotere. In situazioni del genere è difficile organizzare azioni che intendano rompere il muro di omertà, o anche semplicemente tessere una rete di solidarietà. È qui che entra in gioco la forza politica dell’amicizia.

In una recente intervista, Franco “Bifo” Berardi, tra le altre cose amico di La Cecla, lasciava intravedere un fioco spiraglio di luce per resistere alla silente violenza neoliberale dei nostri tempi, tutta comandata da mercati finanziari e algoritmi, proprio parlando dell’amicizia come di uno spazio di comunicazione in cui non vige il principio economico. D’altronde, come mi spiega La Cecla, l’amicizia è una sfera dell’affettività ricca di sfumature, “e proprio nel suo manifestarsi eventualmente in una dimensione provvisoria può risiedere la predisposizione ad essere la culla di un’embrionale fase pre-politica. L’amicizia in qualche modo crea un tessuto mobile e fluido, è un vero peccato che sia detronizzata a qualcosa di meramente accessorio e complementare a un tipo di affettività che considera l’amore in cima alla sua scala gerarchica”. La filosofa e zoologa statunitense Donna Haraway, celebre per il suo manifesto cyborg, si è concentrata sulle stesse tematiche nei suoi ultimi lavori. In Staying with the Trouble: Making Kin in the Chtulucene (Duke University Press, 2016) – in uscita a breve anche in Italia per Nero Editions – ha coniato il motto “Generate parentele, non bambini”, soffermandosi in particolar modo sulla parola “kin”, che può essere associata a qualcosa di consanguineo o familiare, ma anche richiamare i concetti di ‘clan’ e ‘tribù’. Legami di parentela alternativi, quindi, che tentano di oltrepassare i naturali – e proprio per questo restrittivi – vincoli umani. È parte di quello che la filosofa femminista Rosi Braidotti intende per ‘neomaterialismo radicale’, o più semplicemente ‘post-umanesimo’. “L’amicizia è quindi un’istituzione anti-istituzionale. Essere amici è un libro sul fatto che l’amicizia – ce ne siamo dimenticati – dalla Grecia in poi è alla base della cittadinanza. In realtà, quello che ci distingue da altre culture, come cultura occidentale, è che le nostre società si basano sulla libera elezione delle alleanze, che si chiama amicizia.

Nell’amicizia non è detto che ci si debba capire in ogni momento, a volte è possibile stabilire una semplice intesa per andare avanti. Essa non si basa sulla comprensione di ogni cosa, e anzi, a volte è proprio attraverso l’ambiguità del malinteso che è possibile stabilire dei canali comunicativi. La simpatia e la solidarietà annientano qualsiasi preambolo: in questo senso credo si possa parlare di una dimensione politica dell’amicizia. Un’altra cosa interessante e paradossale è che non si trova in un regime di giustizia, in un do ut des, ma in un regime di assoluto dono. Non ci sono contratti che stipulano un’amicizia, né tantomeno garanzie o reciprocità necessarie. Nel suo caso, la presenza di un sistema di scambio quantitativamente paritario sarebbe sbagliata: è la sperequazione che sta alla base dell’amicizia”.


Riccardo Papacci è nato nel 1987, è laureato in filosofia e vive a Roma. Collabora con Not, Noisey e Dudemag. Il suo libro Elettronica Hi-Tech – Introduzione alla musica del futuro è uscito per Arcana nel 2019.

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