L’amore che muove

Dalla selva oscura alla comunità: una lettura di Dante per il nostro tempo


IN COPERTINA un frame da “Il Colore del Melograno” di Sergej Iosifovič Paradžanov

di Edoardo Rialti

La sessualità è una questione che riguarda la comunità, non è una questione privata.
Eugene Peterson
L’Iliade di pace ebbe inizio/ quando questa ragazza acconsentì. 
Les Murray

Questo intervento era stato inizialmente pensato per una lettura pubblica per la festa della Rivista Ful, così legata alla valorizzazione delle diverse realtà culturali della attuale vita artistica di Firenze, tenutasi lo scorso Maggio al Lumen-Laboratorio Urbano Mensola. Sebbene anche in quell’occasione si fosse trattato di un testo perlopiù tutto scritto, l’esposizione era per necessità più discorsiva, comunque pensata per essere “detta-ascoltata” più che letta. La presente versione ha mantenuto l’impostazione discorsiva originaria, cercando tuttavia un orientamento diverso che si potesse fruire nella lettura individuale. Non si tratta dunque di un saggio analitico, ma più di una riflessione lirica. Credo che l’accoglienza da parte dell’Indiscreto di un contributo per un’altra rivista costituisca un gesto di amicizia ed ospitalità e sostegno reciproco tra realtà culturali, di cui ringrazio sentitamente la Redazione. Di queste collaborazioni abbiamo profondo bisogno. ER

Premessa I. Nel mezzo.

 

Nel mezzo.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

 

Nel mezzo. Nostra. Io mi. Selva oscura. Via dritta. Morte. Il bene che vi trovai. Dirò. Io. Noi. Nel mezzo. Mezzo.

Nessun poema era iniziato così. Nel mezzo. A metà. Facendoci precipitare a metà di una situazione. Come sbattendo gli occhi quando ci capita di guardarci da fuori mentre già stiamo vivendo qualcosa. A scriverlo era un uomo sui quarant’anni, scacciato dalla sua città, dalla sua identità, con l’accusa infamante di politico corrotto, nonché di sconfitto militare. Un filosofo poeta innamorato di una donna morta a venticinque anni, un devoto cristiano in contrasto esplicito col papa Bonifacio VIII, forse l’uomo più potente del mondo nonché vicario di Cristo in terra, un sostenitore appassionato della causa imperiale per pacificare le nazioni che scrive va lettere piene di ardore e sostegno a un imperatore che di anni ne aveva 19 e morirà vicino a Siena senza riuscire davvero a combinare gran che (mai avvicinarsi. Siena, tra l’altro). Quell’uomo, costretto a cercare ricetto in luoghi sempre diversi, ora ospitali, ora meno, gravato dalla miseria, forzato a ingoiare il suo orgoglio di fiero repubblicano e intellettuale e filosofo per scrivere missive per conto dei suoi ospiti, si guarda intorno e dentro di sé, e non riconosce più il paesaggio che lo circonda. Io. Noi. In una foresta buia, piena di echi, scricchiolii, versi di animali. Alberi ritorti, divorati da dentro. Come agli albori dell’umanità tutta, nella preistoria. Come nelle fiabe. Come nelle nostre strade piene di stimoli avvelenati e marci. Bambini perduti in un bosco. Mi ritrovai. Nostra vita. Io. Noi. 

Un ponte tra io e noi, proprio in quel buio sconcertato e sinistro. I due poli dell’esperienza, così facilmente contrapposti, e rattrappiti o dilatati da quel contrasto che pare inevitabile. Il narcisismo enfiato come un ragno che ci fa ripetere io io io io, sminuzzando il flusso delle giornate in frammenti in pasto agli occhi e alla convalidazione altrui, sottolineature di libri-solitamente la prima pagina e basta, piedi al mare, piatti di pasta, soggettive mentre sciamo, frammenti di concerti, foto di nonne appena defunte a cui si appongono canzoni e lettere d’amore che leggeranno tutti tranne la persona sottoterra. Quello che ci fa ridere, meglio ancora quello che ci fa piangere, indignare. Oppure il conforto del branco, della fazione, del partito, del noi contro voi, contro loro, affannandoci a carpire intercettare più sostegno possibile, in rapporto diretto all’odio che deve appuntarsi su qualcun altro ancora. Un io che non conosce confini è uno spettro in una casa infestata, un noi alimentato da un consenso previo e meccanico è una prigione di narcisisti, una setta. La catena in entrambi è il desiderio di potere e di controllo, uno sguardo verso le realtà interiori ed esteriori che non fanno che chiedersi “A cosa mi può servire questo? Cosa ne posso ricavare?” Autocentrati, la salute, il successo, la carriera, persino la cultura e la spiritualità sono a servizio di questo auto-sviluppo. Un’ora di mindfulness per sfumare lo stress che il giorno dopo tornerà efficacemente a riempirci.

Entrambi si fondano sull’aggiramento sistematico di ogni sviluppo organico in nome della velocità, dell’esito immediato, della visibilità espansa. Teorizziamo il superamento della fatica per intossicarci con la nicotina di uno stress che si diffonde nelle vene di tutto il nostro organismo, e anche lo svago o le fughe spirituali, meditative che ci concediamo sono soltanto l’ora d’aria per poterci rituffare ancora di più in quella nube tossica, sempre che pure quelle non siano parte di quanto svendiamo per raccontarci, esporci, prostituirci. Tutto questo lo accusiamo comunque come velenoso, anche se non riusciamo a liberarcene. Mare crudele lo chiama Dante pochi versi più sotto nel quale ci dibattiamo, sentiremo dire tra poco da una voce migliore della mia. La domanda è perché tante persone vivano in modo così misero. Non tanto malvagio, quanto piuttosto insensato. Non tanto crudele, quanto piuttosto stupido. C’è ben poco da ammirare e ancora meno da imitare nelle figure di spicco della nostra cultura. Abbiamo celebrità, ma non santi. Artisti famosi intrattengono una nazione di insonni annoiati. Criminali famigerati mettono in atto le aggressioni di timidi conformisti (Eugene Peterson).

La posizione di quell’ altro “io” è possibile, concepibile solo in rapporto a quell’altro tipo di comunità, a quel “noi”. Già questa è una sfida per la vita che conduciamo oggi: solo ampliandosi a quel nostra è possibile davvero vedere cosa la rende mia, e viceversa. Quell’uomo solo, sperduto in una foresta, l’opposto speculare della vita civile, delle strade, dei semafori, delle code alla cassa del bar, continua comunque a sentirsi cittadino, come un pesce fuor d’acqua che annaspa e proprio nel soffocare continua a scandire senza suono cosa sia l’acqua. Le definizioni servono a poco, addirittura fanno male, quando manca l’esperienza, che non è chiara come l’acqua ma densa e scura e viva come il sangue, scriverà C. S. Lewis. Occorre recupere l’esperienza, sorprenderci in essa, per poterne intuire il significato profondo, che non è una definizione, un mantra, uno slogan, ma una dinamica in svolgimento, il fondo profondo del mare di cui sappiamo più facilmente nominare i flussi e riflussi della spuma in superficie. Ciò magari ci permette anche di mettere in discussione l’esistente, ciò che parrebbe inevitabile nel suo trionfo, le nullità vigliacche che si ammantano di potere sociale, economico, militare, religioso. Guardare a chi viene adorato o temuto come vincente e dire, al pari di Dante, che tanti che si credono re finiranno come maiali nel trogolo, lasciando di sé solo disprezzo.

Anche a questo contribuisce la poesia nel suo dirsi-vedersi. Nominare l’esperienza con parole che ci consentano di contemplarla, sorprenderla di nuovo. Essa è una creazione concreta, limitata, parziale. Proprio come la nostra vita e le nostre relazioni autentiche. Per questo esporci a essa ci fa respirare, slargare i polmoni, anche quando ci presenta qualcosa di triste, doloroso, vergognoso da ammettere. Perché come notava Fortini, la poesia è quella comunicazione che mentre di dice qualcosa te ne porge anche un’altra. La poesia non è informazione ma rivelazione e relazione. Che sia limitata e oscura non vuol dire affatto che sia meno importante di ciò che invece sappiamo dimostrare, cioè dominare. Meglio quel poco, del tanto altro di cui ci ingozziamo e dal quale facciamo dipendere il nostro successo e la nostra felicità. Una conoscenza minima che si possa avere delle realtà più alte è molto più desiderabile di una conoscenza certissima di quelle inferiori notava un autore ben nota a Dante, Tommaso d’Aquino.

Questa sera raccontiamo dunque il viaggio di un uomo che ha sentito di avere scoperto, nel buio, nel vuoto, qualcosa che ci riguarda tutti, e che non è possibile a sua volta ri-scoprire come verità in noi senza coinvolgere in questo anche la forma stessa della esistenza insieme, la Forma della Città. 

Come notava Chesterton, ciò che non va nel mondo non è che non sappiamo dire cosa ci sia di sbagliato in esso, ma che non sappiamo più dire cosa invece va nel mondo, cosa è giusto. 

Cosa può nutrirci e ripararci, si chiedeva Wordsworth, cosa è in grado di liberarci dal peso opprimente di questa gravità universale verso cui tutto scivola?

 

Premessa II. Amarci l’un l’altro o morire

 

Non ci sono terze vie, a quanto pare. Nell’angoscia che ci fa sentire impotenti, il primo passo è forse solo ammettere che abbiamo paura di avere paura.  Nel pendolo tra apatia e panico.

Come è possibile riedificare la nostra vita. Far inspirare ed espirare un cadavere. Il cadavere individuale della nostra esistenza paralizzata da troppi stimoli, troppe pressioni contrastanti, la proiezione costante nel futuro che ci chiede di sacrificare il tempo presente. In tutto questo, terrori e calamità. Il trionfo violento del potere ottuso, della corruzione, della competitività da squali. Nominiamole queste cose, una per una. Il dolore di scoprirci dove siamo effettivamente sarà stranamente benvenuto. Vi troveremo uno strano alleato. Sono versi di Auden scritti allo scoppio della Seconda guerra mondiale, parole che ci precedono per venirci incontro dal futuro, e mettono a nudo quello che, credo, molti di noi avvertono anche questa sera di maggio.

Siedo in una delle bettole

della Cinquantaduesima strada

incerto e spaventato

vedendo scadere le astute speranze

d’un decennio basso e disonesto:

onde di rabbia e di paura

circolano per le luminose

e oscurate contrade della terra,

ossessionando le nostre vite private;

l’indicibile odore della morte

offende la notte di settembre.

L’esule Tucidide sapeva

tutto quello che può dire un discorso

sulla Democrazia,

e quello che fanno i dittatori,

l’antiquato ciarpame che raccontano

a un apatico sepolcro;

egli analizzò tutto nel suo libro,

la ragione messa al bando,

il dolore che plasma l’abitudine,

il cattivo governo e il cordoglio:

tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

 

In quest’aria neutrale

dove ciechi grattacieli usano

tutta la loro altezza a proclamare

la forza dell’Uomo Collettivo,

ogni lingua versa a gara

la sua scusa vana:

ma chi può vivere a lungo

in un sogno euforico;

essi guardano fuori dallo specchio

la faccia dell’imperialismo

e il torto internazionale.

 

Le facce lungo il bancone

s’aggrappano al loro giorno medio:

le luci non devono mai spegnersi,

la musica deve sempre andare,

tutte le convenzioni cospirano

perché questa fortezza assuma

l’arredamento di casa;

perché non vediamo dove stiamo,

persi in un mondo stregato,

bambini spaventati dalla notte

che mai felici sono stati o buoni.

Tutto quello che ho è una voce

per svelare la bugia nascosta,

non c’è una cosa chiamata Stato

e nessuno esiste da solo;

la fame non lascia scelta

al cittadino né alla polizia;

dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.

Amarci o morire. Suona bene, ed è facile sottoscrivervelo, e così accantonarlo. Ripetiamolo invece. Amarci. O morire. Non amarci o sopravvivere, non amarci o cavarsela. Morire. Fisicamente-lo vediamo eccome- o comunque spiritualmente, condurre una vita che è già chiusa nella bara. Altrimenti, amare. E anche questo cosa vuol dire davvero. Questa è la domanda che percorre tutta l’opera di Dante. cosa vuol dire amare. Non comportarsi bene, non sottoscrivere questa o quella battaglia civile. Amare. Il resto sono comunque scappatoie da una vastità che ci chiede infinitamente di più. Come constatava anche Eliot: Essi [gli uomini] han sempre cercato di sfuggire/Dall’oscurità interiore ed esteriore/Fino a sognare sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono. Buono, non bravo. Capace di amare. Un grande sapiente ebraico come Heschel a sua volta notava che di conseguenza, il problema morale non può essere risolto in quanto tale. Deve essere affrontato nell’ambito della questione più ampia dell’uomo. Il problema fondamentale è la vita nel suo insieme, non il bene e il male. Non possiamo affrontare la moralità se non consideriamo l’uomo nella sua totalità, la natura dell’esistenza, dell’agire e del significato. 

Per non morire, bisogna morire. Prima. Muori prima di morire. Viene detto a termine di Till we have faces di C. S. Lewis. Questo è in fondo amare. Uscire da sé, preferire qualcos’altro, qualcun altro a sé, alle proprie definizioni previe di cosa sia vita, successo, potere, vittoria. Per questo Dante chiama il suo primo libro Vita Nuova. Una novità che per sbocciare abbraccia e supera la morte di quanto c’era prima. Muori prima di morire. C’è tanta morte in Dante, di questa morte, di tutte le altre morti possibili. Nella stessa intuizione di Zivago con la febbre, nel romanzo di Pasternak È chiaro, quel ragazzo è lo spirito della sua morte o, più semplicemente, la sua morte. Ma come può essere la sua morte se lo aiuta a scrivere una poesia? Si può forse trarre qualche vantaggio dalla morte, può forse la morte essere d’aiuto? 

A tutto questo si accompagna un altro interrogativo decisivo, forse difficile, ma così importante. Chiediamocelo, in quest’era di comunicazione continua, ossessiva, banalizzata, oppressiva, svuotata. Cosa sono le parole? Cosa ci succede quando diciamo qualcosa? Come possiamo valutare il peso di verità di una esperienza? Dante stesso se lo domanda alla fine del viaggio, quando afferma di aver visto Dio.

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Più di largo, sento che godo. Le parole non sono scindibili dall’esperienza. Noi diciamo qualcosa che proprio così scopre uno spazio in noi. Credo che è vero per quello che dirlo fa accadere in me. E’ una dichiarazione sconvolgente, una sfida a quello che diciamo. Possiamo davvero misurare la realtà di qualcosa dalla quantità di amore che suscita in noi come risposta?

 

Le parole tatuate

 

Una storia d’amore, dunque, è quella che voglio provare come posso a raccontarvi. Così tenue e così tenace, così controintuitiva per tanto che siamo soliti immaginare noi, una dinamica che chiede di immedesimarsi con un modo altro di intendere le priorità, cosa conta e cosa no, cosa è forte e cosa è debole, cosa è stabile e cosa è effimero. Ribaltando tanti nostri concetti immediati. Forse ciò che ci pare eccentrico è il vero centro, ciò che è tenue si rivela più tenace di un filo d’acciaio. E forse tutto questo può aiutarci a ricordare qualcosa che è presente e attivo anche in noi, fosse pure come alba, e farci dire “Sì, è così.” Il primo tassello è che tutti scriviamo, siamo tutti scrittori. I poeti, gli scrittori sono soltanto dei traduttori, degli amanuensi che copiano da un libro all’altro. È con questa intuizione che si apre il primo grande testo della letteratura italiana, la Vita Nova.

In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: “Incipit vita nova”. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’asemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

È già un attacco straordinario: ogni libro è solo una copia. Il libro c’è già, è la nostra vita, sono le nostre esperienze. Per questo Dante raccoglie le poesie degli anni prima, la lirica, l’esperienza lirica, e le innesta in un racconto in prosa, nel ragionamento a posteriori che le interroga, le spiega non nel senso che le risolve ma che le spiana come una pallottola di carta. Ogni testo delimitato si rivela così una traduzione, una trascrizione di un altro libro ancora, ossia quella che Dante chiama la “mente profonda.” L’esperienza stessa nella sua intensità somma, lo “spirare” di Amore, e la sua resa in poesia vengono espresse nei termini di una dettatura scolastica, come negli scriptoria o in università.

E io a lui: «I’ mi son un che,
quando Amor mi spira, noto,
e a quel modo ch’e’ ditta
dentro vo significando».

Dante ascolta, e copia. Come Henry Miller che si sedeva davanti alla macchina per battere e diceva “Sto ascoltando. Ti Ascolto. Sono in ascolto”. Con generosità, una passività attiva. Scrivere vuol dire dunque tenersi il più possibile “Stretti al dittatore”, a quello che ti viene dettato,  e il fissaggio su carta e in parola di ciò che potrebbe parere così effimero come il momento vissuto, l’emozione ricordata costituisce anche un esercizio interpretativo, un tentativo di penetrarne l’ambiguità. La memoria resuscita il passato nell’attenzione presente, ed ecco che non è più passato e basta, ma il presente del passato. Secondo una analoga riflessione di C. S. Lewis sul potere della memoria di resuscitare il passato, Ciò che è stato seminato nel momentaneo viene innalzato nel permanente. Ciò che è stato seminato come un divenire sorge come essere. Seminato nella soggettività, si eleva nell’oggettività. Il segreto transitorio… adesso è un accordo nella musica definitiva. 

Anche per questo Dante compie la sua rivoluzione, una scelta alla quale siamo tutti indebitati per come stiamo parlando questa sera qui, e in tutto il paese. Quella di non scrivere in latino, la lingua internazionale, alta della cultura e della scienza, la lingua uniforme e centralizzata, ma in italiano volgare. Una lingua raffinata, elevata, filtrata, ma concreta, particolare, la lingua della sua stessa esperienza, la lingua dell’inconscio, quella che ci parla prima ancora di essere studiata, brandita, appresa. Anche questa è una opzione dalle implicazioni decisive, se ci pensiamo. Come dirà nel Convivio, perché Dante sceglie il fiorentino illustre? Perché è la lingua che lo ha generato, letteralmente è la lingua in cui i suoi genitori si sono amati, hanno fatto l’amore, si sono scambiati effusioni mentre lui veniva concepito. La lingua del coito. Meno la si conosce, meno conosciamo noi stessi. Immergersi nel moto di quel fiume carsico è sprofondare nell’alfabeto che ci parla, prima ancora di essere parlato. Tutto un mondo ci ha preparato in essa a essere noi stessi.  La lingua non è un innesto meccanico, ma il fondo del nostro fiume inconscio, questa nostra presenza stasera è solo la punta di una montagna di uomini e donne che parlano vivono in noi. Quando diciamo Ti amo, Ti Odio, tutto quell’amore previo, o quella avversione parla e vive in noi. Per questo Dante poi scriverà il suo grandioso poema universale, quello nel quale vuole essere insieme e profeta, comunque nella lingua- dirà lui-delle muliercule, delle donne comuni. Perché quella lingua è quella con la quale ciascuno esprime una vita che ha le dimensioni epiche dei viaggi e delle imprese degli eroi. Non esiste vita ordinaria, banale, comune. Ognuno è protagonista di un evento unico che ha la stessa dignità e rilevanza di quella di Enea, Ulisse o Mosè.

 

Amore euclideo, la geometria della Città

 

Cosa racconta Dante con quella lingua. Qual è il perno della sua vocazione di poeta, di uomo, di profeta. In una serie di quadri viventi che paiono Il Colore dei melograni, il capolavoro cinematografico di Parjaonv. Qual è quella esperienza unica eppure condivisa da tutti. Un incontro. Come fa dire un altro grande regista, Tarkovskij, a un suo personaggio nell’Andrei Rublev, Lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice.

Idea o evento. Le circostanze le persone o il loro senso. Una cosa che ci accade, qualcuno che ci accade o quello che ciò fa sbocciare nella nostra riflessione. Chi ha la precedenza. Chi dei due alimenta l’altro. In Dante la riflessione sull’esperienza non è una aggiunta, ma lo sviluppo lo sbocciare dell’esperienza stessa. La memoria è qualcosa che ritorna presente, nell’amore e nella attenzione che gli dedichiamo. La mente profonda è questo spazio dove qualcosa è presente perché capace di suscitare amore, di ispirare, di occupare spazio on noi. I credenti ci hanno fatto il perno della Messa. Fate questo in memoria di me, ma chiunque può riconoscere che la realtà presente di qualcosa è la capacità di amore che suscita in noi e che noi gli tributiamo. 

«Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu,, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro, in sé, è durato un attimo, è stato un nul- la. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui io mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno $no ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci so- no poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose|?»

(C. S. Lewis, Lontano dal pianeta silenzioso)

Questo succede a Dante. A nove anni, a una festa di bambini in Ognissanti. Anche in questo Dante è il primo ad aver riconosciuto che le esperienze più importanti non hanno niente a che fare con l’età o la consapevolezza, che magari quello che è più decisivo come scoperta estetica, etica, morale, conoscitiva è già avvenuto quando eravamo bambini. Chi ha detto che un bambino è nella sala d’attesa dell’esperienza dell’amore, della morte, di Dio? Torniamo indietro coi ricordi e guardiamo meglio, forse tutto quello che ci preme oggi era già presente allora come spartiacque.

Vede una bambina, Beatrice, più o meno della sua stessa età, otto e mezzo, e il suo cuore si ferma.  In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente che apparia ne li mènimi polsi orribilmente; e tremando, disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi».

Il cuore si spaventa, trema e geme perché è arrivato qualcun altro, un dio, più forte di lui. 

Amore, come Dio, è una parola abusata. Non bisognerebbe nominarle invano. Lo vediamo in questi nostri giorni osceni dove Dio viene invocato per sterminare gli altri, per proclamarsi salvatori del mondo, dove i capi delle nazioni si fanno raffigurare come Cristo mentre sanano i malati in primo piano e bombardano coi caccia sullo sfondo. Bisognerebbe usare altre parole, per riaccostarci al significato. Così è per l’amore. Dante usa la parola paura. Paura. 

Quell’incontro, quel momento, quello sguardo, resta seminato in lui. E si riaccende ed esplode nove anni più tardi, quando i due si incontrano di nuovo per strada.

È una circostanza quasi ordinaria, seppure innervata di una segreta attesa. Dante cerca spesso di vederla, di incrociarla, ma quel giorno accade qualcosa di diverso. Immaginiamo la scena. Un evento apparentemente casuale, nell’andirivieni del ritmo ordinario di una giornata in città. Due giovani dello stesso ambiente si imbattono l’uno nell’altra e rivolgono un saluto. Quanti scambi costellano così anche le nostre giornate? Eppure per Dante quanto segue ha più impatto di una eclisse che succhi via la luce e l’aria.  Avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine.

Tutto qui, così poco, diremmo noi. Un sorriso, il profumo di un fiore che è lì e fiorisce perché fiorisce. Quella ragazza lo saluta e basta. In mezzo ad altre due donne, e questo è già decisivo. Beatrice non è da sola, anche se spicca in essa, comunque fa parte di una comune vita cittadina, degli incontri in quelle queste nostre strade, eppure quel particolare di un quadro più ampio, così facile da ignorare nel traffico intorno si accende di una intensità sua, che contagia il resto. Un ago di luce bruciante. Un lampo sospeso nell’aria. Perché? Per la dolcezza pura di quello sguardo, quella disarmante gratuità con cui quella ragazza lo guarda. Lì Dante, sposato con un’altra, così come Beatrice è sposata con un altro uomo, muore. La sua vita di prima è finita. Vita nuova. Ne inizia un’altra, innescata da quello che quegli occhi e quel sorriso hanno suscitato in lui. Gli occhi di lei. Una esperienza tremenda e così dolce che la giornata è già finita. Dante corre via in casa e si butta a letto. Succede che alle volte uno viva qualcosa, si senta dire qualcosa per cui vorrebbe tirare giù il bandone, chiudere le imposte e gli occhi, basta cos’altro c’è da aggiungere per oggi, ho già mangiato. Lasciatemi solo a guardare tutto questo che si posa in me, nel fondo profondo del mare al di sotto di tutta la schiuma illuminata da sole e le altre voci e pressioni e richiami solo solo apparentemente più forti e rilevanti. Chi se ne importa. Ho già visto quello che dovevo vedere. Tremendum, dicevano i latini dei luoghi sacri misteriosi, questo posto è tremendo. Chiediamocelo, al di là dei clichés. Cosa ci succedere a Essere visti davvero. È l’esperienza in cui si concentra la nostra vergogna e la nostra gioia, come fossimo visibili nell’oscurità, scriverà Wendell Berry. Essere oggetto di una attenzione così ci fa sentire afferrati, stranamente brutti e belli insieme, dove i nostri limiti avvertiti e un apprezzamento immenso, totalizzante, non si oppongono più. Più brutti di prima, più belli.

Dante si getta a letto e fa un sogno. Sempre che lo si possa chiamare tale. La visione di prima resta sotto le palpebre e si accende come un caleidoscopio. Forse Dante è più desto così. Cavaliere oscuro. Donna tra le braccia, nuda sotto un velo (l’amore di dante non sublima Beatrice, anzi freme di tensione erotica). Gli strappa il cuore e glielo fa mangiare, a lei. Il tuo cuore non è più tuo. E Dante inizia a cantare di quella donna, della sua presenza nella vita condivisa di Firenze, innestando la sua poesia sulla tradizione dell’amore cortese, la grande cornice della poesia medievale, francese e poi italiana. Attuando anche qui una rivoluzione. Non più unicamente la dama del castello, la regina lontana, la principessa di oltremare, ma una ragazza del tuo stesso ambiente urbano. Una democratizzazione dell’esperienza del fin amor, dell’amore nobile che nobilita e cambia, proprio nella sua lode per un oggetto perlopiù inaccessibile, irraggiungibile, che non si può possedere. Siamo plasmati da ciò che guardiamo

Quella intuizione medievale è una rivoluzione gigantesca di cui ancora viviamo le conseguenze. La nostra società accorda particolare enfasi a rapporti orizzontali, paritari, ed è un bene.  Il mondo medievale leggeva invece l’universo e persino la passione amorosa in termini di Gerarchia, ogni cosa e aspetto implicava anche un guardare su, a una vastità, come con le cattedrali dai cui pinnacoli troneggiavano santi e angeli. Essere pari? La gloria, avrebbero obbiettato loro, è godere nell’essere inferiori e avere qualcuno di più in alto da ammirare amare e servire e imitare. Dio, l’Imperatore, I grandi Cavalieri di Artù, Il Papa, Aristotele, Beatrice.

Quello che non si può semplicemente avere è anche quello che ci supera ed eleva in un’altra regione e che fa piovere su di noi un modo diverso di essere: In un mondo orientato alla funzionalità, in cui siamo tutti abituati a definirci in base a ciò che siamo in grado di fare, ci troviamo di fronte a una realtà che non possiamo controllare. Ed è così che coltiviamo il senso di rispetto (E. Peterson).

È una trasformazione spirituale e spaziale, anche della vita ordinaria intorno un irradiarsi in verticale e orizzontale, come le due braccia di una croce. Geometria universale, che si propaga dalla misteriosa prima fusione di linea e cerchio, scriverà Charles Williams, regolarità e contingenza, nelle membra di chi ci colpisce per la sua bellezza- uno struggimento che è fisico e non solo, una commozione per il suo mero esistere, e ci attira.

Da quella gentilezza, dalla contemplazione di quella bontà e grazia di quella ragazza fiorentina, mentre va a fare la spesa, si inginocchia in chiesa, si china ad accarezzare un bambino, si irradia una sorta di per-dono, dono universale. Ella non rende solo migliori le cose buone, ma buone le cose cattive, notava sempre Charles Williams.

I teologi medievali (che di domande apparentemente bislacche ma suggestive se ne facevano parecchie) si erano interrogati su come sarebbe stata la Sessualità prima della Caduta. La tesi di Tommaso d’Aquino era che se non fossimo ottenebrati dal male, avremmo goduto di più, non di meno.  Lei dissemina gloria, scrive ancora Charles Williams che proprio dall’esperienza di Dante trasse quella che chiamava “l’esperienza beatriciana”, cosa accade in noi nell’amore romantico. Amore è un cono di luce, di attenzione, di preferenza, ma anche una ipotesi universale, una caparra, un anticipo, un frammento di quell’eden perduto, un uomo e una donna soli in un giardino, come riaccadrà al termine del Purgatorio. Una scuola per guardare tutto il resto, tutti gli altri rapporti, con occhi rinnovati, per scoprirli nelle loro dimensioni autentiche di scambio, cortesia, co-dipendenza, in una parola di amore:

Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso; e chi allora m’avesse domandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente ‘Amore’,

Dante dice che nella sua vita l’amore non si è mai presentato sanza lo fedele consiglio della ragione. La Vita Nova è il libro di queste domande della ragione, del guardare e riguardare un mistero previo, già attivo, un provare e meditare, che non ha bisogno di soluzione, solo di approfondimento. Anche per questo è composto di poesia e prosa, le intuizioni poetiche degli anni passati introdotte e commentate da una prosa successiva. L’esperienza lirica viene “spiegata”, ma non esaurita, dalla meditazione. Il significato non è un innesto ma un dispiegarsi, come un foglio che viene steso e lisciato per leggere meglio quanto vi è già stato scritto. 

Dante si domanda perché. Perché quella donna lo colpisce. Perché è bella, certamente. Occhi verdi, capelli rosso-biondi, nel novero delle trenta più avvenenti fiorentine. Ma perché è bella? Perché è buona. Quella grazia dei lineamenti e dei gesti è inscindibile da ciò che comunicano di lei, una gentilezza che pare accarezzare le cose e le persone e, così valorizzarle. Rilke avrebbe notato che forse non c’è gesto più intimo di una mano posata lieve su una spalla, come a ribadire senza parole che è bene che la realtà toccata esista, che è cosa buona, come nello sguardo che Dio riserva alla creazione nello scandire dei primi sei giorni, lo stesso che un artista, un giardiniere, un artigiano rivolge con approvazione all’opera delle sue mani, annuendo. Ma perché Beatrice è così buona e bella? Se bellezza e cortesia ispiratrice erano già stati i grandi temi di tutta la poesia erotica medievale, Dante si spinge ancora oltre, e arriva a dire di quella ragazza fiorentina- già elevata in un processo di democratizzazione dell’amore al rango delle regine e nobildonne dei trovatori-quello che costituisce un salto e al tempo stesso una sintesi per l’arte intera dei due secoli che lo precedono: Beatrice è così bella ed è così bella perché così buona perché è un miracolo. Cosa vuol dire, davvero, al di là della facile addomesticata distanza che la parola suscita in noi? Che la sua natura e presenza non può essere spiegata con la somma dei fattori che parrebbero costituirla, genetica, famiglia, educazione, psicologia, ambiente. Finiscono sullo sfondo, non contano più. Questo dettaglio dell’universo chiama in causa direttamente una sorgente che lo supera infinitamente, e che fornisce per questo una ipotesi con cui leggere niente meno che tutto. Come vedere resuscitare un morto, o attaccare un arto amputato senza che rimanga neppure l’ombra della cicatrice. Non è possibile, eppure c’è. Suscitando una speranza ben più scomoda della paura.

Una lettera scritta da Dio apposta per te, perché tu sappia senza dubbio alcuno che esiste. Gli dèi sono cose insolite agli occhi mortali, eppure non lo sono. Egli non aveva la più debole idea fino ad allora del loro aspetto, e perfino dubitava della loro esistenza. Ma al primo vederli conobbe che li aveva sempre conosciuti e comprese la parte che ciascuno di loro aveva avuto per molte ore nella sua vita, mentre e gli si era creduto solo, tanto che ora poteva rivolgersi a loro, a ciascuno di loro, e chiedere, non: “Chi sei tu?”, ma: “Eri TU, dunque, per tutto il tempo?”. Tutto ciò che essi erano e ciò che dicevano in questo incontro risvegliava delle memorie. La confusa coscienza di amici che gli stavano intorno, che aveva ossessionato le sue solitudini fin dall’infanzia, trovava finalmente la spiegazione, quella musica che si percepiva al centro di ogni esperienza pura, e che sempre, all’ultimo momento, era sfuggita dalla memoria, si ritrovava ora finalmente (C. S. Lewis).

 Dante così la guarda muoversi nella comunità condivisa (si noti l’enfasi che accorda agli altri: Beatrice saluta altrui, non lui e basta, ogni lingua tace, non solo la sua):

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

 la donna mia, quand’ella altrui saluta, 

ch’ogne lingua deven tremando muta, 

e li occhi no l’ardiscon di guardare. 

Ella si va, sentendosi laudare, 

benignamente d’umiltà vestuta; 

e par che sia una cosa venuta

 da cielo in terra a miracol mostrare. 

Mòstrasi sì piacente a chi la mira, 

che dà per li occhi una dolcezza al core, 

che ‘ntender no la può chi non la prova: 

e par che de la sua labbia si mova

 un spirito soave pien d’amore, 

che va dicendo a l’anima: «Sospira!»

 

Sospira. Si inspira ed espira. Il sospiro che cos’è (si chiedeva la Woolf neLe Onde) se non il desiderio di andare incontro a qualcosa-qualcuno fuori di noi, un ponte gettato tra quello che una presenza immette (inspirare) e tendersi verso di essa (espirare)?

Amare qualcuno vuol dire diventare doppiamente vulnerabili. Il mondo diventa più pericoloso, perché quella stessa cosa che è arrivata fino a te, può esserti portata via. Quella astrazione che è la nostra morte futura prende tutto un altro peso, adesso che chi amiamo può morire. Ogni morte ci parla di quella morte, e della nostra morte in essa. Perché non importa che ci si fermi il cuore, basta toglierci ciò che lo fa battere per farci già addentrare nella morte stessa. 

E quando èi pensato alquanto di lei, ed io ritornai pensando a la mia debilitata vita; e veggendo come leggero era lo suo durare, ancora che sana fosse, sì cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria. Onde, sospirando forte, dicea fra me medesimo: «Di necessitade convene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia». E però mi giunse uno sì forte smarrimento, che chiusi li occhi e cominciai a travagliare sì come farnetica persona ed a imaginare in questo modo; che ne lo incominciamento de lo errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: «Tu pur morrai»; e poi, dopo queste donne, m’apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano: «Tu se’ morto».

E così è, così succede. Beatrice muore. L’amore muore. Il sorriso si spegne. 

Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova dispogliata da ogni dignitade;

Ancora una volta, non è un lutto privato, per Dante beatrice e Firenze sono connesse, un tutt’uno. Per descrivere la scomparsa dolorosamente ordinaria in quei tempi di una donna giovane, forse di parto, ricorre a niente meno che 

Lamentazioni attribuite a Geremia per Gerusalemme devastata. Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium

Le strade della città più ricca d’Italia sono sentieri di cenere, una comunità intera è spogliata del suo senso autentico. La vedovanza è comune. Tutti hanno perso qualcosa, adesso che lei non c’è più. Ma le domande non si arrestano. Dante si chiede: Quello che ho vissuto era ed è vero ancora, oppure no? Se si trattava davvero di un miracolo, allora Beatrice non ha smesso di essere presenta attiva, ma è diventata come Dio stesso, invisibile, certo, ma presente, più presente di quanto siamo abituati a riconoscere qualcosa. Il problema è come vederla ancora. Come sentirsi guardato ancora. Lo scriverà anche Lewis alla moglie defunta: Si pensa spesso che i morti ci vedano. E noi assumiamo, ragionevolmente o no, che, se è davvero così, essi ci vedono più chiaramente di prima. Così sia. Guarda fino in fondo, cara. Non mi nasconderei nemmeno se potessi. Tu già conoscevi gran parte delle mie zone guaste. Se ora vedi di peggio, posso sopportarlo. E anche tu. Rimprovera, spiega, canzona, perdona.

La Vita Nuova si chiude con un accenno, una esperienza per la quale non si hanno ancora le parole, non perché essa sia troppo vaga, ma perché parole e memoria nostre sono troppo deboli, e una promessa. Quella di trovare quelle parole per dire quanto quella donna sia ancora viva e attiva nella sua esistenza.

Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna.

La promessa sarà mantenuta, a settecento anni possiamo dirlo. Dante ha detto di una ragazza che ci sarebbe rimasta del tutto sconosciuta quello che nessuno aveva detto prima di una donna. Ci vorranno quindici anni e la tragedia dell’esilio perché Dante trovi quelle parole e ci coinvolga in un viaggio con esse, tutti quanti. Gli anni e le parole per la Commedia.

 

Nel mezzo. Nel buio. Linea o spirale dello sguardo

 

Anni dopo. Quindici anni. La situazione è molto, molto peggiorata. Dante è travolto da una crisi che ha spazzato via la sua vita di prima. La sua vita e non solo la sua. Firenze dilaniata dalla guerra civile, il papato corrotto, l’imperatore debole. Avarizia, fame di guadagno, volgarità premiata. E dentro di sé, confusione, istinti e reazioni e paure che lo tirano da una parte all’altra. La gloria politica, la partigianeria politica, la sete di conoscenza, la passione amorosa, anche le sue qualità migliori, il meglio di sé si sono rivoltati in delusione, droga, parzialità. Il suo mondo è in fiamme, bruciato dalla violenza e dall’avarizia. Cosa è andato storto? Dentro e fuori di lui, tutto è buio e confuso. Come siamo finiti qui, nel mezzo di un incubo collettivo di cui non ricordiamo l’inizio? A quella foresta oscura potete dare il nome che volete, la conosciamo dolorosamente bene. 

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

 

Dante vede il sole sorgere dietro una collina di là dei tronchi neri, attorti, delle spine e delle radici nodose, sa dove dovrebbe andare e ci prova. Sale incespicando. Ma il cammino è impedito dalle tre belve, i tre gradini degradanti del male. Fiere. Persino quel nome esprime la perversione di cui sono il sintomo. Fiore-nza. Firenze doveva essere la città del Fiore- Santa Maria del Fiore- di Cristo, della vita della comunità nella carita e nella co-dipendenza; invece è diventata la città del Fiorino d’oro e così si è degradata nella foresta delle Fiere. Il male che Dante accusa fuori e dentro di sé, nell’io e nel noi. Tre mali, che sono anche tre fasi della vita, e tre ordini sociali. La Lonza dei facili piaceri immediati, della giovinezza, dei contadini e bottegai, il Leone della superbia, della maturità, dell’aristocrazia, e la Lupa dell’avidità di potere, della vecchiaia, della Chiesa. 

 

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

 

Perché, delle tre, proprio la Lupa è invincibile? Perché le prime due fiere esprimono dei vizi essenzialmente privati, individuali- sebbene possano creare delle società di connivenza reciproca- la terza invece costituisce un male comunitario. Come l’Anello in Tolkien, non basta rinunziare personalmente al potere, perché il suo male svanisca da un intero orizzonte, così come smettere di respirare un’aria avvelenata non soffia via il gas. Non si può trovare una risposta privata a un problema collettivo, che riguarda e coinvolge tutti.


tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Buio è il silenzio del sole. Prima sinestesia della letteratura italiana, forse europea, 500 anni prima di Baudelaire. La vera oscurità è quando le cose apparentemente restano al loro posto, ma hanno smesso di parlare. In un simile nadir della disperazione, cosa succede, cosa consente di ripartire?

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me”, gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”.

Chiunque sia quella presenza, pare immobile, e tace. E proprio questo è il suo primo aiuto, la mano già tesa restando lungo il fianco. Perché il primo discorso diretto deve essere di Dante stesso, che grida aiuto. L’universo risponde alla domanda che gli facciamo. Quando l’allievo è pronto, il maestro appare, recita un detto orientale. Ecco che nel bisogno riconosciuto, nella impossibilità della propria situazione, l’ombra fa un passo avanti, e si rivela essere il suo scrittore preferito, inviato da Beatrice stessa. La prossimità immediata per Dante in quel buco nero è la poesia di Virgilio, la concretezza di quello che già gli è caro. La comunità orizzontale dello stesso lasso di tempo e spazio si allarga così a comprendere la distanza nel passato e nella geografia.  Non camminiamo mai semplicemente nelle strade della nostra città. Ad esse si sovrappongono i nostri movimenti in altri luoghi, altri momenti, quelli che la memoria e l’attenzione rendono nuovamente presenti. Niente esiste meramente nel presente, le parole devono cedere posto al silenzio perché se ne intenda il senso compiuto, eppure, proprio così, si fissano in una espressione magari indimenticabile. È uno dei moti stupefacenti della vita che qualcuno prima di noi abbia lasciato parole, gesti, opere nei quali la nostra libertà ed emozioni possono muoversi, oggi, e che a nostra volta tutto ciò non sia inghiottito dal nulla, ogni volta che lo resuscitiamo in noi stessi. Mani tesi viaggiano invisibili attraverso l’aria. Omero vede Argo piagato e roso dalle pulci aspettare Odisseo e morire di crepacuore per la gioia. Sylvia Plath ritrova il suo tentato suicidio nella maschera giapponese di un granchio morto sulla riva del mare. Genji interpreta la Danza delle Onde del Mare Azzurro e gli astanti sono stupefatti fino al terrore. Non più tardi di ieri, ancora oggi, scriveva Mario Luzi.  Il passato è ciò che resta presente del passato perché noi vogliamo ricordarci di esso, sentire come i nostri morti siano vivi nel nostro sangue e come il sentirne rivelazione ci turba e nello stesso tempo ci guida (Ungaretti). Anche questa è una comunità, corpo vivo delle nostre relazioni nelle loro dimensioni autentiche, che comprendano e superano il visibile e l’immediato. I morti ci portano con loro, e noi li portiamo con noi, nei flussi riflussi della marea. Tempo e spazio non contano niente in questa dimensione dell’amore e del debito, nel porfido dello scambio. Come notò Balthasar, l’unico vanto che davvero l’intelletto coscientemente orgoglioso di Dante accampa è, in fondo, quello di essere stato salvato da ciò che amava. Occorre scegliere bene cosa amiamo, dunque, perché sarà esso a salvarci. 


Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.

“A te convien tenere altro vïaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

Altro viaggio. E qui nel nostro discorso dobbiamo fare una pausa. Ricordate il gesto iniziale: Dante che cerca di ascendere direttamente fuori della selva, verso la collina illuminata dal sole della salvezza e della pace. Un movimento verticale. Nel mezzo del cammin di nostra vita, primo verso e citazione da Isaia, è anche una perifrasi per dire “A trentacinque anni”. Una cirlocuzione, un giro di parole. L’amor che move il sole e l’altre stelle sarà il verso conclusivo del Paradiso. Un’latra perifrasi per dire “Dio.” La Commedia si apre e chiude con un giuro di parole. Non è affatto un caso che, nel percorso proposto da Virgilio, assai più lungo e faticoso, Dante si muoverà sempre in cerchio. Giù per i gironi dell’inferno, su per le balze del purgatorio e infine dentro alla spirale dei Pianeti del Paradiso. Il movimento squisitamente verticale sarà ripreso solo negli ultimi Canti, superato il Cielo dei mistici. La diversa dinamica incarna fisicamente quanto espresso anche dalla forma retorica della perifrasi stessa. Forma è contenuto. Perché? Perché non arriviamo alla verità profonda delle cose direttamente, con un balzo intuitivo, con una formula chiesta a internet, con una definizione, ma abbracciando il tempo e lo spazio e le singole storie. Dante deve scendere negli abissi del male, ascoltare le bestemmie e le urla, svenire di pietà, inerpicarsi con mani e piedi sulle rocce acuminate, sostare per il fiato corto, inspirare l’aria salmastra, interrogare, ascoltare, riflettere. Altrimenti la verità non sarà mai sua davvero, tatuandosi sulla fronte. Non c’è teleferica che possa portarci in cima a questa montagna di conoscenza eccetto lo scalare, abbracciare, impastarci delle cose e delle persone, perché altrimenti non sarebbe nostro, assunto in noi. Non bacio mio figlio perché gli voglio bene ma anche perché baciandolo imparo a volergli bene, parafrasando il Barone Von Hugel. Questa è la dinamica profonda di ogni autentica conoscenza. L’uomo da sensato apprende ciò che poscia di intelletto degno, dirà poi Dante. Niente è nell’intelletto che non sia prima nei sensi, già diceva Tommaso d’ Aquino. Per questo la nostra perenne delega alla tecnica (e tecnica può essere anche un libro, una definizione intellettuale, non solo un computer o una piattaforma social) è una frode, perché parte dall’intelletto e aggira i sensi, si appella alla nostra perenne fascinazione per la fuga e il controllo insieme, proprio come l’Anello della trilogia di Tolkien, che consente di vedere senza essere visti, sottraendo il nostro rapporto col mondo a questo interscambio faticoso, a questa comunità- ancora una volta. Avere un’automobile è cosa magnifica, puoi spingerti laddove da solo non saresti mai andato, puoi goderti del vento e del paesaggio che scorre, si possono scrivere poesie sull’andare in macchina. Ma se impari prima a guidare che a camminare, non si tratterà di aggiunta, ma mera sostituzione, e non avrai sviluppato quello che niente e nessuno nell’offrirti un supporto tecnologico può anche portarti via. Prima l’amore, poi la tecnica, sentenziò il Gaudì della Sagrada. Occorre soffrire, patire, nel senso più ampio e bello e difficile del termine perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne, scriverà E. Mounier. 

La poesia stessa è perifrasi perché la vita per prima è perifrasi. 

Allor si mosse, e io li tenni dietro. Imitando, assecondando la natura stessa dell’universo, per come l’aveva spiegata Beatrice stessa a Virgilio, Amor mi mosse, che mi fa parlare.

Ci si muove per amore, si parla per amore. L’amor che muove il sole e l’altre stelle sarà l’ipotesi di lettura conclusiva della nostra intera esperienza nel cosmo, di ciò che già sappiamo e di ciò che continuiamo a non poter ancora definire di noi stessi e di quanto ci circonda. Non c’è movimento, esplicito o implicito che non sia per questo amore, sentenzia Dante, dall’alzarsi dal letto alla mattina allo scendere in strada. 

Il fuoco è comunque dato, il dolore e la fatica nel trasformare il desiderio di mero possesso in dono dato e ricevuto. Possiamo decidere se viverlo nell’odio e nel rancore, e allora sarà già inferno in queste nostre strade – la Firenze dei Guelfi Bianchi e Neri lo sa bene – e ci sbraneremo l’un l’altro, o viverlo per amore nell’amore, per crescere, e abbracciare di più quanto ci è già caro. È proprio quell’amore a bruciare comunque, in fondo a tutte le nostre opzioni. L’Inferno è la comunità dell’odio, Purgatorio quella della riconciliazione e ricostruzione, Paradiso è quella dello scambio trionfante dell’io e del tu. Sio m’intuassicome tu t’inmii. Dalla comunità non si esce comunque: per questo al centro della Terra nel ghiaccio del Cocito sono puniti i tradimenti dei patti speziali, i rapporti fondamentali che ci costituiscono nella prossimità e nell’intimo: la patria, gli amici, i parenti, i benefattori. Per Dante quanto ci fa tradire un libro amato, un amico, un paesaggio conosciuto fin da bambini è la radice del cancro che si estende alla retorica violenta dei partiti, alle violenze razziali, alla guerra. Il fuoco della comunità è dato, possiamo solo decidere come viverlo, se odiando o scoprendo in esso quanto non sia familiare la parola sempre sulle nostre bocche, Amore Amore Amore, prossima come la nostra giugulare sul collo e remota come le stelle. Solo ciò che amiamo ci giudica davvero. Solo tornando a quello sguardo che ci ha raggiunto, a quel nostro segreto forse incomunicabile primo amore, sapremo confessare quanto l’abbiamo amato e tradito, quanto l’abbiamo tradito e quanto comunque l’abbiamo sempre amato. Questa è la inestirpabile Camicia di Nesso che Eliot- citando proprio Dante- evocherà nel sollevare la testa dalla Londra bombardata dai nazisti, pochi anni dopo i versi che ho citato di Auden:

 

La colomba discendendo spezza l’aria

 Con fiamma di incandescente terrore 

Le cui lingue dichiarano 

L’unico congedo da peccato ed errore.

 La sola speranza, altrimenti disperazione

Sta nella scelta di pira o pira – 

Per essere redenti dal fuoco col fuoco. 

Chi dunque ideò il tormento? Amore. Amore è il 

Nome non familiare 

Dietro le mani che tesserono 

L’intollerabile camicia di fiamma

 Che l’umano potere non può rimuovere. 

Noi soltanto viviamo, soltanto sospiriamo, 

Consumati da fuoco o fuoco.

 

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Fiore nostro fiorisci ancora

 

Una selva, un giardino, una rosa. Il percorso della Commedia parrebbe quasi una immensa opera di potatura. Si tagliano gli sterpi, si aprono sentieri nella macchia selvaggia, infestata di animali feroci, e infine tutto lo sguardo si concentra su una singola Rosa Bianca. Ma questo non vuol dire lasciarsi alle spalle le strade di Firenze, il chiasso, le voci. Il Paradiso è un fiore, dove ogni petalo è un’anima diversa, nel quale si tuffano gli sciami d’oro delle api-angeli, sotto il solo di Dio, al tempo stesso centro del cerchio e circonferenza stessa. Santa Maria del Fiore, si chiamerà la cattedrale di Firenze. La Città è un Fiore. Fiorisci ancora, le augurava Mario Luzi. Ma come. Tornando ad attingere a questa esperienza individuale che però contiene un suggerimento collettivo. Ogni comunità restaurata nella sua originale di scambio e supporto reciproco lo è. Il Fiore è una Città. Una comunità illuminata da qualcosa che precede comprende e supera tutti i nostri tentativi di scambio, supporto, amore e per questo li eleva. Non c’è niente di banale o grigio che non possa rivelarsi come amore, persino se mi è concesso come un grande gioco o scherzo. Una danza, ecco. Vigili dirigono il traffico come direttori d’orchestra. Le luci dei lampioni si accendono o spengono. I bambini pigolano mentre sono portati a scuola e stringono in mano i giocattoli. I vecchi siedono alle panchine e rivedono sé stessi nei giovani innamorati che passano loro davanti, mano nella mano. qualcuno getta delle briciole ai piccioni, qualcun altro corre allenandosi in squadra. Per arrivare a fissare tutto questo nel caleidoscopio della luce di Dio, Dante ha bevuto l’acqua di due fiumi, il Lete, che fa diventare il male commesso o subito, l’Eunoè, che ricordare il bene commesso e ricevuto. Cade una crosta dagli occhi e ci si accorge che in fondo, in mezzo a tutto quel caos di stimoli, scelte, sbagli, torti, quello che pulsava davvero non era altro che amore. E per cantare Beatrice ancora una volta, per l’ultima volta, egli le rivolge forse la dedica più bella che si possa tributare a qualcuno che ha attraversato la nostra parabola umana, incontrato, letto, ricordato, e che spero che anche noi possiamo sentire risuonare nel debito verso qualcun altro.

 

O donna, in cui la mia speranza vige,
     E che soffristi per la mia salute
     In Inferno lasciar le tue vestige,
Di tante cose, quant’io ò vedute,
     Dal tuo podere e da la tua bontà te
     Ricognosco la grazia e la virtute.
Tu m’ài di servo tratto a libertate
     Per tutte quelle vie, per tutt’i modi,
     Che di ciò fare avean potestate.
La tua magnificenzia in me custodi
     Sì, che l’anima mia, che fatt’ài sana,
     Piacente a Dio dal corpo la disnodi.
Così orai; e quella sì lontana,
     Come parea, sorrise, e riguardommi:
     Poi si tornò a l’eterna fontana.

 

E lei gli sorride ancora una volta, come all’inizio, tempo e spazio non contano più, è di nuovo ed è ancora quel piccolo gesto di tanti anni prima che si illumina come significato e resta sempre attingibile come una fontana che scorre anche quando non c’è nessuno a riempirci una brocca. E poi lei guarda altrove, più alto, e Dante alza gli occhi, con lei. Quello che prima era privazione, distanza, cecità, adesso diventa compartecipazione nella rosa bianca che si scalda al sole infinito di Dio. Dalla selva al giardino a una comunità che è una singola rosa, dove ciascuno è un petalo e ognuno partecipa alla vita di tutti. La mia vita è la tua, la tua vita è la mia. L’io vanisce nella sua stessa attenzione, scriveva Les Murray, ed è più sé stesso che mai, così. Come quando si legge un romanzo appassionante, si guarda un film, si guarda un volto caro al quale si sovrappongono i ricordi di tutte le altre volte che lo abbiamo rimirato e il presentimento di quando e come lo rivedremo ancora in futuro. Vieni. Puoi camminare nei miei ricordi, che tornano vivi e presenti proprio perché posso addentrarmi in essi, con te. Vengo. La cascata della mia infanzia che nella memoria splende oro diventa oro davvero, e possiamo immergerci le mani e la testa. Vieni. Centro fuori che riflette il centro indicibile dentro. Non è finita, la notte nuziale. Vengo. Una crescita unica, reciproca, organica, l’opposto delle aggiunte e sottrazioni del nostro sistema meccanizzato, tecnologico. Una bella immagine e basta? Un augurio per il futuro remoto, su questa terra o altrove? Non solo. Nel Scientific American del 2020 si legge che, nel 2004, i modelli matematici e le simulazioni di un gruppo di statistici al Massachusetts Institute of Technology, hanno mostrato che il nostro più recente antenato comune dovrebbe essere vissuto non prima del 1400 a.C., forse nel 55 d.C. Ai tempi in cui in Egitto regnava la regina Nefertiti, in qualche parte del mondo viveva probabilmente una persona da cui discendiamo noi tutti. Nostra vita. Così è, stasera, anche per noi. Siamo rami dello stesso albero. Durare non è esistere, ed esistere è morte senza più panico. Fiorenza. La città del fiore, di Santa Maria del Fiore, alle spalle di Dante, a miliardi di anni luce di distanza, in questa nostra aiola di terra zuppa di sangue e crudeltà e sete di potere, si è fatta incancrenire dalla seduzione del fiorino stesso e così è diventata la città delle tre fiere, ha tradito la promessa del suo nome, preda così della ferocia bestiale, dell’avidità, della superbia e della violenza. Dante ha comunque continuato a sperare di poterci tornare, ancora e ancora, che magari la potenza del suo stesso poema vincesse la crudeltà dell’esilio. Così non sarà ed egli morirà a Ravenna per la malaria, non lontano dal mare. Come che sia, quello che Firenze gli ha dato è ben più che una lezione che si deve applicare altrove, o sperare di ritrovare in un futuro che riscatto il dolore del passato e del presente. È stato e resta l’inizio di qualcosa che non smette di essere vivo, operante. La promessa continua a scandire un ritmo segreto. Sempre che la si prenda sul serio. In tutti i suoi passi, quelli che si capiscono e quelli che retano ignoti, nelle gioie e nei dolori e nei vuoti oscuri e nel rumore che sembra trionfare su musica e silenzio. Voler bene è abbastanza facile. Volere il bene di chi si ama è difficile. Il bello è difficile, constatava già Platone. Imparare a danzare è difficile, e bello. Senza un orizzonte più alto e più largo in cui vedere ciò che già amiamo, chi già amiamo, non lo vedremo davvero e forse smetteremo di vederlo affatto Proprio quella vastità altra, proprio quella Danza ce lo riconsegna e con esso tutto il resto, come notava ancora Eliot:

 

Non l’intenso momento 

Isolato, senza prima e dopo, 

Ma una vita che brucia in ogni momento

 

Non è l’estasi isolata a salvarci, non è il benessere di una liberazione elitaria, né è un progetto ideologico applicato. Egoismo il primo, e codardia, astrazione il secondo, e infine violenza. Fuga e controllo, le due perenne tentazioni del singolo e della società, l’ho già ricordato, citando Rowan Williams. Ci si salva se- a un certo livello- smettiamo di pensare di farlo, se amiamo qualcosa qualcuno comunque fuori di noi. Salvarsi è facile, diventare comunità è difficile-dannatamente difficile, notava E. Peterson.

Lì ritroviamo infine il nostro viso che ci aspetta, quel viso di cui finalmente ci siamo dimenticati, attenti a rimirare qualcos’altro. Dobbiamo amarci l’un l’altro, dimenticarci di noi stessi, ritrovarci nell’amore, o morire assiderati nel ricordo di noi stessi, in un silenzio caro e pregno di senso come la musica, direbbe Les Murray in cui tutto è caro, perché necessario, perché superflua sovrabbondanza, perché comunque amato e capace di farci amare di più ancora. 

L’amore smuove, muove. L’amore che muove il sole e le altre stelle

Cosa ci ha messo insieme ancora oggi, questa sera, ad ascoltare queste mie parole povere e quelle ben più forti di chi ho citato? A settecento anni di stanza, un sorriso per la strada di questa nostra stessa città, è quello che ha smosso i secoli, ha infuso calore nelle membra assiderate di Primo Levi ad Auschwitz, è ancora oggi quello stesso tenue profondo sorriso che accoglie la nostra vita nella sua e ha vinto. Lei ha sorriso. E lui ha parlato.


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

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