L’analog horror conquista il cinema



Come l’estetica analog horror trasforma le nostre ansie condivise, dal cambiamento climatico alla sorveglianza. Tutto in un “folclore digitale” che ora rischia di essere assorbito dalla macchina hollywoodiana.


IN COPERTINA “The Brutes,” di ixnaphernelia

di Aurora Santacroce

The Backrooms di Kane Parsons ha contribuito a rinnovare l’attenzione per l’estetica horror digitale che già i film di Jane Schroembrum e i video analog horror avevano intercettato e diffuso; oggi quell’estetica, rimasta per molto tempo confinata a internet, torna a raggiungere il grande pubblico, che la riconosce e la condivide.

Nelle sale cinematografiche siedono persone delle più diverse fasce d’età; c’è chi conosce e ha discusso la criptica lore della serie sui forum, e chi è lì perché incuriosito da un’atmosfera sconosciuta. Intanto, sul web, proliferano articoli e recensioni che formulano teorie su come e perché questo immaginario sia arrivato in modo così dirompente al cinema.

La storia non proviene dal nulla, e come le creature “ricordate” in maniera sempre più distorta dalle stanze di Backrooms, anche questa interpretazione è una versione di un’altra versione di cui è quasi impossibile indicare una genesi. Prima creepypasta, poi cortometraggio e infine opera cinematografica; l’immaginario generato al computer da un sedicenne diventa così potente e noto da interessare una delle più importanti case di produzione d’America, che nel 2024 ne produce un film quando il suo autore ha solo vent’anni.

Come giunge a questo successo il lavoro “fatto in casa” di una sola persona? Quali sono le caratteristiche di queste storie che le rendono così attrattive?

Molti dei prodotti Analog horror fanno uso di materiale d’archivio analogico e in ogni caso l’estetica visiva si fonda su immagini corrotte, a bassa definizione. Vale la pena richiamare il manifesto della teorica e artista Hito Steyerl “In defense of the poor image”, pubblicato sulla testata E-Flux nel 2009. Steyerl sostiene che nei media odierni l’immagine a bassa definizione si carica di significati politici e sociali precisi; è qualcosa di mutevole, che sfugge alla sorveglianza. Per Steyerl è «un fantasma di un’immagine», qualcosa che rimane e che allo stesso tempo circola velocemente nei mezzi di comunicazione. L’immagine a bassa definizione è come un virus o uno spettro. Sono concetti che si sposano bene con la viralità e con il male paranormale che s’insinua tra i fotogrammi delle serie Analog horror più famose, come Local58 o le stanze vuote di The Backrooms; questo genere, in forma video e in un ecosistema mediale diverso dall’industria cinematografica, riflette sui mezzi che usiamo e sul modo in cui guardiamo all’estetica analogica con profonda nostalgia.

L’immagine a bassa definizione naviga il web velocemente e si sottrae al panottico digitale; è un glitch in un mondo ordinato e prevedibile. Non è un caso che The Backrooms arrivi al cinema in un momento di completo cambiamento dell’immagine, dovuto soprattutto all’uso dell’intelligenza artificiale. Fenomeni come l’AI slop, sempre più discussi, si pongono agli antipodi rispetto all’uso dei materiali d’archivio che caratterizza i creatori di queste serie; in un momento in cui l’immagine vive una trasformazione, sembra che le industrie stiano scavando nella cultura digitale per recuperare e portare sul grande schermo qualcosa di diverso.

Secondo la studiosa Elinor Dolliver, inoltre, le narrazioni di queste creazioni sono più vicine al folclore popolare che alle normali produzioni audiovisive. Se per Richard Bauman i mass media possono rappresentare il folclore senza esserlo genuinamente, il genere Analog horror, secondo la studiosa, s’insedia in una zona grigia tra questi due estremi, in un luogo liminale. I prosumer di queste storie interagiscono attivamente con i loro spettatori, chiedono opinioni e le accolgono, oppure riprendono vecchie storie per farle proprie. Questi racconti di partenza sono abbastanza lineari da permettere a chiunque di riscrivere qualcosa di proprio, senza la pretesa dell’autorialità.

Ogni materiale può essere masticato, ridotto e modificato, nello stesso modo in cui un essere sovrannaturale farebbe con le sue vittime in queste storie; ogni meme, video o fotografia modificata diventa canonico, aggiungendo strati alle narrazioni. È un’altra delle peculiarità che il folclore e le storie analog hanno in comune, la presenza continua della comunità. Ciò che rende così spaventose e terrificanti queste serie è forse anche il fatto che, provenendo da un bacino comune, descrivono paure condivise ma taciute.

Come hanno affermato diversi studiosi, l’immaginario Analog horror non proviene dal nulla ed è il risultato frammentato di pensieri spesso vietati o ignorati, poi condivisi con una comunità che ne richiama l’aspetto folcloristico. Molte delle serie più amate intrattengono un rapporto diretto con il medium del web e si concentrano su temi discussi e scottanti nei forum, per esempio il cambiamento climatico, la sorveglianza o la religione.

Questi temi, trasmessi attraverso l’immagine a bassa definizione, sfuggono alla sorveglianza di internet e raggiungono gli spettatori in maniera travolgente. L’Analog horror, come altri fenomeni di folclore digitale, diventa per gli utenti la possibilità di sfuggire a un internet ormai considerato morto e alla deriva.

Due serie meno conosciute descrivono appieno questi meccanismi. Una di queste è Gemini Home Entertainment, di Remy Abode, considerata una delle più riuscite di sempre. La serie sabota il concept delle cassette educative, un mezzo che dovrebbe insegnare qualcosa di positivo illustrando fatti e curiosità su un mondo a tratti uguale al nostro, ma che nasconde segreti. Il creatore racconta di aver ideato la serie nel periodo in cui suo padre, grande appassionato del genere horror, non gli permetteva di vedere questi film. Abode, ricordando come casa sua fosse tappezzata di poster e immagini legate a quell’immaginario, ha dato vita a un remix e a un montaggio mentale poi sfociati in Gemini Home Entertainment, il cui profondo worldbuilding rende la serie perfetta per il lavoro di approfondimento collettivo delle comunità digitali.

Il creatore, attraverso questo remix mentale personale, affronta nella serie anche temi come l’ecologia, oggi al centro del dibattito pubblico. Nelle cassette di Gemini Home Entertainment l’uomo non è più l’osservatore di fauna e flora al vertice della piramide, ma è a sua volta una preda. L’umanità è un piccolo tassello nel progetto di Iris, un pianeta che nel corso dei secoli ha stravolto completamente l’ecosistema terrestre. La serie si articola in diciotto episodi che mostrano materiale enciclopedico, dagli animali al modo di sopravvivere a una tempesta, fino a episodi più enigmatici incentrati su esperimenti sulle persone o su creature sovrannaturali; episodi come Our Solar System e Deep Root Disease approfondiscono maggiormente la lore del mondo. Il primo descrive il sistema solare introducendo il nuovo pianeta parassita, il secondo la malattia con cui questo ha alterato l’ecosistema terrestre. In tutta la serie il filone portante è il cambiamento che questa minaccia aliena ha imposto al pianeta, un cambiamento che richiama i mutamenti climatici, l’ecohorror e l’ecoansia, temi della contemporaneità tanto più sentiti dopo la pandemia di Covid-19.

Sul piano estetico, il materiale d’archivio e le immagini richiamano gli anni Ottanta e le VHS; oggetti considerati confortevoli e sicuri si macchiano dello stesso virus che ha colpito l’intero ecosistema della storia. Nella serie si dichiara che le conseguenze del virus e delle mutazioni sono presenti anche nei media, e appaiono guide che riportano informazioni scorrette e manipolate dall’entità cosmica, oppure sistemi informatici che cercano di mettersi in contatto con essa. Gemini Home Entertainment mette in scena il modo in cui avviene una lenta fine del mondo come lo conosciamo, una fine che immaginiamo tra conflitti geopolitici, pandemie e riscaldamento globale.

A inizio luglio, infine, arriva la notizia dell’adattamento cinematografico di The Mandela Catalogue, altra serie analog horror famosa e molto apprezzata. La versione per il grande schermo sarà prodotta da Steven Spielberg, e la storia ruota attorno a doppelganger maligni che danno la caccia agli esseri umani. The Mandela Catalogue, tra fonti provenienti da archivi pubblici e temi come la religione, è l’esempio perfetto per descrivere l’atmosfera di familiarità e conforto che queste opere sanno restituire, e quanto essa, quando è corrotta, provochi reazioni acute. In questo caso l’autore non introduce un’alterità maligna nella sua storia, ma pone piuttosto la questione della malvagità intrinseca, mai presa in considerazione dall’umanità, legata alla religione e ai suoi simboli. Attraverso il glitch, le immagini analogiche e lo stile del genere, la storia solleva questioni cosmiche e filosofiche sulla fede e su ciò in cui crediamo ciecamente, senza porci domande. La serie è criptica e getta le basi per raccontare come il male che attanaglia il mondo narrativo negli anni Ottanta abbia origini molto più lontane, risalenti alla nascita di Cristo. Questo male atavico, come accade in The Ring e in altre opere techno-horror, si diffonde molto più facilmente attraverso le telecomunicazioni e i media. The Mandela Catalogue è anche, non da ultimo, una storia su come agisce la sorveglianza perpetrata dalle istituzioni sulla nostra conoscenza.

Un meccanismo che il suo creatore, Kister, conosce a fondo, dato che la serie nasce da un momento di introspezione personale legato alla fede, ripreso poi per raccontare questa storia. Nella serie, la manipolazione che le entità maligne esercitano sull’umanità e sui suoi strumenti non è diversa da quella delle emittenti televisive religiose e della propaganda politico-fondamentalista che permea i media americani.

Come conferma la produzione dell’adattamento di The Mandela Catalogue, vedremo sempre più opere cinematografiche provenire dalle storie del web; storie che descrivono un sentire e un modo di viverlo del tutto prossimi al mondo in cui viviamo, un mondo in cui la verità non esiste più e che oscura temi sensibili. Se ai teenager e ai giovani adulti è negato il diritto di crescere serenamente nel mondo, e se restano una categoria spesso dimenticata dal discorso politico, ciò che resta loro è riprendere con nostalgia prodotti del passato, corromperli e, attraverso l’immaginario del terrore, raccontare la propria condizione.

Proprio come Abode rivendica le passioni del padre, ma in chiave più ansiosa ed ecologica, e Kister mette a nudo le proprie riflessioni sulla religione, superare il divieto, spesso attraverso l’estetica delle immagini a bassa definizione, porta a una conoscenza ulteriore; una conoscenza che viene poi riportata al cinema, perdendo però alcune caratteristiche fondamentali. Solo che qui arrivano a noi temi e storie costruiti dagli stessi spettatori, e la collettività si unisce per esorcizzare le sue paure più grandi, la religione, il lavoro sotto il sistema capitalista, le catastrofi o i misteri della scienza. Come spiega nei suoi libri Valentina Tanni, le estetiche di internet servono a elaborare ansie e lutti collettivi che la società spesso ignora, ed è questo il motivo per cui questi racconti continuano a ossessionarci. Andrebbero studiati con attenzione, senza ricadere nell’idea che le opere dell’orrore siano vuote o superficiali, quando in realtà descrivono in maniera perfetta lo spirito angosciato, terrificante e nebuloso della nostra epoca, uno spirito che ha ormai conquistato anche il grande schermo. Nel momento in cui gli spazi di condivisione nella vita reale mancano, e internet non è più uno specchio sul mondo ma il riflesso di algoritmi e regole a noi ignote, gli spettri e i glitch diventano in qualche modo terapeutici; forme inquietanti di terapia, che però ci riportano intorno a un fuoco virtuale a raccontarci storie, come abbiamo sempre fatto dall’alba dei tempi.

Sembrerebbe il massimo riconoscimento che queste storie arrivino in sala, ma potrebbe non essere così. C’è il timore che possano snaturarsi o che le comunità intorno a queste serie finiscano per scomparire. Resta indubbiamente positivo che il cinema cerchi storie e autori diversi, anche da internet, che ha permesso loro una libertà inimmaginabile nei contesti produttivi classici; ma chissà se verranno inglobati dalla macchina hollywoodiana, e cosa ne rimarrà.


Aurora Santacroce (Caserta, 2000) è una studentessa magistrale a Napoli. I suoi interessi di ricerca spaziano tra cinema sperimentale, cultura visuale e media digitali. Ha scritto per Odg-Magazine e Krill Magazine ed è attiva sul suolo napoletano lavorando a rassegne e festival culturali. 

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