L’animale, tra favole e processi



Animali parlanti, anatomie di bestie inesistenti, maiali portati a processo con maschere umane: nel nostro rapporto con gli animali si rivela una continua ambiguità tra speculazione logica, morale e immaginazione.


In copertina: un dettaglio da Birds, Animals, and Flowering Plants in Imaginary Scene, di Ito Jakuchu

 

di Giorgiomaria Cornelio

« […] infatti ircocervo significa qualcosa, 

ma non è ancora vero o falso.»

Aristotele, Dell’interpretazione

In Occhiacci di legno, Carlo Ginzburg dedica alcune memorabili pagine all’apparizione dell’ircocervo, l’animale mitologico – metà caprone e metà cervo – che Aristotele, nel trattato Dell’interpretazione, decide di arruolare per sostenere la tesi, introdotta in precedenza da Platone, che «un nome, preso isolatamente, non è né falso né vero». A prescindere dagli scopi della trattazione, l’arruolamento di un animale favoloso è un fatto interessante: esso incomincia a incaricarsi di un peso, diventa un “operatore logico” meticcio, intrecciato col mito, che colpisce l’immaginazione. Questa impressione si rifletterà, secoli dopo, nell’opera di uno dei punti di collegamento fondamentali fra l’universo dell’Occidente medievale e quello dell’antica Grecia: Boezio, il filosofo che si era promesso «di tradurre nella lingua di Roma tutte le opere di Aristotele» (Commentarii in librum Aristotelis “Peri hermeneias”). Continuando a seguire Ginzburg, leggiamo che Boezio, nel suo commento a Dell’interpretazione, «arrivato all’esempio dell’ircocervo, non riesce a trattenere il proprio entusiasmo: dimostrare che un nome isolato non è né vero né falso per mezzo di un nome composto, e per di più un nome di un essere inesistente!». Un entusiasmo che, rivolgendosi a un esempio formulato molto tempo prima, ne riflette ancora il carattere eccezionale: «l’originalità e la straordinaria sottigliezza (exempli novitas et exquisita subtilitas) di quest’ esempio» afferma infatti Boezio, «lo rendono molto efficace». Così, un animale favoloso,  apparentemente inservibile nel dominio della speculazione logica, riesce, proprio in virtù della sua feconda ambiguità, a farsi costruzione funzionale: «per il senatore romano Boezio l’ircocervo di Aristotele» dice ancora Ginzburg, «è una costruzione che rendeva operativa, in un ambito ben preciso, una realtà inesistente».

Il destino dell’Ircocervo è certamente singolare, poiché la sua efficacia dipende non dall’esistenza, ma dalla disponibilità all’essere convocato come finzione operativa. Eppure, non è forse vero che ogni animale, nel momento in cui viene incluso in un testo o in ragionamento, rischia sempre di condividere un destino simile a quello dell’ircocervo, facendosi efficace proprio perché fittivo,  arruolabile in quanto figura, spesso favolosa? Se la tradizione aristotelica e alessandrina aveva razionalizzato l’animale sino a confonderlo con un morto trattato, l’interesse per l’animale vivo finì a sua volta per essere spesso ricacciato nella favolistica e nei mirabilia. Ciononostante, è proprio in questo spazio che la negoziazione tra umano e bestia diventa specialmente ambigua, si rivolge  a un insieme di caratteri, intelligenze, capacità politiche che appartengono agli “animali”, e che lo svisceramento scientifico aveva violentemente oscurato, insieme alla loro dignità. 

Il filosofo Eliano, racconta a tal proposito Mario Vegetti, «ancora dopo Galeno, ripropone un doppio percorso genetico, dall’uomo all’animale e viceversa: se dal midollo spinale dei cadaveri di uomini malvagi si generano serpenti (I 51, anche Plinio X 86), viceversa le cicogne sono mutate in uomini in ricompensa del loro pio atteggiamento verso i genitori» (Il coltello e lo stilo). Una tale tortuosità di percorsi e di genealogie,  esempio di apparente confusione, testimonia come, accanto alla razionalità scientifica, un resto animale  persista a rendere ambiguo il principato umano. Fu proprio un diretto discepolo di Aristotele, lo scolarca e botanico greco Teofrasto, a inaugurare una tradizione «potenzialmente alternativa» in zoologia, un interesse per la vita e l’intelligenza animale esplorato nel libro IX della sua Historia animalium.  «Da Teofrasto e dal IX della Historia si snoda una tradizione», scrive Vegetti, «che raggiunge Plinio ed Eliano attraverso Antigono e Plutarco, tutta esterna alla linea della razionalità scientifica, al suo cammino maestro dagli alessandrini a Galeno».  

Questa tradizione è lo spazio della contiguità, della confusione, dei transiti fra l’uomo e l’animale vivo: è insomma il luogo di quella simpatia che Aristotele aveva escluso dall’ambito del pensiero razionale. […] Da Teofrasto fino ad Artemidoro, passando attraverso le “zoologie” di Antigono, di Plinio, di Eliano, si sviluppa dunque una tradizione tutta esterna alla linea maestra della razionalità scientifica. Essa va ad alimentare quei bestiari edificanti, come il Physiologos, che avrebbero dominato la zoologia medievale fino al ritorno dei grandi libri della scienza, prima, e della dissezione in seguito – per poi tornare a rifugiarsi nella penombra dell’immaginario, del simbolico, dell’onirico.

In questo senso, rispetto  all’antichità greco-romana, l’universo medievale si dimostra ancora più proteiforme: caccia l’animale e insieme lo impiega per edificare una morale, s’avventura a immaginarlo in terre di favolosa dignità, e al contempo lo processa per il suo carattere bestiale. Non risolve le disgiunzioni, ma movimenta intorno ad esse un  transito di possibilità e di figure, di specchiamenti e di incubi: ne fa insomma il luogo di un continuo, onnipresente tremolare dell’umano nell’uomo. «Sembra proprio che in Europa nessun’altra epoca» nota Michel Pastoureau in Medioevo simbolico, «abbia così di frequente ma anche così intensamente pensato, raccontato e messo in scena» l’animale. Nutrito e smagrito di storie, schernito e continuamente chiamato in causa, esso continua a riapparire durante tutto il Medioevo, ad essere dibattuto, interrogato, sognato, arruolato in una molteplicità di avventure percettive. Irriducibile a un unico regno o definizione, l’animale viene fuori dove meno ce lo aspettiamo.

La voce come belato

Nella Vita Prima di san Francesco, il frate Tommaso da Celano racconta come, nel 1223, a Greccio, il Santo arrivò a dare vita alla “Betlemme Francescana”, inventando il presepe: «vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Il proposito viene immediatamente accolto; i preparativi si fanno via via sempre più attenti. Giunge il giorno della letizia! La gente accorre, ogni angolo risuona di cori festosi, le fiaccole accecano la notte, e Francesco, rivestito dei paramenti diaconali, canta il Vangelo, si rivolge al popolo rievocando il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme: «spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora». Nel luogo della Natività, dove bue e l’asinello sono l’incarnazione viva di un’allegoria, – decorazione animale tutto sommato assopita, piegata ai disegni della rappresentazione -, la voce del Santo, infervorata di amore celeste, fracassa il guscio umano, lo forsenna in belato di pecora. È un altro resto che non coincide, qualcosa che rompe la cattura della lingua, evocando un indimenticabile della voce prima di ogni grammatica o classificazione. Qui il Santo che “predica” agli uccelli”  non si limita a parlare agli animali: ne è parlato internamente; per un attimo, il dire non assomiglia soltanto a lingua di comprensione, ma diventa voce dell’Altro.

Tra draghi ed elefanti: il bestiario del papa

L’immagine di San francesco è profondamente legata agli universi dell’animalità. Non è un caso che Papa Francesco, autore di un’enciclica da molti definitiva “ecologista”, Laudato si’, abbia scelto proprio il nome del Santo. Eppure, papato e animali partecipano da sempre a un discorso comune; discorso che attraversa i millenni di storia della Chiesa, e dal quale è ancora possibile apprendere altre modalità di arruolamento nella lotta immaginativa. Intorno a questa storia millenaria, Agostino Paravicini Bagliani ha intessuto un bestiario simile a quelli medievali, chiamato significativamente Il bestiario del papa. Vale la pena, in questo nostro tragitto, passare in rassegna alcuni esempi, a partire dal curioso caso  che lega insieme Ulisse Aldrovandi, famoso naturalista italiano (autore del trattato Monstrorum historia, recentemente riproposto), e Ugo Boncompagni, eletto Papa Gregorio XIII nel 1572, chiamato papa-drago per via del drago che compariva nel suo stemma. Ebbene: si racconta che il giorno dell’elezione un vero drago fu catturato vicino Bologna e condotto da Aldrovandi, che lo volle inserire nel suo museo di storia naturale. In verità, dice Paravicini Bagliani, «il naturalista bolognese, forse motivato dal rinvenimento di scheletri di grandi mammiferi, era stato indotto, inventando, a  “costruire” il drago con un grande serpente inserito nell’addome, un uccello attaccato al piede e la testa di un pesce». Si tratta chiaramente di una aberrazione pensata in maniera operativa: un fare uso di pezzi di mondo per costruire e giustificare “naturalmente” l’esistenza di una creatura collegata al nuovo papa, di cui Aldrovandi era peraltro parente. Egli, infatti, non tarda a scrivere, a meno di un mese dalla cattura, un trattato di storia naturale intitolato Dracologia e dedicato a Filippo Boncompagni, nipote del papa; l’opera, però, non sortì l’effetto desiderato. Per colpire l’immaginazione, il drago doveva rimanere un emblema, e non un fatto naturale: «il naturalismo avrebbe tolto ogni potere metaforico al leggendario animale, e quindi ogni possibilità di avvalersene per affermare l’autorità del papa e la sua vittoria simbolica, in qualità di papa-drago» spiega Paravicini Bagliani. La cattura naturalistica, che in molte altre occasioni aveva permesso ad Aldrovandi di “fissare” il mondo, di osservarlo minuziosamente per scomporlo, si scontrava qui con l’opacità di un mistero volutamente non svelato ai fini della propaganda papale.

Raffaello Sanzio, l’elefante Annone

Anche quando sembrano essere parzialmente riparate dalla necessità di uno svisceramento anatomico,  le figure favolose sono comunque esposte a un furibondo  svisceramento “allegorico”; è il caso di un’altra vicenda legata al papato, questa volta con un intento opposto, di “satira curiale”: il testamento di Annone. Annone fu un elefante albino, arrivato a Roma il 12 marzo 1514 come dono del re del Portogallo Manuele d’Aviz a Leone X, per la sua elezione a pontefice. Già Plinio, nella sua Naturalis historia, aveva riconosciuto la suprema regalità degli elefanti: «maximum est elephans proximumque humanis sensibus, quippe intellectus illis sermonis patrii et imperiorum obedientia, officiorum quae didicere memoria, amoris et gloriae voluptas». La fama di Iannone fu però un evento autenticamente straordinario: amato dalle folle del tempo tanto da renderlo una creatura leggendaria, adorato dal Papa che lo vegliò sino all’improvvisa morte nell’estate del 1516, Annone fu anche eletto protagonista  di una satira scritta da Pietro Aretino, che volle immaginare il temibile testamento dell’animale. Nel testo, «l’elefante passa in rassegna i vari organi del suo corpo, lasciandoli in eredità a cardinali e prelati di curia facilmente identificabili: pelle, avorio, umori, ginocchi, nervi, testicoli, membro, interiora, lingua, coda, orecchie, mascelle, fegato, intestini (due volte), denti, cuore, proboscide, dimensioni (due volte) e così via. I lasciti, del tutto beffardi, riguardano anche qualità morali: prudenzia, sollicitazion, taciturnità, modestia. Le accuse sottese al bizzarro testamento provengono da voci e maldicenze, ma in molti casi trovano riscontro in altre fonti che danno della corte papale di Leone X un’ immagine licenziosa e immorale» (Il bestiario del papa). Smembrando pezzo per pezzo il corpo di Annone, Pietro Aretino mette alla berlina l’ambiente papale: si serve di un animale  per dissezionare le colpe, i vizi e i malcostumi del tempo. In un certo senso, più che di un testamento,  si tratta di un processo – satirico ma non per questo meno efficace – rivolto all’intero papato. Non è l’unico esempio in cui un processo all’umana “bestialità” viene condotto attraverso il corpo smembrato di un animale.

Bestie delinquenti e difensori dei sorci

Siamo a Falaise, in Normandia, quando, nei primi mesi del 1386, su un patibolo sistemato alla  bell’e meglio nel luogo della fiera del paese, viene giustiziata una scrofa di tre anni: il boia le mozza il grugno, le taglia una coscia, la veste con una maschera dai tratti ridicolamente umani per poi torturarla fino alla morte. Tra la folla radunata per assistere all’evento, insieme al visconte, agli abitanti di Falaise e ai contadini delle campagne attorno, c’è anche una moltitudine di maiali, che osservano inermi. Il supplizio si conclude con lo smembramento della scrofa, e il rogo repentino di tutti i suoi resti. Della memoria di questo avvenimento rimangono solo le carte, perché una furia altrettanto violenta si riversò anche contro l’affresco della navata della Chiesa della Santissima Trinità di Falaise, che raccontava l’avvenimento e che fu distrutta durante l’assedio condotto da Enrico V nel 1417. Ma qual era la ragione di tutta questa violenza? Sappiamo oggi che scrofa era stata accusata di aver divorato un bambino di tre mesi, con molta probabilità lasciato incustodito; nell’attesa di essere giudicata colpevole, la scrofa stata incarcerata, e sorvegliata come un qualunque altro criminale per nove giorni. Il visconte, racconta Michel Pastoureau, «pretese che il supplizio avesse luogo alla presenza del proprietario dell’animale, “per sua vergogna”, e del padre del lattante “come punizione per non aver fatto vegliare il proprio figlio”. La sentenza fu notificata all’animale in prigione, come per un uomo o una donna» (Medioevo simbolico). Pare invece che nessun prete raccolse (o volle raccogliere) la sua confessione.  Un caso simile avvenne di nuovo in Normandia,  nel 1394, questa volta a Mortain, dove un maiale venne  impiccato per avere ucciso un bambino, e per di più di venerdì, giorno tradizionalmente di “magro”, quando il consumo della carne era mal tollerato. 

Sebbene la presenza di questi processi possa sembrare strana, e la loro attestazione nell’Europa medievale si abbia solo a partire dalla metà del XII secolo, il fenomeno non è isolato. Lo troviamo, per esempio, nella Grecia arcaica, e persino in  Platone; nel IX libro delle Leggi, leggiamo infatti che  «se un animale da tiro o un altro animale uccide un uomo, escludendo il caso in cui il fatto avvenga mentre quegli animali stanno gareggiando nelle pubbliche gare, i parenti del morto intentino un processo contro l’uccisore, e siano giudici gli agronomi – e il parente della vittima stabilirà quali e quanti devono essere -». Per Platone, se l’animale è riconosciuto colpevole, deve essere gettato fuori dai confini della regione, dopo averlo ucciso. Lo stesso vale ugualmente per gli esseri inanimati;  escludendo il caso del fulmine o di qualche altra saetta scagliata dal dio, quando «un qualsiasi oggetto uccide, o perché uno ci cade sopra, o perché quello stesso oggetto cade addosso a qualcuno, il parente stabilisca come giudice il più prossimo dei vicini, e quindi purifichi se stesso e tutta la sua parentela, mentre l’oggetto riconosciuto colpevole sia gettato oltre i confini dello stato, come si è detto per il genere degli animali.» (Plat. Leg. 9. 873e).

Conviene, a questo punto, richiamare, tra i nostri numerosi fossili di rivolta, due trattati. Il primo, scritto nel 1591 da Pierre Ayrault, luogotenente criminale al Seggio Presidiale di Angers, va citato solo per il titolo, che è sintesi critica (ed efficacissima) della storia di queste procedure: Il processo ai cadaveri, alle ceneri, alla memoria, alle bestie brute, alle cose inanimate e ai contumaci. Il secondo trattato, ben più interessante, è quello che l’avvocato napoletano Carlo D’addosio, nel 1892, decise di dedicare interamente all’argomento: Bestie delinquenti (recentemente ripubblicato in Italia da Edizioni Le Lucerne). La penna dell’autore è fenomenale tanto quanto il campionario di esempi che s’industria a ricercare: in epoca medievale e almeno fino al XVII secolo, subiscono processi civili sanguisughe, topi, anguille, scarabei, cavallette, larve dalla testa nera, e altri insetti accusati (tra le altre cose) di devastare le coltivazioni; s’inviava «un sergente o un usciere sul luogo dove gli insetti si trovano, e li si citava a comparire personalmente, per tale giorno e la tale ora, davanti al magistrato». Come è facile dedurre, i citati erano quasi sempre contumaci, non presentandosi in giudizio: «allora, non diversamente da quel che si praticava coi minori, con gl’insensati, coi prodighi delle leggi romane, si nominava loro un curatore o un procuratore. Quest’ufficiale giurava di adempiere le sue funzioni con zelo e lealtà; a lui si aggiungeva ordinariamente un avvocato». Spessissimo,  come nel caso dei bruchi di Lione, una volta processati, gli animali venivano esortati a ritirarsi dai luoghi interessati entro un numero limitato di giorni: «se suddetti animali non obbediranno al nostro ammonimento» dichiara la sentenza «entro i giorni predetti, […] li scomunicheremo e li malediremo anche». Emblematico è il caso di Bartolomeo Chassanée, il difensore dei sorci. Tra il 1522 e il 1530, si verificò nel vescovato di Autun una vera e propria invasione di sorci, che divoravano tutto quanto capitava tra i loro denti, causando devastazione. Si pensò immediatamente di metterli sotto processo, e vennero citati a comparire. Dal momento che i sorci tardavano a presentarsi, il Promotore riuscì a ottenere un primo giudizio in contumacia; per evitare un giudizio definitivo,  venne nominato per loro un difensore d’ufficio: Bartolomeo Chassanée, che grazie a questa difesa inaugurò una sfavillante reputazione –  che gli permise di scalare rapidamente i gradi più alti della magistratura. L’avvocato, racconta D’addosio, sostenne prima che i sorci si trovavano dispersi in un gran numero di villaggi, e che quindi una sola città non era stata punto sufficiente per avvertirli tutti. Domandò, quindi, ed ottenne che una seconda citazione fosse loro notificata, a mezzo di pubblicazioni fatte dal pulpito delle chiese, nei giorni di predica in ciascuna parrocchia. Spirata la dilazione considerevole che questa eccezione gli aveva procurato, egli scusò nuovamente la contumacia dei suoi clienti, adducendo la lunghezza e la difficoltà del viaggio, il pericolo cui erano esposti per parte dei gatti loro mortali nemici, che, avendo saputo la cosa, li aspettavano al varco. Quando i mezzi dilatorii furono esauriti tutti, egli motivò la sua difesa, appoggiandosi ad alte considerazioni di umanità e di politica. «Nulla esservi di più ingiusto delle proscrizioni generali che colpiscono in massa le famiglie, che fanno ricadere sui figli la pena dei delitti dei loro genitori che colpiscono senza distinzione anche coloro che la tarda età rende incapaci di delinquere».

È evidente qui che la giurisprudenza si mischia a tal punto con la propria aberrazione da assomigliare al favoloso: l’addomesticamento assume caratteri grotteschi nel forsennato rigore con cui tiene insieme animalità e diritto, difesa e soggiogazione. Se è vero infatti che spesso le sentenze civili s’occupavano di garantire per gli animali scacciati, oltre che una difesa, anche un luogo dove potessero rifugiarsi liberamente (come nel caso del processo ai bruchi in Savoia), è ugualmente vero che lo stesso Chassenée, nel suo Consilia, stampato a Lione nel 1531, si esprime così a proposito delle bestie delinquenti: «come è permesso di abbattere e bruciare l’albero che non produce frutti, così a più ragione si può distruggere ciò che produce danno. Poiché tutte le creature sono sottomesse a Dio, autore del diritto canonico, anche gli animali che sono creature di Dio, sono sottoposti alle disposizioni di questo diritto. Tutto ciò che è contrario alla conservazione e al benessere dell’uomo deve essere eliminato». Diritto è supremazia… 

Una domanda resta però ancora da porsi; una domanda che, ripercorrendo quanto detto fin qui, scuote, interroga e ferisce anche la nostra attualità e il suo regno immaginativo (basti pensare al recente caso dell’orsa jj4).

Perché si portarono a processo le bestie?

A questa domanda, Michel Pastoureau risponde chiamando nuovamente in causa l’arruolamento dell’animale: a partire dal XIII secolo, infatti, «tali processi costituiscono veri exempla ritualizzati. Essi mettono in scena il perfetto esercizio della “buona giustizia”, fondata sulla procedura inquisitoriale e accompagnata da tutti i suoi riti (eseguiti fin nel minimo dettaglio)». Sembrerebbe dunque che, catturato attraverso un’esclusione inclusiva che lo trattiene mentre lo allontana, l’animale partecipi a ogni discorso ora come contrappunto, ora come scongiuro, ora come esempio altamente morale: esso è davvero «il luogo privilegiato di tutte le metafore, di tutti gli “esempi”, di tutti i paragoni». Forse per questo alla Sorbona ancora alla fine del XIII secolo si disquisisce, con una specie di scrupolosissima, “scolastica” approssimazione, sulle vicende terrestri e celesti degli animali, chiedendosi se possano lavorare la domenica, se resusciteranno dopo la morte, se in Paradiso avranno un luogo isolato – una “riserva” celeste -, se si si tratterà di veder risorgere tutti, oppure un solo esempio per specie. 

“Perché si portarono a processo le bestie?” se lo chiede pure Carlo D’addosio, ma le sue riflessioni sono differenti. Esse guardano con sguardo critico alla ruggine del Medioevo, eppure non temono d’abbeverarsi in un amalgama millenaria di favola e ricerca storica; non si accontentano di tesi che riducono l’animalità a exemplum addomesticato – piuttosto coltivano la “barbara” zona di mezzo, l’idea che nel Medioevo la confusione tra l’umano e la bestia fosse a tal punto ampia da rendere l’animale una creatura “responsabile” delle sue azioni: «nel Medioevo si punì l’animale lo si ritenne in certo modo conscio  delle sue azioni, in certo modo libero o in certo modo responsabile». Nessuna necessità di ricorrere a intricate motivazioni: l’animale venne punito dal momento che era stato personificato (come accaduto altre volte in passato, “nell’evo antico”), e dunque pericolosamente “parificato” all’uomo nei diritti e nei doveri.

Insistendo su questa visione, D’addosio ci fornisce più avanti una straordinaria definizione sul rapporto tra Medioevo e animalità. Una definizione che, pur tradendo un’idea dell’animale   profondamente ammalata di antropocentrismo, lascia trasparire una zona di scambi porosi, di confini tremolanti, di confusione e promesse dei mostri rivolte ancora oggi alla nostra attualità, e ai suoi nodi centrali. Scrive appunto D’adddosio:

Il medioevo è una controdanza colossale di animali veri e immaginari, reali e favolosi, che operano, pensano e sentono come l’uomo; è una ridda vorticosa e stordente di bestie, dotate di tutte le virtù, e di tutti i vizi, che, come l’uomo, meritano ricompensa quando operano bene, e punizione quando operano male. Il medioevo considera gli animali come attori nel gran dramma dell’anima, che era in quel tempo la preoccupazione costante delle coscienze; esso assegna a tutti gli esseri viventi, siano uomini o bestie, come fine supremo dell’esistenza, la pratica delle leggi eterne della moderazione, della carità, della giustizia. Chi contravviene è punito.

Che si tratti di exempla o di conseguenze della personificazione, alla fine le bestie vengono in ogni caso castigate. Eppure, il loro processo non è perduto. Proprio perché figura di un transito perenne, “luogo” privilegiato di tutti i paragoni, l’animale non rinuncia a sua volta a passare a contropelo la storia dell’umanità, con le sue cronache meschine (come avviene in una straordinaria favola islamica del X secolo, intitolata Il processo degli animali contro l’uomo). 

Oggi più che mai, l’animalità continua a tornare, a irrompere nuovamente in ogni discorso come controtempo: dissomigliante ma sovrapponibile – l’animal que donc je suis. E dunque: se ogni animale rischia sempre di diventare un ircocervo – ovvero una docile finzione arruolabile -, dell’ircocervo possiamo però riattivare la potenza perturbante. Creatura obliqua, ibrida e inafferrabile, essa è l’immagine di un incastro di possibili. Favola operativa, ci ripete a ogni istante che la natura non è naturale, e neanche definitiva.

Una sirena e un centauro (particolare) in un bestiario, 1278–1300 Paul Getty Museum,

 


GIORGIOMARIA CORNELIO (1997) È POETA, REGISTA, CURATORE DEL PROGETTO ”EDIZIONI VOLATILI”, E REDATTORE DI “NAZIONE INDIANA”. HA CO-DIRETTO LA “TRILOGIA DEI VIANDANTI” (2016-2020),  PRESENTATA IN  NUMEROSI FESTIVAL E SPAZI ESPOSITIVI. SUOI INTERVENTI SONO APPARSI SU “LE PAROLE E LE COSE”, “DOPPIOZERO”, “ANTINOMIE”, “IL TASCABILE” E ALTRI. HA PUBBLICATO “LA CONSEGNA DELLE BRACI” ( LUCA SOSSELLA EDITORE) E  “LA SPECIE STORTA (TLON EDIZIONI).

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