L’Arcano del “Giudizio” può insegnarci ad accettare noi stessi

Quando il Giudizio appare siamo chiamati a non mentire più su noi stessi, a ridire le promesse fondamentali, a riamare, a mostrare l’opera che ognuno persegue, qualsiasi sia il suo rango o la sua professione. Si alternano tutti gli Arcani preparando quel momento finale.


IN COPERTINA e nel testo: delle raffigurazioni delL’arcano del Giudizio

(Questo testo è tratto da “Dal Matto al Mondo”, di Francesca Matteoni. Ringraziamo effequ per la gentile concessione)


di Francesca Matteoni

Immaginiamo di camminare dentro il Sole, dentro la bellezza del nostro mondo in rigoglio. I raggi ci scaldano, senza bruciare, i nostri corpi lentamente sono trasfigurati: proseguono dentro le anime che li contengono, dentro la loro forma più autentica. Nel nostro volto potrebbe apparire il volto di qualcun altro, perfino un volto animale o vegetale, ancora nostro e riconoscibile, eppure nuovo come un segreto svelato. Nello sciamanesimo artico-siberiano si crede che lo sciamano nasca due volte: generato come umano e poi rinato da un uovo cosmico, sull’albero universale, da una Madre Animale che gli dà la forma per viaggiare tra i demoni e gli spiriti. La sua seconda nascita gli permette di andare di là, seminascosto, come dicono gli Inuit: nel suo corpo visibile, la sua anima invisibile si muove verso i mondi. Nei tarocchi questa seconda nascita accade grazie all’Appeso, che genera da sé stesso la sua sapienza, la possibilità di percorrere il duro tragitto spirituale all’interno di quello fisico. Fino al Giudizio. Questo Arcano risolutivo può incutere una certa soggezione, a causa del nome e della rappresentazione più classica, che troviamo quasi immutata, dai Visconti-Sforza ai marsigliesi fino al mazzo di Waite. La parola ‘giudizio’ fa temere che saremo rigorosamente giudicati, che in modo netto e personale qualcuno punterà il dito verso di noi; lontano, dunque, dall’imparziale Giustizia, la cui spada volge al cielo. In un certo senso è così: siamo giudicati, ma non dannati. L’immagine è di inequivocabile matrice cristiana: nella parte superiore della carta, al centro, l’arcangelo Gabriele (colui che annuncia a Maria la maternità sacra) chiama i corpi con il suo corno, ed essi si sollevano integri e nudi dalle tombe. Risorgono. Leggiamo nell’Apocalisse di Giovanni:

Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco (20: 11-15).

I morti vengono restituiti, escono dalle tombe, nell’immaginario tradizionale alcuni di essi bruceranno con l’inferno e con la morte o su alcuni, una volta che le anime siano ricongiunte ai corpi, si chiuderà per sempre la pietra del sepolcro, come ci dice Dante nel canto decimo dell’Inferno a proposito degli eretici. Ma questo non accade nella carta del Giudizio, che con una felice intuizione Crowley nel suo mazzo ribattezza Eone, indicando l’inizio di una nuova era spirituale. Nella carta avvengono il risveglio, la ricongiunzione, il riconoscimento di sé stessi nella musica dell’angelo. Io credo che il Giudizio si connetta all’Apocalisse se consideriamo il significato di quel “libro della vita”, dove sono scritti i nomi. Chi non vi è scritto non è il peccatore, ma chi non ha tentato di scoprire la sua verità, perfino fallendo, perché fallire è la più umana delle abitudini, chi ha negato all’anima il destino, ponendosi fuori dall’umano. Dal vivente. Nel Giudizio l’anima prende il corpo fra le braccia, ce lo dona, togliendoci l’ultimo strato d’inganno.

Riporto quanto scrive Waite, al riguardo:

Occorre notare che tutte le figure si uniscono nella meraviglia, nell’adorazione e nell’estasi espresse dalla loro attitudine. Questa è la carta che registra il conseguimento del grande lavoro di trasformazione in risposta alle chiamate del Superno – alla cui chiamata rispondiamo dall’interno.

È una carta dall’impatto visivo rimarchevole in molti mazzi: penso per primo al Druidcraft, dove il simbolismo cristiano lascia il posto a quello celtico della Rinascita. Un bambino esce da un mausoleo tombale, una lepre al centro indica il trionfo dell’energia primaverile sulla morte. Per lo spettatore ignaro però l’immagine può suscitare, prima del sollievo, il ricordo di un lutto. Mai come nel Giudizio siamo davanti ai nostri morti, alla speranza di rivederli o essere con loro. È una reazione istintiva, traumatica o liberatoria a seconda del momento in cui ci coglie, che precede l’interpretazione dell’Arcano quale cambiamento epocale “già avvenuto nella persona”, scrive Rachel Pollack, di cui l’angelo “ci rende consapevoli”. Nel Mary El le figure umane escono di scena sostituite dalla fenice, l’animale che risorge continuamente dal fuoco, evocato nei colori accesi della carta, che mostra la Morte quale fondamento per il Giudizio, per la resurrezione. Sorgere dalle ceneri, tenersi stretti a quell’osso spirituale che il fuoco leviga e non distrugge, non inseguire un qualche rapido successo, ma perseguire la nostra natura – questo risuona nell’Arcano.

È la fiaba del Brutto Anatroccolo inventata da Hans Christian Andersen per dire a tutti di sé stesso, di quanto volesse essere visto. Le buone storie però tendono a superare gli intenti personali dell’autore, si fanno miti universali. L’anatroccolo piccolo e ignaro della sua sostanza, fuori posto, cacciato, voleva solo una mamma ed essere amato; conoscerà invece la Morte in vari aspetti: derisione, esclusione, tentativo fallace di adattarsi al contesto, semicongelamento. Il povero anatroccolo non dovrebbe cercare di adattarsi al contesto, nessuno di noi dovrebbe, ma di conoscere sé stesso. Perché lui non sa chi è. Nessuno glielo ha detto. Nessuno ce lo dice o può dircelo. Incontriamo persone, maestri, tradizioni, sconfitte, illusioni, madri, fratelli – ogni cosa si alleggerisce in una piuma per le ali: nostro però è il compito di scoprire a quale volatile apparterranno. Quando l’anatroccolo si affaccia all’età adulta, due cigni gli vengono accanto nel lago, ed egli teme che siano lì per beccarlo fino alla morte, perché è troppo brutto per stare in loro compagnia. Non comprende chi è diventato in virtù della presenza di altri: solo abbassando la testa per la vergogna vede il suo riflesso e capisce. Tutto quel che gli è accaduto non lo ha reso amaro, ostile, vendicativo, piuttosto lo ha spaventato, lo ha ridotto a tremare nel ghiaccio, lo ha umiliato. Lo ha tenuto in vita un’ansia segreta di conoscere chi siamo in mezzo agli altri, smettendo di provare a vestire gli abiti di chi ci sembra più regolare, più inquadrabile nello sciocco mercato della società. L’ignoranza dell’anatroccolo è la purezza del Matto: voleva solo essere visto, amato, non giudicato per la goffaggine o la razza. Voleva amarsi, ma per far questo doveva prima perdere tutto. Prestate attenzione per un particolare assente dalla storia originaria: quando il cigno si riflette nell’acqua, cade una goccia e risuona, allargando la superficie in cerchi. È la lacrima dal vaso della Temperanza, quanto abbiamo custodito fin qui diviene manifesto e provoca bellezza. Il tempo ordinario si incanta e fuoriesce il tempo dello spirito, nel quale si scrive il libro della vita. L’indifferenza, la cattiveria non scalfiscono più l’animale. L’anatroccolo torna a casa.

Adattarsi a noi stessi non significa rifiutare un dialogo con la società, mantenere un purismo sterile. Significa piuttosto comprendere quando arriverà il nostro momento, qual è la nostra forma e, se non abbiamo un posto dove stare, adoperarsi per crearlo con tutta la pazienza che viene richiesta. Smettere di domandarci: come posso essere accettato in questo o quel consesso, e continuare invece a chiederci: chi siamo, chi sono. Il nostro spirito, quell’anima sciamanica che ha la forma della bestia più cara e sta sull’albero dell’universo, sembra ripeterci i versi di una poesia di Walt Whitman:

Se non mi trovi subito non scoraggiarti,

se non mi trovi in un posto, cerca in un altro,

Da qualche parte starò fermo ad aspettare te.

Ho copiato questi versi dietro una vecchia fotografia. Ci sono due ventenni, lì – una sono io, l’altro è l’amico che poco dopo morì suicida. Negli anni, attraverso altri lutti, attraverso case e storie, anche quei versi si sono trasformati, ma non la speranza iniziale che mi aveva spinto a copiarli. È il mio Giudizio. “La morte si sconta vivendo”, risponderebbe Giuseppe Ungaretti. Non nego il rimorso, il senso di inadeguatezza, la corsa per raggiungere quelle figure impossibili che escono dalle tombe, i se e i ma che ci tormentano nei morti. Eppure io posso soltanto restare viva. Cercarli nella memoria, incontrarli all’improvviso, sapere che attraverso di loro, cerco me stessa. Chissà, in qualche altrove ci sarà un ponte arcobaleno abitato da tutti i gatti, gli scriccioli, i cani; ci saranno coloro che se ne sono andati giovani: mio cugino, per esempio, e non avremo i vent’anni della nostra separazione, saremo bambini con un cesto di costruzioni nella mia antica camera; ci sarà l’amico-maestro della fotografia; ci sarà la mia amica d’infanzia e tutta la sua famiglia, distrutta da un incidente quando avevo otto anni; ci sarà l’amore rubato dal Diavolo. Ci saranno mio nonno e la mia bisnonna Angelica – ci saremo tutti. È un Arcano il cui impatto emotivo è forte e benefico, ci chiede di non aver paura, di credere e confidare in una comunità più vasta di quella visibile, composta dai vivi e dai morti. Una lettura dell’Arcano è certo il ricordo pacificato, affettuoso dei nostri cari, un ricordo che non allontana, ma spinge nella vita e nella sua interezza. È qui che ora siamo, che sono e voglio essere e il corno dell’angelo evoca le molte me che hanno provato, perso, visto, sognato. Quando il Giudizio appare siamo chiamati a non mentire più su noi stessi, a ridire le promesse fondamentali, a riamare, a mostrare l’opera che ognuno persegue, qualsiasi sia il suo rango o la sua professione. Si alternano tutti gli Arcani preparando quel momento finale.

E nel Giudizio riecheggiano queste parole:

risveglio

vocazione

rinnovamento

risultato

futuro

annuncio

coscienza del cambiamento

Risuona di foglie e uccelli e vento l’albero posto a occidente in un giardino, che parla in questa poesia di Margherita Guidacci:

Poiché ero l’albero più occidentale del giardino

Per ultimo mi scuotevo di dosso la fredda rugiada.

Nebbia e noia via dai miei rami lentamente strisciavano

E nessuno al mio risveglio applaudiva,

Ché i miei compagni erano da tempo gloriosi nella luce.

Ma la sera su me emigravano gli uccelli

Che l’ombra sgomentava da ogni altro verde asilo;

Lungo e dolce da me s’alzava il canto;

Avidi gli occhi degli uomini mi fissavano, mentre

Ero avvolto dal sole nell’amoroso addio

E brillavo come una torcia sul mondo spento.

È un testo che uso di frequente nei laboratori di scrittura, su cui ho a mia volta scritto, che continuo a citare e che è perfetto per il Giudizio. Inutile desiderare ciò che non si ha o si è, per godere di una compagnia capricciosa, di favori e clamori, di qualche discutibile fama. Noi siamo dove dobbiamo essere, la nostra natura rivelata porterà il cambiamento, non il nostro tentativo per occultarla perché ci sembra inappropriata, fuori dai canoni della moda. Nel Giudizio “ci alziamo e siamo ovunque”, con le parole di una canzone di Nick Drake, From The Morning. Quali alberi antichi e pazienti restiamo saldi. E quando l’attimo risuona, siamo torce che rischiarano il Mondo.


FRANCESCA MATTEONI CONDUCE LABORATORI DI TAROCCHI, SCRITTURA E IMMAGINAZIONE. HA PUBBLICATO VARI LIBRI DI POESIA, FRA CUI ARTICO (CROCETTI 2005), TAM LIN E ALTRE POESIE (TRANSEUROPA 2010), ACQUABUIA (ARAGNO 2014) E IL ROMANZO TUTTI GLI ALTRI (TUNUÉ, 2014). SCRIVE SAGGI DI STORIA E FOLKLORE. È REDATTRICE DI NAZIONE INDIANA.

0 comments on “L’Arcano del “Giudizio” può insegnarci ad accettare noi stessi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *