L’arte completa dei Kraftwerk

Pionieri e innovatori della musica elettronica, i Kraftwerk hanno anche portato avanti un’estetica visuale che spazia dal futurismo agli anni ’30, fino alle avanguardie artistiche sovietiche o mitteleuropee e alla Pop Art.


IN COPERTINA: I Kraftwerk, courtesy MoMa, New York

di Gabriele Merlini

Nel 1975 un tizio misteriosamente interessato alla stesura di un articolo dai forti connotati sociologici ebbe la strepitosa idea di bussare alla porta di Lester Bangs, già rinomato critico musicale. «In che direzione sta andando il rock?» fu la domanda, presumibilmente accomodandosi tra poster di Lou Reed e un cimitero di lattine di birra. «Se ne sono impadroniti i tedeschi e le macchine» il tentativo di risposta. Inutile sottolineare come fosse realistico ai tempi e, almeno in parte, sottoscrivibile anche adesso.

Risale al novembre del 1974 Autobahn, il quarto album in studio dei Kraftwerk; notevole successo commerciale e di critica capace di espandere ulteriormente la platea di adepti di questo indefinibile quartetto tedesco. 

Il brano che dà il titolo al disco, benché più orecchiabile di alcune produzioni precedenti, è una suite di venti minuti nella quale alla già rodata elettronica vengono aggiunti suoni di motore, alberi che frusciano, colpi di clacson e brusche frenate su carreggiate tra Colonia e Bonn. Non troppo dissimili gli altri titoli, nessuno dei quali con caratteristiche tipiche da hit estiva, che vantano durata estesa e nomi non tra i più memorizzabili: Kometenmelodie 1 e 2, Mitternacht e Morgenspaziergang. 

Lester Bangs descrisse Autobahn dei Kraftwerk come «un atto di accusa contro tutti coloro che resisterebbero alla volontà ferrea e all’ordine dell’alba ineluttabile dell’Era delle Macchine.» Una definizione indecifrabile, astrusa, dal sapore industriale e zeppa di sottesa ironia dunque perfettamente in linea con l’opera. 

Mensmachine: la macchina umana. Scandagliando l’evoluzione musicale degli ultimi cinquant’anni il capitolo dedicato ai Kraftwerk è inevitabilmente centrale nella manualistica di settore, corposo e sviscerato sotto ogni possibile angolatura. Del resto l’apporto delle idee di Ralf Hütter e Florian Schneider offrono ben pochi parallelismi con quanto è accaduto in precedenza e una infinità di emuli più o meno convincenti tra chi è arrivato dopo. Nell’epoca delle chitarre imperanti, a ridosso della prima tournée statunitense dei Kraftwerk, i due musicisti prendono Klaus Roeder che nel progetto suonava la chitarra (oltre al violino) e lo sbattono fuori sostituendolo con Karl Bartos, esperto in tecnologie meno usuali tipo percussioni elettroniche, vocoder e vibrafono. Ritengono – e su ciò fonderanno il cuore delle composizioni – che i sintetizzatori siano aggeggi sensibili ed empatici nei confronti di chi li sfiora cambiando natura a seconda del tatto, idem la massa di macchinari di cui dispongono, che può essere sfruttata all’unisono miscelandosi, plasmandosi in una sola entità a-corporale e in apparenza inanimata: uomo compreso. 

Ralf Hütter e Florian Schneider sono tra i primi a utilizzare una drum machine in un universo rimbombante batterie celebratissime (gli anni Settanta iniziali vengono ricordati come i tempi di Machine Head dei Deep Purple, Exile on Main Street e dei T-Rex) per incidere album – Kraftwerk, Kraftwerk 2 o Radio-Aktivität – ispirati a Stockhausen, che hanno intermezzi nei quali sono riprodotti in loop il suono della respirazione umana o armoniche pre-registrate di flauto, che trattano di energia nucleare, inquinamento atmosferico e possono vantare al posto di riff standard gli effetti sonori di un contatore Geiger che si intensificano con il crescere delle radiazioni. 

Ma l’aspetto prettamente sonoro è associato con particolare maestria e studio a un secondo ambito della creatività, attraverso modi simili e rivelatori della profonda, poliedrica cultura del gruppo: l’arte visiva.

Sebbene qualsiasi generalizzazione possa risultare sterile, alcune si rivelano decisamente comode: parecchio di ciò che arriva dalla Germania viene etichettato come freddo e asettico, persino nelle declinazioni di maggiore eleganza formale. È stato Florian Schneider stesso a dichiarare (ancora a Bangs) quanto «emozione sia una parola strana» e scivolosa. «Ci sono emozioni fredde e altre emozioni, tutte altrettanto valide. Ci interessa l’origine della musica, la fonte della musica. Il suono puro è una cosa che ci piacerebbe ottenere.» Una ricerca di essenzialità riscontrabile ovunque nell’estetica che ormai caratterizza, e sempre caratterizzerà, il lavoro dei Kraftwerk. 

Dobbiamo a Ralf Hütter la copertina del primo disco della band, palesemente ispirato alla pop art in voga nel periodo (siamo nel 1970): un cono stradale bianco e rosso su sfondo dello stesso ipnotico bianco. Al contrario, sul retro del 33 giri, spicca uno scatto a restituire una centrale elettrica. La fotografia è stata realizzata da Bernd e Hilla Becher, già fondatori di quella Scuola di Düsseldorf che univa studio di immagine a lavorazione della pellicola a colorazione ad architettura e urbanizzazione.

Kraftwerk 2, seguendo una prassi non rara, ripropone lo stesso soggetto del volume 1 ad esclusione del verde, che sostituisce il bianco nel cono al centro (ogni riferimento al Marilyn Diptych della Factory newyorkese non è puramente casuale.) 

Ecco perché passano due anni e al gruppo si unisce, dopo un trascorso nelle vesti più scomode di strumentista, il grafico e pittore Emil Schult definito con qualche eccessiva generosità dai media «l’Andy Warhol tedesco»: sarà Emil Schult a curare la stragrande maggioranza delle cover degli album del gruppo con i rispettivi – citati a dismisura anche oggi – rimandi stilistici. 

D’altronde il nucleo base dei Kraftwerk si chiamava inizialmente Organization e tendeva a esibirsi dentro gallerie d’arte: forse per scelta, forse perché gli unici luoghi così estrosi da poterli contenere senza fare troppe domande. Puoi rinnovarti e crescere quanto ti pare, ma difficilmente sradichi le passioni di bambino. 

Tecnologia che cela nostalgia nei suoni come nella iconografia: è stato il professore Pertti Grönholm a parlare per i Kraftwerk di retro-futurismo, vivere il presente pensando al domani ma riflettendo sul passato. Il tutto mescolato a una non comune dose di humour. 

Nel mondo visuale dei Kraftwerk c’è il futurismo, ci sono gli anni 30 del Novecento, le avanguardie artistiche sovietiche o mitteleuropee. Il costruttivismo, lo zaum’ (quello strano fonosimbolismo dei poeti russi) assieme a stretti legami con la contemporaneità occidentale, basti stavolta osservare la copertina di Computer World (Computerwelt nella edizione tedesca del 1981) dove sopra il giallo canarino tipico degli Ottanta spicca un coevo computer tozzo e pesante e sgraziato. Il retro-futurismo usa l’arte visiva, oltre al suono, dalla Germania per riconnettere la Germania al proprio passato più nobile distrutto dall’onta della guerra e ancora non pienamente ricostruito (sarà l’unificazione a porre le basi essenziali per la nuova vita. In questo senso è indicativa la copertina del già citato Autobahn, nella quale una obsoleta ma elegante automobile dell’epoca del conflitto si dirige alle spalle dell’osservatore mentre un Maggiolino Wolkswagen – simbolo della nuova classe media nazionale, giovane e affrancata dagli orrori – punta in avanti.) Una identità sociale e di linguaggio non più negata anzi sbandierata componendo, registrando ed esibendosi in tedesco.

Nei Duemila dei rilanci di molte formazioni passate i Kraftwerk sono stati in grado di reinventarsi sfruttando in modi personali e meritevoli il 3D per calare gli spettatori in show interattivi, iper-connessi con le singole realtà dell’esibizione, multisensoriali e permeati di quella estetica che fu il filosofo dell’arte britannico Richard Wollheim a definire nel 1965 minimal art (le installazioni di Frank Stella come il concettualismo di Robert Ryman.)

La recente morte di Florian Schneider ha scosso il mondo della musica, che lo celebra coralmente. Tuttavia qualcosa va oltre il suono in questa perdita: è il lascito di una personalità che ha saputo spaziare con agilità tra diversi ambiti creativi sottolineando quanto altri prima di lui avevano provato a fare, sebbene di rado con il suo talento e la sua caparbietà. Chi innova con la tecnologia deve essere prudente negli esperimenti, «potrebbe essere molto pericoloso dal punto di vista emotivo» dunque occhio a parlare di musica leggera, specie se arriva da Düsseldorf e da uno studio di registrazione denominato Kling Klang. L’arte pura, quando è realizzata con consapevolezza, mica puoi dividerla in settori e necessariamente finirà per coprire territori disparati, poco armonizzabili e piuttosto scomodi se imbocchi l’autostrada non propenso alla scoperta.


Gabriele Merlini è autore del romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (Effequ 2013) e del saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (Effequ 2020.) Ha inoltre curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Suoi racconti, recensioni e reportage su numerosi magazine e quotidiani

2 comments on “L’arte completa dei Kraftwerk

  1. Giuseppe

    Grazie della recensione e pace a Florian, fondamentali se non antenati per tutta la conceptronica

  2. Pingback: Su l’Indiscreto. | Eastkoast: spunti.

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