L’arte del “misuse”: perché dobbiamo imparare a usare male la tecnologia



Come trasformare l’uso improprio della tecnologia in un atto di libertà creativa? Un viaggio tra arte e filosofia per scoprire come “giocare contro l’apparecchio” e svelare le dinamiche di controllo nascoste dietro interfacce apparentemente amichevoli.


Questo articolo è un estratto di “Antimacchine”, di Valentina Tanni, edito da Einaudi. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la gentile concessione.


In copertina: Valerio Adami, Tv in casa (la sera), 2022, Asta Pananti in corso


di Valentina Tanni

Verso la fine del mio percorso universitario, mentre lavoravo alla tesi, mi sono imbattuta in un testo che avrebbe influenzato le mie ricerche per molti anni a venire. Si tratta di un breve contributo intitolato The Art of Misuse, scritto dall’artista e curatore statunitense Jon Ippolito nel 2001 in occasione della mostra «Telematic Connections. The Virtual Embrace», curata da Steve Dietz per l’Istituto d’arte di San Francisco. Il progetto espositivo, che comprendeva sia opere installate nello spazio fisico sia lavori online, dichiarava di voler esplorare «il desiderio utopico di una coscienza globale espansa, ma anche le conseguenze distopiche dell’adozione di massa, piú o meno volontaria, della comunicazione umana mediata da computer»3. Ispirandosi all’opera di un pioniere come Roy Ascott, che nel 1990 aveva posto la straniante domanda «Is there love in the telematic embrace?» («C’è amore nell’abbraccio telematico?»), Dietz affidava a dieci artisti il compito di sviluppare una riflessione sull’espandersi tentacolare delle reti telematiche, e sugli effetti, desiderabili e non, che l’interconnessione globale avrebbe generato.

Il saggio di Ippolito che aveva attirato la mia attenzione riflette su un aspetto specifico del rapporto tra esseri umani e tecnologia: la possibilità dell’uso «improprio» (in inglese misuse). Partendo dall’espressione to think outside the box, emersa negli anni Settanta nel contesto degli studi sulla creatività e divenuta poi un mantra nella cultura del management, Jon Ippolito spiegava come questa idea di «pensare oltre i limiti della scatola» potesse essere applicata al mondo degli oggetti tecnologici con l’obiettivo di metterli in discussione. Non basta saper usare le applicazioni che altri hanno progettato per noi, scriveva: è necessario che qualcuno si prenda la briga di sfidarle, usandole in modo non previsto. La tattica del misuse di cui parla Ippolito è molto diffusa nel mondo dell’arte, ma non è suo patrimonio esclusivo: la ritroviamo anche nel campo del design, della scienza, dell’hacking, dell’attivismo e persino come comportamento spontaneo tra semplici utenti di computer, web e videogiochi. I suoi effetti sono molteplici: permette di immaginare soluzioni e situazioni alternative, rigettando l’idea di un progresso lineare e predeterminato, demistifica le narrazioni sproporzionate e ingannevoli che spesso accompagnano la diffusione di nuovi dispositivi, ma soprattutto rappresenta una risposta concreta alle dinamiche di potere che l’industria tecnologica mette in campo.

Nel discorso di Ippolito, l’immagine della scatola – spogliata di ogni retorica corporate sulla creatività come strategia produttiva – serve a delineare due diversi aspetti del problema. In primis, simboleggia l’oggetto in sé, ossia una tecnologia che occulta il proprio meccanismo all’interno di involucri sigillati e adotta un design che esclude ogni possibilità di modifica (la tecnologia come black box). Allo stesso tempo, però, rappresenta anche il recinto concettuale all’interno del quale gli utenti vengono confinati: il programma del sistema. La scatola, insomma, è sia reale sia metaforica.

Se si utilizza una tecnologia nei modi previsti, seguendo le indicazioni fornite da chi l’ha progettata, si aderisce infatti a un set di regole. Quando scattiamo una fotografia, ad esempio, ci sembra di avere la massima libertà – nella scelta del soggetto, del punto di vista, dell’esposizione ecc. – ma in realtà stiamo agendo all’interno di una struttura definita a monte. Il menu da cui scegliere può essere vasto, e tende di fatto ad ampliarsi man mano che la tecnologia evolve, ma è pur sempre limitato. Questa dinamica è stata ben spiegata da Vilém Flusser, che negli anni Ottanta ha scritto pagine memorabili sul tema. Nel 1985 riassumeva il processo di adattamento dell’essere umano al design della macchina con una frase divenuta celebre: «Certamente l’apparato fa quello che vuole il fotografo, ma il fotografo può volere soltanto ciò che l’apparato può». Nell’era dell’automazione, spiegava, siamo costantemente soggetti alla tirannia di un programma, e per riaffermare il ruolo dell’essere umano è necessario svincolarsi dalle regole quanto piú possibile: «La libertà è la strategia per sottomettere caso e necessità all’intenzione umana. Libertà significa giocare contro l’apparecchio». Rivolgendosi ai fotografi, Flusser raccomandava di non limitarsi a premere il pulsante, producendo quelle che chiamava «immagini ridondanti», ma di cercare piuttosto le «immagini informative», ossia quelle in grado di aggiungere qualcosa. Era un invito a modificare il processo, scoprire i suoi lati nascosti, sfruttarlo per riflettere sulla natura della macchina e sul nostro rapporto con essa. Non mancava poi di chiamare in causa il sistema economico capitalista, e nello specifico le aziende tecnologiche, che controllano gli apparati e li usano esclusivamente per i propri interessi. Anche se in principio l’intenzione sembrava essere quella di liberare l’essere umano da alcune incombenze, permettendogli di lavorare meno e «giocare» di piú, notava Flusser, il risultato non era stato quello sperato:

Gli apparecchi sono però caduti in mano ad alcuni singoli individui (per esempio in mano ai capitalisti), che hanno piegato questa intenzione originaria. Ora gli apparecchi servono gli interessi di queste persone, e di conseguenza si tratta di smascherare gli interessi che stanno dietro gli apparecchi.

Con notevole lucidità, ci avvertiva infine della presenza di un altro problema: i tentativi di liberazione possono essere assimilati dagli apparati e da chi li controlla, finendo per ampliare le funzionalità dei dispositivi e il loro valore di mercato.

…

Le decisioni che i dispositivi possono prendere al posto nostro sono numerose e difficili da identificare; spesso risiedono, volutamente occultate, sotto la superficie. Piú aumenta la nostra familiarità con essi, piú arduo sarà distinguere le loro scelte dalle nostre. L’artista Franco Vaccari nel 1979 parlava di «inconscio tecnologico»: la macchina fotografica, diceva, non è solo un’estensione del fotografo, ma «un frammento di inconscio in attività». Come l’inconscio psicologico, anche l’inconscio tecnologico agisce in profondità e con conseguenze importanti; raramente riusciamo a portarlo in superficie, e ancor meno siamo in grado di indirizzarne le azioni.

La stessa dinamica si ripropone con i computer: quando utilizziamo un software attenendoci alle raccomandazioni d’uso, ogni nostra azione avviene all’interno di una determinata scatola. Possiamo scegliere caratteri, colori, suoni e formati; gli itinerari sono innumerevoli – dandoci spesso la sensazione di avere infinite possibilità – ma i confini del territorio, per quanto ampi, non possono essere oltrepassati. Senza rendercene conto, ci muoviamo nel contesto di un recinto che non solo ci limita, ma può portarci ad abbracciare inconsapevolmente valori e ideologie, interiorizzandoli e favorendone la diffusione.

La questione diventa ancora piú complessa nel momento in cui gli elaboratori vengono dotati di interfacce «amichevoli», con cui è «facile» rapportarsi: possibilità e libertà si riducono ulteriormente, sacrificate sull’altare dell’usabilità. Uno dei piú precoci critici di questa idea è stato Paul Virilio, che nel 1993 si scagliava con ferocia contro il concetto di user-friendliness, ritenendolo subdolo e oppressivo:

La «facilità d’uso interattiva» non è altro che una metafora della subdola schiavitú dell’essere umano alle macchine «intelligenti»; una simbiosi programmata tra uomo e computer in cui l’assistenza e il tanto celebrato «dialogo uomo-macchina» servono appena a mascherare le vere premesse: la completa, seppur non dichiarata, svalutazione dell’umano a vantaggio del definitivo condizionamento strumentale dell’individuo.

La possibilità di un dialogo tra l’essere umano e la macchina, dunque, può esistere soltanto in condizioni di equilibrio: se il potere è distribuito in maniera diseguale, e l’utente si trova a interagire con un sistema chiuso, opaco e imperscrutabile, le promesse si trasformano in illusioni e l’accesso diventa controllo.

Questo non significa, naturalmente, che conoscere i tool a disposizione sia inutile. Saper applicare le loro funzioni alle proprie necessità è importante: non solo può avere ricadute, spesso rilevanti, sulla qualità della vita delle persone, ma le aiuta anche a non sentirsi sopraffatte e frustrate di fronte alla complessità degli strumenti stessi. Talvolta, infatti, è necessario passare attraverso l’uso per capire come raggiungere il territorio alieno del «misuso».

Esprimersi, comunicare e costruire all’interno di una cornice prefissata, inoltre, non è impossibile. Lo vediamo succedere ogni giorno: usiamo gli apparati tecnologici per parlare, scrivere, progettare, produrre suoni e immagini. Spesso riusciamo a farlo in modo sorprendente e personale. Non dobbiamo cadere nella fallacia logica, purtroppo molto diffusa, di pensare che poiché il sistema ci condiziona, qualsiasi cosa avvenga al suo interno sia priva di valore. Il flusso di umanità non può essere neutralizzato; infonde ogni azione, ogni enunciazione, ogni artefatto. La tecnologia, anche all’interno della cornice piú rigida e prescrittiva, viene costantemente modificata e sfidata dalle persone attraverso l’uso. Inoltre, come ci ha spiegato Kenneth Goldsmith, anche nell’atto meno creativo di tutti resiste un nucleo insopprimibile di individualità. In sostanza: «È impossibile non esprimersi».

© 2025 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.

Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Media Culture e Meme Culture and Aesthetics presso il dipartimento di Communication and Media Studies della John Cabot University di Roma. Ha pubblicato Random. Navigando contromano, alla scoperta dell’arte in rete (Link Editions, 2011), Memestetica. Il settembre eterno dell’arte (NERO, 2020), Exit reality. Vaporwave, backrooms, weirdcore e altri paesaggi oltre la soglia (NERO, 2023) e Conversazioni con la macchina. Il dialogo dell’arte con le intelligenze artificiali (Tlon, 2025). Per Einaudi ha pubblicato Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia (2025).

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