Un romanzo di cui si parla molto poco ha l’enorme pregio di dire cose attualissime su impulsi erotici, corpo, libertà ed esplorazione.
In copertina e lungo il testo opere di Alan Turner
di Alice De Gregoriis
«No, non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo»: sono queste le parole sul finire de L’arte della gioia, il libro generato e custodito controvoglia da Goliarda Sapienza per circa vent’anni, poi pubblicato nel 1998. Un romanzo scritto quasi di nascosto, in isolamento nella Roma degli anni Sessanta e Settanta, rimasto nell’ombra delle evoluzioni storiche fino a pochi anni fa, quando il successo ottenuto all’estero gli ha permesso di imporre il suo valore anche in Italia. Un libro, quindi, dalla risonanza sommessa, scritto in silenzio, rifiutato dall’editoria, pubblicato, ignorato e poi riscoperto. «Non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due», dice Goliarda, parlando di amore e di vita. Lo dice, ma mente a tutti, compresa se stessa. Questa impronunciabile «gioia piena dell’eccitazione vitale» è invece al cuore del libro e dal cuore si innerva in ogni sua ramificazione, fino a uscire dalla pagina, perché in questa «eccitazione di sfidare il tempo in due» entra anche chi legge, poiché leggendo le parole di Goliarda trova le parole che gli sono rimaste intrappolate in gola, leggendo la voce di G.S. trova la sua voce. E G.S. lo sapeva. Non a caso, rispondendo all’ennesimo rifiuto proveniente da un’importante casa editrice, scrive all’editor: «Comunque lei non ha letto una sola riga del manoscritto, e la posso capire: ho visto quale inferno è il suo ufficio-galera a Milano… Si legga la mia Modesta quando potrà. Forse prenderà la forza di non essere più il forzato del suo lavoro, o del suo talento o del suo dovere».
Ma qual è l’origine di questa forza? Il romanzo, scritto in piena crisi novecentesca dell’autore e del personaggio, esce dalle gabbie dell’analisi autistica dell’io, per iniziare un viaggio di formazione e decostruzione, fuso a uno squadernamento di fatti ed eventi chiamati Storia. La protagonista, Modesta, nasce il primo gennaio del 1900, non a caso. Il romanzo ha la pretesa di ripartire dall’anno zero, di ricostruire prosecuzioni e fratture di inizio secolo, mantenendo sempre viva una pretesa: ampliare la Storia con la vita, dilatare la vita con le parole. Modesta, nata in Sicilia da una famiglia molto povera, a seguito di una serie di disavventure finisce in convento e poi in un palazzo di nobili di cui prende la gestione (per volontà e spregiudicatezza). In questo percorso di vita scopre il mare, il sesso, l’amore intellettuale, il comunismo, il femminismo, la seconda guerra mondiale, l’Italia post-bellica, scopre la morte e la paura, sconfigge la vergogna. Ma ancor di più, scopre le sottili mutazioni del suo pensare, individua le falle imposte dal conformismo per scrostarle via con piglio feroce. Impara, insomma, a vivere inseguendo quella gioia di vivere che non si dà come elargizione del destino, ma come atto di volontà. Per farlo, deve innanzitutto sfidare la Storia.
La Storia
La Storia, nell’Arte della gioia, non è un fluire inevitabile di eventi né un ciclico ritorno dell’eterno, è piuttosto una palpitazione delle contraddizioni che, inevitabilmente, si incontrano nel qui ed ora collettivi, e segnano i qui ed ora futuri. La Storia ufficiale, quella di tutti, si porta dietro i punti di luce e i conflitti nati tra le mura di casa, tra le lenzuola e tra le battaglie degli io; allo stesso modo, di riflesso, i rapporti privati vengono illuminati dai sussulti della Storia, che disegna le sagome delle relazioni senza stringerle nello stereotipo. Ciò che agisce, in questo scontro di macro e microcosmi, è una costante messa alla prova dell’etica, intesa come coraggio di affrontare il difforme alla ricerca di un equilibrio benigno. Tutto questo non comporta un arrestarsi dell’evoluzione umana: episodi simili (come malattie e aborti) distribuiti a distanza di decenni restano a marcare l’intervento del progresso, della scienza, del progressismo, almeno per i più ricchi. Tuttavia, si tratta di flebili tracce sparse a macchia di leopardo, mentre tutto viene schiacciato da un passato arcaico e cieco che ottunde la ragionevolezza collettiva sotto il nome della tradizione e dei massimalismi. Con il passare delle stagioni e delle generazioni, l’“etica del dubbio” di Modesta viene messa in discussione persino da Prando, il figlio di Modesta, partigiano, spinto verso gli assoluti dalle circostanze storiche: «Basta col ricatto del dubbio con il quale voi vecchi ci spiate ogni mossa. Il dubbio che dovreste solo rivolgere al vostro passato di fallimento, lo riversate su di noi! Non siete riusciti a opporvi al fascismo e ora temete per noi solo perché ci giudicate attraverso la vostra impotenza di allora». Di fronte a queste accuse, Modesta risponde (quasi per beffa) con un ulteriore dubbio, salvando ancora una volta il valore del contrasto, che è di per sé il valore della vita, e quindi della morte: «Accontentarsi di essere chiamata vecchia, segno evidente che hai dato la vita e con la vita la ribellione?»
Famiglia, desiderio, sesso
Ed è proprio la popolosa famiglia del romanzo che permette di dispiegare quella polifonia di voci in grado di riprodurre la comunità del tempo, costituendo un teatro della vita che è anche dialogo intimo delle contraddizioni in seno alla stessa Modesta. In questo senso, la famiglia non assume l’aspetto dell’istituzione, ma della comunità desiderante in cui si esercitano le materie prime del pensiero: il riconoscimento del simile del dissimile, dell’eterno e dell’effimero, del possesso e dell’emancipazione. La famiglia è il grembo nel quale si esercita la faticosa operazione di costruzione del sé. «In nome della tua giovinezza e del fatto che io sono tua madre tu mi dici che dovrei dedicarmi a te, solo a te! Io rigetto il tuo ricatto, rispondendoti che non sono di proprietà di nessuno, come tu stesso non sei proprietà assoluta di Modesta. Se possiamo amarci spassionatamente amiamoci, ma se questa tensione da proprietari terrieri si continua ad acutizzare io ti consiglio di allontanarti», dice Modesta al figlio alla ricerca di un amore totalizzante ed esclusivo. Il mondo di Modesta, quello dell’arte della gioia, infatti, non è il luogo del dovere ottuso, è un luogo in cui precipitano tutti i conflitti della vita, generando altra vita, rinnovata, libera, anarchica. È, in sostanza, il luogo del desiderio. Tutto questo si riversa anche nei rapporti di genere. Modesta, volendo ribaltare la sottomissione femminile a cui si trova costretta, avvicina gli uomini con atteggiamento curioso e predatorio, vuole appropriarsi della conoscenza data loro dal privilegio, vuole assorbire la loro esperienza del mondo («E come potevo saperlo, Carmine, se non me lo dici?» è la frase che ritorna, in vari momenti, come una formula di pensiero). Questo atto di amore e conoscenza, tuttavia, non ha la forma di un esproprio: Modesta restituisce indietro ciò che ha imparato, restituisce innanzitutto il coraggio con cui ha sconfitto la paura atavica legata alla conoscenza dell’altro da sé. Quello stesso coraggio conoscitivo, nel romanzo, sembra mancare ad alcuni uomini, pupilli fortunati di un potere che non viene innervato da nessuna forza esistenziale. Modesta allora impara e insegna, si fa figlia e madre dei suoi amanti. Sesso e amore diventano un viversi grazie a qualcun altro. Questo avviene perché il modo di dare vita ai propri desideri, per Modesta, non si nutre nello slancio brutale, ma nella mediazione franca con se stessa. Una mediazione che nega la vergogna e il pudore dei ruoli imposti, ma non nega l’anarchia del desiderio, del corpo liberato: «Freud ha scoperto che l’anima non è una stella fissa e immutabile, ma una luce che rotea seguendo le pulsazioni delle vene e dei nervi».
E in cosa potrebbe mai incarnarsi questo esultare caotico della vita, se non nell’incontro tra corpi che si contendono un orgasmo? Il sesso, lungi dall’essere sublimato nella sfera metafisica, si traduce in scontro di corpi e storie che vogliono esistere diversamente, almeno una volta, almeno per un attimo. È un gioco di accettazione dell’assurdo: non ti conosco ma ora ti sento e, tramite te, mi conosco e ti riconosco. «Aiutami e aiutati, figghia, ca poi ci tramortiamo insieme».
E in questo quadro si devono accettare anche gli scherzi del destino, anche gli amori senza intesa sessuale, ingentiliti dalle parole e destinati ad aleggiare come vive e concrete promesse di felicità irrealizzabili. In questo quadro si deve accettare ogni tipo di relazione radicale, intellettuale, carnale, eterosessuale, omosessuale, si deve accettare ogni forma dell’amore, che è «il desiderio di abbandonarmi a qualcuno che non fosse me stessa», e si deve accettare la sua fine. Si deve accettare la vita che è un continuo perdersi e perdere, perché la sapienza del perdere è l’accettazione del male quando c’è ancora un po’ di bene. E lo si deve fare perché l’arte della gioia è proprio questa pratica quotidiana di rifiuto delle celle, di celebrazione della fame, per scegliere di vincere sulla paura e sulla reticenza, nonostante il dolore. E lo si deve fare perché l’amore non è un fare e disfare dettato dall’egoismo, ma una coraggiosa accettazione della vita in seno alla morte, perché «l’amore, come la vita, ha in sé il ricordo della morte da sconfiggere e non questo senso di vuoto».
Insomma, leggere l’Arte della gioia è apprendere questo continuo esercizio di messa in discussione e interrogazione degli impulsi, per passare dalla brutalità alla spontaneità, dal corpo come barriera al corpo come culla del piacere esplorativo, dall’esaltazione vuota del sé a questa lotta privata contro il fascismo dentro di noi. È capire che accettare la fine delle cose vuol dire anche accettare la libertà.




Complimenti. Questo libro ha scavato qualcosa in me, permettendomi di ascoltare parti di me che avevo perso nelle pieghe della vita. Lei è riuscita a trovare le parole che cercavo per raccontarlo.
La ringrazio di questo bell’articollo-commento su « L’arte della gioia » di Goliarda.
Il romanzo lo lessi almeno 20 anni fa e fu per me un’esperienza profonda di legittimazione a rischiare, provare, cambiare, disobbedire, obbedire a me stessa e ai desideri più profondi ai sogni della bambina che sono stata e anche oggi insieme ci accompagnami.
Grazie
Molto bello questo articolo.
Complimenti.