Lasciarsi al tempo delle piattaforme



Che forma prende un amore quando nasce, vive e finisce sotto lo sguardo delle piattaforme digitali? In un saggio personale che è anche un’indagine sociologica, l’autrice racconta come il dolore di una rottura amorosa venga catturato, amplificato e monetizzato dagli algoritmi. Tra TikTok, ghosting e astrologia algoritmica, lasciarsi oggi è un’esperienza strutturalmente diversa: intima e politica al tempo stesso.


In copertina un’opera di salvador dalì, all’asta oggi dai nostri editori Pananti casa d’aste.

di  Camilla Volpe

 

Che quello che succede sulle piattaforme non sia separato dalla vita che consideriamo “reale” l’ho imparato probabilmente alla terza lezione di magistrale. Poco dopo, quindi, aver preso il mio sacco di libri di letteratura italiana e latina della laurea Triennale ed essere migrata nella sede un po’ più periferica di Scienze Sociali. Tutta questa letteratura, mi dicevo, è bellissima. Ma mi manca qualcosa. Molti anni e un dottorato in Sociologia dopo, sto fissando lo schermo del mio iPhone e il mio, a secondi non più, fidanzato mi sta lasciando con una videochiamata su Whatsapp perché “con te sto bene, ma mi manca qualcosa”. E mentre sono diventata l’Apuleio, l’Elsa Morante o l’Italo Calvino (che a me a un certo punto non erano più stati sufficienti) di qualcun altro, mi riempio un bicchiere d’acqua, sistemo il telefono che sta scivolando dall’appoggio un po’ precario contro la lampada da scrivania e Thiago, il mio cane, si mette a bussare col muso sulla porta della camera sperando di entrare e farsi lanciare la palla. Nel frattempo, però, dentro me: una cascata scrosciante di paura e risentimento che mi sposta gli organi interni e devia il normale scorrere del sangue nelle vene. Il tutto fissando uno schermo, come nei migliori episodi di Black Mirror. Come siamo arrivati qui?, mi chiedo. Un po’ perché vorrei capire come quella che pensavo fosse una normale telefonata post-cena si sia trasformata all’improvviso in mesi di Taylor Swift nella sua versione più ferita. Ma anche perché penso a quanto questa relazione è stata e sarà così tanto intrecciata agli attori e agli oggetti digitali da farmi sentire in prima persona gli effetti della piattaformizzazione delle relazioni. Sono sicura che anche a mamma (classe 1957), anche se non me l’ha mai raccontato, sia successo di lasciare un fidanzato al telefono negli anni Settanta: Mark Zuckerberg e i CEO della Silicon Valley non hanno inventato niente di nuovo, eppure si sono infilati nelle nostre dinamiche sociali in maniera così pervasiva da essere costantemente arricchiti dai nostri pingui dati amorosi. 

Quando ho iniziato a studiare le piattaforme e le culture digitali, ho capito quasi subito che era impossibile dividere il tempo del lavoro dal tempo del doom-scrolling. L’auto-etnografia, ho intuito, non è solo un metodo sociologico: è una condizione esistenziale. Bellissimo, se puoi camuffare le ore sul letto con TikTok per “studio di campo”. Poco riposante, se ogni gesto digitale diventa la prova che non puoi mai davvero smettere di osservare, di analizzare, di essere dentro alla tua stessa ricerca. Anche dopo le 18. Anche il sabato sera quando hai scritto a tutti che stai a casa a leggere un libro (e poi finisci a guardare per ore le challenge di U calabrisi: quali patatine mi piacciono tra patatine alla porchetta e al lime e pepe rosa?). E anche quando stai cercando di gestire i cocci di una relazione finita. In breve, non ho razionalmente scelto l’auto-etnografia, ma questa mi ha raggiunta mentre pensavo di essere altrove: quando ho aperto la sua chat di Whatsapp per controllare se fosse online, quando ho iniziato ad appuntarmi considerazioni sui miei pattern digitali o quando ho salvato con precisione filologica gli screenshot di quello che mi faceva più storcere il naso. Come ricercatrice, ho imparato a osservare me stessa che osservo. Come utente, ho scoperto che ogni gesto digitale è anche un’azione significativa: un like non è solo un like, così come una condivisione o (peggio) una non-visualizzazione non sono solo tap su uno schermo. Questa continua produzione di dati, che spesso quando lavoro vedo sottoforma di tabelle Excel, mi scorreva tra le dita mentre facevo quello che fanno tutti: vivevo, mi distraevo, interagivo, mi facevo spezzare il cuore. E mentre la piattaforma si arricchisce coi miei drammi sentimentali, come sociologa mi resta una sola cosa da fare: cercare di capire cosa succede non solo al mio, ma a gran parte degli amori che finiscono ai tempi della piattaformizzazione delle relazioni. 

Carolina Bandinelli nel suo saggio Le Postromantiche scrive che “i sentimenti sono complessi, contraddittori, ambigui e cangianti. E l’amore non è un dato puro, qualcosa che puoi indicare e dire ‘eccolo l’amore’ (…) piuttosto un nome che diamo a un insieme di fatti, pensieri, emozioni” (p. 22). Questa instabilità semantica si esaspera e si fa ancora più ambigua nel digitale: lì le interazioni o i silenzi diventano dati quantificabili e codificabili.  L’amore digitale (come il suo contrario, il lasciarsi) si assimila alle performance dell’economia dell’attenzione in ambienti che non sono neutri. Se qualcuno ti dice che ti ama, ti ha detto che ti ama. Se te lo scrive quel messaggio viene digitato, ricevuto, visualizzato, eventualmente archiviato. Può essere cercato all’infinito, screenshottato, inoltrato, over-analizzato. È una prova materiale di qualcosa che in alternativa sarebbe rimasta nelle quattro mura del tuo monolocale dalle pareti un po’ ammuffite. E ogni parola è insieme evento emotivo e azione tecnica. La cancellazione di una chat può sembrare simbolica, ma ha effetti concreti: svuota la cronologia, altera la memoria condivisa, riscrive anche solo apparentemente l’ordine dei ricordi. A questo punto non è più solo una questione di sentimenti. È una questione strutturale e semiotica: cosa significa amare quando l’amore prende forma in uno spazio progettato per conservarlo, monetizzarlo, o riproporcelo nel loop dei “ricordi di due anni fa” nella galleria fotografica? Cosa resta del desiderio o del rifiuto quando vengono gestiti anche sotto forma di dati?

 

Nel cuore dell’algoritmo

 

Chiusa la videochiamata, ho aperto TikTok e ho scoperto che la mia ForYouPage aveva assistito a quell’intimo e privato momento personale. E che, onestamente, sembrava sapere come stavo in maniera più accurata di me. Se all’inizio l’ho interpretato come un riflesso della mia mente che probabilmente si stava concentrato solo su quei contenuti, ci sono voluti pochi scroll per realizzare che quei video di tragiche rotture, lyrics di Taylor Swift e spiegazioni su come superare l’abbandono, non erano propriamente causali. E più scorrevo i video, che non riuscivo a non guardare, più dicevo al sistema che se avesse continuato a mostrarmeli io me li sarei mangiati con golosità. Mi sarei fatta il bagno in questo loop algoritmico di sentimentalismi e dolore. E ogni visualizzazione, like o repost diventava un’azione monetizzabile dalla piattaforma. Un dato prezioso sul mio stato psicofisico. L’input che inserivo era il dolore, e l’output che ne derivava era altro dolore che, non certo incredibilmente, mi faceva stare solo peggio. La scena si è ripetuta per molti giorni e questo meccanismo era diventato la mia fonte di dopamina che compensava l’assenza di quel fidanzato che mi aveva lasciata. A posteriori la tipologia di contenuto più interessante che mi veniva proposta, in termini sociologici, riguardava la patologizzazione della sofferenza: facili diagnosi psicologiche, infinite discussioni sui tipo di attaccamento emotivo, suggestioni ossessive, semplificazioni pericolose… L’algoritmo mi stava offrendo soluzioni pronte, pillole di consolazione, e insieme costruiva un’immagine distorta del mio lutto, molto più tecnica che umana. E io, disperata, ero disposta ad ascoltare tutte le vie di fuga da quel dolore che da una parte non volevo più sentire e, dall’altra, non facevo che alimentare col mio smartphone. E forse è solo un meccanismo naturale. Perché, come scrive Megan Nolan nel romanzo Atti di sottomissione, “io mi rotolavo sempre nel fango. Invidio le donne distaccate. Non ho mai avuto quel lusso” (p. 141). O come Sally Rooney fa dire a Melissa nel suo Parlarne tra amici: “Hai ventun’anni. Dovresti essere catastroficamente infelice” (p. 182). Penso valga anche per i Trenta.

La mia ForYouPage, intanto, si è popolata di letture dei tarocchi che sussurravano: “Se ti è apparso questo video, non è un caso. Sta pensando a te. Vuole tornare.” Non cliccavo, ma TikTok si prendeva comunque quell’informazione, bastava restare ferma un attimo in più per curiosità. E me la riportava sottoforma di speranza magica. E mentre cercavo di sfuggire alle cartomanti, mi rifugiavo quasi ossessivamente in Co-Star, che mi raccontava transiti dei pianeti, mercuri retrogradi e lune storte. Non potevo cambiare il passato ma potevo almeno provare a interpretarlo. E alla fine, in quei momenti, che fossero le stelle o un algoritmo (o un algoritmo travestito da stelle) cambiava poco: entrambi provavano a leggermi dentro e consolarmi con micro-narrazioni adattabili ma in qualche modo confortevoli. 

E poi mi sono chiesta: fino a dove quello che sento lo sento io e fino a che punto è invece qualcosa di co-costruito per me da un sistema socio-tecnico che esiste anche per mettere a profitto i miei movimenti? Insomma: non stavo semplicemente provando dell’umana sofferenza. Stavo soffrendo dentro un’ecologia che costantemente mi proponeva contenuti dolorosi perché io ero la prima a chiedere quelle sensazioni. Quando salvavo una canzone malinconica, mettevo like a un TikTok che spiegava come gli uomini con attaccamento evitante vivono la fine di una storia o condividevo un Reel di una scena di Normal People (serie TV per eccellenza sui sentimenti disfatti), stavo informando la piattaforma che quegli argomenti mi interessavano molto. E lo facevo in maniera piuttosto informata, sperando di non uscire facilmente da quel ristagno emotivo in cui mi sentivo al sicuro. E la piattaforma, di tutta risposta, mi nutriva di questo genere di contenuti per tenermi sempre più incollata allo schermo. Non è che l’algoritmo fosse l’artefice della mia tristezza. Anche fuori dai social, infatti, punzecchiavo continuamente le mie ferite attraverso i film, i libri, le conversazioni con le amiche. Ma sulle piattaforme questo crogiolarsi avveniva sotto gli occhi e le dinamiche dell’economia dell’attenzione.

 

Breadcrumbing: se hanno fame, date loro i like

 

Nel romanzo Ghosts di Dolly Alderton, la protagonista Nina deve fare i conti con la scomparsa improvvisa e volontaria (il cosiddetto ghosting) della sua frequentazione sentimentale, che un giorno la ama e il giorno dopo sparisce senza spiegazione. L’attesa di Nina diventa materiale e digitale: non arrivano più chiamate, lui non le scrive più messaggi e non le citofona più alla porta di casa. Alderton scrive: “I turned the phone over when as soon as I woke up the next morning. There were no new messages” (p.205). Rompere con qualcuno ci costringe a costruire una nuova quotidianità, a cui bisogna scardinare i messaggi del buongiorno, della buonanotte, i reel divertenti o carini mandati in pausa dal lavoro. Quello che abbiamo fatto io e il mio ex fidanzato è stato intraprendere la strada di un silenzio rumorosissimo: un no contact (come lo chiamano oggi) ravvivato solo da qualche briciola più o meno volontaria, come un repost molto mirato che magari l’altro avrebbe visto o un like tattico per segnalare: l’ho visto. Nulla che ci mandassimo direttamente. Ma tutto potenzialmente per noi.

Tutti questi micro-movimenti fanno parte di un universo di azioni che non si aspettano risposta ma hanno un impatto potente. Arrivano quando non te le aspetti, per vie laterali, mentre ti prendi una birra al parco. Sono briciole perché non sono nutrienti, anche se creano un percorso che non si sa dove conduca (spesso solo in un inutile circolo vizioso di niente). Il digitale sembra la casa per eccellenza dell’ambiguità: ogni gesto può essere involontario o estremamente carico di significato. Un like è solo un like? Mentre il corpo, quindi, non riceve messaggi, la mente li decodifica lo stesso. E l’algoritmo muove fili invisibili che mostrano o nascondo quello che succede.

Ma lasciarsi non è solo cercare segnali. Il tentativo ossessivo di trovare tracce, infatti, si alterna spesso al suo opposto: il non volerne veramente sapere più nulla. Un meccanismo di difesa per riappropriarsi del proprio spazio, anche nel contesto pervasivo dell’online. Da quella chiamata, lui non ha più guardato le mie storie. Lo immagino riattaccare il telefono, correre su Instagram, e disattivare qualsiasi aggiornamento dal mio profilo. E ogni volta che pubblicavo qualcosa, lui non l’aveva vista. Finché non l’ho silenziato anche io.

Il sistema algoritmico non prevede il lutto. Presume il ritorno, la persistenza, la ricorsività. E allora bisogna fare un gran lavoro di allenamento per evitare di avere sotto gli occhi una vita che non c’è più. Bisogna disattivare tutto quello che la piattaforma ti permette di disattivare, parlare con più persone possibile per farle salire nella lista dei contatti più assidui (e cacciare in fondo chi ci ha lasciate). Bisogna prendere un coltello e fare un faticoso lavoro digitale di dissociazione, che poi è una manutenzione della nostra sanità mentale. Ho chiesto in maniera diretta e indiretta all’algoritmo di non vederlo più: non mi interessa, nascondi storia, disattiva aggiornamenti. Ho annullato la condivisione della posizione. Ho cercato di de-sincronizzarmi da lui, dalle sue pratiche digitali, dalla sua esistenza. Ma era assurdo perché per farlo, dovevo fare azioni dolorose, entrare sul suo profilo, cancellare delle tracce che non volevo veramente rimuovere.

La dissociazione digitale non è un’assenza. È una presenza controllata e negoziata con la piattaforma. Un’azione che richiede tempo e soprattutto fatica. Oltre alle scatole di oggetti da spostare dalle case, oltre agli orecchini, alle pinne per il mare lasciate da lui, ci sono azioni e oggetti digitali che sembrano fatti per restare e tornare.

Restare, lasciare, archiviare

 

Lasciarsi, al tempo delle piattaforme, non è meno o più doloroso rispetto agli anni Settanta o Ottanta. Ma è un fatto sociale sempre più mediato e pervasivo. È un’esperienza socio-tecnica che avviene anche in ambienti digitali non neutrali, ma governati da logiche economiche. Sulle piattaforme il tempo della fine è asincrono: si muove tra suggerimenti, notifiche, ricordi, contatti fantasma. Così intorno alla fine delle relazioni nasce una nuova ritualità informale fatta di azioni e silenzi o ricerche ossessive di segnali tra i dati della piattaforma. Il lavoro emotivo si trasforma anche in lavoro emotivo digitale, in cui ogni sospiro produce un dato da mettere a valore. E il corpo dell’innamorato, con le mani che tremano e il respiro bloccato nello stomaco, diventa un terreno da colonizzare. E se anche non possiamo smettere di esistere e amare sulle e con le piattaforme, forse possiamo iniziare a interrogarci su cosa effettivamente su di esse succeda, per restituire a quel dolore la sua portata politica e culturale.


camilla volpe è assegnista di ricerca in Sociologia Culturale all’Università degli Studi di Milano. Si occupa di lavoro, piattaforme e precarietà nell’economia digitale. Dopo un dottorato all’ombra del Vesuvio, dedicato ai giovani adulti e alle loro culture del lavoro, continua a esplorare i modi in cui scrollare, postare e sopravvivere online si configurano come pratiche sociali. 
 

1 comment on “Lasciarsi al tempo delle piattaforme

  1. Floriana

    Questo articolo riporta esattamente le riflessioni sulla tematica che mi volavano in testa da tempo. È una nuova rivoluzione sociale ancora altamente sottovalutata ma i cui danni / benefici sono tangibili tra e su di noi. Io stessa ho vissuto queste dinamiche e ancora le vivo e sulla mia pelle ( per nulla virtuale) vivo quanto qui scritto. Immagino sulle giovani menti quante ripercussioni e modificazioni neurali si possano essere. Non è un semplice mezzo comunicativo ma un vero stile di vita che plasma l’esistenza, la percezione di sé e degli altri. Nei tempi passati c’erano le lettere, ma erano lente e forse più limpide, oggi l’immediatezza dei post e delle chat rendono tutto così vicino e vivo. Incontrarsi e lasciarsi in chat hanno un’eco molto più forte che nella vita reale : paradossalmente il mezzo è filtro e amplificazione degli interlocutori, dove non c’è spazio per la comunicazione non verbale e le parole sono tutto. Grazie di questo testo e dei suggerimenti bibliografici

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